Søren Kierkegaard

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Søren Kierkegaard

Søren Aabye Kierkegaard (1813 – 1855), filosofo, teologo e scrittore danese.

Citazioni di Søren Kierkegaard[modifica]

  • Che la sostanza di Spinoza significhi qualcosa d'altro, lo si vede facilmente; perché la sua sostanza è una necessità interna, nella quale per l'appunto ciò ch'è casuale (l'accidentale) svanisce perciò continuamente. Insomma la sostanza di Spinoza è l'espressione metafisica per la verità cristiana della Provvidenza la quale a sua volta corrisponde al destino in quanto esso è unità di necessità e casualità in modo che il caso c'è certamente, ma anche in modo che per essa il caso non esista.[1]
  • Ci sono uomini il cui destino deve essere sacrificato per gli altri, in un modo o nell'altro, per esprimere un'idea, ed io con la mia croce particolare fui uno di questi.[2]
  • Ciò di cui ho veramente bisogno è di chiarire nella mia mente ciò che devo fare, non ciò che devo conoscere, pur considerando che il conoscere deve precedere ogni azione. La cosa importante è capire a che cosa sono destinato, scorgere ciò che la Divinità vuole che io faccia; il punto è trovare la verità che è vera per me, trovare l'idea per la quale sono pronto a vivere e a morire.[2]
  • Cos'è che rende un uomo grande, ammirato dal creato, gradevole agli occhi di Dio? Cos'è che rende un uomo forte, più forte del mondo intero; cos'è che lo rende debole, più debole di un bambino? Cos'è che rende un uomo saldo, più saldo della roccia; cos'è che lo rende molle, più molle della cera? È l'amore! Cos'è che è più vecchio di tutto? È l'amore. Cos'è che sopravvive a tutto? È l'amore. Cos'è che non può essere tolto, ma toglie lui stesso tutto? È l'amore. Cos'è che non può essere dato, ma dà lui stesso tutto? È l'amore. Cos'è che sussiste, quando tutto frana? È l'amore. Cos'è che consola, quando ogni consolazione viene meno? È l'amore. Cos'è che dura, quando tutto subisce una trasformazione? È l'amore. Cos'è che rimane, quando viene abolito l'imperfetto? È l'amore. Cos'è che testimonia, quando tace la profezia? È l'amore. Cos'è che non scompare, quando cessa la visione? È l'amore. Cos'è che chiarisce, quando ha fine il discorso oscuro? È l'amore. Cos'è che dà benedizione all'abbondanza del dono? È l'amore. Cos'è che dà energia al discorso degli angeli? È l'amore. Cos'è che fa abbondante l'offerta della vedova? È l'amore. Cos'è che rende saggio il discorso del semplice? È l'amore. Cos'è che non muta mai, anche se tutto muta? È l'amore, e amore è solo quello che mai si muta in qualcos'altro.[3]
  • Dal momento in cui per la prima volta il mio animo commosso s'inchinò in umile ammirazione davanti alla musica di Mozart, è stata spesso per me una cara e consolante occupazione meditare come quella gioiosa visione ellenica della vita che chiama il mondo Kosmos, perché lo rappresenta come un tutto per ordinato, come uno squisito e trasparente ornamento di quello spirito che in esso agisce e vive..., come quella gioiosa visione si possa trasportare in un ordine superiore di cose, cioè nel mondo degli ideali; poiché anche qui si rileva una suprema mirabile saggezza, che si manifesta splendidamente nel riunire le cose che si appartengono: Omero e la guerra di Troia, Raffaello ed il cattolicesimo, Mozart e il "Don Giovanni"... Mozart immortale! A te devo tutto, è per te che ho perso il senno, che il mio spirito è stato colpito da meraviglia ed è stato scosso nelle sue profondità; devo a te se non ho trascorso la vita senza che nulla fosse capace di scuotermi.[4]
  • Dio non pensa, Egli crea; Dio non esiste, Egli è eterno. L'uomo pensa ed esiste e l'esistenza separa pensiero ed essere, li distanzia l'uno dall'altro nella successione [...].[5]
  • Il paganesimo aveva un dio per l'amore ma non per il matrimonio; il cristianesimo ha, oserei dire, un dio per il matrimonio ma non per l'amore.[6]
  • L'essenza della donna è un abbandono sotto forma di resistenza.[7]
  • L'ironia è l'occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l'assurdo, il vano dell'esistenza.[8]
  • La mia anima si rifugia sempre nel Vecchio Testamento ed in Shakespeare. Là almeno si sente qualche cosa: là son uomini che parlano. Là si odia! là si ama, si uccide il nemico, si maledice ai posteri per tutte le generazioni; là si pecca.[9]
  • Lascia che altri si lagni che i tempi sono cattivi: io mi lagno ch'essi sono miserabili, perché senza passione.[9]
  • Non dovrò mai essere tentato di lavorare per vivere: un po' perché pensavo che avrei dovuto morire giovanissimo, e un po' perché pensavo che in considerazione di questa mia particolare croce Dio mi avrebbe risparmiato questa sofferenza e questo problema.[2]
  • Non importa sapere che Dio esiste; importa sapere che Dio è amore.[10]
  • Ogni uomo è una sintesi di corpo e anima, destinata a esser spirito, cioè ad abitare nella casa; ma l'uomo preferisce stare in cantina, cioè nella determinazione della sensualità. E non solo preferisce stare in cantina, ma l'ama a tal punto da arrabbiarsi se qualcuno gli propone di occupare il piano di sopra che è vuoto e a sua disposizione perché la casa in cui abita è sua.[11]
  • Si può dire di ogni idea quello che è stato detto del Messia: non ha padre, non ha madre, non ha nessun antenato, perché non c'è principio dei suoi giorni né una fine della sua vita.[12]
  • Siamo tanto poveri di occasioni favorevoli che quando una si mostra conviene in verità approfittarne, visto che purtroppo non c'è nessuna arte nel sedurre una fanciulla, ma è solo questione di fortuna trovarne una degna d'essere sedotta.[13]

Aut – Aut[modifica]

Incipit[modifica]

Quello che t'ho già detto tante volte te lo ripeto qui, anzi te lo grido: o questo o quello, amico mio! Aut-Aut!
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni[modifica]

  • Chi striscia sulla terra non è esposto a cadere tanto facilmente come chi sale sulle cime delle montagne.
  • Chi vuol essere superiormente dotato, deve accettare anche che io gli addossi la responsabilità di poter essere anche più colpevole degli altri.
  • Ciò che io sono è un nulla; questo procura a me e al mio genio la soddisfazione di conservare la mia esistenza al punto zero, tra il freddo e il caldo, tra bene e male, tra la saggezza e la stupidaggine, tra qualche cosa e il nulla come un semplice forse. Paradossale è la condizione umana. Esistere significa «poter scegliere»; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensí la miseria dell'uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti egli si trova sempre di fronte all'alternativa di una «possibilità che sí» e di una «possibilità che no» senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell'altro.
  • È innegabile che nel mondo esiste tanta gente meschina che vuole trionfare su tutto quello che si eleva di un solo palmo dalla mediocrità.
  • Il voler giocare a nascondersi si sconta sempre nel modo più naturale, col diventar misteriosi a se stessi.
  • La grandezza non consiste nell'essere questo o quello, ma nell'essere se stesso, e questo ciascuno lo può se lo vuole.
  • La maggior parte degli uomini vive per avere il pane quotidiano; quando l'ha avuto vive per avere un buon pane quotidiano; e quando ha ottenuto anche questo, muore.
  • Ma chi scorge nel godimento il senso e lo scopo della vita, sottopone sempre la sua vita a una condizione che, o sta al di fuori dell'individuo, o è nell'individuo ma in modo da non essere posta per opera dell'individuo stesso.
  • Nulla di finito, nemmeno l'intero mondo, può soddisfare l'animo umano che sente il bisogno dell'eterno.
  • Ogni uomo, per quanto poco intelligente sia, per quanto bassa sia la sua posizione nella vita, ha un bisogno naturale di formarsi una concezione di vita, una rappresentazione del significato della vita e del suo scopo. Anche chi vive esteticamente fa questo, e l'espressione comune che, in ogni tempo e in ogni diverso stadio, si è sempre sentita, è questa: bisogna godere la vita.
  • Qui voglio ricordare la mia definizione dell'etica: essa è ciò per cui l'uomo diventa quello che diventa.
  • Se un uomo fosse tanto furbo da poter nascondere di essere pazzo, potrebbe far impazzire tutto il mondo.
  • Verrà il giorno in cui si vedrà che gli individui migliori in senso estetico, quelli che pongono lo scopo della vita nel differenziarsi, dispereranno di questa loro posizione eccezionale per ritrovare ciò che è semplicemente umano. Questo sarà bene anche per noi gente da poco, che a volte ci sentiamo turbati perché non abbiamo saputo nella nostra vita distinguerci. E, a dir la verità, il motivo non era solo che disdegnavamo una concezione simile di vita; ci sentivamo anche troppo insignificanti per realizzarla.

Diario[modifica]

  • La gente mi comprende così poco che non comprende neppure i miei lamenti perché non mi comprende. (§ 68, febbraio 1836; 1997, p. 35)
  • In ogni campo, per ogni oggetto, ecc., sono sempre le minoranze, i pochi, i rarissimi, i Singoli quelli che sanno: la Folla è ignorante. (§ 180)[14]
  • Se io preferisco tanto l'autunno alla primavera, è perché in autunno si guarda il cielo — in primavera la terra. (§ 229, 29 ottobre 1837; 1997, p. 37)
  • Io credo che se un giorno diventerò cristiano sul serio, dovrò vergognarmi soprattutto, non di non esserlo diventato prima, ma di aver tentato prima tutte le scappatoie. (§ 237, 8 dicembre 1837; 1997, p. 37)
  • Se avessi avuto la Fede, sarei rimasto con Regina: ora l'ho compreso. (§ 715; 1997, p. 114)
  • L'inglese Swift in gioventù costruì un manicomio dove egli stesso da vecchio fu ricoverato. E si racconta che spesso si guardava nello specchio ripetendo: «Povero vecchio mio!». (§ 788; 1997, p. 92)
  • Una volta il mio unico desiderio era di diventare funzionario di polizia, mi sembrava un còmpito adatto per la mia testa insonne e intrigante. Credevo che tra i criminali vi fosse gente con cui lottare, ragazzi intelligenti, forti, astuti. Più tardi ho capito che è stato un bene non esserlo diventato, perché la maggior parte degli affari di polizia si riduce a cose misere e meschine — non crimini e delinquenti matricolati. Si tratta di quattro soldi e di poveri diavoli. (§ 1176; 1997, p. 44)
  • Se nell'esser cristiani non vi è ogni momento, come al principio, assolutamente il più grande pericolo umano possibile, il Cristianesimo è abolito. (§ 1442; 1997, p. 342)
  • V'è sempre nella mia vita una malinconia, ma al tempo stesso una felicità indescrivibile. (§ 1447; 1997, p. 94)
  • Muovere qualcuno: no, non lo faccio. C'è chi legge i miei scritti, chi se li studia, chi li impara a memoria, chi se ne serve quando deve predicare e insegnare... Mio Dio, ma allora io faccio più male che bene! (§ 1486; 1997, p. 48)
  • Maometto protesta con tutte le forze ch'egli non è un poeta e che il Corano non è poesia: egli vuol essere un profeta [...]. Io protesto invece con tutte le forze per non essere tenuto per un profeta: voglio essere soltanto un poeta. (§ 1725; 1997, pp. 51-52)
  • Tertulliano, il Padre della Chiesa assolutamente il più logico di tutti e il più cristiano a doppio taglio [...]. (§ 2778; 1997, p. 344)
  • Fuori dalla Cristianità non c'è che Socrate. Tu, o natura nobile e semplice, tu eri veramente un riformatore! (§ 2884; 1997, p. 72)
  • No, il Cristianesimo non dice che esistere è soffrire, al contrario – e per questo esso si colloca sopra l'ottimismo giudaico – ha per proscenio la brama di vivere la più potenziata, con cui mai ci si sia aggrappati alla vita – per poi presentare il Cristianesimo come rinuncia, e per mostrare che essere cristiano è soffrire, incluso anche il fatto di dover soffrire per la dottrina. (§ 2907; 1997, p. 232)
  • Lo scopo di questa vita è di essere portati al più alto grado di noia della vita. (§ 3322; 1997, p. 78)
  • Meglio dare che prendere. Ma a volte può esserci più umiltà nel ricevere che nel donare.[15]

Il concetto dell'angoscia[modifica]

  • L'angoscia si può paragonare alla vertigine. Chi volge gli occhi al fondo di un abisso, è preso dalla vertigine. Ma la causa non è meno nel suo occhio che nell'abisso; perché deve guardarvi. Così l'angoscia è la vertigine della libertà [...]. (cap. II, 1; p. 74)
  • [...] se si insiste troppo sulla moralità, ecco che si sveglia il piacere e si tenta il discepolo, quasi contro la sua volontà, a farsi ironico verso il suo maestro. (cap. II, 2 A, nota; p. 86)
  • La vista del peccato può salvare un individuo e far perdere invece un altro. Uno scherzo può avere il medesimo effetto di una parola seria e viceversa. Parlare e far silenzio possono produrre un effetto opposto a quello a cui miravano. (cap. II, 2 B; p. 91)
  • Il medioevo tagliava netto. Quando un individuo, che stava per riconquistare se stesso, scopriva, per esempio, di avere arguzia, talento comico o una qualità simile, egli annientava tutto questo come qualcosa di imperfetto. (cap. III, 3; p. 132)
  • Ora, volgendosi verso se stesso, egli [il genio] scopre la colpa. Più il genio è grande e più profondamente scopre la colpa. Che questa sia una follia per la mancanza di spiritualità, è una cosa che mi fa piacere e lo considero come un segno felice. Il genio non è alla stregua degli altri, e non si accontenta di esserlo. Ciò non è perché egli ripudia gli uomini, ma dipende dal fatto ch'egli ha da fare originariamente con se stesso, mentre tutti gli altri uomini e le loro spiegazioni non gli servono né per andare avanti né per andare indietro. (cap. III, 3; p. 134)
  • Quando la morte si presenta nella sua vera faccia scarna e truculenta, non la si considera senza timore. Ma quando essa, per burlarsi degli uomini che si vantano di burlarsi di lei, si avanza camuffata, quando soltanto la nostra meditazione riesce a vedere che, sotto le spoglie di quella sconosciuta, la cui dolcezza c'incanta e la cui gioia ci rapisce nell'impeto selvaggio del piacere, c'è la morte — allora siamo presi da un terrore senza fondo.[16]

Timore e tremore[modifica]

  • La fede comincia appunto là dove la ragione finisce.
  • Maria non abbisogna dell'ammirazione del mondo, così come Abramo non ha bisogno di lagrime: perché ella non era un'eroina, né egli un eroe. Ma ambedue divennero ancor più grandi degli eroi non col fuggire la sofferenza, le pene, il paradosso, bensì per via di essi.
  • Quello che ciascun uomo può compiere è il movimento della infinita rassegnazione; e, per conto mio, non esiterò ad accusare di viltà chiunque si immagini di esserne capace.

Citazioni su Søren Kierkegaard[modifica]

  • Il cristiano Soren Kierkegaard considerava neopagana tutta la filosofia moderna. (Luciano Pellicani)
  • La data di nascita sull'esistenzialismo moderno può essere fissata nel momento in cui Søren Kierkegaard uscì dal sistema hegeliano per entrare nell'«esistenza». Sfortunatamente portò con sé un po' di quel sistema. (Donald Nicholl)
  • Kierkegaard appartiene alla schiera, certamente stretta, dei pensatori autobiografici – Pascal, Montaigne, Kierkegaard, Nietzsche –, pensatori che hanno preteso o hanno pensato di fare una rivoluzione nella storia del pensiero più radicale di quella che si era proposta Kant. (Pietro Prini)
  • Kierkegaard erra nel dire che ogni peccato non può essere che sessuale. La virtù è sessuale. (Angelo Fiore)
  • Nelle facoltà c'è molta attenzione al tema del credere: ho trovato un interesse straordinario per Kierkegaard, molti studenti sono venuti a chiedermi la tesi su di lui. (Umberto Regina)

Note[modifica]

  1. Dai Papirer, 1844, V B 55, 17; citato nella nota di Cornelio Fabro in Kierkegaard 1965, p. 120.
  2. a b c Citato in Donald Nicholl, Il pensiero contemporaneo (Recent Thought In Focus), traduzione di Bruna De Allegri, Società Editrice Vita e Pensiero, Milano, 1956.
  3. Da Discorsi edificanti (1843), traduzione e cura di Dario Borso, Edizioni Piemme, 1998, pp. 81-82. ISBN 88-384-3179-5
  4. Da Don Giovanni, la musica di Mozart e l'eros.
  5. Da Postilla conclusiva non scientifica alle «Briciole di filosofia»; citato in Andrea Dalledonne, Il rischio della libertà: S. Tommaso – Spinoza, Marzorati Editore, 1990, p. 34.
  6. Da Sul matrimonio, 1845.
  7. Dal Diario di un seduttore.
  8. Da Sul concetto di ironia in costante riferimento a Socrate.
  9. a b Citato in Scipio Slataper, Ibsen, G.C. Sansoni Editore, Firenze, 1944.
  10. Citato in Francesco Gioia, La grazia e le grazie, Messaggero di sant'Antonio, febbraio 2010, p. 8.
  11. Da La malattia mortale, Mondadori, 2011, p. 48.
  12. Citato in Enzo Paci, Introduzione all'esistenzialismo di Karl Jaspers, Logos, vol. II, Roma, 1940.
  13. Da Diario di un seduttore, traduzione di Attilio Veraldi, Rizzoli, Milano, 1983. ISBN 978-88-17-00614-9
  14. Citato in Shelley O'Hara, Giovanni Stelli, Kierkegaard alla portata di tutti, Armando Editore, Roma, 2007, p. 93. ISBN 978-88-6081-151-6
  15. Citato in Paul Clavier, Edmondo Coccia, Lessico dei valori morali, Armando Editore, Roma, 2008, p. 321. ISBN 978-88-6081-294-0
  16. Citato in Nicola Abbagnano, Storia della filosofia: La filosofia del Romanticismo. La filosofia tra il secolo XIX e il XX, Unione tipografico-editrice torinese, 1963, p. 189.

Bibliografia[modifica]

  • Søren Kierkegaard, Diario, a cura di Cornelio Fabro, Fabbri Editori, Milano, 1997.
  • Søren Kierkegaard, Il concetto dell'angoscia – La malattia mortale, traduzione e note di Cornelio Fabro, Sansoni editore, Firenze, 1965.
  • Søren Kierkegaard, Timore e tremore, traduzione di F. Fortini e K. Montanari Gulbrandsen, Comunità, Milano, 1971.

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