Epitteto

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Epitteto

Epitteto (50 circa – 130 circa), filosofo greco antico.

Diatribe[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

Τῶν ἄλλων δυνάμεων οὐδεμίαν εὑρήσετε αὐτὴν αὑτῆς θεωρητικήν, οὐ τοίνυν οὐδὲ δοκιμαστικὴν ἢ ἀποδοκιμαστικήν.

Cesare Cassanmagnago[modifica]

Tra tutte le facoltà <e le arti>, non ne troverete alcuna che sia capace di riflettere su se stessa; e, quindi, non ne troverete nessuna capace di approvarsi o di disapprovarsi.

Renato Laurenti[modifica]

Tra le altre arti e facoltà non ne troverete nessuna in grado di prendere se stessa a oggetto di studio e perciò nemmeno in grado di approvarsi o disapprovarsi.

Franco Scalenghe[modifica]

Delle altre arti e facoltà, nessuna troverete conoscitiva dei principi generali di se stessa e quindi neppure atta a valutarsi positivamente o negativamente.

Libro I[modifica]

  • Per l'essere dotato di ragione unica cosa intollerabile è l'irrazionale, il razionale è tollerabile. (II, 1; 1960, p. 8)
  • Perché sei tu che conosci te stesso, qual è il valore che ti attribuisci e a quanto ti vendi; gli uomini, infatti, si vendono a prezzi differenti. (II, 11; 2009, p. 91)
Giacché sei tu chi sa di te: quanto ti meriti ed a quanto ti smerci. Giacché individui diversi si smerciano a prezzi diversi. (Scalenghe)
σὺ γὰρ εἶ ὁ σεαυτὸν εἰδώς, πόσου ἄξιος εἶ σεαυτῷ καὶ πόσου σεαυτὸν πιπράσκεις· ἄλλοι γὰρ ἄλλων πιπράσκουσιν.
  • Io, invece, voglio essere laticlavo, quella fascia piccola e lucente che fa apparire il resto [nella trama della tunica] elegante e bello. Perché allora mi dici: «Fatti simile alla folla?» E come rimarrò laticlavo? (II, 17-18; 1960, p. 10)
  • Da ogni cosa che accade nel mondo è facile lodare la Provvidenza, purché si abbiano queste due qualità, la capacità di vedere nel loro insieme i singoli avvenimenti e il sentimento della riconoscenza. (VI, 1-2; 1960, pp. 17-18)
  • L'uomo [...] [Dio] l'ha introdotto qui per contemplare Lui e le sue opere, e non solo per contemplarle, ma anche per interpretarle. Per questo è vergognoso che l'uomo cominci e termini allo stesso punto degli esseri irrazionali: egli deve, piuttosto, cominciare di lì e terminare là dove termina nei nostri riguardi la natura. Ed essa termina nella contemplazione, nell'intelligenza e in un tenore di vita conforme alla natura. Badate, dunque, a non morire, senza aver contemplato queste realtà. (VI, 19-22; 1960, p. 19)
  • [...] non avete ricevuto delle facoltà per sopportare tutto ciò che càpita? La grandezza d'animo non l'avete ricevuta? Il coraggio non l'avete ricevuto? La pazienza non l'avete ricevuta? E se ho l'animo grande, che cosa più m'interessa quel che può capitare? (VI, 28-29; 1960, p. 20)
  • [...] ogni capacità in mano a persone prive di formazione filosofica e deboli di carattere è dannosa perché le spinge a insuperbirsi e a gonfiarsi d'orgoglio proprio per causa sua. (VIII, 8; 1960, p. 25)
  • E come fanno gli schiavi, come i fuggitivi? Su che si fondano quando abbandonano i padroni? Sui campi, sui servi, sulle argenterie? Nient'affatto, ma su se stessi — e tuttavia non manca loro il nutrimento. E il nostro filosofo dovrà confidare e riposare negli altri, quando va in terra straniera, e non prenderà personalmente cura di se stesso, e sarà da meno e più timido delle bestie irragionevoli le quali provvedono ognuna a se stessa, e non difettano né del cibo adatto né del tenore di vita che a ciascuna si conviene e che si armonizza con la loro natura? (IX, 8-9; 1960. p. 27)
  • Uomini, aspettate il Dio. Quand'egli vi fa segno e vi libera da questa servitù, allora fuggite verso di Lui: per il momento rassegnatevi a rimanere nel posto in cui v'ha collocato. Breve è, senza dubbio, il tempo del soggiorno qui, e agevole per chi ha tali disposizioni. Quale tiranno, quale ladro, quali tribunali possono ancora metter paura a chi fa così poco conto del corpo e di quel ch'esso possiede? Attendete e non andatevene sconsideratamente. (IX, 16-17; 1960. p. 28)
  • [...] l'insegnamento [in materia di libertà] consiste proprio nell'imparare a volere ciascuna cosa, come essa è. E com'è? Come l'ha ordinata l'Ordinatore. E ha ordinato che ci fossero estate e inverno, fecondità e sterilità, virtù e vizi e tutti i contrari dello stesso genere per l'armonia dell'universo, e a ciascuno di noi ha dato un corpo, membra del corpo, beni e compagni. (XII, 15-16; 1960, p. 38)
  • Qual è, dunque, il castigo per quelli che non sanno adattarsi? Di stare come stanno. Uno si dispiace di star solo? Resti nel suo abbandono. Uno si dispiace dei suoi genitori? Sia un figlio cattivo e si lamenti. Uno si dispiace dei figli? Sia un padre cattivo. «Gettalo in prigione». Quale prigione? Quella in cui si trova al presente, perché ci si trova contro voglia: e dove si sta contro voglia, è davvero una prigione. (XII, 21-23; 1960, pp. 38-39)
  • Non sai che piccola parte sei rispetto al tutto? E ciò per il tuo corpo, perché per la ragione non sei inferiore agli Dei, né più piccolo di loro; la grandezza della ragione, infatti, non si valuta né dalla lunghezza, e neppure dall'altezza, ma dai giudizi.
    Non vuoi, allora, porre il tuo bene in ciò che ti rende pari agli Dei? (XII, 26-27; 2009, p. 175)
  • Donde avviene che in relazione al crescere o al calare della luna, all'avvicinarsi o allontanarsi del sole, si notano nelle cose terrestri tante trasformazioni e tanti cambiamenti d'uno in altro contrario? Ma allora le piante e i nostri corpi sono così legati al tutto e simpatizzano tra loro, e le anime nostre non lo saranno molto di più? E le nostre anime sono così legate e avvinte a Dio, come parti e frammenti di Lui, e Dio non avvertirà ogni loro movimento come un movimento che Gli è proprio e connaturale? (XIV, 4-6; 1960, p. 41)
  • Nessuna cosa grande compare all'improvviso, nemmeno l'uva, nemmeno i fichi. Se ora mi dici: "Voglio un fico"; ti rispondo: "Ci vuole tempo". Lascia innanzitutto che vengano i fiori, poi che si sviluppino i frutti e, poi, che maturino. (XV, 7)
  • C'è niente di più inutile dei peli del mento? Ebbene, non si è servita la natura anche di questi nel modo più opportuno che poteva? Non ha distinto con essi il maschio e la femmina? (XVI, 10; 1960, p. 44)
  • Uomo, tu hai una proairesi per natura non soggetta ad impedimenti e non soggetta a costrizioni. Qui, nelle viscere, questo sta scritto. (XVII)
  • E per qual motivo allora ci irritiamo? Perché apprezziamo gli oggetti che ci vengono tolti. Non apprezzare le tue vesti e non t'irriterai contro il ladro: non apprezzare la bellezza della tua donna e non t'irriterai contro l'adultero. (XVIII, 11; 1960, pp. 49-50)
  • [...] tale è la natura dell'essere animato: fa tutto per sé. E, infatti, anche il Sole fa tutto per sé e, del resto, anche Zeus. Ma quando vuole essere Pluvio o Frugifero o padre degli uomini e degli dèi, tu vedi che non può ottenere questo intento né questi titoli, senza essere utile alla comunità. In generale, egli ha disposto la natura dell'essere ragionevole in modo che non possa raggiungere alcun bene particolare se non porta qualche contributo all'utilità comune. Così non è più antisociale fare ogni cosa per sé. (XIX, 11-14; 1960, pp. 52-53)
  • Sono le difficoltà che mostrano gli uomini. (XXIV, 1; 2009, p. 247)
Sono le circostanze che rivelano gli uomini. (1960, p. 60)
  • [...] che significa essere ingiuriati? mettiti vicino a un sasso e ingiurialo. Che farai? Se uno ascolta come un sasso, che ci guadagna chi ingiuria? Ma se chi ingiuria fa presa sulla debolezza dell'ingiuriato, allora ottiene un risultato. (XXVI, 29; 1960, p. 66)
  • E quale rimedio si può trovare contro l'abitudine? L'abitudine contraria. (XXVII, 4; 1960, p. 69)
  • Ecco l'origine della passione: voler qualcosa e non ottenerla. (XXVII, 10; 1960, pp. 69-70)
  • [...] l'uomo, per natura, non si acconcia a farsi strappare il bene, non s'acconcia a piombare nel male. (XXVII, 12; 1960, p. 70)
  • [...] se non vanno di pari passo la pietà e l'utile, in nessuno potrà conservarsi la pietà. (XXVII, 14; 1960, p. 70)
  • [...] questa è la natura della mente, di inclinare al vero, di non accettare il falso e di sospendere il giudizio di fronte all'incerto. (XXVIII, 2; 1960, p. 71)
  • Il bene nella sua essenza consiste in una certa disposizione della persona morale, il male in una certa disposizione della persona morale. (XXIX, 1; 1960, pp. 74-75)

Libro II[modifica]

  • Non si deve [...] prestar fede [...] alle opinioni dei più che dicono che ai soli uomini di condizione libera è lecito avere un'educazione; bensì si deve credere ai filosofi, secondo i quali solo quelli che hanno ricevuto un'educazione [filosofica] sono liberi. (I, 22; 2009, p. 315)
  • Gli oggetti sono indifferenti, ma l'uso che se ne fa non è indifferente. Allora, come si potrà conservare la fermezza d'animo insieme alla sollecitudine, ugualmente lontana da sconsideratezza e da negligenza? Basta imitare i giocatori di dadi. I gettoni sono indifferenti, i dadi sono indifferenti, come sapere cosa darà la sorte? Ma usare con accortezza e con arte del risultato ottenuto, questo è già cómpito mio. (V, 1-3; 1960, p. 93)
  • Certo è difficile unire e conciliare queste cose, la vigilanza di chi si sente attratto dagli oggetti e la fermezza d'animo di chi rimane indifferente, tuttavia non è impossibile, se no sarebbe impossibile essere felici. È un po' come quando navighiamo. Che cos'è in mio potere? Scegliere il pilota, la ciurma, il giorno, il momento opportuno. Poi scoppia la tempesta. In che più mi riguarda? La parte mia l'ho compiuta. Questo è affare d'un altro, del pilota. Ma oltre a ciò, la nave s'affonda. Che ci posso fare io? Solo quello che è in mio potere posso fare: annegare senza aver timore, senza gridare, senza incolpare Dio, ben sapendo che chi è nato ha da morire. Non sono mica eterno, ma un uomo, parte del tutto, come l'ora è parte della giornata. Devo giungere come l'ora, e come l'ora scomparire. Che m'importa come scompaio, se per annegamento o per febbre? In uno di questi modi devo pur scomparire. (V, 9-13; 1960, pp. 93-94)
  • Tu soltanto ricordati di quella diairesi grazie alla quale si definisce quanto è in tuo esclusivo potere e quanto non lo è. (VI)
  • [...] la guida buona, quando s'imbatte in uno che vaga di qua e di là, lo riporta sulla strada giusta invece di andarsene dopo averlo deriso e insultato. E anche tu, mostragli [a l'uomo incolto] la verità e vedrai che la segue. Ma finché non gliela mostri, non metterti a deriderlo; piuttosto prendi atto della tua incapacità. (XII, 3-4 ; 1960, p. 112)
  • [...] ogni tecnica ha in sé qualcosa che ispira forza e sicurezza nell'ambito del suo dominio. (XIII, 20; 1960, p. 117)
  • Qual è il primo compito di chi si dà a filosofare? Gettare via la presunzione, perché è impossibile che ci si metta a imparare ciò che si presume di sapere. (XVII, 1; 1960, p. 129)
  • Ogni abitudine e ogni capacità si mantiene e si irrobustisce con le azioni corrispondenti, quella del camminare col camminare, quella del correre col correre. Se vuoi essere bravo a leggere, leggi, a scrivere, scrivi. (XVIII, 1-2; 1960, p. 133)
  • Le proprie miserie gli uomini le ammettono, talune senza difficoltà, altre, invece, con difficoltà. (XXI, 1; 1960, p. 146)
  • Dove sono l'«io» e il «mio», lì inclina di necessità il vivente [...]. (XXII, 19; 1960, p. 151)
  • Quando hai desiderio di ascoltare un filosofo, non dirgli: «Non mi dici niente?», ma mostragli solo la capacità che hai di ascoltarlo, e vedrai come lo spingerai a parlare. (XXIV, 29; 1960, p. 163)

Libro III[modifica]

  • A te, tutto quel che hai sembra poco: a me, le mie cose, tutte, molto. Insaziabile è la tua brama, la mia s'appaga. Ai bambini che ficcano la mano in un vaso dal collo stretto e cercano di tirar su i fichi secchi, càpita lo stesso: se riempiono la mano, non riescono più a estrarla, e allora piangono. Lasciane un po' e la tirerai fuori. Anche tu, lascia qualche desiderio da parte: non bramar molto e l'otterrai. (IX, 21-22; 1960, p. 189)
  • Non tutto ciò ch'è difficile e pericoloso serve ad esercitare, ma solo ciò che è vantaggioso all'oggetto proposto ai nostri sforzi. (XII, 3; 1960, p. 193)
  • [...] l'abitudine ha una grande influenza [...]. (XII, 6; 1960, p. 193)
[...] il potere dell'abitudine è grande [...]. (2009, p. 633)
  • Uomo, se sei irascibile, esèrcitati a sopportare gli insulti, e non irritarti d'essere disprezzato. In tal modo progredirai tanto che, seppure uno ti picchia, tu stesso gli dirai: — «Supponi d'aver abbracciato una statua.» (XII, 10; 1960, p. 193)
  • [...] tollera gli insulti, perché quando agisci come la moltitudine, poni te stesso al suo livello. (XII, 12; 2009, 579)
  • Abbandono è la condizione di chi non ha risorse. Chi è solo non è per ciò stesso anche abbandonato; al contrario si può stare in mezzo a tanti ed essere nondimeno abbandonati. (XIII, 1; 1960, p. 195)
L'isolamento è lo stato di chi è senz'aiuto. In effetti, chi è solo non è per ciò stesso anche isolato, come non è detto che chi si trova in mezzo ad una folla non sia isolato. (2009, p. 641)
  • Come Zeus vive in compagnia di se stesso, pensa alla natura del suo governo ed ha pensieri degni di Lui, così anche noi dobbiamo poter discorrere con noi stessi, non aver bisogno di altri, non essere incerti sul modo di passare il tempo; dobbiamo riflettere sul governo divino, sui nostri rapporti con tutto il resto, osservare quale era in passato il nostro comportamento verso gli avvenimenti, quale è ora; quali sono le cose che ancora ci opprimono; come si possa rimediare anche a queste, come si possa eliminarle; e, se alcune cose hanno bisogno di essere affinate, affinarle secondo la loro propria natura. (XIII, 7-8; 2009, pp. 641 e 643)
  • Talvolta, per esercizio, vivi da malato, onde in altro tempo, possa vivere da sano. Non toccar cibo: bevi solo acqua: astieniti, talvolta, assolutamente dal desiderare, onde in altro tempo possa usare il desiderio in conformità a ragione. E se in conformità a ragione, qualora abbia un bene in te, giustamente lo desidererai. (XIII, 21; 1960, p. 197)
  • Uomo, se sei qualcuno, cammina da solo, parla con te stesso e non celarti in un coro. Accetta di essere talora schernito, volgi attorno lo sguardo, scuotiti per sapere chi sei. (XIV, 2-3; 2009, p. 649)
  • [...] il ragazzo nel campo della musica è senza gusto, nel campo delle lettere illetterato, nella vita ineducato. (XIX, 6; 1960, p. 205)
  • Prima di tutto, dì a te stesso chi vuoi essere: poi, in accordo con la decisione presa, fa' quel che fai. (XXIII, 1; 1960, p. 223)
  • «Ti invito a venire da me per sentire che stai male e tutto prendi a cuore eccetto quel che dovresti e ignori il bene e il male e sei misero e disgraziato.» Bell'invito! Eppure, se non producono quest'effetto le parole del filosofo sono morte e morto chi le pronuncia. (XXIII, 28; 1960, p. 227)
  • [...] questo mondo è una città sola, come pure la sostanza di cui è stato composto, e così una sola è la necessità di un movimento periodico e d'un ritirarsi di alcune cose dinanzi ad altre: queste si disperdono, quelle spuntano, queste rimangono nello stesso posto, quelle si muovono. (XXIV, 10; 1960, p. 229)

Libro IV[modifica]

  • [...] avendo ricevuto tutte le cose da un Altro e lo stesso tuo essere, ti adiri e biasimi chi te le ha date, se te ne strappa una? (I, 103; 1960, p. 259)
  • [...] non saziandovi di quel che desiderate si conquista la libertà, bensì sopprimendo il desiderio. (II, 175; 1960, p. 268)
  • Ecco la riflessione che devi avere a portata di mano quando abbandoni un oggetto esterno: che cosa ne ottieni in cambio — e se questa vale di più, non dir mai «Ci perdo» [...]. (III, 1-2; 1960, p. 270)[1]
  • [...] se le circostanze ti portano a vivere solo o con pochi, chiama allora questa tua condizione tranquillità e sappi usarne per un fine conveniente: parla con te stesso, prova le tue rappresentazioni, tieni in attività le prenozioni. Se poi càpiti in mezzo alla folla, dì allora che si tratta di una gara, di un'accolta, d'una festa, e cerca di partecipare alla festa insieme agli altri. (IV, 26; 1960, p. 275)
  • Se rallenti un po' l'attenzione, non immaginarti di poterla riprendere quando vuoi: piuttosto abbi bene in mente che per l'errore di oggi la tua condizione necessariamente peggiorerà sotto ogni altro rispetto. In primo luogo — ciò ch'è più grave di tutto — ti si attacca l'abitudine di non prestar attenzione, poi l'abitudine di differire l'attenzione, e così ti abitui a rimandar sempre d'uno in altro giorno la serenità, una condotta dignitosa, una maniera di comportarsi e di vivere conforme a natura. (XII, 1; 1960, p. 309)

Frammenti[modifica]

  • Quando si tratta di salvezza dell'anima e del rispetto per noi stessi, bisogna pur fare qualcosa senza troppo pensarci.[2] (X a; 1960, p. 323)
  • [...] se le mie cose non mi contentano, io mi contento di esse, e così anch'esse contentano me.[3] (IV; 1960, p. 323)
  • Ci sono taluni di nobile sentire che compiono garbatamente, con calma e quasi senza collera azioni che che compiono anche uomini trascinati da un'ira eccessiva. Bisogna evitare pure l'errore di costoro, giacché è molto peggio d'un violento scoppio di collera. Infatti quelli che scoppiano in collera, si saziano subito della vendetta, gli altri, invece, la prolungano per molto tempo.[4] (XII; 1960, pp. 232-24)
  • «Eppure, dice qualcuno, io vedo che gli uomini di perfetta virtù muoiono di fame e di freddo». E quelli che non sono di perfetta virtù, non vedi che muoiono per la lussuria, per l'arroganza, per l'ignoranza del bello e del buono?[5] (XIII; 1960, p. 324)
  • Quando siamo invitati ad un banchetto, prendiamo quel che c'è e se uno domandasse al padrone di casa che, invece di quello che c'è, gli venga servito del pesce o dei dolci, parrebbe uno stravagante. Tuttavia, nella vita, vogliamo dagli dei quello che non ci danno, anche se le cose che ci hanno dato sono molte. (XVII)
  • Se il medico non dà nessun consiglio, i malati se ne lamentano, perché pensano che disperi di loro. (XIX)
  • Chi ha il corpo ben disposto, resiste al caldo e al freddo; così pure chi ha l'anima in buone condizioni, sopporta l'ira, la tristezza, la grande gioia e ogni altra emozione.[6] (XX; 1960, p. 326)
  • Prima di attaccare qualcuno con veemenza e minacce, ricorda di dirti che sei un essere mite. Così non compirai nessun atto violento. e vivrai senza pentimenti e senza colpe.[7] (XXV; 1960, p. 328)
  • Nessuno è libero se non è padrone di se stesso. (XXXV)

Manuale[modifica]

Incipit[modifica]

Cesare Cassanmagnago[modifica]

Delle cose, le une sono in nostro potere, le altre non sono in nostro potere. Sono in nostro potere l'opinione, l'impulso, il desiderio, l'avversione e, in una parola, tutte quelle cose che sono nostre proprie azioni; non sono in nostro potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche e, in una parola, tutte quelle cose che non sono nostre proprie azioni: le cose in nostro potere sono per natura libere, incoercibili e prive di impedimenti, quelle che non sono in nostro potere sono deboli, schive, coercibile ed estranee. Ricorda, dunque, che se riterrai libere quelle che sono per natura schiave, e tue proprie quelle estranee, sarai impedito, ti affliggerai, sarai turbato e ti lamenterai degli Dei e degli uomini; mentre, se riterrai tuo proprio solo quel che è tuo, ed estraneo, com'è realmente, quel che è estraneo, nessuno ti costringerà mai, nessuno ti impedirà, non ti lamenterai di nessuno, non accuserai nessuno, non farai niente controvoglia, non avrai alcun nemico, nessuno ti farà danno, e neppure, in effetti, potrai subire alcun danno.

Giacomo Leopardi[modifica]

Le cose sono di due maniere; alcune in potere nostro, altre no. Sono in potere nostro l'opinione, il movimento dell'animo, l'appetizione, l'aversione, in breve tutte quelle cose che sono nostri propri atti. Non sono in poter nostro il corpo, gli averi, la riputazione, i magistrati, e in breve quelle cose che non sono nostri atti.
Le cose poste in nostro potere sono di natura libere, non possono essere impedite né attraversate. Quelle altre sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo sono cose altrui.
Ricòrdati adunque che se tu reputerai per libere quelle cose che sono di natura schiave, e per proprie quelle che sono altrui, t'interverrà di trovare quando un ostacolo, quando un altro, essere afflitto, turbato, dolerti degli uomini e degli Dei.

Enrico V. Maltese[modifica]

La realtà si divide in cose soggette al nostro potere e cose non soggette al nostro potere. In nostro potere sono il giudizio, l'impulso, il desiderio, l'avversione e, in una parola, ogni attività che sia propriamente nostra; non sono in nostro potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche pubbliche e, in una parola, ogni attività che non sia nostra. E ciò che rientra in nostro potere è per natura libero, immune da inibizioni, ostacoli, mentre quanto non vi rientra è debole, schiavo, coercibile, estraneo. Ricorda, allora, che se considererai libere le cose che per natura sono schiave, e tuo personale ciò che è estraneo, sarai impedito, soffrirai, sarai turbato, ti lamenterai degli dèi e degli uomini; se invece riterrai tuo solo ciò che è tuo, ed estraneo, come in effetti è, ciò che è estraneo, nessuno ti potrà mai coartare, nessuno ti impedirà, non ti lamenterai di nessuno, non accuserai nessuno, non ci sarà cosa che dovrai compiere contro voglia, nessuno ti danneggerà, non avrai nemici, perché non potrai patire alcun danno.

Luca Antonio Pagnini[modifica]

Di quante cose vi sono al mondo certune da noi dipendono, cert'altre no: dipendenti da noi sono l'opinione, l'appetenza, il desiderio , l'aversione, e in somma tutte quelle, che sono opere nostre. Non dipendenti da noi sono il corpo, la roba, gli onori, le dignità, e tutto ciò infine, che non è opera nostra.

Lazzaro Papi[modifica]

Alcune cose sono in poter nostro, alcune no. Sono in nostra balìa l'opinione, l'appetito, il desiderio, l'avversione, e, in una parola, tutte le azioni nostre. Non sono in nostro arbitrio il corpo, la roba, gli onori, i comandi, e, a dir breve, quanto non è nostra operazione.

Citazioni[modifica]

  • Di fronte a ogni singola cosa che ti attragga, ti si presenti utile o abbia il tuo affetto, ricorda di pronunciarti sulla sua vera natura, a cominciare dalle più piccole. Se ti piace una pentola, dirai: «mi piace una pentola»; quando andrà in frantumi non ne sarai turbato. Se baci tuo figlio o tua moglie, ripeti a te stesso che stai baciando un essere umano: la sua morte non ti turberà. (3; 2007, p. 5)
  • Gli uomini sono agitati e turbati, non dalle cose, ma dalle opinioni ch'eglino hanno delle cose. (1865, p. 219)
Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sui fatti. (5; 2007, p. 7)
  • Incolpare gli altri dei propri mali è tipico di chi non ha educazione filosofica; chi l'ha intrapresa incolpa se stesso; chi l'ha completata non incolpa né gli altri né se stesso. (5; 2007, p. 7)
  • Se un cavallo montando in superbia dicesse: io son bello; ciò sarebbe per avventura da comportare. Ma quando tu ti levi in superbia dicendo: io ho un bel cavallo; avverti che tu insuperbisci di un pregio che è del cavallo. (1865, p. 220)
  • Non devi adoperarti perché gli avvenimenti seguano il tuo desiderio, ma desiderarli così come avvengono, e la tua vita scorrerà serena. (8; 2007, p. 7)
  • La malattia si è un impaccio del corpo, ma non della disposizione dell'animo, solo che esso non voglia. (1865, p. 221)
  • Non dir mai di nessuna cosa: «l'ho perduta», ma: «l'ho restituita». (11; 2007, p. 9)
  • Meglio è morirsi di fame dopo una vita libera da travagli e timori, che vivere inquieto in grande abbondanza di ogni cosa. (1865, pp. 221-22)
  • Chi ha il potere di procurare o di togliere a un uomo ciò che questi desidera o non desidera è il suo padrone. (14, 2; 2007, p. 11)
  • Tu incomincerai dunque dalle cose picciole. Ti si versa un poco di olio? ti è rubato un poco di vino? tu dirai: a tanto si vende la tranquillità dell'animo. (1865, p. 222)
  • Se vuoi progredire, sopporta pure che le circostanze esterne ti procurino la reputazione di stolto e insensato, non cercare affatto di apparire sapiente: anzi, se ci sarà chi ti considera qualcuno, diffida di te stesso. (13; 2007, p. 9)
  • [...] questo è il tuo compito, recitare nobilmente la parte che ti è stata assegnata; quanto alla scelta di essa, questo è compito di un Altro. (17; 2009, p. 987)
  • [...] sfòrzati d'impedire che l'apparenza non ti trasporti in sul primo; che se tu otterrai un poco di tempo e d'indugio, più agevolmente ti verrà fatto di vincerti e di contenerti. (1865, p. 224)
  • Abbi tutto giorno dinanzi agli occhi la morte, l'esilio e tutte quelle altre cose che appaiono le più spaventevoli e da fuggire, e la morte massimamente; e mai non ti cadrà nell'animo un pensier vile, né ti nasceranno desiderii troppo accesi. (1865, p. 225)
  • Vuoi tu darti a filosofare? Apparécchiati insino da ora a dovere essere schernito e deriso da molti [...]. E sappi che se tu durerai nel tenore di vita incominciato, quei medesimi che a principio si avranno preso giuoco di te, in progresso di tempi cangiati ti ammireranno; laddove se per li motteggi ti perderai d'animo, tu ne guadagnerai le beffe e le risa doppie. (1865, p. 225)
  • Tu non sei stato invitato a cena dal tale. Ma né anche hai dato a lui quello a che egli vende la sua cena. Ora egli la vende a prezzo di lodi, di osservanza, di ossequi. Paga dunque il prezzo se la mercanzia fa per te. Ma se tu vuoi non pagare il prezzo e avere la merce, questa si è ingordigia e furfanteria. Forse che in cambio della cena tu non hai nulla? Sì che tu hai ben questo, che tu non hai lodato chi non volevi, che non sei stato ad aspettarlo in sull'uscio. (1865, p. 227)
  • Se qualcuno affidasse la tua persona al primo che incontra, ti adireresti; e tu che affidi la mente a chi capita, e, se questi ti insulta, la lasci cadere nel turbamento e nella confusione, non te ne vergogni? (28; 2007, p. 19)
  • Innanzi di metterti a qualsivoglia operazione, divisane teco stesso le antecedenze e le conseguenze. Altrimenti tu intraprenderai con grande animo, non pensando punto alle cose che hanno a venire, ma in progresso, nascendoti qualche difficoltà e qualche vitupero, tu ti vergognerai. (1865, p. 228)
  • Se uno ti riferisce che il tale parla male di te, invece di difenderti dalle critiche che ti vengono riportate, rispondi: «sicuramente ignorava gli altri miei difetti, perché altrimenti non avrebbe parlato solo di questi». (33, 9; 2007, p. 27)
  • [...] se a te fa piacere parlare di quello che hai rischiato, non altrettanto piacere fa agli altri ascoltare le tue avventure. (33, 14; 2007, p. 29)
  • Non istare anche a studiarti di muovere al riso; perché ciò facendo, si porta pericolo di trascorrere ai modi e all'usanza dei più; oltre che di leggeri avverrebbe che i circostanti rimetterebbono più o manco della loro riverenza verso di te. (1865, p. 235)
  • Se hai assunto un ruolo che va oltre le tue possibilità, oltre a rimediare, in quello, una brutta figura, hai trascurato il ruolo che era alla tua altezza. (37; 2007, p. 31)
  • [...] una volta superata la misura, non c'è più alcun limite. (39; 2009, p. 1011)
  • Qualora alcuno o con parole o con fatti ti offende, sovvengati che egli opera ovvero parla in quel cotal modo, stimando che di così fare ovvero parlare gli appartenga e stia bene. [...] Sicché se a lui pare il falso, esso si ha il danno e non altri, cioè a dire, il danno è di colui che s'inganna. (1865, p. 237)
  • Ogni cosa ha, per maniera di dire, due manichi: a pigliarla dall'uno, ella si sopporta, dall'altro no. (1865, pp. 237-38)
  • Queste cotali argomentazioni non reggono: io sono più ricco di te, dunque io sono da più di te; io più letterato di te, dunque io sono da più. Queste altre reggerebbero bene: io sono più ricco di te, dunque la mia roba è da più che la tua; io più letterato di te, dunque la mia dicitura val più che la tua. Ma tu non sei né roba né dicitura. (1865, p. 238)

Citazioni sul Manuale[modifica]

  • È conciso e acuto, scritto con il tono di un amico benevolo che dà consigli. (Arthur Schopenhauer)
  • La sua nobiltà precisa e senza cedimenti, la sua semplicità esente da ogni ciarlataneria me lo rendono molto più prezioso del Vangelo. Il Manuale di Epitteto è il più bello e il più liberatorio di tutti i libri. (Han Ryner)
  • Non aspettiamoci entusiasmi o lirismi: il Manuale di Epitteto sembra un'austera e geometrica capanna giapponese, costruita con dodici pali, senza mobili né cuscini né letti né tappeti né specchi. (Pietro Citati)
  • Non poche sentenze verissime, diverse considerazioni sottili, molti precetti e ricordi sommamente utili, oltre una grata semplicità e dimestichezza del dire, fanno assai prezioso e caro questo libricciuolo. (Giacomo Leopardi)

Citazioni su Epitteto[modifica]

  • Che ci guadagna Epitteto a prevedere che il suo padrone gli romperà la gamba? Gliela rompe meno per questo? Egli ha, oltre al suo male, il male della previdenza. (Jean-Jacques Rousseau)
  • Epitteto era ricco della propria povertà; Marc'Aurelio ha scelto di essere povero della propria ricchezza. (Roger Judrin)
  • Pascal vedeva in due figure, Epitteto e Montaigne, i suoi veri e propri tentatori, contro i quali aveva bisogno di difendere e assicurare sempre di nuovo il suo cristianesimo. (Friedrich Nietzsche)
  • Quello che rende supremamente interessante Epitteto non sono i dogmi ch'egli insegna e che sono quelli di tutta la sua scuola, ma è la sua figura stessa, il suo carattere, quella dottrina diventata persona: la dottrina morale di un povero, di un malato, di un solitario, di uno schiavo eroico, che fa della sua condizione umile il piedistallo della sua grandezza, e guarda in faccia la vita, e afferma energicamente la sua volontà e trova in quest'affermazione la tranquillità del suo spirito.
    Tuttavia qualche cosa gli manca. Pascal diceva che Epitteto conosce la grandezza dell'uomo, non ne conosce la debolezza. C'è troppa tensione in lui, un predominio assoluto della ragione fino a diventare innaturale: egli ha la forza in sommo grado, ma gli manca la grazia, la tenerezza, gli manca soprattutto la pietà, ch'è la grande lacuna di tutto lo stoicismo. (Giuseppe Melli)

Emil Cioran[modifica]

  • Che modestia negli Antichi! Epitteto dice della Provvidenza: «Non ha potuto fare di meglio». Quale teologo cristiano avrebbe avuto l'onestà di dire la stessa cosa del suo dio?
  • Epitteto e Montaigne sono prolissi, soprattutto il primo.
  • I due maggiori saggi dell'Antichità al tramonto: Epitteto e Marco Aurelio, uno schiavo e un imperatore.

Note[modifica]

  1. Cfr. IX, 1-3 (1960, p. 299): «Quando vedi uno che è magistrato, opponi, per parte tua, che sai fare a meno delle magistrature: quando vedi un altro ricco, guarda quel che possiedi in vece delle ricchezze. Perché se non hai niente in cambio, sei un infelice: ma se hai la capacità di non aver bisogno delle ricchezze, sappi che hai qualcosa molto maggiore di lui e di molto maggior valore. Uno ha una moglie avvenente: tu sai reprimere il desiderio d'una moglie avvenente. Ti sembra poco?»
  2. Arnobius, Adversus Gentes, 2, 78.
  3. Stobaeus, IV, 33, 28.
  4. Stobaeus, III, 20, 47.
  5. Stobaeus, I, 3, 50.
  6. Stobaeus, III, 4, 93.
  7. Stobaeus, III, 20, 67.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]