Alexandre Koyré

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Alexandre Koyré

Aleksandr Vladimirović Kojre, francesizzato in Alexandre Koyré (1892 – 1964), storico della scienza e filosofo francese di origine russa.

  • [...] fare della fisica nel nostro senso del termine [...] vuol dire applicare al reale le nozioni rigide, esatte e precise della matematica e, in primo luogo, della geometria. Impresa paradossale, se mai ve ne furono, poiché la realtà, quella della vita quotidiana in mezzo alla quale viviamo e stiamo, non è matematica. [...] Ne risulta che volere applicare la matematica allo studio della natura è commettere un errore e un controsenso. Nella natura non ci sono cerchi, ellissi, linee rette. È ridicolo voler misurare con esattezza le dimensioni di un essere naturale: il cavallo è senza dubbio più grande del cane e più piccolo dell'elefante, ma né il cane, né il cavallo, né l'elefante hanno dimensioni strettamente e rigidamente determinate: c'è dovunque un margine di imprecisione, di "giuoco", di "più o meno", di "pressappoco". [...] Ora è attraverso lo strumento di misura che l'idea dell'esattezza prende possesso di questo mondo e che il mondo della precisione arriva a sostituirsi al mondo del "pressappoco". (da Dal mondo del pressappoco all'universo della precisione, Torino, 1967)
  • Io sono profondamente influenzato da Husserl, probabilmente appresi da lui, che non aveva grandi conoscenze di storia, l'approccio positivo a essa, il suo interesse per l'oggettivismo del pensiero greco e medioevale, per il contributo intuitivo della dialettica apparentemente solo concettuale, per la costruzione storica e ideale dei sistemi di ontologia. (citato in Paolo Guidera, Introduzione a Alexandre Koyré, Lezioni su Cartesio)
  • Non è dal lavoro che nasce la civiltà: essa nasce dal tempo libero e dal gioco. (citato in Domenico De Masi, Il Futuro del Lavoro)

Studi galileiani[modifica]

  • Vediamo bene: il movimento si emancipa; il Cosmo si disgrega; lo spazio si geometrizza. Siamo sulla strada che conduce al principio d'inerzia. Tuttavia non ci siamo ancora, ne siamo in realtà ancora molto distanti. Cosí distanti, che per arrivarci dovremo abbandonare per strada e la nozione del movimento-effetto e la distinzione dei moti in «naturali»» e «violenti» e la nozione e il nome stesso di «luogo». Strada lunga e difficile, che lo stesso Galileo non ha interamente percorsa. (cap. I, All'alba della scienza classica, 4, p. 69)
  • Testo curioso, che fa vedere bene come – senza dubbio sotto l'influenza di Copernico – si operi, nello spirito di Galileo, una graduale trasformazione. Il centro dell'Universo è sempre là, ma la sfera del Cosmo si espande, diviene indefinita, perde, per cosí dire, la sua circonferenza. Basterebbe che divenisse infinita perché, nello spazio ormai omogeneo, sparisse ogni traccia dell'antico Cosmo, perché svanissero ogni «luogo» e ogni direzione privilegiati. Basterebbe certo, ma quale sforzo intellettuale richiede questo «basterebbe»! Galileo non compie l'ultimo decisivo passo. Solo Bruno – che non era né astronomo, né fisico – ha potuto compierlo.[1] (cap. I, 4, p. 71)
  • Un piano assolutamente liscio, una sfera assolutamente sferica, ambedue assolutamente incorruttibili: non sono cose che si trovano nella realtà fisica. Non sono concetti che si deducono dall'esperienza: sono invece concetti che si presuppone possa avere la realtà fisica. Perciò non c'è da meravigliarsi che la realtà dell'«esperienza» non possa concordare interamente con la deduzione Ciononostante la ragione sta dalla parte di quest'ultima. La deduzione e i suoi concetti «fittizi» ci permettono di comprendere e di spiegare la natura, di porle delle domande, d'interpretarne le sue risposte. Di fronte all'empirismo astrattivo, Galileo rivendica il superiore diritto del matematismo platonico. (cap. I, 4, p. 74)
  • Lo storico-agiografo ha, senza dubbio, ragione. Quello che interessa alla posterità è effettivamente la vittoria, la scoperta, l'invenzione. Tuttavia, per lo storico del pensiero scientifico, almeno per lo storico filosofo, l'insuccesso, l'errore, tanto piú l'errore di un Galileo, di un Descartes, sono qualche volta preziosi quanto i loro, successi. Lo sono anzi, forse, di piú. Sono, infatti, assai istruttivi. Ci permettono – talvolta – di cogliere e di comprendere il cammino segreto del loro pensiero. (cap. II, La legge della caduta dei corpi (Descartes e Galileo), introduzione, p. 81)
  • Ciò che Galileo cerca non è una formula in qualche modo descrittiva, formula che gli permetterebbe di calcolare le grandezze osservabili e misurabili del fenomeno della caduta – i suoi «accidenti» – velocità, spazio percorso dal mobile, ecc. Ma proprio il contrario; Galileo è già in possesso di una tale formula [...]. Egli cerca tuttavia qualcosa di piú; ciò che cerca non è il legame logico o matematico che unisce queste due proposizioni – questo legame evidentemente lo conosce – ma un «principio» fondamentale ed evidente che permetta di dedurre o, come dice Galileo, di «dimostrare» gli «accidenti» del moto della caduta. Si potrebbe concludere, estendendo a Galileo il detto di un fisico moderno, che egli non ha alcuna fiducia in un'osservazione non verificata teoricamente. L'epistemologia galileiana non è positivista. È archimedea. (cap. II, 1, p. 83)
  • Non bisogna dimenticare, inoltre, che un pensiero – in generale e nelle epoche di transizione in particolare – può anche essere oscuro e confuso senza essere per questo privo di qualsiasi valore: Ma, al contrario, come ha dichiarato con forza Duhem e come ha ammirevolmente dimostrato Emile Meyerson, proprio nell'oscuro e nel confuso progredisce il pensiero. Il pensiero avanza dall'oscuro al chiaro e non va dal chiaro al chiaro, come voleva Descartes. (cap. II, 1, p. 88)
  • Il processo da cui è nata la fisica classica consiste nello sforzo di razionalizzare, in altre parole di geometrizzare lo spazio e di matematizzare le leggi della natura. Si tratta, in verità, del medesimo sforzo, giacché geometrizzare lo spazio non vuol dire altro che applicare al movimento le leggi geometriche. E come – prima di Descartes – si sarebbe potuto matematizzare qualcosa senza geometrizzarla?
    Inoltre, come abbiamo già ricordato, è piú «naturale», piú «facile», immaginare nello spazio che pensare nel tempo. (cap. II, 1, p. 94)
  • Ora, se ci è permesso, in effetti, di attribuire alle nostre nozioni definizioni arbitrarie, è anche necessario – ed è la lezione che ci darà Galileo – sforzarsi di conoscere l'essenza dei fenomeni nella natura. Vale a dire, ci è vietato trascurare le cause e omettere il tempo. (cap. II, 2, p. 114)
  • Non si possono isolare i fenomeni. Non si può dunque fare della fisica «astratta», come quella di Galileo. L'astrazione che trascura le complicazioni del caso concreto, reale, è completamente legittima nel mondo di Galileo: un mondo archimedeo. Essa gli permette di dedurre il caso semplice, il caso ideale, partendo dal quale è in condizione di spiegare il caso concreto e complesso. Ma Descartes non può fare che una fisica concreta. L'astrazione galileiana non lo condurrebbe al caso semplice: essa lo condurrebbe piuttosto al caso impensabile. Per fare qualcosa di analogo a ciò che fa Galileo, avrebbe dovuto prendere in esame non il caso semplice, ma il caso generale. E ciò, lo studio del movimento di un corpo all'interno di un liquido perfetto, è di gran lunga superiore ai suoi mezzi matematici. Descartes lo conferma affermando che oltrepassa le possibilità della conoscenza umana. Lo studio sperimentale è ugualmente impossibile. Come misurare, infatti, il dato principale del problema, la velocità del movimento della materia sottile?
    In tal modo, cosa infinitamente curiosa, Descartes, che non era riuscito a dedurre l'esatta legge della caduta perché non aveva capito la nuova concezione del movimento che gli proponeva Beeckman, e che non aveva saputo far coincidere lo studio fisico (causale) del fenomeno della caduta con la sua analisi matematica, rinuncia proprio nel momento in cui, avendo chiarito appieno l'idea del movimento, arriva a formulare il principio fondamentale della scienza moderna, il principio d'inerzia! Il fatto è che, anche in questo caso, egli non ha saputo mantenersi nei giusti limiti: identificando l'estensione e la materia, ha sostituito alla fisica la geometria. Ancora una volta dunque, geometrizzazione a oltranza. Soppressione del tempo. È la ragione per cui la fisica delle idee evidenti, la fisica che costituí una rivincita di Platone, si conclude con una sconfitta. Una sconfitta analoga a quella di Platone. (cap. II, 2, pp. 135 sg.)
  • E nondimeno, è proprio Galileo che è nel vero. Perché, come siamo venuti dicendo, egli non cerca affatto nei dati sperimentali il fondamento della sua teoria; sa bene che è impossibile. E sa anche che l'esperienza, come pure la sperimentazione, eseguita nelle condizioni concrete – nell'aria e non nel vuoto, su una tavola levigata e non su un piano geometrico, ecc. – non può dare i risultati previsti dall'analisi del caso astratto. Cosí non gli passa neppure per la mente di esigerlo. Il caso astratto è un caso supposto e l'esperienza deve confermare che questa supposizione è giusta, nel limite delle sue possibilità, o, meglio, nel limite della nostra possibilità. Perché, come si è detto recentemente: «a che pro cercare il quinto decimale, quando già il secondo non ha nessun senso?».[2] (cap. II, 3, p. 156)
  • Il pensiero, o se si preferisce, l'atteggiamento mentale di Galileo sensibilmente diverso da quello di Descartes. Quello di Galileo non è puramente matematico: è fisico-matematico. Galileo non formula delle ipotesi sui modi possibili del moto accelerato: ciò che egli cerca, è il modo reale, il modo di cui si serve la natura. Galileo non parte, come Descartes, da un meccanismo causale, per tradurlo in seguito in un rapporto puramente geometrico, o anche, per sostituirvi un tale rapporto. Egli muove dall'idea – indubbiamente precostituita, ma che fornisce la base alla sua filosofia della natura – che le leggi della natura sono delle leggi matematiche. Il reale incarna il matematico. In tal modo non è presente, in Galileo, uno scarto tra l'esperienza e la teoria; la teoria, la formula, non si applica ai fenomeni dall'esterno, non «salva» questi fenomeni, ma ne esprime l'essenza. La natura non risponde che alle domande poste in linguaggio matematico, giacché la natura è il regno della misura e dell'ordine. E se l'esperienza guida così «come per la mano» il ragionamento, ciò avviene perché, nell'esperienza ben diretta, vale a dire a una domanda ben posta, la natura rivela la sua essenza profonda che solo l'intelletto, d'altronde, è capace di comprendere. (cap. II, Conclusione, pp. 156 sg.)
  • Galileo non sa come si produce, né come – sotto l'influenza di quale forza – si produce l'accelerazione. Non piú di Descartes, potrà, in effetti, trarre profitto dall'opera di Gilbert e fare uso di una nozione – quella d'attrazione – oscura, una nozione che egli non è capace di matematizzare. Checché se ne dica, il movimento è un fenomeno reale, un fenomeno che la natura produce realmente, il che significa: qualcosa che si produce nel tempo. (ibidem, p. 157)
  • Si rimane confusi di fronte all'ardimento, e al radicalismo, del pensiero di Bruno, che opera una trasformazione – vera e propria rivoluzione – dell'immagine tradizionale del mondo e della realtà fisica. Infinità dell'Universo, unità della natura, geometrizzazione dello spazio, negazione del luogo, relatività del movimento: siamo quasi a Newton. Il Cosmo medievale è distrutto; si può dire che è svanito nel vuoto, trascinando con sé la fisica di Aristotele e lasciando libero lo spazio per una «nuova scienza» che Bruno, nondimeno, non potrà fondare. [...] Perché alla fisica di Aristotele non, è sufficiente opporre una metafisica, occorre anche opporle un'altra fisica. Senza dubbio, solo da una nuova metafisica può uscire la nuova fisica; ma la metafisica di Bruno, animista e antimatematica, non può farla scaturire: egli è dunque costretto ad, attenersi all'antica fisica parigina (la dinamica dell'impetus); a quella di Copernico. (cap. III, Galileo e la sua legge d'inerzia, Il problema fisico del copernicanesimo, 2, p. 182)
  • Spiegazione del reale assumendo come base di partenza l'impossibile. Curioso modo di procedere del pensiero! Procedimento paradossale quanti altri mai, procedimento che chiameremo archimedeo, o meglio platonico: spiegazione, o meglio ricostruzione del reale empirico partendo da un reale ideale. Modo di procedere paradossale, difficile e rischioso; e l'esempio di Galíleo e di Descartes ci farà immediatamente constatare la sua contraddizione essenziale: necessità di una conversione totale, di una sostituzione radicale di un mondo matematico, platonico, alla realtà empirica – poiché solo in questo mondo valgono e si realizzano le leggi ideali della fisica classica – e impossibilità di questa sostituzione totale che farebbe scomparire la realtà empirica invece di spiegarla, e che, invece di risolvere i fenomeni, farebbe apparire fra la realtà empirica e la realtà ideale il baratro mortale del fatto non spiegato. Ora, fin da Pisa, l'archimedismo galileiano si scontra con il fatto. (cap. III, Il Dialogo sopra i massimi sistemi e la polemica antiaristotelica, p. 210)
  • In linea di principio, il carattere privilegiato del moto circolare è energicamente combattuto: è il movimento in quanto tale che si conserva, e non il moto circolare. In linea di principio. Ma, in realtà, il Dialogo non si spinge oltre. E checché se ne sia detto, non giungiamo mai, né mai giunteremo, fino al principio d'inerzia. Mai, nei Discorsi come nel Dialogo, Galileo affermerà la conservazione del moto rettilineo. Ciò per la semplice ragione che un tale movimento rettilineo dei gravi è una cosa impossibile e che – per Galileo – dei corpi non gravi tesserebbero di essere corpi e non potrebbero muoversi affatto. (ibidem, pp. 243 sg.)
  • La gravità, per quanto non sia una nozione chiara, matematica, e non designi una qualità essenziale del corpo, non può essere trascurata dalla fisica, scienza del movimento e della quiete. Come potrebbe esserlo? I corpi della fisica matematica, i corpi galileiani, o per chiamarli con il loro vero nome, i corpi archimedei, non sono altro che «corpi» geometrici, euclidei, dotati di gravità. In altri termini, la gravità è la sola proprietà «fisica» che posseggono.
    I corpi «fisici» archimedei sono dunque gravi, in qualche modo, per definizione. Ed è per ciò che sono dei «mobili», cosa che non sono affatto i corpi geometrici. Cosí cadono e posseggono una tendenza naturale a muoversi verso il basso – cosa che non fanno in nessun modo i corpi geometrici.
    La gravità appare dunque collegata al movimento; o, se si preferisce, il movimento – senza il quale non c'è fisica – appare collegato al fatto della gravità. Proprio ciò, il profondo archimedismo del pensiero di Galileo – archimedismo sul quale abbiamo già insistito – con il suo realismo spiega, meglio ancora dell'influenza inconscia dell'esperienza, l'impossibilità, per Galileo, di formulare correttamente il principio d'inerzia. (cap. III, La fisica di Galileo, pp. 250 sg.)
  • Orbene, è proprio quello che Galileo non fa. E non può fare, perché egli – per esprimerci in termini moderni – confonde la gravità con la massa. Ed è per questo che la gravità, per lui, non è una «forza» che agisce sul corpo, ma è qualcosa di cui il corpo è «dotato», qualcosa che appartiene al corpo stesso. In tal modo essa non subisce nessuna variazione né nel tempo, né nello spazio. Galileo può ben – seguendo Archimede – astrarre, o far astrazione, della realtà e trascurare la direzione reale che prende la gravità sulla terra (cosa che, d'altra parte, gli rimprovereranno, unanimemente, Simplicio e Sagredo); può, per giustificare questo procedimento presentarci il suo mondo archimedei come una prima approssimazione (nella qual cosa ha ragione, e anche doppiamente ragione: la legge archimedea della caduta è un'approssimazione della legge reale, più complessa; e il mondo archimedeo è, partendo dal mondo geometrico, una prima approssimazione del mondo fisico), ma non può spingere l'«astrazione» oltre, e ciò perché la gravità, come abbiamo visto tante e tante volte, è una proprietà costitutiva del corpo fisico.
    La fisica di Galileo spiega ciò che è con ciò che non è. Descartes e Newton vanno piú lontano: le loro teorie fisiche spiegano ciò che è con ciò che non può essere; spiegano il. reale con l'impossibile. Galileo, abbiamo visto, non lo fa. Non gliene facciamo tuttavia una colpa. In realtà, questo impossibile, vale a dire il moto inerziale in linea retta, è in qualche modo meno impossibile per Newton o Descartes di quanto non lo sia per Galileo. O, se si preferisce, l'impossibilità di questo movimento non è la stessa. Non ha la stessa struttura. (ibidem, p. 282 sg.)
  • Il platonico risponde – come abbiamo visto fare Galileo – che le leggi matematiche sono, per la realtà fisica, delle leggi approssimate. Ciò può sostenersi, se si ammette – e nella misura in cui lo si fa – che gli esseri fisici «imitano» e «approssimano» gli esseri geometrici; vale a dire se si è già platonici e se si ammette che il reale è matematico nella sua intima essenza; ma non basta. Perché noi non abbiamo alcuna possibilità di determinare il grado di approssimazione, o, se si preferisce, di differenziazione, tra le forme geometriche e le figure reali [...]: infatti, il reale, non solo non è regolare, ma è impreciso. Appunto per questo non può esserci scienza che del generale e l'individuale non può essere oggetto di una conoscenza scientifica [...]. (cap. III, Conclusione, p. 289)
  • La forma geometrica è omogenea alla materia: ecco perché le leggi geometriche hanno un valore reale, e dominano la fisica. Ecco perché, come, in un passo giustamente famoso del Saggiatore, dice Galileo, la natura parla con linguaggio matematico, un linguaggio le cui lettere e le cui sillabe sono triangoli, cerchi e rette. Perciò è in questo linguaggio che bisogna porre le domande: la teoria matematica precede l'esperienza.
    Questa concezione implica, com'è ovvio, una concezione completamente nuova della materia: questa non, sarà piú sostrato del divenire e della qualità ma, al contrario, sostrato dell'essere inalterabile ed eterno. Si potrebbe dire che la materia terrestre è ormai promossa al rango di quella celeste. Cosí abbiamo visto la nuova scienza – fisica geometrica, geometria fisica – nascere nei cieli, per discenderne alla terra, e risalire ai cieli. (ibidem, pp. 290 sg.)
  • Il Dialogo — e i Discorsi –, rappresentano la storia di un'esperienza spirituale; una storia concludente, giacché finisce con la confessione-rimpianto di Simplicio: confessione della necessità dello studio delle matematiche e rimpianto di non averlo fatto. Il Dialogo e i Discorsi ci offrono la storia della scoperta, o meglio, della riscoperta del linguaggio che parla la natura e ci insegnano il modo con cui bisogna porre le domande: la teoria della vera esperienza, dove la formulazione dei «postulati» e la deduzione delle loro conseguenze precedono il ricorso all'osservazione. Anche questo, è una prova di fatto: una prova sperimentale del platonismo. (ibidem, p. 295)
  • E tuttavia, l'innatismo cartesiano non è forse il remoto risultato della reminiscenza platonica? L'estensione cartesiana non ci riporta alla χώρα di Platone? La loro idea della scienza non è la stessa? E nel famoso e giustamente celebre passo del Discours nel quale Descartes respinge la concezione scolastica delle matematiche – scienza che serve solo alle arti meccaniche – non si ricollega, con ciò stesso, alla tradizione platonizzante che, attraverso Clavio, era giunta fino a lui? E, infine, dal punto di vista che qui c'interessa, proclamando il predominio delle matematiche in fisica, e anzi la possibilità di ridurre quest'ultima alle prime, non si situa, fin dall'inizio, nel campo dei platonici?
    Ma come, questo nuovo platonismo, è lontano dall'antico! Perché in realtà, se, grazie a Descartes, possiamo ormai intendere lo spazio con un atto di pura intelligenza e non piú con una conoscenza ibrida e sostituire cosí il mito con la scienza, se, grazie a Galileo, il movimento si trova ormai sottomesso alla legge del numero, in cambio, questo spazio e questo numero hanno perso il valore cosmico che avevano, che potevano avere per Platone.
    La scienza galileiana, la scienza cartesiana ha vinto. Ma mai vittoria è stata piú caramente pagata. (ibidem, p. 298)
  • È chiaro: per il democriteo Gassendi, non c'è niente di piú facile che immaginare un Universo, o almeno uno spazio, illimitato e vuoto; e, liberato da Gilbert e Keplero dall'assillo della pesantezza, niente gli impedisce di immaginare in questo spazio vuoto un corpo reale che si muova senza fine in linea retta, senza accelerare, né rallentare, il proprio movimento. (p. 321)
  • Il movimento cartesiano non è dunque in nessun modo un processo, ma piuttosto una qualità o uno stato. E l'identificazione, fatta a bella posta da Descartes, tra lo stato ontologico del moto e quello della quiete – punto estremamente importante e sul quale ci accingiamo a ritornare – è sufficiente a spiegare perché, nel nuovo mondo edificato da Descartes, la conservazione e la continuazione indefinita del movimento non ha bisogno di causa piú di quanto quella della quiete ne avesse nell'antico «mondo». (Appendice, L'eliminazione della pesantezza, B, 1, p. 329)
  • Senza dubbio. Ciò che rende oscura la nozione del movimento è proprio la sua connessione con quella del tempo. E si capisce anche bene che quei filosofi che hanno studiato il movimento nel tempo, non abbiano potuto definirlo che in un modo assai oscuro. E si capisce che Descartes, avendo, dal suo movimento, eliminato il tempo e sostituito il divenire con l'essere, non vi trovi piú tracce di tale oscurità. (ibidem, p. 339)
  • Bisogna dunque – poiché secondo Descartes, la quiete possiede tanta realtà quanto il moto – non considerare piú la quiete come uno stato puramente negativo, come un'assenza di moto, movimento infinitamente lento, ecc., ecc., ma piuttosto come uno stato che possiede una realtà, una capacità di azione e di reazione positiva. Non basta dunque dire che un corpo in quiete possiede una quantità di moto uguale a zero. Bisogna dire, in aggiunta, che egli possiede una certa quantità di quiete. Appunto in virtú di questa «quantità di quiete» che posseggono i corpi resistono e si oppongono alla loro «messa in movimento».
    Il movimento, nella fisica cartesiana, è il principio di separazione. La quiete, al contrario, è quello di unione e di coesione. È anzi il solo principio di coesione di questa fisica. Due parti che «si trovano in reciproco contatto», o anche che, semplicemente, sono in quiete una in rapporto all'altra, sono da questo stesso fatto anche unite [...]. (ivi, B, 2, p. 348)
  • Curiosa e bizzarra concezione! Certo. E anzi, se si vuole, infelice, poiché conduce Descartes all'errore, e la fisica cartesiana a un punto morto. E tuttavia, come, anche nell'errore, la grandezza cartesiana rimane integra! Giacché la concezione cartesiana è una conseguenza logicamente inevitabile del peccato originale – ma quanto fecondo! – del cartesianesimo: della geometrizzazione ad oltranza. E solo al prezzo di una incoerenza – peccato infinitamente grave per un filosofo – Descartes avrebbe potuto evitare di cadere nell'errore.
    Il movimento dei geometri – abbiamo visto – non è un movimento reale; e i «corpi» che anima non sono reali, non piú. Rigorosamente parlando, non sono piú in «quiete» di quanto non siano «in movimento». In ciò sta la ragione ultima per cui, creando il suo mondo, vale a dire dando un essere reale allo spazio euclideo, il Dio di Descartes è stato obbligato a crearvi tanta quiete quanto movimento vi creava. (ibidem, p. 350)

Lezioni su Cartesio[modifica]

Incipit[modifica]

Il mondo incerto
Tre secoli – e quali secoli! – ci separano da Cartesio e dal Discorso sul metodo. Tre secoli sono molto lunghi; lunghi per la storia; per la scienza, per la tecnica. Molto lunghi per la vita. Troppo poco per il pensiero filosofico.
La filosofia, ammettiamolo pure, fa pochi "progressi". Essa si occupa di cose semplici, semplicissime. Essa si occupa dell'essere, della conoscenza, dell'uomo.Cose semplici e sempre attuali. Così le risposte date dai grandi filosofi a domande semplici rimangono valide per secoli e anche per migliaia di anni. L' attualità filosofica si estende quanto la filosofia stessa. E forse non c'è oggi pensiero filosofico più attuale, se si esclude il pensiero di Platone, di quello di Cartesio.
Tutti conoscono il Discorso: tutti lo abbiamo letto. La nostra memoria è piena delle due frasi affascinanti, piene di ironia e di saggezza. Piene anche di "buon senso" che, piaccia o no a Cartesio, o meglio, conformemente a Cartesio, che è la cosa più rara e preziosa del mondo.

Citazioni[modifica]

  • Il metodo cioè la via, è la sola via che ci possa liberare dall'errore e ci possa condurre alla conoscenza della verità. (p. 39)
  • [...] non è per la massa che scrive Cartesio; ma per quelli che avranno le forze necessarie e che potranno seguirlo fino in fondo. Così come non è per la massa che Platone compose i suoi dialoghi e che Sant'Agostino scrisse la sua storia: la storia della sua conversione verso Dio. (p. 40)
  • Se tutto è possibile, non c'è allora niente che sia vero. E se niente è sicuro, solo l'errore è certo. (p. 41)
  • Il cosmo scomparso
    Le idee oscure e confuse, che fanno nascere il dubbio e che sono, a loro volta, distrutte dal dubbio, sono quelle che ci pervengono dalla tradizione e dai sensi. Per quanto riguarda quelle chiare, quelle vere, esse sono innanzi tutto le idee matematiche. E la ragione è ugualmente la ragione matematica. Poiché solamente nelle matematiche la mente umana è giunta all'evidenza e alla certezza ed è riuscita a costruire una scienza, una vera disciplina in cui progredisce con ordine e chiarezza dalle cose più semplice alle costruzioni più complicate. Quindi il metodo cartesiano, questo metodo che Cartesio ci dice di aver creato prendendo il meglio delle "tre arti o scienze che egli da giovane aveva un po' studiato": la Logica, L'Analisi dei Geometri e l'Algebra, si fonderà essenzialmente sulla matematica. (p. 59)

Scritti su Spinoza e l'averroismo[modifica]

  • È curioso constatare – ed insisto su questo punto, perché mi sembra di importanza capitale, e perché, pur essendo noto, non mi sembra abbastanza sottolineato – è curioso constatare l'indifferenza pressoché totale del mondo romano per la scienza e la filosofia. Il cittadino romano si interessa alle cose pratiche. L'agricoltura, l'architettura, l'arte della guerra, la politica, il diritto, la morale.
    Ma si cerchi in tutta la letteratura latina classica un'opera scientifica degna di questo nome, e non si troverà; un'opera filosofica, ancor meno. Si troverà Plinio, cioè un insieme di aneddoti e racconti da comare; Seneca, cioè un'esposizione coscienziosa della morale e della fisica stoiche, adattate – il che significa semplificate – ad uso del pubblico romano; Cicerone, cioè i tentativi filosofici di un letterato dilettante; o Macrobio, un manuale di scuola elementare.
    È veramente stupefacente, se vi si presta attenzione, che i Romani, non producendo nulla essi stessi, non abbiano nemmeno mai sentito il bisogno di procurarsi delle traduzioni. In effetti, al di fuori di due o tre dialoghi platonici (tra cui il Timeo) tradotti da Cicerone – trasduzione di cui non ci è pervenuto nulla – né Platone, né Aristotele, né Euclide, né Archimede sono mai stati tradotti in latino. Almeno nell'età classica. Perché se è vero che l'Organon di Aristotele e le Enneadi di Plotino lo furono, è parimenti vero che in fin dei conti ciò avvenne molto tardi e per opera di cristiani. (pp. 63-64)

Note[modifica]

  1. Cogliamo l'occasione per insistere su questo caso — invero assai raro — in cui la filosofia ha sopravanzato la scienza (nda).
  2. Cfr. R. Poirier, Remarques sur la probabilité des inductions, Paris 1931 (nda).

Bibliografia[modifica]

  • Alexandre Koyré, Studi galileiani (Etudes galiléennes, 1966), traduzione di Maurizio Torrini, Einaudi, Torino, 1979.
  • Alexandre Koyré, Lezioni su Cartesio (Entretiens sur Descartes), traduzione di Hélene Tenda e Paolo Guidera, a cura di Paolo Guidera, Tranchida Editori, Milano, 1990.
  • Alexandre Koyré, Scritti su Spinoza e l'averroismo, a cura di Andrea Cavazzini, Edizioni Ghibli, Milano, 2002. ISBN 9788888363332

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