Sandro Viola

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Alessandro Bonaventura Viola (1931 – 2012), giornalista italiano.

Citazioni[modifica]

  • Il problema curdo è diverso da quello delle altre minoranze, perché i curdi rappresentano più di un quarto della popolazione irakena: essi sono cioè una minoranza per modo di dire.[1]
  • La ribellione curda non è solo il problema-chiave irakeno, l'elemento che più di ogni altro rende instabile, così sdrucciolevole, la situazione politica del Paese. Essa rappresenta anche uno dei nodi più stretti dell'aggrovigliata matassa del Medio Oriente, al punto da condizionare in modo diretto la crisi arabo-israeliana.[2]
  • Il problema numero uno del Portogallo resta quello della guerra in Africa: 150.000 uomini che da otto anni, spendono ogni anno il 40 per cento del bilancio nazionale, combattono contro i movimenti di liberazione dell'Angola, del Mosambico e della Guinea.[3]
  • Se non ci fosse Barzani, il fronte orientale degli israeliani sarebbe assai più pericoloso di quanto non è oggi. Se non ci fosse, i colpi di Stato in Irak non avverrebbero, come avvengono, con tanta facilità.[2]
  • Barzani è un uomo sui sessantacinque anni, tozzo, la pelle cotta dal sole, i gesti e la voce autoritari. Fuma incessantemente infilando le sigarette in un lungo bocchino di legno aromatico, la mano sinistra poggiata sull'impugnatura di corno del pugnale che porta alla cintola. Qui, sulle montagne, è tutto: presidente del partito (il pdk che nel resto dell'Irak è clandestino), primo segretario del Comitato centrale, presidente del Consiglio della rivoluzione, Comandante in capo delle forze armate. L'interprete avverte che bisogna chiamarlo generale.[2]
  • Praticamente tutti i regimi africani non hanno, poiché mancano di strutture, una base popolare: il consenso politico riguarda solo le élites dirigenti e il distacco tra queste élites e le masse resta totale. Alla fragilità strutturale si aggiunge quasi ovunque la lacerazione del tribalismo, il sovrapporsi delle antiche rivalità di gruppo a quelle politiche. Questa fase sembra inevitabile in Paesi la cui fisionomia geografica, etnica e politica è casuale (usicta com'è dai calcoli contorti delle ex potenze coloniali) e nei quali gli adulti in grado di leggere e scrivere sono tuttora una piccola minoranza.[4]
  • La Guinea paga col marasma di oggi il prezzo d'un'indipendenza che è stata assai più tormentata delle altre indipendenze africane. Il no di Sekou Touré alla Comunità franco-africana nel '58 (con tutti i vantaggi che ne sarebbero derivati per la Guinea) è l'inizio d'un cammino difficile, disseminato di errori, ma di cui è giusto tenere presenti le ragioni ideologiche. Queste ragioni erano l'indipendenza totale, l'opzione socialista, il rifiuto d'uno sviluppo economico integrato agli interessi occidentali.[4]
  • La delazione, la repressione, la tortura sono i fondamenti del regime di Conakry. Basta che un guineano scriva una lettera all'estero, indirizzata a un nome europeo, perché venga chiamato alla polizia, interrogato e magari messo in prigione. Figurarsi che cosa può accadere a chi sia sospettato d'opposizione al regime.[4]
  • [Sulla guerra di liberazione bengalese] Dopo la Nigeria, il Pakistan. La seconda guerra civile scoppiata all'interno del Commonwealth si presenta già, in queste prime ore, non meno terribile e sanguinosa.[5]
  • Le radici del conflitto sono tipiche del mondo uscito dalla decolonizzazione: confini arbitrari improvvisati dall'ex potenza coloniale, gravissime crisi economiche, mancanza di vere strutture politiche e sociali. Nel caso specifico del Pakistan c'era poi il problema dei rapporti tra i due tronconi in cui il Paese è diviso e che distano 1700 chilometri l'uno dall'altro.[5]
  • Bhutto [...] è noto per nutrire sentimenti profondamente anti-indiani. «Indian dogs», i cani indiani, è una delle espressioni che questo intellettuale di bollente oratoria ha usato molte volte per parlare della classe dirigente di New Delhi.[6]
  • [Sull'Estado Novo] Proprio non riesco a capire le misteriose ragioni, la capziosità di chi vuole negare che il Portogallo fosse allora un paese fascista. Bastava dare un' occhiata nelle librerie, sfogliare un giornale, rasentare in un salotto, o a pranzo da Tavares e all'Aviz la coorte dei gerarchi e profittatori del regime. E la sensazione che se ne ricavava era la stessa che nella Spagna di quegli anni o nell'Italia di venticinque anni prima: il cattivo odore del fascismo. Quel che è certo, è che gli oppositori di Salazar erano ben altro che un gruppo sparuto di letterati senza successo. Gli amici che avevo allora a Lisbona, Mario Soares, Raul Rego, Fernando Sousa Tavares, Urbano Tavares e tanti altri, non scrivevano inutili poesie. Tentavano di campare con le loro professioni di avvocati, giornalisti, ma senza molto riuscirci perché ogni tanto finivano in galera, o al confino in un'isola dell'Atlantico, o addirittura in esilio. E quando non era la galera o il confino, erano comunque le visite della Pide in piena notte, le perquisizioni, le intimidiazioni, il terrore dei familiari.[7]

Da L'agonia di Salazar paralizza il Portogallo

La Stampa, 19 settembre 1968

  • Nessuno parla del «dopo Salazar». Non si parla neppure nei caffè del Chado e del Rossio, i luoghi di ritrovo della borghesia liberale, dove Salazar aveva sempre tollerato (limitandosi a infittire le reti dei confidenti della polizia, i «bufos») che si raccontassero le storielle contro il regime e si facesse qualche critica. Dopo aver detto per anni che il futuro del Portogallo, un futuro migliore del presente, era legato all'evento biologico della morte di Salazar, gli «avocados» e gli intellettuali sembrano spaventati che l'evento sia ormai così vicino.
  • «I Paesi felici», aveva detto un giorno Antonio Oliveira de Salazar, «non hanno storia». Salazar si riferiva al Portogallo, e certo esagerava perché è difficile, molto difficile, poter definire il Portogallo un Paese felice. Il trentacinque per cento della popolazione è analfabeta, il reddito annuale pro capite è di centoquarantacinquemila lire, forse il più basso d'Europa. Ma lì dove aveva ragione era quell'affermare che il Portogallo non ha avuto in questi decenni, e non ha ora, «storia». La sua storia è ferma a quel giorno del 1929 in cui i militari al potere, incapaci di venire a capo della crisi economica che minacciava il Paese, richiamarono a Lisbona il giovane professore dell'Università di Coimbra Oliveira Salazar.
  • Gli anni della formazione (il seminario dei Gesuiti, dove prende gli ordini minori), le abitudini di vita (niente fumo, neinte alcool, pasti a base di uova), la misoginia. Erano questi gli elementi che influivano sulla sua visione del mondo, una visione apocalittica, paurosa, in cui tutto gli sembrava andare verso l'abisso, mentre nessuno, o quasi nessuno, credeva più alle cose in cui credeva lui: la missione civilizzatrice dell'Occidente in un universo barbaro, il Portogallo ultima diga contro l'ateismo e il comunismo, le élites, l'autorità.

Da "Squadroni della morte" in Brasile

La Stampa, 27 luglio 1969

  • A cinque anni dall'ascesa al potere dei militari, la cronaca brasiliana appare sanguinosa. Bombe, raffiche di mitra, incendi di stazioni televisive, rapine alle banche, furti d'armi nelle caserme. Da destra, da sinistra. Le bombe all'Università di Rio vengono da destra, come le raffiche contro l'arcivescovado di Recife, come gli attentati contro i leaders studenteschi: le bombe ai giornali legati al regime, gli incendi delle stazioni televisive, ma soprattutto le rapine alle banche e i furti d'armi, vengono da sinistra.
  • «Il Brasile - dicono gli oppositori - ha avuto il ciclo dello zucchero, quello dell'oro, quello del caffè: ora ha quello delle polizie».
  • Il Brasile ha un volto violento, dunque, né potrebbe essere altrimenti: perché è proprio dal di dentro del regime, nell'ambito delle forze che lo sostengono, che scaturisce la violenza.

Da Il Brasile dei marescialli

La Stampa, 5 agosto 1969

  • La serie degli atti istituzionali promulgati dal '64 in poi - la «Lei de segurança» (paragonata in un documento del Consiglio episcopale latino-americano alle leggi della Germania nazista), che fa decadere dai diritti civili chiunque sia appena sospetto di attività contro lo Stato; la sottomissione del potere giudiziario; l'attività frenetica dei tribunali militari; una censura tanto rozza quanto implacabile - consentono alla «oficialidade» il controllo integrale del Paese. Un intreccio fitto e virulento di polizie civili e militari fornisce i mezzi con cui tale controllo viene esercitato.
  • Se all'apparenza il potere dei militari si presenta come un monolito, a un esame più attento esso mostra qualche crepa. Quella che si rileva immediatamente è la labilità, o meglio l'assenza, dei supporti ideologici. Presentatasi già nel '64 (quando rovesciò il governo legale di Goulart) con un «messaggio» alquanto sommario, la classe degli ufficiali non è riuscita ad allargare né a rinnovare i contenuti della rivoluzione: siamo ancora a un moralismo da middle class, assai simile a quello cui ci hanno abituato i colonnelli greci, e a un anticomunismo verboso e visionario.
  • Il sociologo chiamato a definire il «modello» di società del Brasile d'oggi si troverebbe in gravi difficoltà. Il solo connotato chiaro è di tipo fascista, vale a dire un programma di sviluppo economico da realizzare senza che intervengano modifiche nell'ordine sociale; per il resto, buio completo. La conseguenza è che il regime naviga tra i compromessi, e che tali compromessi stanno diventando ogni giorno più difficili.

Note[modifica]

  1. Da Tra i curdi ribelli a Bagdad, La Stampa, 15 agosto 1968
  2. a b c Da Incontro con il capo dei curdi nello Stato «ribelle» a Bagdad, La Stampa, 18 agosto 1968
  3. Da Come ai tempi di Salazar, La Stampa, 24 ottobre 1969
  4. a b c Da Guinea, 12 anni di complotti, La Stampa, 2 febbraio 1971
  5. a b Da Perché la guerra in Pakistan, La Stampa, 28 marzo 1971
  6. Da Deposto il presidente Yahya del Pakistan. Data alle fiamme la sua casa a Peshawar, La Stampa, 21 dicembre 1971
  7. Da Lisbona bella e perduta, La repubblica, 12 luglio 1991

Altri proggetti[modifica]