Gwynne Dyer

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Gwynne Dyer

Gwynne Dyer (1943 – vivente), giornalista canadese.

Citazioni di Gwynne Dyer[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Il primo ministro ungherese [Viktor Orbán] è un abile demagogo, e gli ungheresi sono molto suscettibili al fascino degli agitatori nazionalisti.[1]
  • L'intera carriera politica di Netanyahu è stata dedicata al sabotaggio degli accordi di Oslo del 1993 (che prevedevano la convivenza pacifica di uno stato palestinese accanto a quello ebraico) e all'insediamento di un numero talmente elevato di coloni nei territori occupati da rendere la nascita di uno stato palestinese fisicamente impossibile.[2]
  • [Sull'intervento della coalizione internazionale contro l'IS e Al Qaida nello Yemen] L'Arabia Saudita e le altre monarchie del golfo (Giordania, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e perfino il Marocco) hanno inviato i loro aerei per bombardare lo Yemen. Egitto, Giordania, Sudan e Pakistan hanno offerto truppe di terra. Gli Stati Uniti (che hanno appena allontanato dallo Yemen le loro ultime truppe) hanno promesso "assistenza logistica e d'intelligence". Nella pratica, però, difficilmente la coalizione tra statunitensi e arabi sunniti invierà un numero consistente di soldati nello Yemen, anche perché il paese è da sempre un cimitero di eserciti stranieri, dal tempo dei romani agli ottomani.[3]
  • La maggior parte dei serbi ammetterebbe che la loro parte ha fatto alcune brutte cose durante la guerra nei Balcani degli anni novanta, ma aggiungerebbe che tutte le parti ne hanno commesse. Non accetteranno l’uso della parola "genocidio". Eppure è questa la parola che i musulmani di Bosnia devono sentire prima di poter credere che i serbi hanno finalmente capito la natura e la portata del loro crimine.[4]
  • E infine ci sono i brutti: i paesi che semplicemente non vogliono accogliere i rifugiati perché sono diversi. Come la Slovacchia, che ha dichiarato che potrebbe accogliere qualche centinaia di profughi, ma solo se cristiani, o l'Ungheria e la Repubblica Ceca, che stanno pensando di schierare l'esercito ai loro confini per tenere fuori i migranti. Tutti questi paesi hanno vissuto sotto la dominazione sovietica per due generazioni, il che era più o meno come vivere in una caverna. Non hanno praticamente alcuna esperienza in fatto d'immigrazione, e al loro interno è frequente sentire gente che fa commenti razzisti o antisemiti senza la minima vergogna. In un certo senso, vivono ancora negli anni cinquanta. Non è una scusa, ma è una spiegazione.[5]
  • [Sulla Guerra civile siriana] È facile definire la strategia statunitense in Siria, anche se è più una lista dei desideri che una vera strategia. Si tratta di "contenere" il terribile gruppo Stato islamico che controlla ormai la Siria orientale e l'Iraq occidentale, oltre che rovesciare la brutale dittatura di Bashar al Assad e sostituirla con delle forze ribelli "moderate".[6]
  • Abu Muhammad al Golani è un fanatico islamista, un tagliatore di teste (anche se moderato) e leader del Fronte al nusra, una filiale di Al Qaeda classificata dagli Stati Uniti come organizzazione terroristica. Ha trascorso quasi un decennio a uccidere le truppe d'occupazione statunitensi e i civili sciiti in Iraq quando faceva parte dell'organizzazione estremista sunnita nota oggi come Stato islamico (Is), prima di tornare in Siria nel 2011.[7]
  • Lasciamo perdere il fatto che la decisione d’invadere l’Iraq sia stata o meno un crimine di guerra (anche se tale fu, stando al diritto internazionale). Lasciamo stare il fatto che i motivi degli invasori fosse buoni o cattivi (come al solito erano un misto delle due cose). La cosa più evidente è l’assoluta arroganza e ignoranza di chi ha inflitto una simile catastrofe agli iracheni, che sono condannati a vivere nella miseria e nel terrore. Grazie, ragazzi.[8]
  • La verità è più strana della finzione, perché la finzione deve essere plausibile. La realtà non ha questo tipo di vincoli e produce spesso eventi che in un romanzo non sarebbero mai credibili.[9]
  • Le Filippine hanno ancora la forma di una democrazia, ma il presidente Rodrigo Duterte è un pagliaccio assassino.[10]

Da L’eredità della Prima guerra mondiale

Internazionale.it, 4 agosto 2014

  • La Prima guerra mondiale fu una tragedia umana, naturalmente, ma fu anche il momento in cui la razza umana iniziò a mettere in discussione l’istituto della guerra in sé: se fosse utile, ma anche se fosse davvero inevitabile. E la risposta a entrambe le domande è: non più di tanto.
  • Ciò che molte persone non capiscono della Prima guerra mondiale è che si trattò di un evento politico perfettamente normale. Sin dalla loro ascesa nel cinquecento, tutti i moderni stati centralizzati si erano combattuti tra loro in due grandi alleanze a intervalli di circa mezzo secolo. Si combatteva praticamente per tutto: confini in Europa, rotte commerciali, colonie in Asia, in Africa e nelle Americhe.
  • Gli eserciti erano dieci volte più grandi che in passato, perché adesso si trattava di paesi ricchi e industrializzati che potevano permettersi di mettere in uniforme la maggioranza della loro popolazione maschile. Questo significava che i soldati che venivano uccisi erano padri, fratelli, mariti e figli: una parte della comunità, non i banditi, gli ubriaconi e gli sbandati che costituivano un’ampia parte dei vecchi eserciti di professione.
  • Le nuove armi come i fucili automatici e l’artiglieria erano macchine di morte molto efficienti, e nel giro di un mese i soldati dovettero rifugiarsi nelle trincee per ripararsi dalla “tempesta d’acciaio”. Trascorsero il resto della guerra a cercare di uscire dalle trincee, e alla fine del conflitto ne erano stati uccisi nove milioni. Fu questo a cambiare tutto.

Da Il dilemma Kagame

Internazionale.it, 2 settembre 2014

  • Non è raro che i dittatori tendano a identificare i loro interessi con quelli del paese, e nemmeno che facciano uccidere delle persone. Ciò che è davvero strano è un dittatore che ha fatto uccidere parecchie persone, ma viene lodato dagli altri paesi per la sua eccellente amministrazione e ricoperto di aiuti internazionali. In questa fortunata categoria rientra il presidente Paul Kagame.
  • Meno della metà dei 12 milioni di ruandesi hanno vissuto in prima persona il terribile genocidio di vent’anni fa, ma il paese nel suo insieme ne è ancora ossessionato. Kagame ha governato il Ruanda per tutto questo tempo, ed è convinto di essere l’unico in grado di impedire che succeda di nuovo. Da qui alla convinzione che il suo dovere sia restare al potere con ogni mezzo necessario, compreso l’omicidio, il passo è breve.
  • Kagame ha ottenuto uno straordinario tasso di crescita economica in Ruanda (una media dell’otto per cento annuo nel periodo che va dal 2001 al 2012), nella speranza che la prosperità finisse per disinnescare l’ostilità tra tutsi e hutu. Non osa però permettere lo svolgimento di elezioni libere, perché gli hutu, ancora molto attaccati alla loro identità, voterebbero contro di lui. E quasi tutti gli altri accettano il suo comportamento, perché hanno sposato la sua convinzione circa la sua indispensabilità.

Da L’Afghanistan dopo Karzai

Internazionale.it, 26 settembre 2014

  • Gli Stati Uniti non hanno invaso il paese per portare democrazia, ricchezza e femminismo all’insofferente popolo afgano. Lo hanno fatto perché alcuni tra i principali artefici dell’11 settembre sono stati autorizzati a stabilirsi nel paese da esponenti dei taliban, che ne condividevano l’ideologia religiosa.
  • Alla fine il nuovo governo e il nascente sistema democratico afgano potrebbero sopravvivere e dimostrarsi adeguati alla realtà del paese. Dopo trent’anni di occupazione russa e statunitense, qualche milione di afgani ha avuto un assaggio di come si gestisce il potere nelle società post-tribali.
  • L’Afghanistan è tuttora una società tribale, dunque la divisione dei poteri su base etnica potrebbe rappresentare una soluzione migliore rispetto alla politica del “chi vince piglia tutto”.

Da Le radici della crisi in Burundi

Internazionale.it, 19 maggio 2015

  • Il limite dei due mandati è diventato uno standard per le nuove democrazie che si sono instaurate in Africa negli anni novanta. Dieci anni fa 34 paesi africani hanno inserito questa clausola nelle loro costituzioni. L’obiettivo era mettere fine al fenomeno dell’“uomo forte” nella politica africana e rendere possibile un cambiamento politico pacifico. Ma non ha sempre funzionato.
  • Tutti i presidenti che hanno cambiato la costituzione hanno poi vinto le elezioni. Emblematico è il caso dell’ugandese Yoweri Museveni, che nel 1986 aveva dichiarato che “nessun presidente africano dovrebbe restare in carica per più di dieci anni”. Ventinove anni dopo, Museveni è ancora al potere e si prepara alle prossime elezioni.
  • La sua pace fragile e la sua relativa prosperità dipendono dalla convinzione di tutti nel fatto che i massacri etnici siano ormai alle spalle.

Da Il passo avanti del Burkina Faso fa bene alla democrazia africana

Internazionale.it, 20 ottobre 2015

  • Il Burkina Faso, uno stato dell’Africa occidentale senza sbocchi sul mare, contende alla Somalia il titolo di paese più povero del continente. Forse vi chiederete perché mai qualcuno dovrebbe volere l’ingrato compito di governare un posto del genere, ma il potere politico garantisce l’accesso alle risorse rare (come il denaro) anche nei paesi più poveri. Soprattutto se sei nell’esercito.
  • Le elezioni non risolveranno tutti i problemi del Burkina Faso, ma la democrazia forse sì. Il paese ha ancora il tasso di alfabetizzazione più basso del mondo, è ancora poverissimo e la popolazione (attualmente 17 milioni di persone) sta ancora raddoppiando ogni 25 anni. Ma qualcosa sta davvero cambiando in meglio.
  • Molti burkinabé sono analfabeti ma conoscono i loro diritti e non accettano più gli ordini da delinquenti armati, in uniforme, e senza opporre resistenza. Anche le istituzioni africane sono cambiate e non chiudono più un occhio quando i paesi che ne fanno parte subiscono un colpo di stato militare. Intervengono prontamente e in modo deciso, e in generale con successo.

Da Il miracolo del Sudafrica è già finito

Internazionale.it, 4 marzo 2016

  • Non è un crimine che Zuma sia nato povero e non sia mai andato a scuola, né che non abbia mai lavorato nel settore privato: da quando aveva 16 anni è sempre stato nel partito oggi al potere, l’African national congress (Anc). Ma è interessante che, date queste premesse, sia comunque riuscito a diventare molto ricco (ha un patrimonio di almeno venti milioni di dollari).
  • È colpa di Zuma se il Sudafrica ha perso la fiducia del resto del mondo, ma non se la sua economia non cresce alla velocità sperata.
  • Il Sudafrica era già un paese sviluppato quando l’apartheid è finito. Era un paese sviluppato molto particolare, con circa dieci milioni di persone che vivevano in un’economia moderna e altri trenta milioni di persone che svolgevano lavori non qualificati o vivevano d’agricoltura di sussistenza. Ma era già un paese urbanizzato e industrializzato, e quindi non poteva beneficiare della fase di crescita sostenuta di cui hanno goduto alcune grandi economie emergenti, fasi che possono presentarsi una volta sola.

Da Il Burundi è a un passo dal genocidio

Internazionale.it, 25 aprile 2016

  • È difficile dire qualcosa di positivo sull’ex presidente della Fifa Sepp Blatter. Ma l’Africa gli sarebbe stata molto riconoscente se fosse riuscito a convincere il presidente del Burundi Pierre Nkurunziza a non presentarsi per un terzo mandato e ad accettare invece il ruolo di “ambasciatore del calcio” per la Fifa.
  • Nkurunziza è un appassionato di calcio e ha già messo da parte abbastanza denaro per la sua pensione. Ma ha deciso di restare al potere e presentarsi per un terzo mandato, rimettendo il Burundi in marcia verso l’inferno.
  • I presidenti africani hanno due gravi difetti. Il primo è che sono convinti di essere insostituibili: nel 2000 quasi due terzi dei paesi africani prevedevano un massimo di due mandati presidenziali nelle loro costituzioni, ma da allora in dieci di questi stati i presidenti hanno cercato di abolire tale limite. [...] Purtroppo l’altro grave difetto dei presidenti africani, è che se appartengano al gruppo dominante (come spesso accade) quando sono in difficoltà la loro soluzione predefinita è rispolverare le alleanze tribali. Ed è proprio quello che sta facendo Nkurunziza. I tutsi vengono epurati dall’esercito, e i sostenitori hutu del presidente stanno cominciando a usare la stessa retorica che si sentiva prima del genocidio in Ruanda.
  • Nkurunziza sta cercando di trasformare uno scontro politico che rischiava di perdere in un conflitto etnico che potrebbe vincere. Il prezzo da pagare sarebbe però un nuovo genocidio. Il futuro di tutto un paese potrebbe essere sacrificato alla sua ambizione personale.

Da La lunga guerra del Sud Sudan non rappresenta l’Africa

Internazionale.it, 14 luglio 2016

  • A parte un po’ di petrolio, il paese non può contare su praticamente nessuna esportazione, e lo scorso anno ha sofferto duramente per il crollo del prezzo del greggio. Il vero motivo della sua povertà, tuttavia, è la guerra: il paese oggi noto come Sud Sudan è stato in guerra per 42 degli ultimi 60 anni. I colonialisti britannici l’avevano accorpato al Sudan per convenienza amministrativa, ma al nord la popolazione era in maggioranza musulmana e parlava arabo, mentre a sud era perlopiù cristiana e di cultura, etnia e lingua africana.
  • Quando il Sud Sudan ha ottenuto l’indipendenza, nel 2011, era ormai una società completamente militarizzata.
  • È improbabile che il Sud Sudan riesca a raggiungere un accordo di pace duraturo nel prossimo futuro. Ma il Sud Sudan non è rappresentativo di tutta l’Africa subsahariana. Dei 48 paesi a sud del Sahara solo la Somalia, il Burundi e il Sud Sudan sono attualmente afflitti da una violenza interna su larga scala.
  • Il Sud Sudan è stato sfortunato con la sua storia e i suoi leader, ma non rappresenta l’Africa più di quanto l’Ucraina rappresenti l’Europa.

Da Perché in Africa si soffre ancora la fame

Internazionale.it, 2 marzo 2017

  • La caratteristica principale che distingue l’Africa dal resto del mondo è la sua popolazione in rapida crescita: nel continente il tasso medio di fertilità è di 4,6 figli per donna. Era il tasso medio di fertilità dell’intera umanità nel 1960, in pieno boom della popolazione mondiale. Ma da allora il tasso globale si è dimezzato, mentre quello africano è rimasto più o meno uguale.
  • Il punto non è che l’Africa è cresciuta troppo rispetto alla sua disponibilità di cibo. Nel continente ci sono abbastanza terreni fertili per nutrire più del doppio della popolazione attuale. Il riscaldamento globale danneggerà la produttività dell’agricoltura africana a lungo termine, ma non siamo ancora arrivati a tanto.
    Negli ultimi cinquant’anni, però, la popolazione dell’Africa è cresciuta alla stessa velocità, o più rapidamente, della sua economia. La maggior parte degli africani è ancora povera e i poveri, soprattutto quelli nelle aree rurali, tendono ad avere tassi di natalità più alti. E siccome non possono permettersi d’investire molto denaro nelle coltivazioni e negli allevamenti, nell’istruzione dei figli o in qualunque altra cosa, i problemi e i conflitti peggiorano e s’inaspriscono.
  • All’origine delle sue guerre c’è quasi sempre la spartizione delle risorse (come in Sud Sudan) in economie dove semplicemente non c’è abbastanza ricchezza per tutti. Se l’Africa non troverà il modo di fermare la crescita della sua popolazione, le cose potranno solo peggiorare.

Da Il Pakistan compie settant’anni tra grandi difficoltà

Internazionale.it, 14 agosto 2017

  • Il Pakistan non è uno "stato fallito". Offre una vita piena di agi a circa cinque milioni di persone privilegiate, compresa la ricchissima famiglia Sharif (il fratello di Nawaz Sharif, Shahbaz, subentrerà alla carica di primo ministro non appena potrà lasciare il posto di governatore dello stato del Punjab ed essere eletto dal parlamento). Altri 30 o 40 milioni di persone conducono una vita modesta, ma tutto sommato tollerabile e altre 150 milioni di persone vivono nella povertà.
  • La proporzione di musulmani nella popolazione di un’India non divisa sarebbe stata talmente alta da non poter essere ignorata dal punto di vista politico. Se il Pakistan e il Bangladesh, che si è separato dal Pakistan nel 1971, facessero ancora parte dell’India, i musulmani non rappresenterebbero il 13 per cento di quell’India non divisa. Sarebbero più del 30 per cento.
  • Senza la partizione con ogni probabilità il subcontinente non avrebbe subìto colpi di stato militari. L’India è da settant’anni la più grande democrazia del mondo, mentre il Pakistan e il Bangladesh sono stati governati da generali per quasi la metà delle loro storie indipendenti.

Da Una possibilità di pace per l’Etiopia

Internazionale.it, 8 giugno 2018

  • Al di fuori del partito al governo nessuno sa molto di Abiy Ahmed, a parte quello che recita la biografia ufficiale di partito. Al momento però il nuovo primo ministro dell’Etiopia somiglia molto a un mago. Tre anni di proteste sempre più forti si sono concluse all’improvviso, lo stato di emergenza è stato revocato e con un solo annuncio a effetto ha messo fine a vent’anni di guerra calda e fredda con la vicina Eritrea.
  • Almeno ottantamila tra soldati e civili sono stati uccisi nella guerra con l’Eritrea (1998-2000) e diversi milioni di solati hanno sprecato anni delle loro vite sul confine nella successiva guerra fredda (che si è brevemente surriscaldata di nuovo nel 2016). Abiy Ahmed ha messo fine a tutto ciò con un semplice cenno della mano.
  • [...] era stata l’Eritrea a cominciare la guerra occupando Badme. È stata una vera e propria stupidaggine, tenuto conto del fatto che l’Etiopia è venti volte più popolosa dell’Eritrea, ma le stupidaggini capitano.
  • L’Etiopia è l’unico dei tre giganti economici dell’Africa subsahariana a non essere democratico. A differenza del Sudafrica e della Nigeria, ha un unico partito al potere che controlla qualsiasi cosa. L’Eprdf è una coalizione permanente di quattro partiti che, pur rappresentando i quattro principali gruppi etnici del paese (oromo, amhara, tigrino e somalo), compone un insieme fortemente disciplinato il cui stile di governo è quasi sovietico. Non è ostacolato da ossessioni specificamente comuniste o anche socialiste, ma le elezioni non sono più significative di quanto non lo fossero quelle sovietiche di un tempo.
  • Nel breve periodo la politica autoritaria può portare a risultati migliori rispetto alla democrazia. Gli ordini sono impartiti ed eseguiti e le cose vengono fatte. Nel lungo periodo però cresce l’opposizione e non esiste una valvola di sicurezza democratica che le consenta di sfogarsi. Quando alla fine gli argini si rompono, molto può andare perduto. Pensiamo al quarto di secolo di crescita che la Russia ha perso dopo il crollo dell’Unione Sovietica. L'Eprdf non durerà per sempre, perché nessun sistema di questo tipo dura per sempre, e quando sparirà potrebbe farlo con uno schianto fortissimo.

Note[modifica]

  1. Da La democrazia illiberale di Viktor Orbán, Internazionale.it, traduzione di Andrea Sparacino, 24 febbraio 2015.
  2. Da Il prezzo della vittoria di Netanyahu, Internazionale.it, traduzione di Andrea Sparacino, 19 marzo 2015.
  3. Da Le conseguenze indesiderate dei bombardamenti sullo Yemen, Internazionale.it, traduzione di Andrea Sparacino, 27 marzo 2015.
  4. Da La parola che i serbi non vogliono sentire, Internazionale.it, traduzione di Federico Ferrone, 15 luglio 2015.
  5. Da La crisi dei profughi è solo all'inizio, Internazionale.it, traduzione di Federico Ferrone, 4 settembre 2015.
  6. Da Il futuro della Siria secondo la Russia, Internazionale.it, traduzione di Federico Ferrone, 28 ottobre 2015.
  7. Da In Siria un cessate il fuoco è meglio di niente, Internazionale.it, traduzione di Federico Ferrone, 18 dicembre 2015.
  8. Da La rovina dell’Iraq si poteva evitare, Internazionale.it, traduzione di Federico Ferrone, 8 luglio 2016.
  9. Da Mugabe non può rappresentare la buona volontà dell’Oms, Internazionale.it, traduzione di Giusy Muzzopappa, 25 ottobre 2017.
  10. Da La primavera asiatica è rimasta incompiuta, Internazionale.it; traduzione di Andrea Sparacino, 3 agosto 2018.

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