Giordano Bruno
Filippo Giordano Bruno, conosciuto anche come Bruno Nolano o Bruno da Nola (1548 – 1600), filosofo, scrittore e frate domenicano italiano.
[modifica] Citazioni di Giordano Bruno
- Che ci piaccia o no, siamo noi la causa di noi stessi. Nascendo in questo mondo, cadiamo nell'illusione dei sensi; crediamo a ciò che appare. Ignoriamo che siamo ciechi e sordi. Allora ci assale la paura e dimentichiamo che siamo divini, che possiamo modificare il corso degli eventi, persino lo Zodiaco.[1]
- Chi, perciò, consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini. (da Le ombre delle idee, a cura di Antonio Caiazza, Spirali, 1988)
- Colui che vede in se stesso tutte le cose è al tempo stesso tutte le cose. (da De imaginum compositione)
- Dio è in ogni luogo e in nessuno, fondamento di tutto, di tutto governatore, non incluso nel tutto, dal tutto non escluso, di eccellenza e comprensione egli il tutto, di defilato nulla, principio generatore del tutto, fine terminante il tutto. Mezzo di congiunzione e di distinzione a tutto, centro ogni dove, fondo delle intime cose. Estremo assoluto, che misura e conchiude il tutto, egli non misurabile né pareggiabile, in cui è il tutto, e che non è in nessuno neanche in se stesso, perché individuo e la semplicità medesima, ma è sé. (da Iordanus Nolanus, De trìplici minimo et mensura, pag. 17. — France. 1591, citato in Domenico Berti, Vita di Giordano Bruno da Nola, Paravia, Torino 1868, pagg. 122-123)
- E noi, per quanto ci troviamo in situazioni inique [...] tuttavia serbiamo il nostro invincibile proposito [...] tanto da non temere la morte stessa. (da De Monade, numero et figura)
- Ho lottato, è già tanto, ho creduto nella mia vittoria... È già qualcosa essere arrivati fin qui: non aver temuto morire, l'aver preferito coraggiosa morte a vita da imbecille. (da De Monade, numero et figura)
- Pugnavi, multum est, me vincere posse putavi. Est aliquid prodisse tenus… Non timuisse mori, praelatam mortem animosam imbelli vitae.
- In tristitia hilaris, in hilaritate tristis [In epigrafe a Il Candelaio]
- Nella tristezza ilare, nell'ilarità triste.
- Non è la materia che genera il pensiero, è il pensiero che genera la materia.[1]
- Non so quando, ma so che in tanti siamo venuti in questo secolo per sviluppare arti e scienze, porre i semi della nuova cultura che fiorirà, inattesa, improvvisa, proprio quando il potere si illuderà di avere vinto.[1]
- Se questa scienza che grandi vantaggi porterà all'uomo, non servirà all'uomo per comprendere se stesso, finirà per rigirarsi contro l'uomo. [1]
- Verrà un giorno che l'uomo si sveglierà dall'oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo... l'uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.[1]
[modifica] Costituti
- Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia [...] e la professione mia è stata ed è di littere e d'ogni scienza [...] e nacqui, per quanto ho inteso dalli miei, dell'anno 48. (dal I Costituto)[2]
- Io stetti in Noli, come ho detto di sopra, circa quattro mesi, insegnando la grammatica a figliuoli e leggendo la Sfera a certi gentilomini; e doppoi me partii de là ed andai prima a Savona, deve stetti circa quindici giorni. (dal II Costituto)
- Andai a Paris, dove mi messi a leggere una letione straordinaria per farmi conoscere e a far saggio di me. (dal Documento IX, citato in Domenico Berti, Vita di Giordano Bruno da Nola, p. 121, Paravia, Torino 1868; dal II Costituto)
- Parlando cristianamente e secondo la teologia e che ogni fidel cristiano e catolico deve creder, ho in effetti dubitato circa il nome di persona del Figliuolo e del Spirito santo, non intendendo queste due persone distinte dal Padre se non nella maniera che ho detto de sopra, parlando filosoficamente. (dal III Costituto)
- Quando alla seconda persona io dico che realmente ho tenuto essere in essenzia una con la prima, e cusì la terza; perché essendo indistinte in essenzia, non possono patire inequalità [...] solo ho dubitato come questa seconda persona se sia incarnata [...], ma non ho però mai ciò negato né insegnato. (dal III Costituto)
- Io credo che nelle mie opere si troveranno scritte molte cose, quali saranno contrarie alla fede catolica [...] ma però io non ho detto né scritto queste cose ex professo, né per impugnar direttamente la fede catolica, ma fondandomi solamente nelle raggioni filosofiche o recitando le opinion de eretici. (dal IV Costituto)
- Che cosa è questa? chi è stato che ha trovato queste diavolerie? [se li miraculi che faceva Giesù Cristo e li Apostoli, erano miracoli apparenti e fatti per arte magica e non veri] Io non ha mai detto tal cosa, né mai mi passò per l'imaginazione tal cosa. (dal IV Costituto)
- Quanto a questo io ne ho parlato qualche volta, dicendo che il peccato della carne, parlando in genere, era il minor peccato delli altri. (dal IV Costituto)
- Questo non si troverà mai nelle mie parole, né meno nelle mie scritture, perché non ho mai detto né scritto che l'azioni del mondo si governano dal fato e non dalla provvidenzi divina; anzi ritrovarete nei miei libri che io pongo la providenzia ed il libero arbitrio, da che se comprende, come si dà il libero arbitrio, se oppugna il fato. (dal V Costituto)
- Io non tengo per nimico in queste parti alcun altro se non il S.r Gioanni Mocenigo ed altri suoi seguaci e servitori, dal quale sono stato più gravemente offeso che da omo vivente; perché lui me ha assassinato nella vita, nello onore e nelle robbe. (dal VI Costituto)
[modifica] dal processo a Roma
- Che non deve né vuole pentirsi e non ha di che pentirsi né ha materia di pentimento, e non sa di che cosa debba pentirsi.
- Quod non debet nec vult rescipiscere, et non habet quid recsipiscat nec habet materiam rescipiscendi, et nescit super quod debet rescipisci (citato in V. Spampanato, Documenti della vita di Giordano Bruno, Olschki, Firenze 1933)[3]
- Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla.
- Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam. (citato in K. Schoppe, Epistola a Konrad Rittershausen, da V. Spampanato, Vita di Giordano Bruno, Messina 1921)[4]
[modifica] Cabala del cavallo pegaseo
[modifica] Incipit
INTERLOCUTORI
Sebasto, Saulino, Coribante
Sebasto: È il peggio che diranno che metti avanti metaffore, narri favole, raggioni in parabola, intessi enigmi, accozzi similitudini, tratti misterii, mastichi tropologie.
Saulino: Ma io dico la cosa a punto come la passa; e come la è propriamente, la metto avanti gli occhi.
Coribante: Id est, sine fuco, plane, candide[5]; ma vorrei che fusse cossí, come dite, da dovero.
Saulino: Cossí piacesse alli dei, che fessi tu altro che fuco con questa tua gestuazione, toga, barba e supercilio: come, anco quanto a l'ingegno, candide, plane et sine fuco, mostri a gli occhi nostri la idea della pedantaria.
[modifica] Citazioni
- IN LODE DELL'ASINO O sant'asinità, sant'ignoranza, | Santa stolticia e pia divozione, | Qual sola puoi far l'anime sí buone, | Ch'uman ingegno e studio non l'avanza; | [...] | La santa asinità di ciò non cura; | Ma con man gionte e 'n ginocchion vuol stare, | Aspettando da Dio la sua ventura. | Nessuna cosa dura, | Eccetto il frutto de l'eterna requie, | La qual ne done Dio dopo l'essequie. [Sonetto anteposto alla Declamazione]
- Gli uomini più divoti e santi, amatori et exequitori dell'antiqua e nova legge, absolutamente e per particolar privilegio son stati chiamati asini. [dalla Declamazione]
- Stolti del mondo son stati quelli ch'han formata la religione, gli ceremoni, la legge, la fede, la regola di vita; gli maggiori asini del mondo (che son quei che, privi d'ogni altro senso e dottrina, e voti d'ogni vita e costume civile, marciti sono nella perpetua pedanteria) son quelli che per grazia del cielo riformano la temerata e corrotta fede, medicano le ferite de l'impiagata religione, e togliendo gli abusi de le superstizioni, risaldano le scissure della sua veste; non son quelli che con empia curiosità vanno, o pur mai andâro perseguitando gli arcani della natura, computâro le vicissitudini de le stelle. [dalla Declamazione]
- O dunque forte, vittoriosa e trionfatrice mascella d'un asino morto, o diva, graziosa e santa mascella d'un polledro defunto, or che deve essere della santità, grazia e divinità, fortezza, vittoria e trionfo dell'asino tutto, intiero e vivente, – asino, pullo e madre, – se di quest'osso e sacrosanta reliquia la gloria ed exaltazion è tanta? [...] Pregate, pregate Dio, o carissimi, se non siete ancora asini, che vi faccia dovenir asini. [dalla Declamazione]
- A la verità nulla cosa è piú prossima e cognata che la scienza; la quale si deve distinguere, come è distinta in sé, in due maniere: cioè in superiore ed inferiore. La prima è sopra la creata verità, ed è l'istessa verità increata, ed è causa del tutto; atteso che per essa le cose vere son vere, e tutto quel che è, è veramente quel tanto che è. La seconda è verità inferiore, la quale né fa le cose vere né è le cose vere, ma pende, è prodotta, formata ed informata da le cose vere, ed apprende quelle non in verità, ma in specie e similitudine: perché nella mente nostra, dove è la scienza dell'oro, non si trova l'oro in verità, ma solamente in specie e similitudine. (Saulino, I Dialogo)
- [...] Il dotto Agostino, molto inebriato di questo divino nettare, nelli suoi Soliloquii testifica che la ignoranza piú tosto che la scienza ne conduce a Dio, e la scienza piú tosto che l'ignoranza ne mette in perdizione. In figura di ciò vuole ch'il redentor del mondo con le gambe e piedi de gli asini fusse entrato in Gerusalemme, significando anagogicamente in questa militante quello che si verifica nella trionfante cittade. (Saulino, I Dialogo)
- Sebasto: Dunque, constantemente vuoi che non sia altro in sustanza l'anima de l'uomo e quella de le bestie? e non differiscano se non in figurazione?
Onorio: Quella de l'uomo è medesima in essenza specifica e generica con quella de le mosche, ostreche marine e piante, e di qualsivoglia cosa che si trove animata o abbia anima: come non è corpo che non abbia o piú o meno vivace– e perfettamente communicazion di spirito in se stesso. (II Dialogo) - Sebasto: Non volete dunque che sia l'intelligenza universale che muove?
Onorio: Dico che la intelligenza efficiente universale è una de tutti; e quella muove e fa intendere; ma, oltre, in tutti è l'intelligenza particulare, in cui sono mossi, illuminati ed intendono; e questa è moltiplicata secondo il numero de gli individui. (II Dialogo) - Con questa. Quella cosa, dicono, o devrà esser vera o falsa. Se è falsa, non può esser insegnata, perché del falso non può esser dottrina né disciplina: atteso che a quel che non è, non può accader cosa alcuna, e perciò non può accader anco d'esser insegnato. Se è vera, non può pure più che tanto essere insegnata: perché o è cosa la quale equalmente appare a tutti, e cossì di lei non può esser dottrina, e per conseguenza non può essre alcun dottore, [...]; o è cosa, che altrimente ed inequalmente ad altri ed altri appare, e cossì in sé non può aver altro che opinabilità, e sopra lei non si può formar altro che opinione. (Onorio, II Dialogo)
[modifica] De gli eroici furori
[modifica] Incipit
INTERLOCUTORI
Tansillo, Cicada
Tansillo: Gli furori, dunque, atti piú ad esser qua primieramente locati e considerati, son questi che ti pono avanti secondo l'ordine a me parso piú conveniente.
Cicada: Cominciate pur a leggerli.
Tansillo: Muse, che tante volte ributtai,
Importune correte a' miei dolori,
Per consolarmi sole ne' miei guai
Con tai versi, tai rime e tai furori,
Con quali ad altri vi mostraste mai,
Che de mirti si vantan ed allori;
Or sia appo voi mia aura, àncora e porto,
Se non mi lice altrov'ir a diporto.
O monte, o dive, o fonte
Ov'abito, converso e mi nodrisco;
Dove quieto imparo ed imbellisco;
Alzo, avvivo, orno il cor, il spirto e fronte,
Morte, cipressi, inferni
Cangiate in vita, in lauri, in astri eterni.
[modifica] Citazioni
- La poesia non nasce da le regole, se non per leggerissimo accidente; ma le regole derivano da le poesie: e però tanti son geni e specie di vere regole, quanti son geni e specie di veri poeti. (Tansillo, da Parte prima, I Dialogo)
- L'amor fa dovenir li vecchi pazzi, e gli giovani savii. (Cicada, da Parte prima, I Dialogo)
- Cicada: Da qua si vede che l'ignoranza è madre della felicità e beatitudine sensuale; e questa medesima è l'orto del paradiso de gli animali; come si fa chiaro nelli dialogi de la Cabala del cavallo Pegaseo e per quel che dice il sapiente Salomone: chi aumenta sapienza, aumenta dolore.
Tansillo: Da qua avviene che l'amore eroico è un tormento, perché non gode del presente, come il brutale amore; ma e del futuro e de l'absente, e del contrario sente l'ambizione, emulazione, suspetto e timore. Indi dicendo una sera dopo cena un certo de nostri vicini: – Giamai fui tanto allegro quanto sono adesso; – gli rispose Gioan Bruno, padre del Nolano: – Mai fuste piú pazzo che adesso. –
Cicada: Volete dunque, che colui che è triste, sia savio, e quell'altro ch'è piú triste, sia piú savio?
Tansillo: Non, anzi intendo in questi essere un'altra specie di pazzia, ed oltre peggiore.
Cicada: Chi dunque sarà savio, se pazzo è colui ch'è contento, e pazzo è colui ch'è triste?
Tansillo: Quel che non è contento, né triste.
Cicada: Chi? quel che dorme? quel ch'è privo di sentimento? quel ch'è morto?
Tansillo: No; ma quel ch'è vivo, vegghia ed intende; il quale considerando il male ed il bene, stimando l'uno e l'altro come cosa variabile e consistente in moto, mutazione e vicissitudine (di sorte ch'il fine d'un contrario è principio de l'altro, e l'estremo de l'uno è cominciamento de l'altro), non si dismette, né si gonfia di spirito, vien continente nell'inclinazioni e temperato nelle voluptadi; stante ch'a lui il piacere non è piacere, per aver come presente il suo fine. Parimente la pena non gli è pena, perché con la forza della considerazione ha presente il termine di quella. Cossí il sapiente ha tutte le cose mutabili come cose che non sono, ed afferma quelle non esser altro che vanità ed un niente; perché il tempo a l'eternità ha proporzione come il punto a la linea. (da Parte prima, II Dialogo) - In viva morte morta vita vivo! (Tansillo, da Parte prima, II Dialogo)
- Tansillo: Poneno, e sono, piú specie de furori, li quali tutti si riducono a doi geni: secondo che altri non mostrano che cecità, stupidità ed impeto irrazionale che tende al ferino insensato; altri consisteno in certa divina abstrazione per cui dovegnono alcuni megliori, in fatto, che uomini ordinarii. E questi sono de due specie[...]
Cicada: Di questi doi geni quali stimi megliori?
Tansillo: Gli primi hanno piú dignità, potestà ed efficacia in sé, perché hanno la divinità; gli secondi son essi piú degni, piú potenti ed efficaci, e son divini. Gli primi son degni come l'asino che porta li sacramenti; gli secondi come una cosa sacra. Nelli primi si considera e vede in effetto la divinità; e quella s'admira, adora ed obedisce; ne gli secondi si considera e vede l'eccellenza della propria umanitade. (da Parte prima, III Dialogo) - Tansillo: L'eroico ingegno si contenta più tosto di cascar o mancar degnamente e nell'alte imprese, dove mostre la dignità del suo ingegno, che riuscir a perfezione in cose men nobili e basse.
Cicada: Certo che meglio è una degna ed eroica morte, che un indegno e vil trionfo.
Tansillo: A cotal proposito feci questo sonetto:
Poi che spiegat'ho l'ali al bel desio, | Quanto piú sott'il piè l'aria mi scorgo, | Piú le veloci penne al vento porgo, | E spreggio il mondo, e vers'il ciel m'invio. | Né del figliuol di Dedalo il fin rio | Fa che giú pieghi, anzi via piú risorgo. | Ch'i' cadrò morto a terra, ben m'accorgo, | Ma qual vita pareggia al morir mio? | [...]
Cicada: Io intendo quel che dice: basta ch'alto mi tolsi; ma non quando dice: e da l'ignobil numero mi sciolsi, s'egli non intende d'esser uscito fuor de l'antro platonico, rimosso dalla condizion della sciocca ed ignobilissima moltitudine; essendo che quei che profittano in questa contemplazione, non possono esser molti e numerosi.
Tansillo: Intendi molto bene. (da Parte prima, III Dialogo) - Più facilmente determina e condanna chi manco considera. (Tansillo, da Parte prima, V Dialogo)
- Cesarino: Come intendi che la mente aspira alto? verbi grazia, con guardar sempre alle stelle? al cielo empireo? sopra il cristallino?
Maricondo: Non certo, ma procedendo al profondo della mente, per cui non fia mistiero massime aprir gli occhi al cielo, alzar alto le mani, menar i passi al tempio, intonar l'orecchie de simulacri, onde piú si vegna exaudito; ma venir al piú intimo di sé, considerando che Dio è vicino, con sé e dentro di sé piú ch'egli medesimo esser non si possa; come quello ch'è anima de le anime, vita de le vite, essenza de le essenze: atteso poi che quello che vedi alto o basso, o incirca (come ti piace dire) degli astri, son corpi, son fatture simili a questo globo in cui siamo noi, e nelli quali non piú né meno è la divinità presente che in questo nostro, o in noi medesimi. (da Parte seconda, I Dialogo) - Nessuna potenza et appulso naturale è senza gran raggione. (Severino, da Parte seconda, IV Dialogo)
- Accade in color che amano la verità e la bontà [...] s'adirano tanto contro quelli che la vogliono adulterare, guastare, corrompere [...], come son trovati di quelli che si son ridutti sino alla morte, alle pene ed essere ignominiosamente trattati da gli popoli ignoranti e sette volgari. (Severino, da Parte seconda, IV Dialogo)
[modifica] Citazioni su De gli eroici furori
- Questi voli metafisici ricordano da vicino il sapiente indiano che trascende il saṃsāra e, squarciando il velo di Māyā, diventa puro soggetto della conoscenza. Ma ci sono altre affinità tra la filosofia di Bruno e quella indiana, per esempio il monismo, la metempsicosi o trasformazione palingenetica dell'anima individuale, la concentrazione per giungere alla vita intellettiva e anche l'amore per tutte le creature. (Anacleto Verrecchia)
[modifica] De la causa, principio et uno
[modifica] Incipit
INTERLOCUTORI
Elitropio, Filoteo, Armesso
Elitropio: Qual rei nelle tenebre avezzi, che, liberati dal fondo di qualche oscura torre, escono alla luce, molti degli essercitati nella volgar filosofia ed altri paventaranno, admiraranno e, non possendo soffrire il nuovo sole de' tuoi chiari concetti, si turbaranno.
Filoteo: Il difetto non è di luce, ma di lumi: quanto in sé sarà piú bello e piú eccellente il sole, tanto sarà agli occhi de le notturne strige odioso e discaro di vantaggio.
Elitropio: La impresa che hai tolta, o Filoteo, è difficile, rara e singulare, mentre dal cieco abisso vuoi cacciarne e amenarne al discoperto, tranquillo e sereno aspetto de le stelle, che con sí bella varietade veggiamo disseminate per il ceruleo manto del cielo.
[modifica] Citazioni
- La differenza tra la causa formale universale, la quale è una anima per cui l'universo infinito, come infinito, non è uno animale positiva – ma negativamente, e la causa formale particulare moltiplicabile e moltiplicata in infinito. (da Proemiale Epistola)
- La prima e principal forma naturale, principio formale e natura efficiente, è l'anima de l'universo: la quale è principio di vita, vegetazione e senso in tutte le cose, che vivono, vegetano e sentono. (da Proemiale Epistola)
- La differenza tra la causa formale universale, la quale è una anima per cui l'universo infinito, come infinito, non è uno animale positiva- ma negativamente, e la causa formale particulare moltiplicabile e moltiplicata in infinito. (da Proemiale Epistola)
- Non è cosa sí manca, rotta, diminuta e imperfetta, che, per quel che ha principio formale, non abbia medesimamente anima, benché non abbia atto di supposito che noi diciamo animale. E si conchiude, con Pitagora e altri, che non in vano hanno aperti gli occhi, come un spirito immenso, secondo diverse raggioni e ordini, colma e contiene il tutto. (da Proemiale Epistola)
- Gli peripatetici e altri filosofi da volgo, benché nominano forma sustanziale, non hanno conosciuta altra sustanza che la materia. (da Proemiale Epistola)
- La potenza coincide con l'atto e l'universo è tutto quello che può essere, quanto da altre raggioni, si conchiude ch'il tutto è uno. (da Proemiale Epistola)
- Da questo possiamo inferire una essere la omniforme sustanza, uno essere il vero ed ente, che secondo innumerabili circostanze e individui appare, mostrandosi in tanti e sí diversi suppositi.
- Lo ente, logicamente diviso in quel che è e può essere, fisicamente è indiviso, indistinto ed uno; e questo insieme insieme infinito, immobile, impartibile, senza differenza di tutto e parte, principio e principiato. (da Proemiale Epistola)
- L'universo è tutto centro e tutto circonferenza. (da Proemiale Epistola)
- Chi ha ritrovato quest'uno, dico la raggione di questa unità, ha ritrovata quella chiave, senza la quale è impossibile aver ingresso alla vera contemplazion de la natura. (da Proemiale Epistola)
- L'altezza è profondità, l'abisso è luce inaccessa, la tenebra è chiarezza, il magno è parvo, il confuso è distinto, la lite è amicizia, il dividuo è individuo, l'atomo è immenso. (da Proemiale Epistola)
- Gli contrarii veramente concorreno, sono da un principio e sono in verità e sustanza uno. (da Proemiale Epistola)
- Amor, per cui tant'alto il ver discerno, | Ch'apre le porte di diamante e nere, | Per gli occhi entra il mio nume; e per vedere | Nasce, vive, si nutre, ha regno eterno. | Fa scorger quant' ha il ciel terr'ed inferno, | Fa presente d'absenti effigie vere, | Repiglia forze, e, trando dritto, fere, | E impiaga sempre il cor, scuopre ogn'intero. | O dunque, volgo vile, al vero attendi, | Porgi l'orecchio al mio dir non fallace, | Apri, apri, se può, gli occhi, insano e bieco. | Fanciullo il credi, perché poco intendi; | Perché ratto ti cangi, ei par fugace; | Per esser orbo tu, lo chiami cieco. [Sonetto anteposto ai Dialoghi]
- Armesso: Volete, dunque, parer cane che morde, a fin che non ardisca ognuno di molestarvi?
Filoteo: Cossí è, perché desidero la quiete, e mi dispiace il dispiacere.
Armesso: Sí, ma giudicano che procedete troppo rigorosamente.
Filoteo: A fine che non tornino un'altra volta essi, ed altri imparino di non venir a disputar meco e con altro, trattando con simili mezzi termini queste conclusioni.
Armesso: La offesa fu privata, la vendetta è publica.
Filoteo: Non per questo è ingiusta; perché molti errori si commettono in privato, che giustamente si castigano in publico.
Armesso: Ma con ciò venite a guastare la vostra riputazione, e vi fate piú biasimevole che coloro; perché publicamente se dirà che siete impaziente, fantastico, bizarro, capo sventato.
Filoteo: Non mi curo, pur che oltre non mi siano essi o altri molesti; e per questo mostro il cinico bastone, acciò che mi lascino star co' fatti miei in pace; e se non mi vogliono far carezze, non vegnano ad esercitar la loro inciviltà sopra di me. (da Dialogo I) - Voglio che siano considerate due sorte di forme: l'una, la quale è causa, non già efficiente, ma per la quale l'efficiente effettua; l'altra è principio, la quale da l'efficiente è suscitata da la materia. (Teofilo, da Dialogo II)
- La materia della natura non ha forma alcuna assolutamente; ma la materia dell'arte è una cosa formata già della natura. (Teofilo, da Dialogo III)
- Cossí la forma, significata per il maschio, essendo posta in familiarità della materia e venuta in composizione o copulazion con quella, con queste parole, o pur con questa sentenza risponde alla natura naturante[6]: Mulier, quam dedisti mihi, – idest, la materia, la quale mi hai dato consorte, – ipsa me decepit: hoc est, lei è caggione d'ogni mio peccato. (Polihimnio, da Dialogo IV)
- E li teologi, benché alcuni di quelli siano nodriti ne l'aristotelica dottrina, non mi denno però esser molesti in questo, se accettano esser piú debitori alla lor Scrittura che alla filosofia e natural raggione. (Teofilo, da Dialogo IV)
- La medesima materia (voglio dir piú chiaro) il medesimo che può esser fatto o pur può essere, o è fatto, è per mezzo de le dimensioni ed extensioni del suggetto, e quelle qualitadi che hanno l'essere nel quanto; e questo si chiama sustanza corporale e suppone materia corporale; o è fatto (se pur ha l'essere di novo) ed è senza quelle dimensioni, extensione e qualità; e questo si dice sustanza incorporea, e suppone similmente detta materia. Cossí ad una potenza attiva tanto di cose corporali quanto di cose incorporee, over ad un essere tanto corporeo quanto incorporeo, corrisponde una potenza passiva tanto corporea quanto incorporea, e un posser esser tanto corporeo quanto incorporeo. Se dunque vogliamo dir composizione tanto ne l'una quanto ne l'altra natura, la doviamo intendere in una ed un'altra maniera; e considerar che se dice nelle cose eterne una materia sempre sotto un atto, e che nelle cose variabili sempre contiene or uno or un altro; in quelle la materia ha, una volta, sempre ed insieme tutto quel che può avere, ed è tutto quel che può essere; ma questa in piú volte, in tempi diversi, e certe successioni. (Teofilo, da Dialogo IV)
- Dicsono: Tanto che non solamente secondo gli vostri principii, ma, oltre, secondo gli principii de l'altrui modi di filosofare, volete inferire che la materia non è quel prope nihil, quella potenza pura, nuda, senza atto, senza virtú e perfezione.
Teofilo: Cossí è. La dico privata de le forme e senza quelle, non come il ghiaccio è senza calore, il profondo è privato di luce, ma come la pregnante è senza la sua prole, la quale la manda e la riscuote da sé; e come in questo emispero la terra, la notte, è senza luce, la quale con il suo scuotersi è potente di racquistare. (Dialogo IV) - È dunque l'universo uno, infinito, inmobile. Una, dico, è la possibilità assoluta, uno l'atto, una la forma o anima, una la materia o corpo, una la cosa, uno lo ente, uno il massimo ed ottimo; il quale non deve posser essere compreso; e però infinibile e interminabile, e per tanto infinito e interminato, e per conseguenza inmobile. (Teofilo, da Dialogo V)
- Se il punto non differisce dal corpo, il centro da la circonferenza, il finito da l'infinito, il massimo dal minimo, sicuramente possiamo affirmare che l'universo è tutto centro, o che il centro de l'universo è per tutto, e che la circonferenza non è in parte alcuna per quanto è differente dal centro, o pur che la circonferenza è per tutto, ma il centro non si trova in quanto che è differente da quella. (Teofilo, da Dialogo V)
- Ogni produzione, di qualsivoglia sorte che la sia, è una alterazione, rimanendo la sustanza sempre medesima; perché non è che una, uno ente divino, immortale. (Teofilo, da Dialogo V)
- In conclusione, chi vuol sapere massimi secreti di natura, riguardi e contemple circa gli minimi e massimi de gli contrarii e oppositi. Profonda magia è saper trar il contrario dopo aver trovato il punto de l'unione. A questo tendeva con il pensiero il povero Aristotele, ponendo la privazione (a cui è congionta certa disposizione) come progenitrice, parente e madre della forma; ma non vi poté aggiungere. Non ha possuto arrivarvi, perché, fermando il piè nel geno de l'opposizione, rimase inceppato di maniera che, non descendendo alla specie de la contrarietà, non giunse, né fissò gli occhi al scopo; dal quale errò a tutta passata, dicendo i contrarii non posser attualmente convenire in soggetto medesimo. (Teofilo, da Dialogo V)
[modifica] Explicit
- Lodati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima e absolutissima causa, principio e uno. (Teofilo, da Dialogo V)
[modifica] De l'infinito, universo e mondi
[modifica] Incipit
INTERLOCUTORI
Elpino, Filoteo, Fracastorio, Burchio
Elpino: Come è possibile che l'universo sia infinito?
Filoteo: Come è possibile che l'universo sia finito?
Elpino: Volete voi che si possa dimostrar questa infinitudine?
Filoteo: Volete voi che si possa dimostrar questa finitudine?
Elpino: Che dilatazione è questa?
Filoteo: Che margine è questa?
[modifica] Citazioni
- Se io, illustrissimo Cavalliero, contrattasse l'aratro, pascesse un gregge, coltivasse un orto, rassettasse un vestimento, nessuno mi guardarebbe, pochi m'osservarebono, da rari sarei ripreso e facilmente potrei piacere a tutti. Ma per essere delineatore del campo de la natura, sollecito circa la pastura de l'alma, vago de la coltura de l'ingegno e dedalo circa gli abiti de l'intelletto, ecco che chi adocchiato me minaccia, chi osservato m'assale, chi giunto mi morde, chi compreso mi vora; non è uno, non son pochi, son molti, son quasi tutti. [Incipit dell'Epistola]
- Ottavo, da quel che nessun senso nega l'infinito, atteso che non lo possiamo negare per questo, che non lo comprendiamo col senso; ma da quel, che il senso viene compreso da quello e la raggione viene a confirmarlo lo doviamo ponere. [dall'Epistola]
- Ecco la raggion della mutazion vicissitudinale del tutto, per cui cosa non è di male da cui non s'esca, cosa non è di buono a cui non s'incorra, mentre per l'infinito campo, per la perpetua mutazione, tutta la sustanza persevera medesima ed una. [...] e verremo certamente piú grandi che que' dei che il cieco volgo adora, perché dovenerremo veri contemplatori dell'istoria de la natura, la quale è scritta in noi medesimi, e regolati executori delle divine leggi, che nel centro del nostro core son inscolpite. [dall'Epistola]
- E chi mi impenna, e chi mi scalda il core? | Chi non mi fa temer fortuna o morte? | Chi le catene ruppe e quelle porte, | Onde rari son sciolti ed escon fore? | L'etadi, gli anni, i mesi, i giorni e l'ore | Figlie ed armi del tempo, e quella corte | A cui né ferro, né diamante è forte, | Assicurato m'han dal suo furore. | Quindi l'ali sicure a l'aria porgo; | Né temo intoppo di cristallo o vetro, | Ma fendo i cieli e a l'infinito m'ergo. | E mentre dal mio globo a gli altri sorgo, | E per l'eterio campo oltre penetro: | Quel ch'altri lungi vede, lascio al tergo. [dall'Epistola]
- [...] Ma, per venire alla conclusione […] nel spacio infinito o potrebono essere infiniti mondi simili a questo, o che questo universo stendesse la sua capacità e comprensione di molti corpi, come son questi, nomati astri; ed ancora che (o simili o dissimili che sieno questi mondi) non con minor raggione sarebe bene a l'uno l'essere che a l'altro; perché l'essere de l'altro non ha minor raggione che l'essere de l'uno, e l'essere di molti non minor che de l'uno e l'altro, e l'essere de infiniti che di molti. Là onde, come sarebe male la abolizione ed il non essere di questo mondo, cossì non sarebe buono il non essere de innumerabili altri. (Elpino, da Dialogo I)
- [...] Io dico Dio tutto infinito, perché da sé esclude ogni termine ed ogni suo attributo è uno ed infinito; e dico Dio totalmente infinito, perché tutto lui è in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente: al contrario dell'infinità de l'universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti (se pur, referendosi all'infinito, possono esser chiamate parti) che noi possiamo comprendere in quello. (Filoteo, da Dialogo I)
- [...] la fede si richiede per l'instituzione di rozzi popoli che denno esser governati, e la demostrazione per gli contemplativi che sanno governar sé ed altri. (Fracastorio, da dialogo I)
- [...] Dico, dunque, che nelle cose è da contemplare, se cossì volete doi principii attivi di moto: l'uno finito secondo la raggione del finito soggetto, e questo muove in tempo; l'altro infinito secondo la raggione dell'anima del mondo, overo della divinità, che è come anima de l'anima, la quale è tutta in tutto e fa esser l'anima tutta in tutto; e questo muove in istante. (Filoteo, da Dialogo I)
- Uno dunque è il cielo, il spacio immenso, il seno, il continente universale, l'eterea regione per la quale il tutto discorre e si muove. Ivi innumerabili stelle, astri, globi, soli e terre sensibilmente si veggono, ed infiniti raggionevolmente si argumentano. L'universo immenso ed infinito è il composto che resulta da tal spacio e tanti compresi corpi. (Filoteo, da Dialogo III)
- Burchio: Cossì dunque gli altri mondi sono abitati come questo?
Fracastorio: Se non cossì e se non megliori, niente meno e niente peggio. (da Dialogo III) - Resta, dunque, da sapere ch'è un infinito campo e spacio continente, il qual comprende e penetra il tutto. In quello sono infiniti corpi simili a questo, de quali l'uno non è piú in mezzo de l'universo che l'altro, perché questo è infinito, e però senza centro e senza margine; benché queste cose convegnano a ciascuno di questi mondi, [...] (Fracastorio, da dialogo III)
- Fracastorio: Voler con più raggioni mostrar la veritade a simili, è come se con più sorte di sapone e di lescìa più volte se lavasse il capo a l'asino; ove non se profitta più lavando cento che una volta, in mille che in un modo, ove è tutto uno l'aver lavato e non l'avere.
Filoteo: Anzi, quel capo sempre sarà stimato più sordido in fine del lavare che nel principio ed avanti. (da Dialogo III) - Filoteo: Vedete ancora, che non è contra raggione la nostra filosofia, che reduce ad un principio e referisce ad un fine e fa concidere insieme gli contrarii, di sorte che è un soggetto primo dell'uno e l'altro; dalla qual coincidenza stimiamo ch'al fine è divinamente detto e considerato che li contrarii son ne gli contrarii, onde non sia difficile di pervenire a tanto che si sappia come ogni cosa è di ogni cosa: quel che non poté capire Aristotele ed altri sofisti.
Albertino: Volentieri vi ascolto. So che tante cose e sí diverse conclusioni non si possono insieme e con una occasione provare; ma da quel, che mi scuoprite inconvenienti le cose che io stimava necessarie, in tutte l'altre, che con medesima e simil raggione stimo necessarie, dovegno suspetto. Però con silenzio ed attenzion mi apparecchio ad ascoltar i fondamenti, principii e discorsi vostri.
Elpino: Vedrete che non è secol d'oro quello ch'ha apportato Aristotele alla filosofia. Per ora, espediscansi gli dubii da voi proposti. (da Dialogo V)
[modifica] Explicit
- Elpino: È proprio di non addormentato ingegno da poco vedere ed udire posser considerare e comprender molto.
Albertino: Benché sin ora non mi sia dato di veder tutto il corpo del lucido pianeta, posso pur scorgere pe' raggi che diffonde per gli stretti forami de chiuse fenestre dell'intelletto mio, che questo non è splendor d'artificiosa e sofistica lucerna, non di luna o di altra stella minore. Però a maggior apprension per l'avenire m'apparecchio.
Filoteo: Gratissima sarà la vostra familiarità.
Elpino: Or andiamo a cena. (da Dialogo V)
[modifica] De Magia
[modifica] Incipit
Prima di dissertare sulla magia, come su qualsiasi altro soggetto, il nome va distinto nei suoi significati: tanti sono i significati del termine magia, quante le specie dei maghi. Mago anzitutto significa sapiente, come lo erano i Trimegisti fra gli Egizi, i Druidi fra i Galli, i Gimnosofisti fra gli Indi, i Cabalsisti fra gli ebrei, i Magi fra i Persiani (discendenti da Zoroastro), i Sofisti fra i Greci, i Sapienti fra i Latini.
- Antequam De magia, sicut antequam de quocunque subiecto disseratur, nomen in sua significata est dividendum; totidem autem sunt significata magiae, quot et magi. Magus primo sumitur pro sapiente, cuiusmodi erant Trimegisti apud Aegyptios, Druidae apud Gallos, Gymnosophistae apud Indos, Cabalistae apud Hebraeos, Magi apud Persas (qui a Zoroastre), Sophi apud Graecos, Sapientes apud Latinos.
[in La magia e le ligature, Mimesis, 2000]
[modifica] Citazioni
- Da qui si può prendere in considerazione la causa per la quale non solo l'azione concerne le cose vicine, ma pure quelle remote per il senso; mentre, in concreto, come si disse sopra, ogni cosa si verifica mediante la comunione dello spirito universale, tutto in tutto e in ogni parte del mondo. (p. 51; 2000)
- Inde credere et considerare licet causam, qua non solum actio est ad propinqua, sed etiam ad remota secundum sensum; secundum rem enim, ut supra dictum est, per communionem spiritus universalis, qui est totus in toto et qualibet mundi parte.
- Corpo continuo è in verità il corpo insensibile, cioè lo spirito aereo ovvero etereo, attivissimo, ed efficacissimo, come quello mai collegato all'anima, per la somiglianza per cui più recede dalla rozzezza della ottusa sostanza sensibile dei composti. (pp. 51-53; 2000)
- Duplice è il movimento delle cose: naturale e preternaturale; quello naturale proviene da principio intrinseco; quello preternaturale da principio estrinseco; naturale è quello che armonizza con la natura, la solidità, la generazione; al contrario il preternaturale, è duplice: violento, contro natura, oppure ordinato e coordinabile, non in contrasto con la natura. (p. 55; 2000)
- Da tutto ciò consegue la ragione per cui il magnete, mediante il genere, attira. (p. 57; 2000)
- La quarta ligatura è l'anima del mondo, ovvero spirito cosmico, che accoppia ed unifica il tutto al tutto, e così ogni cosa si apre ad ogni cosa, come già detto. (p. 73; 2000)
- Di qui la nota sentenza di Ippocrate: Il più efficace dei medici è quello in cui molti hanno fede, in quanto liga molti, o coll'eloquio, o con l'aspetto, o con la notorietà. Ciò riguarda non solo il medico, ma anche ogni genere di mago, e quale che sia il titolo di potere, perché chi opera ligature difficilmente con altri mezzi potrà suscitare l'immaginazione.
Ed i teologi credono ed ammettono e predicano su colui che per sé può compiere ogni cosa, ma che non era in grado di curare quelli che non avevano fede in lui, e l'esauriente spiegazione di simile impotenza va riportata all'immaginazione, che egli non fu in grado di ligare; i famigliari, infatti, cui la sua modesta origine ed educazione erano note, spregiavano ed irridevano il medico e il profeta: di qui il proverbio Nessun profeta è riconosciuto nella sua terra.
È dunque più facile, per qualcuno, ligare colui che è meno noto, per mezzo dell'opinione e della disponibilità della fede, per la quale la potenza dell'anima si predispone in una certa maniera, si apre, si esplica, come se, per accogliere il sole, aprisse finestre che in altro frangente manterrebbe sigillate, e vien dato accesso a quelle impressioni che l'arte del ligatore esige, onde imporre successive ligature, come la speranza, la compassione, il timore, l'amore, l'odio, l'indignazione, l'ira, la gioia, la pazienza, lo spregio della vita, della morte, della fortuna, e tutti gli altri affetti, le cui forze dall'anima trasmigrano nel corpo, per modificarlo. (pp. 91-93; 2000)
[modifica] Citazioni su De Magia
- Questo è il programma della magia di Giordano Bruno per il quale "non essendoci nell'universo parte più importante dell'altra" non è concesso all'uomo quel primato, prima biblico e poi cartesiano, che lo prevede "possessore e dominatore del mondo", ma semplice "cooperatore dell'operante natura (operanti naturae homines cooperatores esse possint)". Questa differenza è decisiva perché smaschera quella sotterranea parentela che, al di là delle dispute, lega la tradizione cristiana all'agnosticismo scientifico. L'una e l'altro infatti condividono la persuasione che l'uomo, disponendo dell'anima come vuole la religione o della facoltà razionale come vuole la scienza, è, tra gli enti di natura, l'ente privilegiato che può sottomettere a sé tutte le cose. A questa enfatizzazione cartesiana del soggetto (Ego cogito) preparata dalla tradizione giudaico-cristiana (per la quale l'uomo è immagine di Dio e quindi nel diritto di dominare su tutte le cose), Giordano Bruno contrappone un percorso radicalmente diverso da quello che caratterizzerà per secoli il pensiero europeo. Non il primato dell'uomo, ma il primato degli equilibri sempre instabili e sempre da ricostruire tra soggetto e oggetto, tra uomo e natura. La magia, che non è potere sulla natura, ma scoperta dai vincoli con cui tutte le cose si incatenano, secondo il modello eracliteo dell'"invisibile armonia", è la proposta filosofica di Bruno, antitetica sia alla scienza matematica che si alimenta della progettualità umana, sia alla religione che, se da un lato subordina l'uomo a Dio, non esita a considerarlo, fin dal giorno della sua cacciata dal paradiso terrestre, dominatore di tutte le cose. (Umberto Galimberti)
[modifica] De vinculis in genere
[modifica] Incipit
Per poter ligare l'uomo (epilogo di ogni cosa), occorre che chi deve ligare abbia un universale criterio delle cose. Come altrove ho detto, nel genere umano si rende visibile il genere di ogni cosa soprattutto mediante i numeri: alcuni uomni si collegano ai pesci, altri agli uccelli, ai serpenti, ai rettili, sia per il genere, sia per la specie.
- Ut eum vincire debet necessarium est rerum quodammodo universalem rationem habere, ut hominem (qui epilogus quidam omnium est) valeat alligare, quandoquidem, ut alibi diximus, in hac potissimum specie rerum omnium species maxime per numeros licet intueri, ut eorum alii referuntur ad pisces, alii ad aves, ad serpentes, alii ad reptilia, tum secundum genus, tum secundum species.
[in La magia e le ligature, Mimesis, 2000]
[modifica] Citazioni
- Nel cosmo, quanto liga è Dio, Demone, Animo, Natura, Sorte e Fortuna, e, per ultimo, Fato. (p. 95; 2000)
- Liga con arte l'artefice: il bello dell'artefice è arte. (p. 97; 2000)
- Tra le ligature, maggiori sono quelle che ligano non i bruti, ma gli uomini; gli ingegni più vivaci, non i più semplici, poiché quelli dispongono di maggiori facoltà e possibilità, a più parti, circostanze e fini mirano, e dunque da maggiori brame sono condotti. (p. 97; 2000)
- Scarsa brama, sollecitata da naturale pulsione, liga l'uomo torpido, dal cibo limitato e rozzo. Non lo ingentilisce l'eloquio, né eros lo solletica, non la musica o la pittura, né altre delizie di natura. (p. 97; 2000)
- Ligato sono da parecchie cose; sento dunque che parecchi mi ligano, perché diverse e distinte sono le gradazioni del bello. (p. 97; 2000)
- Da ignoranti che siamo, più ci lasciamo ligare da chi è astuto, che da un amico autentico, sicché le ligature ed il magistero di chi liga si fondano e si consolidano nell'artificio. (p. 109; 2000)
- Tre sino le porte per le quali il cacciatore di anime osa ligare: vista, udito, mente o immaginazione. (p. 113; 2000)
- Pensa che, più delle bestie, gli uomini sono suscettibili di ligature; uomini bestiali e storditi non si prestano a ligature eroiche, diversamente da chi ha attinto un'anima più limpida. (p. 117; 2000)
- Può essere ligato soprattutto ciò che ha in chi liga qualcosa di suo, perché, attraverso quel qualcosa di suo, chi liga lo comanda. (p. 117; 2000)
- I contemplativi, tralasciando l'aspetto delle cose sensibili, vengono ligati a cose divine; i voluttuosi, col vedere, calano alla provvisione di cose tangibili; i morali sono tratti col godimento dei colloqui. (p. 119; 2000)
- Ciò che liga ad amore o ad odio, o a disprezzo, al di sotto di ogni razionale atteggiamento, è qualcosa di inconscio (p. 127; 2000).
- Chi nulla ama, infatti, non ha da temere, o sperare, o vantarsi, a andar fiero, osare, umiliarsi, emulare, adirarsi, o provare altri sentimenti del genere. (pp. 131-133; 2000)
- Tanti sono i generi e le diversità del bello, tanti, si intende, sono i generi e le diversità delle ligature. (p. 137; 2000)
- Si aggiunga al già detto, che amore, con cui amiamo, è brama con cui ogni cosa brama, mediazione fra bene e male, brutto e bello (non dunque non brutto e non bello), ma buono e bello in rapporto a una certa comunicazione e partecipazione. (p. 145; 2000)
- L'animo umile, prono all'omaggio, liga l'animo superbo; il superbo ama colui dal quale si vede magnificato, a maggior ragione quando chi loda è grande. (p. 151; 2000)
[modifica] Il Candelaio
[modifica] Incipit
INTERLOCUTORI
Bonifacio, Ascanio
- Bonifacio: Va' lo ritrova adesso adesso, e forzati di menarlo qua. Va', fa', e vieni presto.
Ascanio: Mi forzarrò di far presto e bene. Meglio un poco tardi, che un poco male: «Sat cito, si sat bene»[7]
[modifica] Citazioni
- A GLI ABBEVERATI DEL FONTE CABALLINO Voi che tettate di muse da mamma, | E che natate su lor grassa broda | Col musso, l'eccellenza vostra m'oda, | Si fed'e caritad'il cuor v'infiamma. | Piango, chiedo, mendico un epigramma, | Un sonetto, un encomio, un inno, un'oda | Che mi sii posta in poppa over in proda, | Per farmene gir lieto a tata e mamma | Eimè ch'in van d'andar vestito bramo | Oimè ch'i' men vo nudo com'un Bia, | E peggio: converrà forse a me gramo | monstrar scuoperto alla Signora mia | Il zero e menchia, com'il padre Adamo, | Quand'era buono dentro sua badia. | Una pezzenteria | Di braghe mentre chiedo, da le valli | Veggio montar gran furia di cavalli. [Sonetto anteposto all'Epistola]
- Ricordatevi, Signora, di quel che credo non bisogna insegnarvi: «Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s'annichila; è un solo che non può mutarsi, un solo è eterno, e può perseverare eternamente uno, simile e medesmo» [Dall'Epistola]
- Con questa filosofia l'animo mi s'aggrandisse, e me si magnifica l'intelletto. Però, qualunque sii il punto di questa sera ch'aspetto, si la mutazione è vera, io che son ne la notte, aspetto il giorno, e quei che son nel giorno, aspettano la notte. [Dall'Epistola]
- Son tre materie principali intessute insieme ne la presente comedia: l'amor di Bonifacio, l'alchimia di Bartolomeo e la pedanteria di Manfurio. [Incipit dell'Argumento]
- Messer sì, ben considerato, bene appuntato, bene ordinato. Forse che non ho profetato che questa comedia non si sarrebbe fatta questa sera? Quella bagassa che è ordinata per rapresentar Vittoria e Carubina, ave non so che mal di madre. Colui che ha da rapresentar il Bonifacio, è imbraco che non vede ciel né terra da mezzodì in qua; e, come non avesse da far nulla, non si vuol alzar di letto; dice: "Lasciatemi, lasciatemi, ché in tre giorni e mezzo e sette sere, con quattro o dui rimieri, sarrò tra parpaglioni e pipistregli: sia, voga; voga, sia" [Incipit dell'Antiprologo]
- Questo animale che chiamiamo Amore, per il più suole assalire colui ch'ha poco da pensare e manco da fare. (Bartolomeo, da Atto I)
- È buon segno quando le cose vanno per la mente: guardati che la mente non vadi essa per le cose, perché potrebbe rimaner attaccata con qualch'una di quelle, ed il cervello, la sera, indarno l'aspetterebbe a cena. (Gioan Bernardo, da Atto I)
- I savi vivono per i pazzi, ed i pazzi per i savii. Si tutti fussero signori, non sarebbono signori: cossì, se tutti saggi, non sarebbono saggi, e se tutti pazzi, non sarebbono pazzi. Il mondo sta bene come sta. (Vittoria, da Atto II)
- L'uomo, senza l'argento ed oro, è come uccello senza piume, ché chi lo vuol prendere, sel prende, chi sel vuol mangiar, sel mangia. (Bartolomeo, da Atto IV)
- E non è quel che noi siamo e quel che noi facciamo, che ne rendi onorati o disonorati, ma sì ben quel che altri stimano, e pensano di noi. (Gioan Bernardo, da Atto V)
- È forza che gli doni e grazie sien divisi, a fin che l'uno abbi bisogno dell'altro, e, per conseguenza, l'uno ami l'altro. A chi è concesso il meritare, sii negato l'avere; a chi è concesso l'avere, sii negato il meritare. (Ascanio, da Atto V)
[modifica] Citazioni su Il Candelaio
- Cosa è questo primo lavoro? Una commedia, il Candelaio. Bruno vi sfoga le sue qualità poetiche e letterarie. La scena è in Napoli, la materia è il mondo plebeo e volgare, il concetto è l'eterna lotta degli sciocchi e de' furbi, lo spirito è il più profondo disprezzo e fastidio della società, la forma è cinica. È il fondo della commedia italiana dal Boccaccio all'Aretino, salvo che gli altri vi si spassano, massime l'Aretino, ed egli se ne stacca e rimane al di sopra. Chiamasi accademico di nulla accademia, detto il Fastidito. Nel tempo classico delle accademie il suo titolo di gloria è di non essere accademico. Quel fastidito ti dà la chiave del suo spirito. La società non gl'ispira più collera; ne ha fastidio, si sente fuori e sopra di essa. (Francesco De Sanctis)
- Tratti che campeggiano poi nel Candelaio, nel quale è descritta una società senza virtù, senza giustizia, senza pudore e carità. (Michele Ciliberto)
[modifica] Il canto di Circe
[modifica] Incipit
INTERLOCUTORI
Circe, Meri
Circe: Sole che illumini il tutto. Apollo, inventore del canto, cinto della faretra, arciere potente nello scagliare i dardi, Pizio, ornato di alloro, divinatore, pastore, vate, augure e medico. Febo, roseo, dalla lunga chioma, belcrinito, dorato, splendente, sereno, suonatore di cetra, cantore e rivelatore del vero.
[modifica] Citazioni
- Per vedere la maga figlia del gran sole, | spingendoti fuori da questi rifugi, | senza ostacoli verrai nel dominio Circeo, | che non è affatto racchiuso entro angusti confini. | Per vedere le belanti pecore e i muggenti buoi, | per vedere i saltellanti padri dei capretti, | tu verrai, e per vedere tutti quanti gli animali del campo, | e tutte le belve della selva. | Con vario ed armonioso canto si leveranno qua e là i volatili nel cielo, | aggirandosi per la terra, sull'onda e nell'aere. | Mentre lasceranno che tu passi indisturbato i pesci del mare, | mantenendosi nel loro naturale silenzio. | Bada però che quando ti accosterai alla dimora, | per ritrovare gli animali domestici: | allora infatti proprio di fronte alle porte ed all'ingresso dell'atrio | facendosi avanti tutto fangoso, | ti correrà incontro il porco, e se per caso gli andrai troppo accosto, | col fango, colle zanne e con gli zoccoli | quello ti morderà, ti sporcherà, ti calpesterà, | e col suo grugnito t'importunerà. | Sulla soglia poi, e nello stesso ingresso dell'atrio, | il genere di bestie latranti che là se ne sta in ozio, | ti sarà molesto per il gran abbaiare, | e terribile per le fauci. | Se per questo non smarrirai il senso, e se neanche i cani si infurieranno, | per timore tu delle loro zanne, quelli del tuo bastone, | quelli non ti morderanno, tu non li picchierai: | sarai libero di passare, né quelli ti saranno di ostacolo. | Superate con solerte industria tutte queste prove, | mentre ti addentri nei luoghi più celati, | ti verrà incontro il solare volatile, il gallo, | per condurti in presenza della figlia del sole. [Giordano al libro]
- Ecco che sotto una scorza umana sono celati animali ferini. Conviene forse che un'anima bestiale abiti un corpo di uomo come se questo fosse una dimora cieca e ingannevole? Dove sono le leggi che per diritto governano la natura?... Vi scongiuro, per i ministri menzogneri che proteggono il volto degli errori, per l'alta potenza dei custodi che sono presidio della natura, strappando da ciascuno individuo di specie bestiali le sembianze umane, fate sì che questi esseri si mostrino nelle loro figure esteriori e veritiere. (Circe, da Dialogo I)
- Meri: Sono scossa dal terrore, mia dea e regina, giacché adesso belve terribili a vedersi ci minacciano.
Circe: Avevi paura poco fa?
Meri: In verità no. (da Dialogo I) - Circe: Adesso hai dunque meno ragione di preoccuparti.
Meri: Com'è possibile?
Circe: Questi che adesso vedi (come hai riconosciuto tu stessa) nel loro aspetto di animali bruti e di bestie non sono per niente diversi da quelli che poco fa vedevi come uomini, se non perché ora soltanto hanno reso evidenti quelle unghie, quei denti, quegli aculei e quelle corna che prima celavano. Anzi, voglio che ti sia ben chiaro questo: poiché adesso sono privi di quell'organo che è efficacissimo nel ferire l'intimo stesso degli animi, sono divenuti tutti quanti meno nocivi e temibili.
Meri: Quale organo è questo?
Circe: La lingua.
Meri: Che gli dei mi aiutino, temo più quanto potevano fare che quanto potevano dire.
Circe: Mostri dunque meno giudizio. (da Dialogo I)
- Circe: Il porco è infatti un animale A. avaro, B. barbaro, C. coperto di fango, D. duro, E. errante qua e là, F. fetido, G. goloso, H. ha un debole senno, K. Cocciuto, L. lascivo, M. molesto, N. non è buono a nulla, O. ocioso, P. pertinace, Q. querulo, R. rude, S. stolto, T. turgido, V. vile, X. Lunatico, Y. Auricolato, Z. volubile, Ψ. non si dice buono se non quando è morto.
Meri: Componendo l'alfabeto porcino, o Circe, hai dimenticato una delle lettere più necessarie.
Circe: Non è stato fatto a caso, giacché questa lettera è implicata in tutte le altre come pure sembra essere la lettera delle lettere stesse. Ad uno dunque tutto si riporti, come in tutto è stato riportato uno. A. ingrato, B. immondo, C. irragionevole... (da Dialogo I)
- Quella [dei cani] è la stessa razza di barbari che condanna e attacca tutto quanto non intende: così adesso questi cani, vili e smascherati per tali dal loro stesso aspetto, latrano contro tutti gli sconosciuti, anche se vengono con intenti benefici, mentre si fanno più miti con quelli che conoscono, per quanto siano malvagi e scellerati. (Circe, da Dialogo I)
[modifica] Citazioni su Il canto di Circe
- Nel Cantus Circaeus, invece, balza in primo piano quello che è un altro motivo strutturale della «mente» del Nolano: la problematica di ordine morale. (Michele Ciliberto)
[modifica] Il sigillo dei sigilli
[modifica] Incipit
I-1. Quello spirito divino, che mai si è accontentato di ingegni sordidi, mi fece conoscere ciò insieme ad altre cose: e tu che esiti ma ardi fin nel profondo dell'animo per questa stessa cosa, devi in principio proporti di onorare come Dio primo e prossimo il medesimo spirito dal quale sei eccitato esteriormente e incitato interiormente, invocarlo come nume e volgere a quello il tuo sguardo come alla luce.
[modifica] Citazioni
- I-7. Ricorda che Prometeo non fu gradito agli dei, o perché costui, spargendo i tesori degli dei, sembrava incitare al torpore il genere umano, ovvero perché costui faceva comune promiscuamente a degni e indegni una cosa eccellentissima.
- I-22. [...] di conseguenza potrai capire come un medesimo principio naturale sia parimenti prossimo alla virtù e al vizio.
- I-23. L'antichità chiamò grande demone questo amore che è padre di tutti i sentimenti, tutti i desideri e tutti gli effetti.
- I-28. [...] sebbene infatti all'anima sia presente un'immagine non dobbiamo rivolgere la nostra attenzione a questa, ma dobbiamo rivolgerci a questa immagine come guardando attraverso di essa.
- I-29. [...] È abbastanza chiaro con quanta più facilità e limpidezza si manifestino in noi i sensi interni, allorché sono assopiti quelli esterni.
- I-38. Per una contrazione che richiama l'atto intellettivo nell'immagine della cosa da conoscere l'animo si espone a sogni divini, visioni e rivelazioni; niente è in verità difficile per chi veramente intende.
- I-39. [...] con grande efficacia operano i medici in cui moltissimi confidano; i malefici, che pure non toccano chi li disprezza, penetrano in chi li teme.
- I-49. [...] Colui che da una diversa visione della cosa più è commosso, non teme le angustie della morte.
- II-2. È per virtù dell'amore che tutto è prodotto, e l'amore è in tutto: si manifesta come forza e vita nelle cose viventi, e ciò da cui le cose viventi traggono forza e vita ed è il vigore stesso delle cose viventi.
- II-3. [...] Non c'è quindi alcun ente artificiale che abbia il suo fondamento fuori della natura.
- II-4. [...] La matematica, che ci insegna a fare astrazione dalla materia, dal moto e dal tempo, ci rende capaci di intendere e contemplare le specie intellegibili.
- II-5. [...] la prima è quella magia che attraverso la credulità della fede ovvero attraverso non lodevoli specie di contrazione mortifica il senso [...] la seconda è quella magia che attraverso una fede regolata ed altre lodevoli specie di contrazione [...] corregge l'errante, rafforza ed acuisce il debole e l'ottuso.
- II-5. [...] per virtù del grande demone (che è l'amore) attraverso lo spirito l'anima si congiunge al corpo, attraverso l'anima si congiunge allo spirito una forza più separata e divina, e attraverso un numero più o meno grande di enti intermedi tutte le cose dell'universo sono connesse e concatenate a tutte le altre.
- II-10. C'è una sola semplice forma [...] la quale senza diminuizione si comunica a tutte le cose [...] Questa forma universale dell'essere è luce infinita [...] Attraverso questa forma che in diversi modi si comunica ai diversi enti secondo diverse figure si esplica la materia.
[modifica] L'asino cillenico
[modifica] Incipit
INTERLOCUTORI
L'Asino, Micco Pitagorico, Mercurio
Asino: Or perché derrò io abusar de l'alto, raro e pelegrino tuo dono, o folgorante Giove? Perché tanto talento, porgiutomi da te, che con sí particular occhio me miraste (indicante fato), sotto la nera e tenebrosa terra d'un ingratissimo silenzio terrò sepolto? suffrirò piú a lungo l'esser sollecitato a dire, per non far uscir da la mia bocca quell'estraordinario ribombo, che la largità tua, in questo confusissimo secolo, nell'interno mio spirito (perché si producesse fuora) ha seminato? Aprisi aprisi, dunque, con la chiave de l'occasione l'asinin palato, sciolgasi per l'industria del supposito la lingua, raccolgansi per mano de l'attenzione, drizzata dal braccio de l'intenzione, i frutti de gli arbori e fiori de l'erbe, che sono nel giardino de l'asinina memoria.
Micco: O portento insolito, o prodigio stupendo, o maraviglia incredibile, o miracoloso successo! Avertano gli dii qualche sciagura! Parla l'asino? l'asino parla? O Muse, o Apolline, o Ercule, da cotal testa esceno voci articulate? Taci, Micco, forse t'inganni; forse sotto questa pelle qualch'uomo stassi mascherato, per burlarsi di noi.
[modifica] Citazioni
- A l'Asino Cillenico Oh beato quel ventr'e le mammelle, | Che t'ha portato e 'n terra ti lattaro, | Animalaccio divo, al mondo caro, | Che qua fai residenza e tra le stelle! | [...] [Sonetto anteposto al dialogo]
- Micco: Piú che fisico non può essere: perché delle cose sopranaturali non si possono aver raggioni, eccetto in quanto riluceno nelle cose naturali; percioché non accade ad altro intelletto che al purgato e superiore di considerarle in sé.
Asino: Non si trova appo voi metafisica?
Micco: No; e quello che gli altri vantano per metafisica, non è altro che parte di logica. - Asino: Or che differenza trovate voi tra noi asini e voi altri uomini, non giudicando le cose dalla superficie, volto ed apparenza? Oltre di ciò dite, giudici inetti: quanti di voi errano ne l'academia de gli asini? quanti imparano nell'academia de gli asini? quanti fanno profitto nell'academia de gli asini? quanti s'addottorano, marciscono e muoiono ne l'academia de gli asini? quanti son preferiti, inalzati, magnificati, canonizati, glorificati e deificati nell'academia de gli asini? che se non fussero stati e non fussero asini, non so, non so come la cosa sarrebe passata e passarebbe per essi loro. Non son tanti studii onoratissimi e splendidissimi, dove si dona lezione di saper inasinire, per aver non solo il bene della vita temporale, ma e de l'eterna ancora?
[modifica] Explicit
- Asino: Avetel'inteso?
Micco. Non siamo sordi.
[modifica] La cena de le ceneri
[modifica] Incipit
INTERLOCUTORI
Smitho, Teofilo filosofo, Prudenzio pedante, Frulla
Smitho: Parlavan ben latino?
Teofilo: Sì.
Smitho: Galantuomini?
Teofilo: Sì.
Smitho: Di buona riputazione?
Teofilo: Sì.
Smitho: Dotti?
Teofilo: Assai competentemente.
[modifica] Citazioni
- Questi fiammeggianti corpi son que' ambasciatori, che annunziano l'eccellenza de la gloria e maestà de Dio. Cossì siamo promossi a scuoprire l'infinito effetto dell'infinita causa, il vero e vivo vestigio de l'infinito vigore; ed abbiamo dottrina di non cercar la divinità rimossa da noi, se l'abbiamo appresso, anzi di dentro, più che noi medesmi siamo dentro a noi; non meno che gli coltori degli altri mondi non la denno cercare appresso di noi, l'avendo appresso e dentro di sé, atteso che non più la luna è cielo a noi, che noi alla luna[8]. (Teofilo, da dialogo I)
- Lasciamo questi propositi per ora. Sono alcuni altri, che, per qualche credula pazzia, temendo che per vedere non se guastino, vogliono ostinatamente perseverare ne le tenebre di quello c'hanno una volta malamente appreso. Altri poi sono i felici e ben nati ingegni, verso gli quali nisciuno onorato studio è perso: temerariamente non giudicano, hanno libero l'intelletto, terso il vedere e son prodotti dal cielo, si non inventori, degni però esaminatori, scrutatori, giodici e testimoni de la verità. (Teofilo, da dialogo I)
- Smitho: Però comunemente si va appresso al giudizio comone, a fin che, se si fa errore, quello nonarà senza gran favore e compagnia.
Teofilo: Pensiero indegnissimo d'un uomo! Per questo gli uomini savii e divini son assai pochi; e la volontà di dèi è questa, atteso che non è stimato né prezioso quel tanto ch'è comone e generale.
Smitho: Credo bene, che la verità è conosciuta da pochi, e le cose preggiate son possedute da pochissimi; ma mi confonde che molte cose son, poche tra pochi, e forse appresso un solo, che non denno esser stimate, non vaglion nulla e possono esser maggior pazzie e vizii.
Teofilo: Bene, ma in fine è più sicuro cercar il vero e conveniente fuor de la moltitudine, perché questa mai apportò cosa preziosa e degna, e sempre tra pochi si trovorno le cose di perfezione e preggio. Le quali, se fusser solo ad esser rare ed appresso rari, ognuno, benché non le sapesse ritrovare, almeno le potrebbe conoscere; e cossì non sarebbono tanto preziose per via di cognizione, ma di possessione solamente. (da dialogo I) - Venca dunque la perseveranza, perché, se la fatica è tanta, il premio non sarà mediocre. Tutte cose preziose son poste nel difficile. Stretta e spinosa è la via de la beatitudine; gran cosa forse ne promette il cielo:
Pater ipse colendi
haud facilem esse viam voluit, primusque per artem
movit agros, curis acuens mortalia corda,
nec torpere gravi passus sua regna veterno.[9] (Teofilo, da dialogo II) - Al Copernico non ha bastato dire solamente, che la terra si move; ma ancora protesta e conferma quello scrivendo al Papa, e dicendo che le opinioni di filosofi son molto lontane da quelle del volgo, indegne d'essere seguitate, degnissime d'esser fugite, come contrarie al vero e dirittura. (Teofilo, da dialogo III)
- [...] li altri globi, che son terre, non sono in punto alcuno differenti da questo in specie; solo in esser più grandi e piccioli, come ne le altre specie d'animali per le differenze individuali accade inequalità; ma quelle sfere, che son foco come è il sole, per ora, crede che differiscono in specie, come il caldo e freddo, lucido per sé e lucido per altro. (Teofilo, da dialogo III)
- Per questo disse Alchazele, filosofo, sommo pontefice e teologo mahumetano, il fine delle leggi non è tanto di cercar la verità delle cose e speculazioni, quanto la bontà de' costumi, profitto della civilità, convitto di popoli e prattica per la commodità della umana conversazione, mantenimento di pace e aumento di republiche. (Smitho, da dialogo IV)
- Dove dunque gli uomini divini parlano presupponendo nelle cose naturali il senso comunmente ricevuto, non denno servire per autorità; ma più tosto dove parlano indifferentemente, e dove il volgo non ha risoluzione alcuna, in quello voglio che s'abbia riguardo alle paroli degli uomini divini, anco a gli entusiasmi di poeti, che con lume superiore ne han parlato; e non prendere per metafora quel che non è stato detto per metafora, e per il contrario prendere per vero quel che è stato detto per similitudine. Ma questa distinzione del metaforico e vero non tocca a tutti di volerla comprendere, come non è dato ad ogniuno di posserla capire. (Teofilo, da dialogo IV)
- Smitho: Io, per certo, molto mi muovo da l'autorità del libro di Giobbe e di Mosè; e facilmente posso fermarmi in questi sentimenti reali più tosto che in metaforici ed astratti: se non che, alcuni pappagalli d'Aristotele, Platone ed Averroe, dalla filosofia de' quali son promossi poi ad esser teologi, dicono che questi sensi son metaforici; e cossì, in virtù de lor metafore, le fanno significare tutto quel che gli piace, per gelosia della filosofia, nella quale son allevati.
Teofilo: Or quanto siino costante queste metafore, lo possete giudicar da questo, che la medesma Scrittura è in mano di giudei, cristiani e mahumetisti, sètte tanto differenti e contrarie, che ne parturiscono altre innumerabili contrariissime e differentissime; le quali tutte vi san trovare quel proposito che gli piace e meglio gli vien comodo: non solo il proposito diverso e differente, ma ancor tutto il contrario, facendo di un sì un non, e di un non un sì, come, verbigrazia, in certi passi, dove dicono che Dio parla per ironia. (da dialogo IV) - E noi medesmi e le cose nostre andiamo e vegniamo, passiamo e ritorniamo, e non è cosa nostra che non si faccia aliena e non è cosa aliena che non si faccia nostra. E non è cosa della quale noi siamo, che tal volta non debba esser nostra, come non è cosa la quale è nostra, della quale non doviamo talvolta essere, se una è la materia delle cose, in un geno, se due sono le materie, in dui geni: perché ancora non determino, se la sustanza e materia, che chiamiamo spirituale, si cangia in quella che diciamo corporale e per il contrario, o veramente non. Cossì tutte cose nel suo geno hanno tutte vicissitudine di dominio e servitù, felicità ed infelicità, de quel stato che si chiama vita e quello che si chiama morte, di luce e tenebre, di bene e male. E non è cosa alla quale naturalmente convegna esser eterna, eccetto che alla sustanza, che è la materia, a cui non meno conviene essere in continua mutazione. (Teofilo, da dialogo V)
[modifica] Citazioni su La cena de le ceneri
- Nella Cena de le Ceneri sviluppa una concezione dell'esegesi biblica che, delimitando con rigore i campi ripsettivi dell'una e dell'altra, mira a stabilire le condizioni di una positiva «convivenza» fra Scrittura e «musa nolana». (Michele Ciliberto)
[modifica] Le ombre delle idee
[modifica] Incipit
INTERLOCUTORI
Ermes, Filotimo, Logifero
Ermes: Sei libero di proseguire. Non ignori infatti che medesimo è il sole, e medesima l'arte. Il medesimo sole fa conoscere ed onora le gesta di uno, espone al biasimo le azioni di un altro. Si contristano per la sua presenza le notturne strige, il rospo, il basilisco, il gufo: esseri solitari, notturni e sacri a Plutone. Esultano invece gallo, fenice, cigno reale, cigno, aquila, lince, ariete e leone.
[modifica] Citazioni
- È posto a Chio nel luogo più alto | il volto di Diana, | il quale appare triste a quanti entrano nel tempio, | ilare invece a quanti ne escono. | Ugualmente la lettera di Pitagora, | tracciata con un segno bicorne, | dona la più eccellente conclusione | a coloro cui mostrò il truce aspetto del sentiero di destra. | Delle ombre, che dalla profonda | tenebra emersero, | adesso appaiono assai aspri, ma saranno alla fine graditi | sia il volto sia la lettera. [Sonetto anteposto all'Epistola]
- [...] | Se voi sentite di essere adatti a scavare, | e niente affatto inadatti a volare, | pescare, cacciare e tendere lacci, | per cui riguardo a ciò non vi saranno lamenti, | ve lo concederò, se anche voi concedete | di essere entrati nel labirinto senza filo. [dal Sonetto di Merlino al Giudice adeguato]
- L'inchiostro di una seppia, aggiunto ad una lucerna, fa sì che gli uomini sembrino Etiopi; così una mente guastata dal livore giudica turpi anche cose chiaramente belle. (Filotimo, da Dialogo preliminare)
- Ha terminato [Logifero] l'altrui sermone col proprio raglio: il venerabile dottore ha fatto la parte del pappagallo e dell'asino. (Filotimo, da Dialogo preliminare)
- Quest'arte non serve soltanto ad acquisire una semplice tecnica mnemonica, ma apre anche la via e introduce alla scoperta di numerose facoltà. (Ermes, da Dialogo preliminare)
- Trattiamo questa arte sotto una duplice forma, e seguendo una duplice via: la prima di queste è più elevata e generale; essa serve a ordinare tutte le operazioni dell'animo [...] consiste in trenta modi di intendere le ombre [...] La seconda forma dell'arte, che viene esposta in seguito, è più sintetica e serve per acquistare, attraverso un sistema di regole, un genere ben preciso di memoria. (Ermes, da Dialogo preliminare).
- Non è infatti tanto potente la nostra natura da dimorare nello stesso campo del vero. (da Trenta modi...)
- Quello che è vero e buono è unico e primo. (da Trenta modi...)
- Quest'ombra, pur non essendo verità, deriva tuttavia dalla verità e conduce alla verità; di conseguenza, non devi credere che in essa sia insito l'errore, ma che vi sia il nascondiglio del vero. (da Trenta modi...)
- L'ombra prepara lo sguardo alla luce. Attraverso l'ombra la divinità tempera e pone davanti all'occhio oscurato dell'anima affamata e assetata quelle immagini che sono i messaggeri delle cose. (da Trenta modi...)
- Attraverso una sola specie si conosce in questo genere il bello e il turpe, il conveniente e il non conveniente, il perfetto e l'imperfetto, il bene e il male. (da Trenta modi...)
- Niente è infatti contrario all'ombra, e precisamente né la tenebra, né la luce. (da Trenta modi...)
- Tuttavia l'idea è nella mente divina in un atto unico, totalmente e simultaneamente. Nelle intelligenze, le idee sono secondo atti distinti. Nel cielo, sono in potenza attiva molteplice secondo una successione. Nella natura, sono a modo di vestigio e quasi per impressione. Nell'atto di intendere e nella ragione, sono a modo di ombre. (da Trenta modi...)
- Uno è ciò che tutto definisce. [...] Se ti convincerai di ciò, porrai tra i tuoi occhi e quanto è universalmente visibile un tale oculare, che niente potrà in qualche modo sfuggirti. (da Sui trenta concetti...)
- Un agente che opera per natura ovvero per caso, e non per una prescrizione della volontà, non presuppone le idee. (da Sui trenta concetti...)
- Occorre invece che noi ricerchiamo le idee al di fuori e al di sopra di noi: poiché in noi abbiamo soltanto le ombre. (da Sui trenta concetti...)
[modifica] Citazioni su Le ombre delle idee
- Bruno non intende potenziare solo il muscolo mnemonico, vuole mutare il cosmo. Ovvero – lo ribadiamo ancora – modificare la struttura stessa della mente di ogni iniziato e quindi, attraverso di esso, il mondo tramite l'interdipendenza micro-macrocosmo, cioè mente-universo. (Gabriele La Porta)
- Ci è un libro pubblicato a Parigi nel 1582, col titolo: De umbris idearum, e lo raccomando a' filosofi, perché ivi è il primo germe di quel mondo nuovo, che fermentava nel suo cervello. Ivi tra quelle bizzarrie mnemoniche è sviluppato questo concetto capitalissimo, che le serie del mondo intellettuale corrispondono alle serie del mondo naturale, perché uno è il principio dello spirito e della natura, uno è il pensiero e l'essere. Perciò pensare è figurare al di dentro quello che la natura rappresenta al di fuori, copiare in sé la scrittura della natura. Pensare è vedere, ed il suo organo è l'occhio interiore, negato agl'inetti. Ond'è che la logica non è un argomentare, ma un contemplare, una intuizione intellettuale non delle idee, che sono in Dio, sostanza fuori della cognizione, ma delle ombre o riflessi delle idee ne' sensi e nella ragione. (Francesco De Sanctis)
[modifica] Spaccio de la bestia trionfante
[modifica] Incipit
INTERLOCUTORI
Sofia, Saulino, Mercurio
Sofia: Talché, se ne li corpi, materia ed ente non fusse la mutazione, varietadine e vicissitudine, nulla sarebbe conveniente, nulla di buono, niente dilettevole.
Saulino: Molto bene l'hai dimostrato, Sofia.
Sofia: Ogni delettazione non veggiamo consistere in altro, che in certo transito, camino e moto.
[modifica] Citazioni
- Cieco chi non vede il sole, ingrato chi nol ringrazia; se tanto è il lume, tanto il bene, tanto il beneficio; per cui risplende, per cui eccelle, per cui giova; maestro dei sensi, padre di sustanze autor di vita. [Incipit dell'Epistola]
- Quello che da ciò voglio inferire, è che il principio, il mezzo e il fine, il nascimento, l'aumento e la perfezione di quanto veggiamo, è da contrarii, per contrarii, ne contrarii, a contrarii: e dove è la contrarietà, è la azione e reazione, è il moto, è la diversità, è la moltitudine, è l'ordine, son gli gradi, è la successione, è la vicissitudine. (Sofia, I Dialogo)
- L'ordine e la materia di far questo riparamento è che prima togliamo dalle nostre spalli la grieve somma d'errori che ne trattiene. (Sofia, I Dialogo)
- La Prudenza, rispose Giove, la quale deve essere vicina alla Veritade; perché questa non deve maneggiarsi, muoversi ed adoperarsi senza quella, e perché l'una senza la compagnia dell'altra non è possibile che mai profitte o vegna onorata. (Sofia, I Dialogo)
- Tutto dunque, quantunque minimo, è sotto infinitamente grande provvidenza; ogni qualsivoglia vilissima minuzzaria in ordine del tutto ed universo è importantissima; perché le cose grandi son composte de le picciole, e le picciole de le piccolissime, e queste de gl'individui e minimi. (Mercurio, I Dialogo)
- Sopra tutte le cose, o Saulino, è situata la Verità; perché questa è la unità che soprasiede al tutto, è la bontà che è preeminente a ogni cosa; perché uno è lo ente, buono e vero; medesimo è vero, ente e buono. (Sofia, II Dialogo)
- [...] per la quale chi dice sapere quel che non sa, è temerario sofista; chi nega sapere quel che sa, è ingrato a l'intelletto agente ed ingiurioso a la verità, ed oltraggioso a me. […] Ma color che mi cercano per edificar se stessi, sono prudenti; gli altri che m'osservano per edificare altrui, sono umani; quei che mi cercano absolutamente, sono curiosi; gli altri che m'inquireno per amor della suprema e prima verità, sono sapienti, e per conseguenza felici. (Sofia, II Dialogo)
- Saulino: Vorrei, ch'al giudicio avesse ordinato qualche cosa espressa contra la temeritade di questi gramatici, che in tempi nostri grassano per l'Europa.
Sofia: Molto bene, o Saulino, Giove ha comandato, imposto ed ordinato al giudizio, che veda se gli è vero che costoro inducano gli popoli al dispreggio ed al meno a poca cura di legislatori e leggi, con donargli ad intendere, che quelli proponeno cose impossibili e che comandano come per burla; cioè, per far conoscere a gli uomini, che gli dei sanno comandare quello che loro non possono mettere in esecuzione. Veda se, mentre dicono che vogliono riformare le difformate leggi e religioni, vegnono per certo a guastar tutto quel tanto che ci è di buono, e confirmar e inalzar a gli astri tutto quello che vi può essere o fingere di perverso e vano. Veda se apportano altri frutti, che di togliere le conversazioni, dissipar le concordie, dissolvere l'unioni, far ribellar gli figli da' padri, gli servi da padroni, gli sudditi da superiori, mettere scisma tra popoli e popoli, gente e gente, compagni e compagni, fratelli e fratelli, e ponere in disquarto le fameglie, cittadi, republiche e regni: ed in conclusione, se, mentre salutano con la pace, portano, ovunque entrano, il coltello della divisione ed il fuoco della dispersione. (II Dialogo) - Alla filosofia donano impedimento le ricchezze, e la Povertade porge camino sicuro ed ispedito. (Sofia, II Dialogo)
- Perché non colui che ha poco, ma quello che molto desidera è veramente povero. (Sofia, II Dialogo)
- Nessuna cosa è absolutamente mala; perché la vipera non è mortale e tossicosa a la vipera; né il drago, il leone, l'orso a l'orso, al leone, al drago; ma ogni cosa è mala rispetto di qualch'altro. (Sofia, II Dialogo)
- Non è errore che sia fatto un prencipe, ma che sia fatto prencipe un forfante. (Sofia, II Dialogo)
- Quella [la luce della ragione] farà che dove importa l'onore, l'utilità pubblica, la dignità e perfezione del proprio essere, la cura delle divine leggi e naturali, ivi non ti smuovi per terrori che minacciano morte [...]. (tutti gli dei, II Dialogo)
- Voglio, o Diligenza, che ottegni questo nobil spacio nel cielo; perché sei quella che nutri con la fatica gli animi generosi. […] Su, Diligenza, che fai? perché tanto ociamo e dormiamo vivi, se tanto tanto doviamo ociar e dormire in morte? (Sofia, II Dialogo)
- Tu, Ocio inerte, disutile e pernicioso, non aspettar che dalla tua stanza si dispona in cielo e per gli celesti dei; ma nell'inferno per gli ministri del rigoroso ed implacabile Plutone. (Sofia, III Dialogo)
- Sofia: [...] e questo, o Momo, disse Giove, non averlo per male, perché sai, che gli animali e piante sono vivi effetti di natura; la qual natura (come devi sapere) non è altro che dio nelle cose.
Saulino: Dunque, natura est deus in rebus. (III Dialogo) - Ti dirò. [Gli egizi] Non adoravano Giove, come lui fusse la divinità, ma adoravano la divinità come fusse in Giove [...]. (Sofia, III Dialogo)
- Non manca per questo, che quelli [gli egizi] non intendessero una essere la divinità che si trova in tutte le cose, la quale, come in modi innumerabili si diffonde e communica, cossì ave nomi innumerabili, e per vie innumerabili, con ragioni proprie ed appropriate a ciascuno, si ricerca, mentre con riti innumerabili si onora e cole. (Sofia, III Dialogo)
- Appresso dimandò Nettuno: – Che farrete, o dei, del mio favorito, del mio bel mignone, di quell'Orione dico, che fa, per spavento (come dicono gli etimologisti), orinare il cielo? – Qua, rispose Momo: – Lasciate proponere a me, o dei. Ne è cascato, come è proverbio in Napoli, il maccarone dentro il formaggio. Questo, perché sa far de maraviglie, e, come Nettuno sa, può caminar sopra l'onde del mare senza infossarsi, senza bagnarsi gli piedi; e con questo consequentemente potrà far molte altre belle gentilezze; mandiamolo tra gli uomini; e facciamo che gli done ad intendere tutto quello che ne pare e piace, facendogli credere che il bianco è nero, che l'intelletto umano, dove li par meglio vedere, è una cecità. (Sofia, III Dialogo)
- [...] l'esser beccaio [macellaio] debba essere stimata un'arte ed esercizio più vile che non è l'esser boia [...] perché questa si maneggia pure in contrattar membri umani, e talvolta administrando alla giustizia; e quello ne gli membri d'una povera bestia, sempre amministrando alla disordinata gola, a cui non basta il cibo ordinato dalla natura [il cibo vegetale], più conveniente alla complessione e vita dell'uomo (lascio l'altre più degne raggione da canto); cossì l'esser cacciatore è uno esercizio ed arte non meno ignobile e vile che l'esser beccaio; come non ha minor raggion di bestia la salvatica fiera che il domestico e campestre animale. (Sofia, III Dialogo)
[modifica] Explicit
- Saulino: Or ed io me ne vo alla mia cena.
Sofia: Ed io mi ritiro alle notturne contemplazioni. (III Dialogo)
[modifica] Citazioni su Spaccio de la bestia trionfante
- In altre parole, nello Spaccio Bruno liquida in via definitiva, e in modo esplicito, il modello cristiano di creazione.[...] In effetti, fra Spaccio e Cabala c'è una diversità su questo punto: nel primo la punta della critica è rivolta anzitutto contro Lutero e i suoi seguaci, mentre nella seconda è sotto tiro il ciclo ebraico-cristiano nella sua complessità. (Michele Ciliberto)
[modifica] Citazioni su Giordano Bruno
- All'ipocrisia volpeggiante | fra la scuola e la sagrestia, ai conciliatori della scienza col sillabo, | all'imbestiato borghesume, che tutto falsando e trafficando, | d'ogni sacrificio eroico | beatamente sogghigna, | le coscienze, cui sorride ancora la fede | nel trionfo di tutte le umane libertà, | lanciano oggi ad una voce dalle università Italiane | una sfida solenne | a gloria della tua virtù, | a vendetta del tuo martirio | o GIORDANO BRUNO. (Mario Rapisardi)
- Anche la filosofia del Bruno presupponeva e svolgeva il concetto dell'immanenza del divino nella natura e nell'uomo; e intanto non negava il principio speculativo della teologia cristiana, della trascendenza di Dio. [...] Giordano Bruno è la conchiusione logica di tutto il Rinascimento, benché abbia dovuto attendere più di due secoli che fosse apprezzato il suo valore. (Giovanni Gentile)
- Anzi per questo mio eccessivo amoreggiar con la Natura, non ricordo in quale scritto, m'ànno dato per sino del panteista. Io venero, è vero, quel magnanimo infelice di Giordano Bruno, che un papa à fatto bruciare in nome di quel Cristo che non avrebbe torto un capello a Giuda Scariotto; amo i filosofi, amo molto i sommi poeti della giovine Germania: ma quanto a panteista, lo sono a un bel circa,[...]. (Aleardo Aleardi)
- Bruno ha concepito il mondo infinito in modo tale che quante sono le stelle fisse, tanti sono i mondi, e questo nostro mondo diviene uno fra i mondi innumerabili. [...] Bruno sostenne l'inutilità di tutte le religioni e che Dio è presente nel mondo. (Johannes Kepler)
- Bruno, paradossalmente, viene ucciso dal Papato della Controriforma in quanto difensore delle tesi sulla monarchia universale pontificia sostenute dallo stesso papato un secolo prima e ormai abbandonate. (Paolo Prodi)
- Che cosa Bruno apporta più di Cusano? La fede nella adeguatezza del pensiero rapito? La docta Ignorantia del furore? (Aby Warburg)
- Ci fu invero fra i nuovi filosofi un tale, Giordano Bruno Nolano, che giustamente potresti ritenere un antesignano della dottrina cartesiana: tanto accuratamente anticipò quasi tutto il sistema di Cartesio nel libro che intitolò De immenso et innumerabilbus. (Daniel Pierre Huet)
- Descartes non si distingue tanto per la novità degli argomenti, quanto per il suo metodo, per il modo con cui tratta le materie e soprattutto per la sua chiarezza; invece Bruno, come i suoi Maestri, ha inviluppato i suoi pensieri e li ha nascosti sotto il velo dei versi. (Giovanni Vincenzo Gravina)
- Detto in altre parole, Dio, per Bruno, nella sua inseità, è come se non ci fosse: quello che lo interessa è la materia di cui si intesse il suo cosmo infinito. (Luciano Parinetto)
- E ammiravo molto la sua capacità e sazienza che esibiva ad ogni richiesta di discussione. (Johann von Nostitz)
- E inchiniamoci prima innanzi a Giordano Bruno. Cominciò poeta, fu grande ammiratore del Tansillo. Aveva molta immaginazione e molto spirito, due qualità che bastavano allora alla fabbrica di tanti poeti e letterati; né altre ne avea il Tansillo, e più tardi il Marino e gli altri lirici del Seicento. Ma Bruno avea facoltà più poderose, che trovarono alimento ne' suoi studi filosofici. Avea la visione intellettiva, o, come dicono, l'intuito, facoltà che può esser negata solo da quelli che ne son senza, e avea sviluppatissima la facoltà sintetica, cioè quel guardar le cose dalle somme altezze e cercare l'uno nel differente. (Francesco De Sanctis)
- Filippo Giordano, detto Bruno, italiano, detenuto per aver fatto stampare certe risposte e invettive contro il signor de La Faye, elencando venti errori di costui nelle sue lezioni. [...] È stato disposto che resti in prigione fino a domani e che sia condannato a un'ammenda di cinquanta fiorni. (dai Registres du Conseil di Ginevra, 6 agosto 1579)[10]
- Giordano Bruno, bruciato pubblicamente dal clero il 17 febbraio 1600, dopo sette tetri anni di carcere, vedeva la natura stessa come origine della creazione, non considerava niente come privo di vita, tutto come animato, non credeva ad alcun reale annientamento, bensì alla trasformazione. (Karlheinz Deschner)
- Giordano Bruno, dedicò la sua satira contro la fede e il papa (l'asino ideale) dal titolo Cabala del cavallo Pegaseo ad un vescovo – con queste parole "prendetelo, se volete, per uccello; perché è alato e dei più gentili e gai che si possano tenere in gabbia" – Il motto di Bruno era, "in tristitia hilaris, in hilaritate tristis" che potrebbe essere il motto dell'Umorismo – Per la lingua da lui usata diceva "chi m'insegnò a parlare fu la balia". (Carlo Dossi)
- Giordano Bruno nelle sue speculazioni sublimi si distaccò affatto dal sovrannaturalismo, cioè dalla rivelazione immediata divina (onde precorse a Cartesio), e costrusse un sistema di filosofia ove sollevò l'uomo, sino allora depresso, decaduto e maledetto, alle altezze della divinità, fece dell'uomo, di Dio e del mondo un tutto che si manifesta con forme o con rappresentazioni differenti, ma sostanzialmente identiche. (Adolfo Rossi)
- I cardinali dormienti si affannano | a punire Bruno, che invece è lontano. Vola. | Il suo superbo corsiero, vivo come il pensiero, | Già passa le Alpi. (Christopher Marlowe)
- I naturalisti non hanno davvero nessuna colpa se gli uomini mancano di auto comprensione. Giordano Bruno è stato bruciato perché diceva che gli uomini sono, insieme al loro pianeta, solo un granello di polvere fra innumerevoli altre nuvolette di polvere. (Konrad Lorenz)
- Il 20 dicembre Saxl, al quale avevo scritto che intravvedevo in Giordano Bruno un Igino moralizzato, mi ha inviato il testo che avevo acquistato anticipatamente nel 1910 per la Kulturwissenschaftliche Bibliothek Warburg:
(Thomas Radinus)
Sideralis Aby(ssus)
Paris 1514
Questo domenicano cerca di moralizzare il globo di Igino sulla base di un sistema tomistico, includendo la dottrina antica dell'armoniae la mediazione orientale dell' Antico globo.
Si tratta di un ottimistico modello per Bruno!
Bruno avra posseduto questo libro?
Roma 22.XII.28 (Aby Warburg) - Il gran pregio di Bruno è aver detto: Essere è fare; Essere è causare.
Non faccia scandalo quello che dico, cioè che Dio per Bruno è necessariamente causa. Come causa, esso è causa sui, e perciò è causa del mondo. Dio non causa il mondo, che in quanto causa se stesso. (Bertrando Spaventa) - Infine mi chiamo come il fiume che battezzò colui nel cui nome fui imposto in posti bui. [...] Nella cella reietto perché tra fede e intelletto scelgo il suddetto, Dio mi ha dato un cervello, se non lo usassi gli mancherei di rispetto.[...] Mi bruci per ciò che predico, è una fine che non mi merito, mandi in cenere la verità perché sono il tuo sogno eretico. (CapaRezza)
- L'esperienza umana e intellettuale del filosofo [Bruno], infatti, testimonia che la conquista del sapere e il diritto alla parola è frutto di una battaglia quotidiana, di un rigoroso impegno, di un forte sacrificio. E proprio per difendere la sua filosofia dell'infinito e il suo amore disinteressato per la conoscenza, il Nolano non ha mai esitato a scontrarsi con potenti avversari nelle corti e nelle aule universitarie di molte città europee, rinunciando, volta per volta, a privilegi e a onori. Fino a concludere la sua esistenza, come la farfalla degli Eroici furori, nella luce di un rogo. Ma tra quelle fiamme, alimentate da una feroce intolleranza, Bruno, da uomo libero, ha scritto una delle pagine più eloquenti della sua filosofia. (Nuccio Ordine)
- La moderna astronomia dimostra quanto vere fossero le sue intuizioni. (Margherita Hack)
- Le due opere, l'una in latino la seconda in italiano, che Giordano Bruno ha pubblicato sull'universo e sull'infinito e che ho letto altre volte, dimostrano che questo autore non mancava di penetrazione[...] sono i migliori libri che ha scritto. (Gottfried Wilhelm von Leibniz)
- Lei [Corrado Augias] ha ricordato Giordano Bruno, un filosofo al quale mi sento vicino, soprattutto per la sua concezione della natura come natura naturans, come optima deitas. Che cosa le devo dire? Se veramente c'è Dio, se veramente c'è la vita eterna, allora Giordano Bruno, che ha dato la vita per amore della verità, che non ha rinnegato i risultati cui era giunto con il suo potente lavoro intellettuale (alcuni dei quali oggi vengono accolti persino da autorevoli rappresentanti della Chiesa istituzionale, come da lei ricordato), se veramente ci sono il regno di Dio e la vita eterna, allora Giordano Bruno ne fa sicuramente parte, quelli che l'hanno ucciso (fra cui papa Clemente VII e il cardinale Bellarmino) non lo so. Anche se Roberto Bellarmino è stato dichiarato santo. (Vito Mancuso, Disputa su Dio e dintorni)
- Ma nella fine di questo secolo discreditarono questa onorata impresa due Frati Domenicani, li quali non tenendo né legge né misura, ed oltrepassando le giuste mete [...] così posero in discredito coloro che volevano allontanarsene. Questi furono i famosi Giordano Bruno da Nola, e Tommaso Campanella di Stilo. (Pietro Giannone)
- Mio caro signor dottore, queste poesie di Giordano Bruno sono un regalo di cui le sono grato con tutto il cuore. Mi sono permesso di appropriarmele come se le avessi scritte io e per me – e le ho prese come gocce corroboranti. Se lei sapesse quanto raramente mi viene ancora qualcosa di corroborante dall'esterno. (Friedrich Nietzsche)
- Nessuna meraviglia che un uomo come Giordano Bruno corredi questo mondo della spazialità infinita, sottratto in certo modo alla onnipotenza divina, e pure completamente misurabile, di una sublimità quasi religiosa e che gli attribuisca, «accanto all'estensione infinita del χενόν democriteo, l'infinita dinamica dell'anima del mondo neoplatonica».[11] Nonostante l'afflato mistico, questa concezione dello spazio è già quella che più tardi verrà razionalizzata da Cartesio e formalizzata nella teoria Kantiana. (Erwin Panofsky)
- Per Bruno, il Supremo, o Divino, è una potenzialità onnicomprensiva, che contiene in sé l'intero universo e tutto l'Essere e che non può essere compresa dalla mente finita né dall'intelletto. (Jean Campbell Cooper)
- Per il che essendo stato visto e considerato il processo contra di te formato e le confessioni delle tuoi errori ed eresie con pertinacia ed ostinazione, benché tu neghi essere tali, tutte le altre cose da vedersi et considerarsi: proposta prima la tua causa nella Congregazione nostra generale, fatta avanti la Santità di N. Signore sotto il dì 20 di Gennaro prossimo passato, e quella votata e resoluta, siamo venuti all'infrascritta sentenzia. [...] nel nome di Nostro Signore Gesù Cristo e della sua gloriosissima Madre sempre Vergine Maria [...] dicemo, pronunziamo, sentenziamo e dichiaramo te fra Giordano Bruno predetto essere eretico impenitente pertinace ed ostinato, e perciò essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche e pene dalli sacri canoni, leggi e costituzioni così generali come particolari a tali eretici confessi, impenitenti, pertinaci ed ostinati imposte. [...] ti rilasciamo alla Corte di voi Mons. Governatore di Roma qui presente, per punirti delle debite pene.[...] che voglia mitigare il rigore delle leggi circa la pena della tua persona, che sia senza pericolo di morte o mutilazione di membro.[12]
- Questo uomo era ancora peggiore di Cardano, come sanno coloro che lo incontrarono quando fu a Parigi e come prova il libro intitolato Sigillus Sigillorum nel quale teorizza quindici tipi di contrazione per scalzare i fondamenti della vera religione. (Marin Mersenne)
- Qui [ nel De triplici minimo] Bruno, come Vico, tende a trasformare l'atomo in punto metafisico e in conato, ma non certo al fine di restaurare l'antica dottrina atomistica lucreziana, ma per concepirli come forze e come «operazioni dell'anima del mondo». (Giuseppe Cacciatore)
- Seppi da Wacherio che il Bruno fu abbruciato in Roma e che sopportò con costanza il supplicio, asserendo che tutte le religioni sono vane e che Iddio s'immedesima col mondo, col circolo e col punto. (Johannes Kepler)
- Un esempio memorabile dell'ostinazione derivante dall'odio mi è capitato di vedere a Roma, 10 anni fa, in Giordano Bruno Nolano. Egli infatti piuttosto che ritrattare le assurdità [...] preferì essere bruciato vivo. (Kaspar Schopp)
[modifica] Domenico Berti
- Il Bruno era stato in Praga nel 1588 ed aveva dedicato a quel singolare imperatore, che fu Rodolfo II, centocinquanta tesi di geometria, riportandone assai generosa rimunerazione. Tre lustri dopo dimorava nella stessa città il più insigne matematico ed astronomo dei tempi moderni, il Keplero, dal cui nome s'intitola la gran legge che misura le orbite percorse dai corpi celesti. Il Keplero si assomigliava al Bruno in molte cose e segnatamente nella forza d'immaginazione, nell'intuizione poetica e nell'indipendenza dell'animo. Povero quanto il Nolano e come questi travagliatissimo, seppe nulladimeno lottare coraggiosamente contro ogni ostacolo e levarsi al disopra di tutto e di tutti. Stando in Praga ebbe comodità di ragionare del Bruno e di leggerne le principali opere. Onde non solo ne estimava convenientemente l'ingegno, ma professavasi altresì seguace di taluna delle opinioni di lui. Documento non dubbio del suo amore per il Bruno è la lettera di Martino Hasdale, nella quale questi significa a Galileo come il Keplero si lagnasse che esso (Galileo) avesse dimenticato di far lodevole commemorazione nel suo Nunzio Sidereo del Nolano.
- Il cielo di Nola, i suoi colli, i suoi campi, la festività degli abitanti sono le prime e non più cancellate reminiscenze della sua infanzia. Egli ama svisceratamente questa sua terra natale, e non rifinisce di lodarla semprechè gli viene in concio di favellarne.
[modifica] Johann Brengger
- Qual vantaggio ricavò dal sostenere così grandi tormenti? Se non esistesse alcun Dio vindice delle scelleraggini, come egli credette, non avrebbe potuto impunemente simulare alcun che, per avere in questo modo salva la vita?
- Scrivi di Giordano Bruno abbrustolito (prunis tostus), il che io intendo che fu abbruciato; ti chiedo se questo è certo, ed in qual tempo e per qual ragione siagli ciò accaduto: fammelo sapere, sento compassione di lui.
[modifica] Michele Ciliberto
- Decise di morire dopo otto anni di durissima lotta, in piena consapevolezza.
- Ma pur animato da un'acre amarezza e da un acuto e forte risentimento verso il mondo fin dagli anni giovanili, il Nolano aveva un carattere dispostissimo a godere delle gioie del mondo: «buon compagnietto, epicuro per la vita», lo definisce Jacopo Corbinelli che lo aveva in simpatia; «mi disse, che gli piacevano assai le donne, e che non aveva ancora arrivato al numero di quelle de Salomone, e che la Chiesa faceva un gran peccato nel far peccato quello con cui si serve così bene alla natura...».
- Stava cominciando a interrogarsi su quello che per Bruno sarà sempre un punto teorico capitale, dalle straordinarie implicazioni: sulla incommensurabile distanza fra finito e infinito, fra ente e accidente, fra uomo e Dio [...] fra la conoscenza dell'uno e dell'altro si dà lo stesso rapporto che c'è fra l'ombra e la luce: fra l'idea e la sua ombra.
- Una delle sue ambizioni fondamentali fu sempre quella di ottenere un insegnamento, di avere una cattedra.
[modifica] Gabriele La Porta
- Nei suoi scritti c'è ben di più. La fine dei privilegi, la fine delle guarentige, la fine delle decime, la fine della funzione stessa del sacerdozio. Perché ogni uomo sarebbe libero di rivolgersi direttamente a Dio.
- Sia Campanella che Bruno parlano con disprezzo di chi pratica la magia per divinare, comandare o guarire a scopo di lucro. La ricerca autentica è quella di vedere la «divinità». La magia immaginativa appunto.
[modifica] Piergiorgio Odifreddi
- Il mondo è diviso in due, e ognuno fa la sua scelta di campo. Da una parte, i penitenti a testa bassa: come Galileo Galilei che accettò di abiurare in ginocchio di fronte al tribunale dell'Inquisizione, o Renato Cartesio, che preferì non pubblicare il suo trattato […]. Dall'altra parte, gli impenitenti a testa alta: come Giordano Bruno, al quale fu messo il morso sul rogo per impedirgli di continuare a bestemmiare fino all'ultimo, o Benedetto Spinoza, che fu maledetto e radiato dalla comunità ebraica.
- Per Bruno l'universo è dunque infinito, ma di un ordine inferiore a quello di Dio: egli anticipa così la distinzione fra infiniti scoperta da Georg Cantor nel 1874, su cui torneremo più avanti.
[modifica] Anacleto Verrecchia
- Certo che Bruno era imprudente e che la filosofia che professava metteva a repentaglio l'incolumità della sua vita. Ma chi cerca la verità è anche disposto a correre dei rischi. Altrimenti che razza di filosofo sarebbe?
- L'accento lirico delle opere di Bruno non è molto dissimile da quello che ritroviamo negli scritti di Nietzsche; e se questi amava tramutarsi in Dioniso, non si dimentichi che anche la filosofia di Bruno trae spunto dal bisogno di espansione dionisiaca nell'infinito. Ancora un particolare degno di nota. Nietzsche lesse con entusiasmo alcune poesie di Bruno.
- Ma come si spiega l'accanimento della Chiesa contro il frate di Nola? La risposta va cercata nella filosofia stessa di Bruno, la quale teorizza non solo che l'universo è infinito, ma che è eterno, cioè che è sempre esistito e sempre esisterà. Tutto questo rende superfluo un dio creatore, che infatti non si saprebbe dove piazzare. Ma se non c'è posto per un dio, non c'è neppure per i chierici, suoi ministri: tutti disoccupati!
[modifica] Note
- ↑ a b c d e Citato in Giuliana Conforto, La futura scienza di Giordano Bruno e la nascita dell'uomo nuovo, Noesis e Macro Edizioni, 2001.
- ↑ I Costituti sono le deposizioni davanti al Tribunale dell'Inquisizione di Venezia, ove Giordano Bruno fu tratto in arresto nel 1592.
- ↑ Sono le parole che Bruno, interrogato nelle carceri del Santo Uffizio il 21 Dicembre 1599, pronuncia invitato a un ultimo pentimento.
- ↑ È la frase che Bruno pronunciò, costretto in ginocchio, dopo aver ascoltata la sentenza di condanna l'8 Febbraio del 1600.
- ↑ È così, senza trucco, evidentemente, candidamente.
- ↑ È il concetto di Natura naturans, che in quest'opera di Bruno fa la sua prima apparizione.
- ↑ Abbastanza in fretta se abbastanza bene, motto di Catone
- ↑ O «a la luna» in alcune edizioni.
- ↑ Citando Virgilio, Georgiche, I, 121-124: «Lo stesso Padre [Giove] non volle che risultasse facile la via per la coltivazione, e con un artificio dissodò i campi, muovendo i cuori degli uomini col bisogno e non permettendo che nel suo regno dilagasse una pesante apatia.» [traduzione propria]
- ↑ Citato in Anacleto Verrecchia, Giordano Bruno, Donzelli editore, 2002, p. 72.
- ↑ [Nota presente nel medesimo testo da cui è tratta la citazione] L. Olschki, op. cit.; a questo proposito anche Jonas Cohn, Das Unendlichkeitsproblem, 1896. È particolarmente interessante il modo in cui Bruno, per poter fondare il suo concetto dello spazio infinito anche sull'«Autorità» degli antichi, contro la concezione scolastico-aristotelica, si rifà consapevolmente ai frammenti dei presocratici, e in particolare alle dotrine di Democrito: in certo modo – ed è un fatto sintomatico per tutto il movimento rinascimentale – egli si vale di una Antichità contro un'altra; il risultato è un terzo termine, appunto la specifica «modernità». L'opposto della bella definizione bruniana dello spazio come «quantitas continua, physica triplici dimensione constans» è la personificazione medioevale (ad esempio, nel Duomo di Parma) delle quattro dimensioni (parallele ai quattro evangelisti, ai quattro fiumi del paradiso, ai quattro elementi, ecc.)
- ↑ Dall'archivio del Sant'Ufficio: verbale della condanna di Bruno, letta in sua presenza l'8 febbraio 1600; Citato in Bibliotheca Bruniana Elettronica, Warburg Institute & Istituto italiano per gli studi filosofici.
[modifica] Bibliografia
- Giordano Bruno, Cabala del cavallo pegaseo con l'aggiunta dell'Asino cillenico, a cura di G. Aquilecchia, Sansoni 1985.
- Giordano Bruno, De gli Eroici Furori, a cura di Giovanni Aquilecchia, Sansoni, Firenze 1965.
- Giordano Bruno, De l'infinito, universo e mondi, a cura di Giovanni Aquilecchia, Sansoni, Firenze 1985.
- Giordano Bruno, De la causa, principio et uno, a cura di G. Aquilecchia, Einaudi, Torino 1973
- Jordani Bruni Nolani, De Magia, in Opera latine conscripta, a cura di F. Tocco et al., Neapoli, D. Morano, 1879-91.
- Giordano Bruno, De vinculis in genere; in Giordano Bruno, La magia e le ligature, traduzione di Luciano Parinetto, Mimesis, 2000.
- Giordano Bruno, Il Candelaio, a cura di A. Guzzo, Mondadori, 1994.
- Giordano Bruno, Il Candelaio, a cura di Giorgio Barberi Squarotti, Einaudi, Torino 1964.
- Giordano Bruno, La cena de le ceneri, in "Opere di Giordano Bruno e di Tommaso Campanella", a cura di Augusto Guzzo e di Romano Amerio, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli 1956.
- Giordano Bruno, La magia e le ligature, traduzione di Luciano Parinetto, Mimesis, 2000.
- Giordano Bruno, Le deposizioni davanti al tribunale dell'Inquisizione, a cura di A. Gargano su testo di V. Spamapanato, La Città del Sole editore, Napoli 2000.
- Giordano Bruno, Le ombre delle idee – Il canto di Circe – Il sigillo dei sigilli, trad. e note di Nicoletta Tirinnanzi, BUR, Milano 2008.
- Giordano Bruno, Spaccio de la bestia trionfante, Fabbri ed., 1996.
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Candelaio (1582)