Giosuè Carducci

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Medaglia del Premio Nobel
Premio Nobel
Per la letteratura (1906)
Giosuè Carducci

Giosuè Alessandro Giuseppe Carducci (1835 – 1907), poeta italiano. Usò lo pseudonimo Enotrio Romano nelle sue opere giovanili.

Citazioni di Giosuè Carducci[modifica]

  • [Su Gabriele Rossetti, Il veggente in solitudine, novena seconda, II, IV-VI] A me non avvien mai di rileggere questi versi, che un brivido non mi prenda e non mi si inumidiscano gli occhi. Sento che è cotesto il solo stipendio che gli uomini possono dare al poeta; che è cotesta la sola consolazione alle fatiche ineffabili, ai patimenti non creduti di chi l'arte ama d'amore. Beato quello tra voi, o giovani italiani, che potrà raggiungere cotesto premio; del quale a non pochi nobili ingegni negò la natura fin la speranza, fino il pensiero, fino la degna estimazione. (da Le poesie di Gabriele Rossetti, Barbera, Firenze, 1879; citato in Vittorio Turri, Dizionario storico manuale della letteratura italiana (1000-1900), p. 320)
  • Ai giudizi dei nemici vuolsi avere sempre la debita osservanza. (da Ceneri e faville. Serie prima, 1859-1870)
  • Cittadini di palagio, | mercanti e buon artieri; E voi conti di maremma, dai selvatici manieri; | Voi di corsica visconti, Voi marchesi de' confini; Voi che re siete in sardegna ed in Pisa cittadini; | Voi che in volta del levante mainaste or or la vela: pria che arrossi la Verruca E si spenga la candela, | Fuori porta del parlascio, Su correte arditamente! Su, Su, popolo di Pisa, | Cavalieri e buona gente! (da Faida di comune)
  • Colui che potendo dire una cosa in dieci parole ne impiega dodici, io lo ritengo capace delle peggiori azioni. (citato in Dino Segre, Sette delitti, Sonzogno)
  • [Parlando della regione Marche] Così benedetta da Dio di bellezza di varietà di ubertà, tra questo digradare di monti che difendono, tra questo distendersi di mari che abbracciano, tra questo sorgere di colli che salutano, tra questa apertura di valli che arridono.[1]
  • Da le vie, da le piazze gloriose, [dell'Umbria] | Ove, come dal maggio ilare a i dì | Boschi di querce e cespiti di rose, | La libera de' padri arte fiorì; (da Il canto dell'amore)
  • Dimmi, triangoluzzo mio squadrato, | che al mondo se' degli animali rari, | furono prima i ciuchi o i somari? | e quel tuo capo è un circolo o un quadrato? || Anco: il cervel, se fior te n'è restato, | è isoscelo o scaleno o ha lati pari? | Se' tu l'ambasciador de' calendari, | o un parallelogrammo battezzato? (da A un geometra, citato in Francesco Flamini, Versi e Metri italiani, Raffaello Giusti Editore, Livorno, 1919)
  • [Da Perugia] E il sol nel radiante azzurro immenso | Fin de gli Abruzzi al biancheggiar lontano | Folgora, e con desio d'amor più intenso | Ride a' monti de l'Umbria e al verde piano. (da Il canto dell'amore)
  • È pure un vil facchinaggio quello di dovere o volere andar d'accordo co' molti! (da Confessioni e battaglie)
  • [Sullo Zibaldone] È una mole di 4526 facce lunghe e larghe mezzanamente, tutte vergate di man dell'autore, d'una scrittura spesso fitta, sempre compatta, eguale, accurata, corretta. Contengono un numero grandissimo di pensieri, appunti, ricordi, osservazioni, note, conversazioni e discussioni, per così dire, del giovine illustra con se stesso su l'animo suo, la sua vita, le circostanze; a proposito delle sue letture e cognizioni; di filosofia, di letteratura, di politica; su l'uomo, su le nazioni, su l'universo; materia di considerazioni più ampia e variata che non sia la solenne tristezza delle operette morali; considerazioni poi liberissime e senza preoccupazioni, come di tale che scriveva giorno per giorno per sé stesso e non per gli altri, intento, se non a perfezionarsi, ad ammaestrarsi, a compiangersi, a istoriarsi. Per sé stesso notava e ricordava il Leopardi, non per il pubblico: ciò non per tanto gran conto ei doveva fare di questo suo ponderoso manoscritto, se vi lavorò attorno un indice amplissimo e minutissimo, anzi più indici, a somiglianza di quelli che i commentatori olandesi e tedeschi solevano apporre alle edizioni dei classici. Quasi ogni articolo di quella organica enciclopedia è segnato dell'anno del mese e del giorno in cui fu scritto, e tutta insieme va dal luglio del 1817 al 4 dicembre del 1832; ma il più è tra il '17 e il '27, cioè dei dieci anni della gioventù più feconda e operosa, se anche trista e dolente. (dalla prefazione ai Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura)
  • Fratelli, | per diverse terre le vostre ossa | per l'Italia tutta il nome, | ma la religione di voi è qui | e passa | di generazione in generazione | ammonendo | che scienza è libertà. (epigrafe nell'atrio dell'Università di Bologna, 1870, in Opere di Giosuè Carducci, Ceneri e faville, I, Bologna, 1891, p. 76)
  • [Inno di Goffredo Mameli] Fu composto l'otto settembre del quarantasette, all'occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l'inno d'Italia, l'inno dell'unione e dell'indipendenza, che risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 49. (da Bozzetti critici e discorsi letterari)
  • Fulgida e bionda ne l'adamantina | Luce del serto tu passi. (da Alla Regina d'Italia, nelle Nuove odi barbare)
  • Guglielmo Oberdan | Morto santamente per l'Italia | Terrore ammonimento rimprovero | Ai tiranni di fuori | Ai vigliacchi di dentro (epigramma da Confessioni e battaglie, serie II, in Opere, vol. XII, Bologna, 1902, p. 259)
  • I giovini non possono generalmente esser critici; e, per due o tre che riescano, cento lasciano ai rovi della via i brandelli del loro ingegno o ne vengon fuori tutti inzaccherati di pedanteria e tutti irti le vesti di pugnitopi: la critica è per gli anni maturi. (da Confessioni e battaglie)
  • Io sono e resto quale fui | e attendo la grande ora (citato in Leo Longanesi, In piedi e seduti, Longanesi, 1968)
  • Italia | Assunta novella tra le genti. (da Cadore)
  • L'albero a cui tendevi | la pargoletta mano, | il verde melograno | da' bei vermigli fior, | Nel muto orto solingo | rinverdí tutto or ora | e giugno lo ristora | di luce e di calor. (Pianto antico, 1-8)
  • L'arte, come la concepisco e come non arrivo a farla io, è cosa altamente e perfettamente [...] aristocratica. (da Schermaglie di letteratura)
  • L'arte e la letteratura sono l'emanazione morale della civiltà, la spirituale irradiazione dei popoli. (da Bozzetti critici e discorsi letterari)
  • Oh noci della Carnia addio! Erra tra i vostri rami il pensier mio sognando l'ombre d'un tempo che fu! (da Il comune rustico)
  • Oh non per questo dal fatal di Quarto | Lido il naviglio de i mille salpò, | Né Rosolino Pilo aveva sparto | Suo gentil sangue che vantava Angiò. (da La Consulta Araldica, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, U. Hoepli, Milano, 1921, p. 381)
  • Poeta, su 'l tuo capo sospeso ho il tricolore | Che da le spiagge d'Istria da l'acque di Salvore | La fedele di Roma, Trieste, mi mandò. (da A Victor Hugo, 9)
  • Sai che il Fogliame americano io l'ho tradotto a lettera tre volte con il mio maestro d'inglese, un italiano che scappò in America di 17 anni e ci è stato ventitré, e ha fatto il capitano al servizio della Repubblica nella guerra di secessione contro gli Stati del Sud? È una bestia, sempre ubriaco; ma sente e respira l'America; e non sa quasi nulla d'Italiano; me lo commentava facendo gesti e urli feroci. E mi venne subito la voglia di tradurlo in esametri omerici. Tutti quei nomi a catalogo! Quelle enumerazioni, successioni, quella serie di sentimenti straordinarie e vere! Io ne rimasi e ne sono rapito! Dopo i grandissimi poeti colossali, Omero, Shakespeare, Dante, ecc. ci sarà del più pensato, del più profondo, del più perfetto, ma nulla così immediato e originale.[2]
  • Se già sotto l'ale | Del nero cappello | Nel vin Cromuello [Oliver Cromwell] | Cercava il signor, [3]|| Ne' colmi bicchieri | Ricerco pur io | Men fiero un iddio, | Ricerco l'amor. (da Brindisi in Levia gravia)
  • Non rampare di aquile e leoni, non sormontare di belve rapaci, nel santo vessillo; ma i colori della nostra primavera e del nostro paese, dal Cenisio all'Etna; le nevi delle Alpi, l'aprile delle valli, le fiamme dei vulcani. (Reggio Emilia, 7 gennaio 1897, durante i solenni festeggiamenti per il primo Centenario del Tricolore)
  • Pastonchi? mai letto tanti brutti versi. (citato in Bonaventura Caloro, È lo stato che crea la nazione, La Fiera Letteraria, aprile 1973)
  • Qui il paese è veramente bello, tale che fa intendere la Scuola umbra: che linee d'orizzonte, che digradante vaporoso di monti in lontananza! Fui ad Assisi: è una gran bella cosa, paese, città e santuario, per chi intende la natura e l'arte nei loro accordi con la storia, con la fantasia con gli affetti degli uomini. Sono tentato di far due o tre poesie su Assisi e San Francesco. (Da una lettera a Giuseppe Chiarini, Perugia 26 luglio 1877, citato in La dolce stagione, pag. 454, Luigi Russo, Editrice Giuseppe Principato, Milano 1940)
  • [su Francesco Giuseppe I d'Austria] Riprenderemo Roma al papa, riprenderemo Trieste all'imperatore. A questo imperatore degl'impiccati. (da Confessioni e battaglie, serie II, Bologna, Zanichelli, 1902, p. 242)
  • Sanguinosa, in un sorriso | Di martirio e di splendor: | Di Boezio è il santo viso, | Del romano senator.[4]
  • Venne il dì nostro | (O milanesi), e vincere bisogna. (dalla Canzone di Legnano, v. 122-123, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 629)

Giambi ed Epodi[modifica]

  • Impronta Italia domandava Roma, | Bisanzio essi le han dato. (Per Vincenzo Caldesi, v. 28)
  • La nostra patria è vile. (In morte di Giovanni Cairoli, v. 132)
  • E un popol morto dietro a lui si mise. || Esule antico, al ciel mite e severo | Leva ora il volto che giammai non rise, | — Tu sol — pensando — o idëal, sei vero. (Giuseppe Mazzini, v. 14)

Inno a Satana[modifica]

Incipit[modifica]

A te, dell'essere
principio immenso,
materia e spirito,
ragione e senso;
mentre ne' calici
il vin scintilla
sì come l'anima
nella pupilla.

Citazioni[modifica]

  • Via l'aspersorio, | prete, e 'l tuo metro! | no, prete, Satana | non torna in dietro! (vv. 21-24)
  • Nella materia | che mai non dorme, | re dei fenomeni, | e delle forme, | sol vive Satana. (vv. 37-41)
  • E già già tremano | Mitre e corone: | Dal chiostro brontola | La ribellione, | E pugna e prèdica | Sotto la stola | Di fra' Girolamo | Savonarola. (vv. 153-160)
  • Gitta i tuoi vincoli, | uman pensiero, | e splendi e folgora | di fiamme cinto; | materia, inalzati: | Satana ha vinto. (vv. 163-168)

Explicit[modifica]

Salute, o Satana,
o ribellione,
o forza vindice
della ragione!
Sacri a te salgano
gl'incensi e i voti!
Hai vinto il Geova
de' sacerdoti.

Juvenilia[modifica]

Incipit[modifica]

Ah per te[5] Orazio prèdica al vento!
Del patrio carcere non sei contento,
La chiave abomini grata a i pudichi,
Agogni a l'aere de' luoghi aprichi.
E dove, o misero, dove n'andrai.
Dove un ricovero trovar potrai,
O de' miei giovini lustri diletto,
O mio carissimo tenue libretto?

[Giosuè Carducci, Juvenilia - LXX, in "Poesie di Giosue Carducci MDCCCL-MCM", Zanichelli, 1914]

Citazioni[modifica]

  • O dell'italo agon supremo atleta | Misurator, di questa setta imbelle, | Che stranïata il sacro allòr ti svelle | Che vuol la santa bile irrequïeta? || E a qual miri sai tu splendida meta | Ed a che fin drizzato abbian le stelle | Questa età che di ciance e di novelle | Per quanto ingozzi e più e più si asseta? (Vittorio Alfieri, libro III)
  • Or chi pria leverà d'Italia il grido | Spezzando il vario, infame, antico freno? | Di martiri e d'eroi famoso nido, | Voi Modena e Bologna. Oh al dì sereno || Di libertà cresciute, anime altere | Tra i ceppi sanguinanti e gli egri esigli | E gli orrendi martòri in prigion nere, || Voi ne' tedeschi e ne' papali artigli | Chi più mai renderà, poi che un volere | Raccoglie alfin de la gran madre i figli? (Modena e Bologna, libro VI)
  • Forti sembianze di novella vita | Circondar la tua cuna, | o re del canto che più alto mira. | Gentil virago ardita, | Quale non vider mai le argive sponde | Né le latine, e d'amor balda e d'ira, | te venìa la bella | Toscana libertade; e il pargoletto | Già magnanimo petto | Ti confortava de la sua mammella. | Tutta accesa ne' raggi di sua sfera, | Mite insieme ed austera, | Venne la fede; e per un popoloso | Di visioni e d'ombre oscuro lito | La porta ti mostrò dell'infinito. (Dante, libro IV)

Odi barbare[modifica]

Incipit[modifica]

Odio l'usata poesia: concede
comoda al vulgo i flosci fianchi e senza
palpiti sotto i consueti amplessi
stendesi e dorme.
A me la strofe vigile, balzante
co 'l plauso e 'l piede ritmico ne' cori:
per l'ala a volo io còlgola, si volge
ella e repugna.

Citazioni[modifica]

  • Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico | Tempio avvolgendosi, l'Alighier trepido | Cercò l'immagine di Dio nel gemmeo | Pallore d'una femina. (da In una chiesa gotica)
  • Lieta del fato Brescia raccoltemi, | Brescia la forte, Brescia la ferrea, | Brescia leonessa d'Italia | beverata nel sangue nemico. (da Alla Vittoria, tra le rovine del tempio di Vespasiano in Brescia)
  • L'ora presente è in vano, non fa che percuotere e fugge. (da Presso l'urna di Percy Bysshe Shelley)
  • Oh qual caduta di foglie, gelida, | continua, muta, greve, su l'anima! | io credo che solo, che eterno, | che per tutto nel mondo è novembre. (da Alla stazione in una mattina d'autunno)
  • Quale una incinta, su cui scende languida | Languida l'ombra del sopore e l'occupa, | Disciolta giace e palpita su 'l talamo, | Sospiri al labbro e rotti accenti vengono | e súbiti rossor la faccia corrono || [….] Chinatevi al lavoro, o validi omeri; | Schiudetevi agli amori, o cuori giovani; | Impennatevi a sogni, ali dell'anime; | Irrompete alla guerra, o desii torbidi: | Ciò che fu torna e tornerà nei secoli. (da Canto di marzo)
  • Quando Odoacre dinanzi a l'impeto | di Teodorico cesse, e tra l'èrulo | Eccidio passavan sui carri | Dritte e bionde le donne amàle || Entro la bella Verona, odinici | Carmi intonando: raccolta al vescovo | Intorno, l'italica plebe | Sporgea la croce supplice a' Goti. (da Davanti il Castel Vecchio di Verona)
  • Roma, ne l'aer tuo lancio l'anima altera volante: | accogli, o Roma, e avvolgi l'anima mia di luce. (da Roma)
  • Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte | Nume Clitumno! (da Alle fonti del Clitumno)
  • Surge nel chiaro inverno la fosca turrita Bologna, | E il colle di sopra bianco di neve ride. (da Nella piazza di San Petronio)
  • Vacche del cielo. (da Canto di marzo)

Rime e ritmi[modifica]

Incipit[modifica]

Alla signorina Maria A.

O Piccola Maria,
Di versi a te che importa?
Esce la poesia,
O piccola Maria,
Quando malinconia
Batte del cor la porta.
O piccola Maria,
Di versi a te che importa?

Citazioni[modifica]

  • A te, porgente su l'argenteo Sile | Le braccia a l'avo da l'opima cuna, | Ne la festante ilarità senile | Parve la vita accorrere con una || Marïonetta in mano. Al sol d'aprile | Te fuggente la logica importuna | Presago accolse il comico navile | Veleggiando la tacita laguna. (Carlo Goldoni)
  • Come, o Ferrara, bello ne la splendida ora d'Aprile | ama il memore sole la tua pace! (Alla città di Ferrara)
  • Contessa, che è mai la vita? | È l'ombra d'un sogno fuggente. | La favola breve è finita, | il vero immortale è l'amor. (Jaufré Rudel)
  • E da Superga nel festante coro | De le grandi Alpi la regal Torino | Incoronata di vittoria, ed Asti | repubblicana. (Piemonte)
  • Ma voi siete cristiane, o Maddalene! | Foste da' preti a scuola. | Siete moderne! avete ne le vene | L'Aretino e il Loiola. (da A proposito del processo Fadda, citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 536)
  • [A Carlo Alberto di Savoia] Oggi ti canto, o re de' miei verd'anni, | Re per tant'anni bestemmiato e pianto, | Che via passasti con la spada in pugno | Ed il cilicio | Al cristian petto, italo Amleto. (Piemonte)
  • Quando, novello Procida, | E più vero e migliore, innanzi e indietro, | Arava ei l'onda sicula. (Alla figlia di Francesco Crispi)[6]
  • Salve Ferrara, co'l tuo fato in pugno | Ultima nata, creatura nova | De l'Appennin, del Po, del faticoso dolore umano! (Alla città di Ferrara)
  • Salve, Piemonte! A te con melodia | Mesta, da lungi risonante, come | gli epici canti del tuo popol bravo, | scendono i fiumi. || Scendono pieni, rapidi, gagliardi, | come i tuoi cento battaglioni, e a valle | cercan le deste a ragionar di gloria | ville e cittadi. (Piemonte)
  • Seco venga a' lidi tuoi | Fe' d'opre alte e leggiadre, | O isola del sole, o tu d'eroi | Sicilia antica madre. (Alla figlia di Francesco Crispi)

Rime nuove[modifica]

Incipit[modifica]

Ave, o rima! Con bell'arte
Su le carte
Te persegue il trovadore;
Ma tu brilli, tu scintilli,
Tu zampilli
Su del popolo dal cuore.
O scoccata tra due baci
Ne i rapaci
Volgimenti de la danza,
Come accordi ne' due giri
Due sospiri,
Di memoria e di speranza!

Citazioni[modifica]

  • Hallali, hallali, gente d'Habsburgo! | Ad una caccia eterna io con te surgo. (da Ninna-nanna di Carlo V)
  • La nebbia agl'irti colli | Piovigginando sale, | E sotto il maestrale | Urla e biancheggia il mar; || Ma per le vie del borgo | Dal ribollir de' tini | va l'aspro odor de i vini | L'anime a rallegrar. || Gira sui ceppi accesi | Lo spiedo scoppiettando: | Sta il cacciator fischiando | Su l'uscio a rimirar | Tra le rossastre nubi | Stormi d'uccelli neri | com'esuli pensieri | Nel vespero migrar. (San Martino)
  • Dante, onde avvien che i vóti e la favella | Levo adorando al tuo fier simulacro, | E me sul verso che ti fè già macro | Lascia il sol, trova ancor l'alba novella? | [...] | Son chiesa e impero una ruina mesta | Cui sorvola il tuo canto e al ciel risona: | Muor Giove, e l'inno del poeta resta. (da Dante)
  • Si volse il prete a dire: Ite. Potente | Ruppe il sole a le nubi sormontando, | E incoronò d'un'iride scendente | La bella donna che sorgea pregando. | Corse tra le figure bizantine | Vermiglio un riso come di pudor; | Ma la Madonna le pupille chine | Tenea su 'l figlio, e mormorava – Amor. (LXXI)
  • Su 'l castello di Verona | Batte il sole a mezzogiorno | Da la Chiusa al pian rintrona | Solitario un suon di corno. (da La leggenda di Teodorico)
  • T'amo, o pio bove; e mite un sentimento | Di vigore e di pace al cor m'infondi. | O che solenne come un monumento | Tu guardi i campi liberi e fecondi, | O che al giogo inchinandoti contento | L'agil opra de l'uom grave secondi. (da Il bove, IX)
  • Il divino del pian silenzio verde. (da Il bove, IX)
  • Meglio oprando oblïar, senza indagarlo; | Questo enorme mister de l'universo! (LXVII)
  • Sai tu l'isola bella, a le cui rive | Manda il Ionio i fragranti ultimi baci | Nel cui sereno mar Galatea vive | E su' monti Aci? (LXIII: Primavere elleniche II)
  • Celeste paölotta (da Classicismo e Romanticismo, LXIX)

Incipit de Il parlamento[modifica]

Sta Federico imperatore in Como.
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate.
«Popolo di Milano,» ei passa e chiede,
«Fatemi scorta al console Gherardo.»
Il consolo era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l'arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe' cenno il console Gherardo,
E squillaron le trombe a parlamento.

Citazioni su Giosuè Carducci[modifica]

  • Vorrei mandarle un mazzo di rose grande più di me, vorrei creare una parola nuova che racchiudesse tutto ciò che ha di soave la gratitudine e di sublime la gioia, per dirle quello che sento Amo tutto ciò ch'Ella ha corretto nei miei versi. (Benedetti versi che mi hanno ispirato l'ardire di venire da Lei!). (Annie Vivanti)
  • Egli sembra, anche nell'aspetto, una di quelle foreste sul lido del suo mare, le quali anche nella più quieta serenità pare che si contorcano alle raffiche del libeccio. (Giovanni Pascoli)

Note[modifica]

  1. Dal discorso tenuto a Recanati il 29 giugno 1898 in occasione del 1° centenario della nascita di Giacomo Leopardi; da Edizione nazionale delle opere di Giosuè Carducci, Zanichelli, 1961.
  2. Da una lettera all'amico Enrico Nencioni; citato nella prefazione di Antonio Spadaro, p. 29 in Walt Whitman, Canto una vita immensa, a cura di Antonio Spadaro, Ancora, Milano, 2009. ISBN 88-514-0632-4
  3. Qui il poeta fa riferimento ad un episodio narrato dal Chateaubriand in Quatre Stuarts. Secondo lo scrittore francese, Cromwell, sorpreso a bere, avrebbe detto agli amici: «Credono che cerchiamo il Signore, ma noi cerchiamo solo un cavatappi» (Il cavatappi era caduto).
  4. Da Rime nuove, in Poesie e prose, a cura di Ernesto Travi, 1968, p. 233.
  5. Al libro [1866].
  6. Per il refuso su più vero e maggiore cfr. Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 732.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]