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*Non so come sia cominciata questa guerra. È passato tanto di quel tempo! Una mucca rubata ai dinka dai soldati dell'esercito governativo, che poi i dinka si sono ripresi, provocando una sparatoria e dei morti? Più o meno le cose saranno andate così. Naturalmente la mucca non era che un pretesto: i signori arabi di Khartoum non potevano tollerare che pastori del sud godessero dei loro stessi diritti. La gente del sud non voleva che il Sudan indipendente fosse governato dai figli dei mercanti di schiavi. Il sud voleva la secessione, uno stato proprio. Il nord decise di distruggere i ribelli. Comciarono i massacri. Si dice che finora la guerra abbia causato un milione e mezzo di vittime. (p. 173)
*[[Menghistu Hailè Mariàm|Menghistu]] lavorava giorno e notte. I beni materiali non gli interessavano, voleva solo il potere assoluto. Gli bastava regnare. (p. 193)
*L'Etiopia è un paese dalla superficie pari a quelle di Francia, Germania e Polonia messe insieme. In Etiopia abitano più di sessanta milioni di persone, che tra qualche anno saranno più di sessanta milioni, tra qualche decina più di ottanta ecc. ecc.</br>Forse, allora, qualcuno aprirà una libreria? Almeno una? (p. 195)
*L'esperienza di questi [[americo-liberiani]] li porta a conoscere un solo tipo di società: quella schiavista, vigente a quell'epoca negli stati americani del sud. Quindi, al loro arrivo, il primo passo sulla nuova terra consisterà nel ricreare una società analoga, con la differenza che stavolta a farla da padroni saranno loro - gli schiavi di ieri - mentre gli abitanti trovati sul posto e conquistati saranno i loro schiavi.<br>La Liberia è il prolungamento del sistema schiavista a opera degli schiavi stessi che, invece di eliminare un'ingiustizia, preferiscono conservarla, svilupparla e sfruttarla a proprio vantaggio. Si tratta evidentemente di una mentalità coatta, tarata dall'esperienza della schiavitù; di una mentalità "nata in schiavitù, incatenata dalla nascita", che non riesce neanche a concepire un mondo libero dove tutto siano liberi. (pp. 207-208)
*Anzitutto gli americo-liberiani sostengono di essere gli unici cittadini del paese, negando ogni status e diritto al resto degli abitanti, vale a dire al novantanove per cento della popolazione. Secondo le loro leggi tutti gli altri non sono altro che ''tribesmen'' (membri di tribù), selvaggi e pagani senza cultura. (p. 208)
*Non potendo differenziarsi dagli indigeni per il colore di pelle né per il tipo fisico, i coloni venuti dall'America cercano di sottolineare in altri modi la propria diversità e superiorità. Incuranti del clima umido e torrido che regna in Liberia, gli uomini indossano anche durante la settimana frac e spencer, la bombetta e i guanti bianchi. (p. 208)
*Molto prima che gli afrikaner bianchi introducessero l'apartheid (il sistema di segregazione in nome della dominazione) in Africa meridionale, esso era già stato inventato e messo in pratica fin dalla metà del XIX secolo dai discendenti degli schiavi neri, padroni della Liberia. (p. 209)
*{{NDR|Su [[William Tubman]]}} Era un signore piccolo, minuto, gioviale, sempre con un sigaro tra le labbra. Alle domande imbarazzanti rispondeva con un lungo e sonoro scoppi di risa, seguito da un attacco di rumoroso singhiozzo, seguito a sua volta da una crisi di soffocazione accompagnata da sibili. Sussultava, strabuzzava gli occhi pieni di lacrime. Spaventato e confuso, l'interlocutore taceva, senza osare insistere. Poi Tubman si scuoteva la cenere dal vestito e, ormai calmo, tornava a nascondersi in una fitta nuvola di fumo di sigaro. (p. 210)
*Se Tubman aveva la passione del potere, [[William R. Tolbert Jr.|Tolbert]] era affascinato dai soldi. Era la corruzione fatta persona. (p. 211)
*[[Samuel Kanyon Doe|Doe]], come già Amin in Uganda, era appunto uno di questi ''bayaye''. E, come Amin, vinse anche lui il suo terno al lotto entrando nell'esercito. Per lui poteva essere il vertice della carriera ma, come risultò in seguito, Doe mirava più in alto.<br>Il colpo di stato di Doe in Liberia non consisté nella semplice sostituzione di un cacicco-burocrate con un semianalfabeta in divisa. Fu anche la cruenta, crudele e caricaturale rivoluzione delle masse oppresse e semischiavizzate della giungla contro gli odiati padroni: gli ex schiavi delle piantagioni americane. (p. 212)
*Appena uno stato africano comincia a vacillare, possiamo stare certi che ben presto appariranno i ''warlords''. In Angola, in Sudan, in Somalia, nel Ciad: sono ovunque, spadroneggiano ovunque. Che cosa fa un ''warlord''? In teoria combatte contro altri ''warlords''. Ma non è sempre così. Il più delle volte il signore della guerra depreda la popolazione inerme del proprio paese. Il ''warlord'' è l'esatto contrario di Robin Hood. Robin Hood toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Il ''warlord'' toglie ai poveri per arricchirsi e nutrire la sua banda. Ci troviamo in un mondo dove la miseria condanna gli uni a morte e trasforma gli altri in mostri. I primi sono le vittime, i secondi i carnefici. Non ci sono vie di mezzo. (p. 221)
*L'Etiopia è un paese dalla superficie pari a quelle di Francia, Germania e Polonia messe insieme. In Etiopia abitano più di sessanta milioni di persone, che tra qualche anno saranno più di sessanta milioni, tra qualche decina più di ottanta ecc. ecc.</br>Forse, allora, qualcuno aprirà una libreria? Almeno una? (p. 195)
*L'[[Eritrea]] è il più giovane stato africano, un piccolo stato di tre milioni di abitanti. Mai indipendente, l'Eritrea fu prima una colonia della Turchia, poi dell'Egitto e, nel XX secolo, successivamente dell'[[Italia]], dell'Inghilterra e dell'Etiopia. Nel 1962 quest'ultima, che già da dieci anni occupava militarmente l'Eritrea, la dichiarò sua provincia. Gli eritrei risposero con una guerra di liberazione, la più lunga nella storia del continente, in quanto durata trent'anni. Quando ad Addis Abeba regnava [[Haile Selassie|Hailè Selassiè]], gli americani l'aiutarono a combattere gli eritrei. Ma quando [[Menghistu Hailè Mariàm|Menghistu]] rovesciò l'imperatore, assumendo personalmente il potere, ad aiutarlo furono i russi. (pp. 264-265)
*Le forze etiopi impiegavano comunemente il napalm. Per salvarsi, gli eritrei cominciarono a scavare rifugi, corridoi e nascondigli mometizzati. Nel corso degli anni costruirono un secondo stato sotterraneo, nel senso letterale del termine: un'Eritrea nascosta e segreta, inaccessibile agli estranei, che potevano percorrere in lungo e in largo senza essere visti dal nemico. La guerra eritrea non fu, come gli eritrei stessi sottolineano con orgoglio, una ''bush war'', l'uragano banditesco e sterminatore dei ''warlords''. Nel loro stato sotterraneo avevano scuole e ospedali, tribunali e orfanotrofi, officine e fabbriche di armi. In quel paese di analfabeti, ogni combattente doveva saper leggere e scrivere. (p. 266)
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