Charlie Chaplin

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Charlie Chaplin

Sir Charles Spencer Chaplin (1889 – 1977), attore, regista, sceneggiatore, compositore e produttore britannico.

Premi Oscar vinti:

Oscar alla carriera (1929) Oscar alla carriera (1972) Luci della ribalta

  • Migliore colonna sonora (1973)

Citazioni di Charlie Chaplin[modifica]

  • [Ultime parole famose nel 1916] Il cinema è poco più di una moda. È dramma in scatola. Ciò che gli spettatori vogliono vedere è carne e sangue sul palcoscenico.
The cinema is little more than a fad. It's canned drama. What audiences really want to see is flesh and blood on the stage.[1]
  • Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L'animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.[2]
  • [Ultime parole famose nel 1914] Intendo smetterla col cinema. È troppo per me. Non ci riuscirò mai. È troppo rapido. Non riesco a capire che cosa stia facendo né che cosa si voglia che io faccia.
I'm going to get out of this [film] business. It's too much for me. I'll never catch on. It's too fast. I can't tell what I'm doing or what anybody wants me to do.[3]
  • [Sulla cosa più bella che avesse visto] Le movenze di Helen Wills mentre gioca a tennis.[4]
  • Non si ha ogni volta la fortuna che un lavoro cresca come un albero. La Febbre dell'oro, Vita da cani, Il Monello sono eccezionali. Quando rendevo perfetta una scena, si staccava dall'albero. Ho scosso i rami e sacrificato i migliori episodi. Sono autosufficienti. Li potrei proiettare separatamente, a uno a uno, come le mie prime pellicole.[5]
  • [All'osservazione che forse i movimenti di macchina delle sue regie non erano così interessanti] Non devono essere interessanti "loro": sono interessante "io".[6]
  • Sento di avere il privilegio di esprimere una speranza. La speranza è questa: che avremo finalmente la pace in tutto il mondo: che aboliremo le guerre, e risolveremo tutte le differenze internazionali al tavolo delle conferenze: che aboliremo tutte le bombe atomiche e all'idrogeno, prima che siano esse ad abolire noi.
I feel I am privileged to express a hope. The hope is this: that we shall have peace throughout the world: that we shall abolish wars, and settle all international differences at the conference table: that we shall abolish all atom and hydrogen bombs, before they abolish us.[7]
  • Un giorno senza un sorriso è un giorno perso.[8]
  • Vivi! È veramente buono battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione, perdere con classe e vincere osando, perché il mondo appartiene a chi osa! La Vita è troppo bella per essere insignificante![9]

La mia autobiografia[modifica]

Incipit[modifica]

Prima che il ponte di Westminster venisse aperto al traffico, Kennington Road era solo una mulattiera. Dopo il 1750 fu tracciata una nuova strada che partendo dal ponte collegava direttamente Londra a Brighton. Di conseguenza Kennington Road, dove ho trascorso gran parte della mia infanzia, vantava alcune belle case di notevole valore architettonico, provviste sulla facciata di balconi con la ringhiera di ferro dai quali gli occupanti avevano potuto vedere Giorgio IV passare in carrozza diretto a Brighton. (p. 9)

Citazioni[modifica]

  • Sapevo appena di avere un padre, e non ricordo che abbia mai vissuto con noi. Anche lui era un artista di varietà, un uomo silenzioso e meditabondo dagli occhi scuri. Mia madre diceva che somigliava a Napoleone. (p. 16)
  • Nella stanza buia del seminterrato di Oakley Street mia madre [con le sue letture appassionate del Vangelo] mi accese della fiamma più ardente che questo mondo abbia mai visto, e che da allora ha sempre arricchito teatro e letteratura con i suoi temi più grandi e appassionanti: pietà, amore e umanità. (p. 25)
  • Mi è rimasto in mente un incidente. In fondo alla via [dove abitava con la madre e il fratello Sydney] c'era un macello, e davanti a casa nostra passavano le pecore ivi destinate. Ricordo che ne scappò una, e corse giù per la strada tra le risa degli astanti. Alcuni tentarono di acciuffarla, altri inciamparono e caddero per terra. Mi ero divertito un mondo alle capriole dell’animale, tanto sembrava comico il suo panico. Ma quando esso fu catturato e ricondotto al macello, compresi tutta la realtà della tragedia e corsi a casa da mia madre strillando e piangendo: «L'ammazzano! L'ammazzano!». Per parecchi giorni non riuscii a dimenticare la buffa caccia di quel rigido pomeriggio di primavera; e mi domando se non fu proprio quell'episodio a creare la premessa delle mie future opere cinematografiche: la combinazione di tragico e di comico. (p. 46)
  • A un amico Joseph Conrad scrisse così: che la vita gli dava l'impressione di essere un topo cieco con le spalle al muro incapace di sfuggire a una solenne bastonatura. La similitudine potrebbe attagliarsi benissimo alle brutte situazioni in cui finiamo tutti per trovarci, prima o poi. Ciò nonostante, per qualcuno gira il vento della fortuna, ed è questo che accadde a me. (p. 89)
  • Capisco benissimo l'atteggiamento psicologico del teddy boy col suo abito edoardiano; come tutti noi, egli vuole che la sua vita balzi al centro dell'attenzione, evochi il dramma e l'avventura. Perché non dovrebbe abbandonarsi a momenti di sfrenato esibizionismo, come lo scolaro indulge ai vagabondaggi e agli scherzi rumorosi? Non è naturale che quando vede le cosiddette classi abbienti affermare la loro fatuità egli voglia affermare la sua?
    Di questi tempi egli sa che la macchina obbedisce alla sua volontà come obbedisce a quella dell'esponente di qualsiasi ceto; che per cambiare una marcia o premere un bottone non occorre una speciale intelligenza. In quest'era insensata egli è pari a qualsiasi Lancillotto, aristocratico o scienziato che sia; il suo dito può distruggere una città con la stessa facilità di un esercito napoleonico. Non è dunque il teddy boy, una fenice che sorge dalle ceneri di una classe dirigente criminale, con un atteggiamento forse motivato da una subconscia convinzione, e cioè che l'uomo è solo un animale semi-addomesticato che per generazioni ha dominato gli altri con l'inganno, la crudeltà e la violenza? (pp. 110-111)
  • Se non fosse stato per l'acquisto di un libro sull'allevamento scientifico dei maiali, forse avrei abbandonato il teatro per diventare un allevatore, ma quel libro, che illustrava graficamente la tecnica per castrare gli animali, e l'idea di eseguire una simile operazione, gettarono acqua sul fuoco del mio entusiasmo; presto dimenticai il progetto. (p. 150)
  • Il giorno prima di lasciare San Francisco feci quattro passi per Market Street, dove m'imbattei in una botteguccia con la vetrina coperta da una tenda e un cartello che diceva: «Fatevi leggere la fortuna sulle mani e sulle carte. Un dollaro». Entrai, un po' imbarazzato, e mi trovai di fronte a una donna rubiconda sulla quarantina che uscì da una stanza interna masticando un boccone del pasto interrotto. Con aria noncurante m'indicò un tavolino addossato al muro opposto alla vetrina, e senza guardarmi disse: «Prego, si accomodi». Poi sedette davanti a me. I suoi modi erano bruschi. «Mescoli queste carte e tagli il mazzo tre volte, poi metta le mani sul tavolo col palmo in alto, per favore.» Voltò le carte e le sparse sul tavolo, le studiò, poi mi guardò le mani. «Lei sta pensando a un lungo viaggio, il che significa che presto lascerà gli Stati Uniti. Ma vi tornerà fra breve per dedicarsi a un'altra attività... diversa da quella che fa ora.» Qui la donna esitò e parve confondersi. «Be', è quasi la stessa, però è diversa. Vedo un enorme successo coronare questa nuova iniziativa; lei ha davanti a sé una carriera straordinaria, ma non so dirle quale sia.» Per la prima volta alzò lo sguardo su di me, poi mi prese la mano. «Oh sì, ecco tre matrimoni: i primi due non riusciranno, ma lei giungerà alla fine dei suoi giorni felicemente ammogliato e con tre figli.» (Qui sì che si sbagliava!) Poi tornò a studiarmi la mano. «Sì, farà una fortuna eccezionale, è una mano da soldi la sua.» Scrutandomi in viso, disse: «Morirà di broncopolmonite all'età di ottantadue anni. Un dollaro, prego. Ha qualche domanda da fare?».
    «No» dissi ridendo «mi pare che basti.» (pp. 155-156)
  • [Sul Tannhäuser di Richard Wagner] Non avevo mai visto un'opera lirica, solo qualche brano in un teatro di varietà, e la detestavo. Ma adesso avevo voglia di andarci. Comprai un biglietto e presi posto in seconda galleria. L'opera era in tedesco e non ne capii una parola; non conoscevo nemmeno l'argomento. Ma quando la defunta regina venne portata in scena alla musica del coro dei pellegrini, piansi amaramente. Mi parve una ricapitolazione di tutte le pene della mia vita. A stento riuscii a dominarmi; non so che cosa dovette pensare la gente che mi sedeva vicino, ma venni via tremante e coi nervi a pezzi, uno straccio. (pp. 163-164)
  • [Sulla sua prima interpretazione del personaggio di Charlot] Non avevo la minima idea del personaggio. Ma come fui vestito, il costume e la truccatura mi fecero capire che tipo era. Cominciai a conoscerlo, e quando mi incamminai verso l'enorme pedana di legno esso era già venuto al mondo. (p. 174)
  • Il mio era un personaggio originale e poco familiare agli americani; poco familiare persino a me. Ma una volta nei suoi panni io m'immedesimavo in esso, per me era una realtà e un essere vivente. Anzi m'infiammava di idee folli di tutti i generi, che non avrei mai avuto se non mi fossi messo il suo costume e la sua truccatura. (p. 176)
  • Il successo rende simpatici [...]. Ormai avevo fiducia nelle mie idee, e di questo posso ringraziare Sennett poiché, pur essendo poco istruito come me, egli credeva nel proprio gusto, e infuse anche in me un'autentica fiducia. La sua osservazione, quel primo giorno allo studio: «Giriamo senza copione. Trovata un'idea, seguiamo il corso naturale degli eventi» mi aveva acceso la fantasia e mi parve la chiave di volta di ogni soggetto. (p. 184)
  • [Rivolto a Sennett] Per fare una comica non mi serve altro che un parco, un poliziotto e una bella ragazza. (p. 190)
  • È indubbio che chi ha raggiunto il successo vive in un mondo diverso; pur essendo intellettualmente un parvenu, le mie opinioni erano tenute in seria considerazione. Quando incontravo qualcuno, scoprivo sempre visi sorridenti ed espressioni improntate alla massima gentilezza. Tutti volevano stringere amicizia con me e partecipare ai miei problemi quasi fossero dei parenti. Certo la cosa mi lusingava, ma la mia natura non ama una simile intimità. Mi piacciono gli amici come la musica: quando sono in vena. Questa libertà, comunque, doveva costarmi lunghi periodi di solitudine. (p. 227)
  • [Riguardo alla prima volta che vide danzare Nižinskij] Nell'attimo in cui apparve rimasi elettrizzato. Ho visto pochi geni sulla terra, ma Nižinskij è stato uno di loro. Era ipnotico, divino, la sua tristezza suggeriva atmosfere di altri mondi; ogni movimento era poesia, ogni balzo un volo nella fantasia più sfrenata. (p. 230)
  • Io ho una teoria, secondo la quale scienziati e filosofi non sono che dei romantici idealisti che hanno incanalato le loro passioni in un'altra direzione. Questa teoria si adattava benissimo alla personalità di Einstein. Aveva l'aria del tipico tirolese, nel miglior senso della parola, affabile e gioviale. E benché i suoi modi fossero calmi e gentili, sentii che nascondevano un temperamento estremamente emotivo, e che era da questa fonte che proveniva la sua straordinaria energia intellettuale. (p. 382)
  • La signora Einstein parlava un ottimo inglese, assai migliore di quello del marito. Era una donna quadrata, provvista di una straordinaria vitalità; francamente si divertiva ad essere la moglie di un grand'uomo e non faceva nessun tentativo per nasconderlo; il suo entusiasmo la rendeva simpatica a tutti. (p. 382)
  • Il suo film [di Ėjzenštejn] Ivan il Terribile, che vidi dopo la seconda guerra mondiale, fu certo il migliore di tutti i film storici. Egli trattò la storia poeticamente, il che è un ottimo sistema per fare della storia. Quando penso alla distorsione che subiscono anche i fatti più recenti, la storia come tale desta solo il mio scetticismo, laddove un'interpretazione poetica consegue l'effetto generale del periodo. Alla fin fine c'è più autenticità storica nelle opere d'arte che nei libri di storia. (pp. 386-387)
  • Il fascino di Churchill consiste nella sua tolleranza e nel suo rispetto per le opinioni altrui. Si direbbe che non nutra né rancore né collera per coloro che non la pensano come lui. (p. 404)
  • La camera da letto di Churchill era in parte una biblioteca con un numero enorme di libri accatastati contro il muro, dappertutto. [...] C'erano anche molti volumi su Napoleone. «Sì» ammise «sono un suo grande ammiratore.» (p. 405)
  • Ho sempre rispettato e ammirato Gandhi per l'acume politico e la volontà di ferro da lui dimostrata in innumerevoli occasioni. Ma secondo me la sua visita a Londra fu un errore. La leggendaria importanza della sua figura diminuì sulla scena londinese, e la sua ostentazione religiosa fece poca impressione sulla gente. Nel clima freddo e umido dell'Inghilterra, con la fascia tradizionale che gli cingeva le reni ricadendogli in disordine attorno alle gambe, egli parve un personaggio assurdo. Fu così che la sua presenza a Londra divenne materia per barzellette e caricature. Si fa colpo sulla gente quando si tengono le distanze. (pp. 405-406)
  • Quando ti colpisce una disgrazia o una profonda delusione, se non ti abbandoni alla disperazione ricorri alla filosofia o al tuo senso dell'humour. (p. 542)
  • Quando Luci della ribalta fu terminato, avevo meno dubbi sul suo successo che per qualsiasi altro film avessi mai fatto. (p. 547)

Explicit[modifica]

Schopenhauer ha detto che la felicità è uno stato negativo, ma io non sono d'accordo. Negli ultimi vent'anni ho capito che cosa significa felicità. Perché ho la fortuna di essere sposato con una moglie meravigliosa. Vorrei poter scrivere di più su questo tema, ma si tratta di amore, e il perfetto amore è la più bella di tutte le frustrazioni perché è più di ciò che si possa esprimere. Dacché vivo con Oona, la profondità e la bellezza del suo carattere sono per me una continua rivelazione. Anche quando mi precede lungo gli stretti marciapiedi di Vevey, semplice e dignitosa nella figurina eretta ed elegante, con i capelli neri pettinati all'indietro che mostrano qualche filo argenteo, mi sento sommergere da un'improvvisa ondata di amore e ammirazione per tutto ciò che è: e mi viene un nodo alla gola.
Pago di queste gioie, talvolta siedo sul terrazzo, al tramonto, e al di là dell'ampio prato verde contemplo il lago lontano, e oltre il lago i monti silenziosi, e in questo stato d'animo non penso che a godermi la loro magnifica serenità. (pp. 579-580)

Citazioni su Charlie Chaplin[modifica]

  • Chaplin ha speso tutto il suo genio per comprare sesso [...]. Seppe addirittura fingersi ebreo, cosa difficilissima, per accattivarsi il potere finanziario a Hollywood... Un amabile cinico, creatore di un personaggio umanitario. (Guido Ceronetti)
  • La maschera di Charlot tocca il massimo assoluto della spontanea capacità inventiva e, nello stesso momento, il minimo assoluto dell'impegno pre-determinato, cioè della finalità politica. Per questo ha toccato il cuore del mondo sulla ingiusta sorte dei diseredati e degli emarginati, ha contribuito ad imporre alle classi politiche il dovere di una nuova giustizia sociale con efficacia incomparabilmente maggiore di quella che possono avere conseguito, tutti insieme, tutti i film socialmente «impegnati» di tutta la storia del cinema. [...] Tanto più autentica, credibile, efficace l'istanza sociale che scaturisce dall'omino: proprio perché non la pronuncia. (Alessandro Blasetti)
  • Non basterebbe un'intera enciclopedia a narrare la sua attività. Lo ricordiamo sempre per la sua intelligenza, il suo umorismo, la sua bontà... la sua "straordinaria bontà!" (Bruno Amatucci)
  • Per lui il sonoro guasta l'arte più antica del mondo, la pantomima e annienta la grande bellezza del silenzio. (Bruno Amatucci)
  • Quando Eisenstein si recò a Hollywood e gli venne domandato che cosa ammirasse di più del cinema americano, rispose senza esitare: «Chaplin, Stroheim e Walt Disney». (Peter Noble)

Peter Bogdanovich[modifica]

  • È paradossale che questa star, che appartiene essenzialmente al cinema muto, abbia girato due dei suoi migliori film quando il sonoro aveva ormai preso saldamente piede.
  • La ragione dell'enorme successo che riscosse è ancora chiarissima: la potente mistura di farsa irriverente della 'slapstick comedy' con un profondo senso si squallore e di tragedia.
  • La sagoma del suo vagabondo è una delle icone del ventesimo secolo.
  • Quando Fairbanks e Chaplin facevano le loro tournée europee, negli anni Venti, erano accolti da un'universale adulazione, da un'apoteosi di massa di un'intensità che la storia non aveva mai registrato sino ad allora.

Jean Cocteau[modifica]

  • Chaplin deve essere pronunciato alla francese: è la famiglia del pittore.
    Di due origini è orgoglioso. Questa discendenza francese e una nonna zingara.
  • Charlie Chaplin è a bordo. La notizia mi sconvolge. Più tardi Chaplin mi disse: «Il vero compito di un'opera è quello di permettere ad amici come noi di bruciare le tappe. Ci conosciamo da sempre».
  • Non parlo l'inglese. Chaplin non parla il francese. E parliamo senza il minimo sforzo. Che cosa succede? Che lingua è la nostra? È la lingua viva, la più viva di tutte, che nasce dalla volontà di comunicare ad ogni costo, la lingua dei mimi, la lingua dei poeti, la lingua del cuore.

Film[modifica]

Note[modifica]

  1. Citato in Christopher Cerf e Victor Navasky, The Experts Speak, New York, Villard, 1998, p. 190. ISBN 0-679-77806-3
  2. Da My Trip Abroad, New York, 1922.
  3. Citato in Christopher Cerf e Victor Navasky, The Experts Speak, New York, Villard, 1998, p. 310. ISBN 0-679-77806-3
  4. Citato in Enos Mantoani, Little Miss Poker Face: Helen Wills, Ubitennis.com, 19 aprile 2011
  5. Citato in Jean Cocteau, Il mio primo viaggio, traduzione di Olga Koudacheff, De Agostini, Novara, 1964.
  6. Citato in Enos Mantoani, Little Miss Poker Face: Helen Wills, Ubitennis.com, 19 aprile 2011
  7. Citato in Chaplin - The forgotten years, documentario (2003).
  8. Citato in Anna Lupo Bari, Inseguire una stella, Greco&Greco editori, Milano, 2004, p. 78. ISBN 88-7980-333-6
  9. Citato in Jean Cocteau, Il mio primo viaggio, p. 76.

Bibliografia[modifica]

  • Charlie Chaplin, La mia autobiografia, traduzione di Vincenzo Mantovani, Mondadori, 1964.

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