Denis Mack Smith

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Denis Mack Smith (1920 – 2017), storico e biografo britannico.

Citazioni di Mack Smith[modifica]

  • All'apice della gloria, Giuseppe Garibaldi era forse il personaggio più celebre d'Italia. Il suo nome era molto più famoso di quello di Cavour e di Mazzini, e molta più gente avrebbe udito parlare di lui che non di Verdi o di Manzoni. All'estero, Garibaldi simboleggiava l'Italia risorgimentale di quei drammatici anni e l'intrepida audacia che tanto contribuì alla formazione della nazione italiana.[1]
  • Credo che facciamo entrambi un buon affare, e anche un affare buono se riusciamo a squalificare agli occhi del pubblico la storiografia accademica: avremo reso un grosso servigio alla cultura.[2]

Garibaldi[modifica]

Incipit[modifica]

Con tutti i suoi difetti, Giuseppe Garibaldi ha un suo posto ben fermo fra i grandi uomini del secolo decimonono. Ebbe una sua grandezza, in primo luogo, come eroe nazionale, come famoso soldato e marinaio, cui più che ad alcun altro si dovette l'unione delle due Italie. Ma oltre che patriota, egli fu anche grande internazionalista; e nel suo caso non era un paradosso. Liberatore di professione, combatté per la gente oppressa ovunque ne trovasse. Pur avendo la tempra del combattente e dell'uomo d'azione, riuscì a essere un idealista nettamente distinto dai suoi contemporanei di mente più fredda. Tutto quello che fece, lo fece con appassionata convinzione e illimitato entusiasmo; una carriera piena di colore e d'imprevisto ci mostra in lui uno dei più romantici prodotti dell'epoca. Inoltre, era persona amabile e affascinante, di trasparente onestà, che veniva ubbidita senza esitazioni e per la quale si moriva contenti.

Citazioni[modifica]

  • [Garibaldi] si fece sempre più vegetariano; lo stretto contatto con la solitaria natura gli diede l'eccentrica credenza che gli animali e perfino le piante avessero un'anima cui non si doveva nuocere. Divenuto mezzo vegetariano, rinunciò quasi interamente anche a bere; ma ritenne il consueto gusto per i sigari. (p. 53)
  • Quando l'ira gli fu passata, Garibaldi era ormai del tutto avverso a Cavour. Non importava che la cessione di Nizza e Savoia fosse il prezzo della connivenza francese all'annessione piemontese della Toscana e dei ducati centrali. La cosa era sbagliata in se stessa, era un delitto di lesa nazionalità. Cavour rendeva l'Italia schiava del patronato francese per di più della Francia di quello stesso tiranno Luigi Napoleone che aveva schiacciato la Repubblica romana del 1849. (p. 97)
  • Fu nel 1860 che la conquista garibaldina del sud cambiò l'intera scena e diede esistenza a uno Stato panitaliano, con carattere e destino più mediterranei. Dal punto di vista del risultato pratico, fu la più grande impresa della sua vita. Pochissime persone, perfino in Italia, avevano considerato un simile sviluppo possibile e desiderabile: ma la sua determinazione individuale procurò un sorprendente trionfo sugli uomini e sulle circostanze. (p. 99)
  • [Garibaldi a Caprera] Lo si trovava a zappare (la vanga faceva poca presa nelle sottili zone terrose) o a frantumare il granito e a erigere muretti contro le incursioni delle capre selvatiche. I visitatori si divertivano sentendo che aveva battezzato gli asini Pio IX, Francesco Giuseppe e Luigi Napoleone, i cavalli Marsala e Calatafimi. (p. 125)
  • Mazzini, diviso fra disapprovazione e gelosia, commentava che era politicamente pericoloso e moralmente indegno per gli italiani di gettarsi ai piedi di un dittatore; ma lo stesso Mazzini provò invidia quando diciassettemila persone di Brighton offrirono un penny a testa per un dono al suo ex allievo. Gli eccessi d'ammirazione erano talvolta perfino morbosi. (p. 127)
  • Nei primi anni dopo il 1860 Garibaldi si interessò a numerosi quanto generici progetti di emancipazione e di riforma. Si rivolse fra l'altro con successo al re perché alcuni individui condannati alla pena capitale venissero graziati e nel 1862 firmò una petizione perché tale pena venisse abolita del tutto. (p. 134)

Il Risorgimento italiano[modifica]

Incipit[modifica]

Il processo di trasformazione della penisola italiana da un'espressione meramente geografica in una nazione unita e potente, è ormai oggetto di una vasta letteratura, e una notevolissima mole di documenti sull'argomento è oggi a disposizione dello studioso. Grande, ad esempio, è il numero dei diari e delle memorie dei protagonisti; sono stati pubblicati gli scritti di Mazzini in una edizione che comprende cento volumi, numerose altre collezioni di lettere private e di documenti ufficiali, i dibattiti che si svolsero nelle assemblee parlamentari di alcune regioni prima della unificazione, la ricostruzione degli episodi più salienti in alcune città capoluogo redatta ad opera di ferventi patrioti, e ancora i giornali del tempo, i rapporti degli ambasciatori, le impressioni degli stranieri che vivevano o viaggiavano in Italia. Tutto ciò può essere utilizzato per controllare e approfondire lo sviluppo degli avvenimenti descritto dai libri e dagli opuscoli del tempo.

Citazioni[modifica]

  • Gli italiani delle diverse regioni si erano per secoli scontrati per rivalità meramente locali, provocando o anche sollecitando regolarmente l'invasione di un capo straniero dopo l'altro, che li aiutasse nelle loro lotte private contro gli Stati italiani vicini. A causa di questi disaccordi interni, tutti i conquistatori stranieri trovarono sempre appoggio concreto in notevoli settori della popolazione locale [...]. (Introduzione, p. VIII-IX)
  • [...] lo Stato Pontificio aveva un deciso interesse a ostacolare lo sviluppo di qualsiasi sentimento patriottico di italianità, e non ebbe indugi a invocare l'aiuto straniero contro una serie di minacce da parte di Napoli, Firenze, Milano e Venezia. Il papa, in quanto capo spirituale della cristianità, godeva di una posizione speciale che faceva dello Stato Pontificio qualcosa di molto più che un semplice Stato italiano. (Introduzione, p. X)
  • Le società segrete rappresentavano, ovviamente, una risposta inefficace per chiunque desiderasse delle riforme. Mancavano di una fede comune, i loro metodi erano rozzi, e spesso, più che odiare i loro nemici naturali, si odiavano tra loro. (cap. 5, p. 69)
  • Mazzini non conosceva bene l'Italia. Di famiglia genovese benestante, non era andato mai al di là della Toscana allorché, all'età di ventisei anni, fu costretto a fuggire all'estero. I suoi numerosi nemici attribuirono a ciò la sua persistente fiducia nelle possibilità di una rivoluzione italiana. In realtà Mazzini rimase sempre un mistico, distante dai calcoli materiali delle possibilità e dei vantaggi. (cap. 5, p. 69)
  • Oltre a un'Italia unita egli [Mazzini] si configurava l'immagine, ancora più remota, di un'Europa unita alla quale la sua nazione italiana avrebbe indicato la via. In maniera un po' ingenua riteneva che la pace internazionale e l'indipendenza nazionale dovessero necessariamente andar congiunte. Certo che le libertà politiche e il patriottismo fossero facce di una stessa medaglia, patrocinava anche l'abolizione di tutti i privilegi e la costituzione di un mondo nel quale il popolo fosse sovrano. (cap. 5, p. 70)
  • Come spesso succede con i profeti, la visione di Mazzini concedeva scarsa importanza alle realtà pratiche. Ma se i suoi metodi spesso totalitari e la sua concezione rigida e religiosa del patriottismo a volte sgomentano, non vi sono tuttavia dubbi sulla sua importanza storica. (cap. 5, p. 70)
  • Il Granducato di Toscana godeva del governo più tollerante e aperto d'Italia, con il risultato che persino le idee più radicali rimanevano, in genere, a un livello moderato. Il codice leopoldino[3] era per certi aspetti migliore di quello napoleonico; la censura era abbastanza liberale; Proudhon e Saint Simon avevano trovato un piccolo ma fedele seguito. Browning, Landor, Hawthorne e Trollope erano tra i numerosi stranieri che amavano vivere a Firenze, e sovente a Pisa buona parte degli studenti erano stranieri. La Toscana era uno dei rifugi favoriti degli esuli. (cap. 5, p. 82)
  • Gioberti riponeva le sue personali speranze nel papato. Egli e gli altri neoguelfi rifiutavano la speciosa teoria di Machiavelli secondo cui i papi, proprio per il fatto che governavano su Roma e sull'Italia centrale, si sarebbero sempre schierati decisamente contro il patriottismo italiano. (cap. 7, p. 101)
  • Gioberti era uomo di cultura e di considerevole intelligenza, anche se, come notò Cavour, privo di buon senso, sì da dimostrarsi presto un politico completamente incapace. Vissuto troppo a lungo in esilio, fu spesso schiavo della sua stessa eloquenza, e a volte giunse a ingannare persino se stesso. Enfatico, egocentrico e astioso, il suo stile verboso è per molti insopportabile. (cap. 7, p, 102)
  • Cesare Balbo dedicò le Speranze d'Italia a Gioberti, e il libro superò Gioberti nel dimostrare quanto l'idea di Mazzini in una Italia unita fosse puerile, sostenibile soltanto da politici da caffè. Consapevole che l'Italia non era mai stata uno Stato o una nazione in senso stretto, Balbo, da storico, era convinto che gli italiani non avrebbero mai accettato di sacrificare i loro capoluoghi di provincia per una capitale nazionale. Tuttavia, a differenza di Gioberti, pensava che il papato, lungi dal volere l'esistenza di un più ampio Stato italiano, sarebbe stato con più certezza il suo nemico. Prima di parlare di un primato degli italiani[4], diceva, è meglio moderare le nostre ambizioni e attendere di poter parlare di parità con gli altri paesi. (cap. 8, 116)
  • La Sardegna e la Sicilia furono entrambe lasciate indietro nel processo di miglioramento economico delle province continentali. La noncuranza dei governi, l'assenteismo dei proprietari terrieri, l'assenza di strade all'interno, le sopravvivenze feudali, una tradizione di leggi private che prestava poca o nessuna attenzione all'autorità centrale – questi fattori erano comuni a entrambe le isole e rappresentavano un ostacolo quasi insormontabile allo sviluppo economico. (cap. 9, p. 128)
  • Napoli era di gran lunga la più grande città italiana e lo Stato napoletano era fornito della flotta mercantile più potente. La disparità che si rivelò più tardi tra nord e sud d'Italia esisteva sì, ma non era così notevole all'inizio del diciannovesimo secolo. Furono i Borboni di Napoli che vararono il primo battello a vapore nel Mediterraneo, e il «Conciliatore» milanese sottolineò l'avvenimento. Un'altra rivista milanese, però, la «Biblioteca Milanese Italiana», meno impressionata del fatto, riferiva con un certo compiacimento: «La barca a vapore da Napoli a Palermo, dopo aver fatto qualche viaggio a Genova ed a Marsiglia, rimase fuori di attività per difetto di costruzione, e non è più suscettibile di riparazioni». (cap. 10, p. 145)
  • [Nella prima metà dell'Ottocento] I dati economici dello Stato Pontificio sono più vicini a quelli di Napoli che a quelli della Lombardia. A Roma verso il '40 [1840] vi erano banche di risparmio e banche di sconto, compagnie di assicurazione e omnibus, nonché tre battelli a vapore, acquistati dal governo pontificio per rimorchiare le chiatte lungo il Tevere. Ma neanche una linea ferroviaria era stata progettata, e molte aree rurali erano prive di ogni contatto con i recenti progressi della civiltà. (cap. 11, p. 163)
  • Fattore fondamentale del Risorgimento fu lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, che permise un più stretto contatto tra le varie parti d'Italia. I battelli a vapore, le nuove strade McAdam[5] che cominciarono ad apparire dopo il 1820, e soprattutto le ferrovie dopo il 1840, svolsero un ruolo sostanziale. (cap. 13, p. 198)
  • Malgrado la notevole presa che i sentimenti d'italianità avevano in Piemonte, Carlo Alberto rimase un re di vecchio stampo per la maggior parte del suo regno (1831-49). Non soltanto la Sardegna era l'ultima regione in Italia e una delle ultime in Europa in cui i servizi personali di origine feudale continuassero a godere della sanzione legale; ma anche nel mondo più progredito del Piemonte e della Liguria, gli ebrei, ad esempio, erano trattati più duramente che in qualsiasi altro luogo in Italia, [...]. (cap. 14, p. 216)
  • A Torino lo Statuto del marzo 1848 venne concesso con riluttanza, come un atto di emergenza – la parola «costituzione» fu deliberatamente evitata per non far sembrare la concessione troppo grande. L'atto dovette essere preparato in gran fretta sulla base delle altre costituzioni scritte che fu possibile reperire a Torino. Il documento che ne risultò sarebbe rimasto la legge fondamentale d'Italia fino al 1948[6]. (cap. 16, p. 251)
  • [Nello Statuto Albertino] Vi si può scorgere un'intenzione di conservare il maggior potere regio compatibile con le istituzioni rappresentative; ma vennero fatte ai liberali alcune importanti concessioni che lasciavano molto spazio per ulteriori sviluppi, e, di proposito, alcuni articoli furono lasciati nel vago. (cap. 16, p. 251)
  • [Nella prima guerra d'indipendenza] Carlo Alberto, le cui capacità militari erano assai scarse, insistette per essere comandante in capo di questa disastrosa operazione, e sfortunatamente non vi era nessun ufficiale superiore capace di rimediare alle sue deficienze. L'offerta di aiuto di Garibaldi venne respinta dal re, perché accettare l'appoggio dei volontari, specialmente volontari della sinistra rivoluzionaria, sarebbe stato disonorevole per l'esercito. (cap. 17, p. 269)
  • [Nella prima guerra d'indipendenza] L'esercito piemontese giunse fino a occupare Peschiera, ma errori tattici condussero, nel luglio 1848, alla disfatta di Custoza. Fu una sconfitta minore che costò solo duecento morti. Ma l'indisciplina e la demoralizzazione tra gli ufficiali superiori ne fecero un crollo irreversibile. Diciassette anni di monarchia assoluta avevano reso Carlo Alberto impreparato a combattere una guerra rivoluzionaria. I suoi generali erano stati spesso nominati per motivi che non avevano nulla a che fare con il merito, e avevano poca o nessuna simpatia con la più grande causa italiana. Nei loro rapporti ufficiali cercavano di discolpare se stessi addossando la colpa al comportamento della truppa sul campo di battaglia. (cap. 17, pp. 283-284)
  • Dopo l'abdicazione del padre [Carlo Alberto], Vittorio Emanuele firmò un altro armistizio a Vignale. Intorno a questo armistizio fu costruita una leggenda di ispirazione politica tendente a dimostrare che solo la fermezza di Vittorio Emanuele di fronte all'arroganza austriaca aveva salvato la costituzione piemontese che Radetzky avrebbe voluto fosse abrogata. Ma in realtà, furono proprio gli austriaci che gli consigliarono di mantenere la costituzione, apportandovi alcuni emendamenti in senso conservatore, e il re non ebbe certo difficoltà ad accettare il loro consiglio. (cap. 19, pp. 318-319)
  • Per Mazzini, il valore primo del Risorgimento era l'unità italiana; per i moderati l'indipendenza dei vari Stati dalle interferenze straniere, per Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari, invece, nella loro gerarchia dei valori politici, le libertà individuali avevano la priorità. (cap. 24, p. 399)
  • Il nome di Garibaldi sintetizza l'elemento popolare nella rivoluzione italiana, l'idea di iniziativa e di entusiasmo spontanei che fin troppo spesso l'esercito regolare (come i politici), quando poté, preferì minimizzare e avvilire. Garibaldi e i suoi seguaci avevano tutti derivato un tempo la loro ispirazione originaria da Mazzini. Sebbene ora avessero in gran parte rotto con il maestro, essi rimanevano sostanzialmente radicali, rivoluzionari e profondamente diffidenti degli uomini politici piemontesi, che erano capaci di sacrificare territori italiani, come nel caso di Nizza[7], e venire ad un accordo con il tiranno francese[8]. Ciò rendeva difficile e pericoloso trattare con Garibaldi (cap. 33. p. 572)
  • Le aspettative di Mazzini erano state troppo grandi e senza dubbio un po' confuse. Egli non aveva previsto che la nazionalità, invece di rappresentare esclusivamente l'emancipazione dei popoli oppressi, potesse a volte diventare una forza di divisione e persino illiberale. Scoprì con enorme dolore, che gli italiani erano altrettanto corrotti degli altri popoli dal materialismo e dall'egoismo. (cap. 39, p. 688)
  • Moltissimi italiani erano all'oscuro di quello che egli [Mazzini] aveva cercato di dir loro; per anni, «l'Italia», o meglio «la Talia», continuò ad essere ritenuta, da alcuni meridionali, la moglie di Vittorio Emanuele. (cap. 39, p. 688)

Explicit[modifica]

Sebbene i primi ministri che succedettero a CavourRicasoli, Rattazzi, Farini, Minghetti – fossero molto meno capaci di lui, riuscirono tuttavia a consolidarne i risultati. Forse la base popolare del patriottismo non era ampia; ma fu sufficiente. Era sorta una nuova potenza: anzi, probabilmente una grande potenza; non più l'Italia, ma l'Austria si stava dimostrando, per dirla con Metternich, una mera espressione geografica.

Storia d'Italia dal 1861 al 1997[modifica]

Incipit[modifica]

Fino al 1860 il termine Italia serviva a designare non tanto una nazione, quanto una penisola, e Metternich poteva scrivere in tono di sprezzo di questa «espressione geografica». Ed è con la geografia che qualsiasi storia di questo paese deve cominciare. Fin troppo spesso la responsabilità della sua miseria e arretratezza politica è stata attribuita al malgoverno e allo sfruttamento straniero piuttosto che al clima e alla mancanza di risorse naturali. Ora è certo che non bisogna arrivare al punto di ritenere che i destini di una nazione siano interamente determinati dalle sue ricchezze naturali e dalla sua posizione geografica; una situazione peninsulare nel Mediterraneo potrà suggerire ma non rendere inevitabili determinate alleanze; la mancanza di materie prime potrà rendere un paese debole oppure aggressivo (o entrambe le cose); un clima sfavorevole potrà essere con altrettanta facilità uno stimolo o un fattore di depressione. Ma la geografia è un fattore che segna decisamente la vita di una nazione. Storicamente è sempre stato di grande importanza che gli Appennini dividano l'Italia e che le Alpi la separino dal resto d'Europa.

Citazioni[modifica]

  • Cavour aveva una conoscenza imperfetta dell'italiano e preferiva scrivere in francese. I suoi collaboratori dovevano rivedere gli articoli che scriveva per i giornali, e il suo segretario soffriva a sentirlo parlare in pubblico in italiano. Fino a molto tardi la lingua italiana non fu accettata nella buona società torinese, e Cavour, che conosceva meglio la letteratura francese e la storia inglese di quella italiana, non costituiva un'eccezione. (p. 27)
  • L'unificazione era stata «improvvisata», era stata un «miracolo» che era andato contro la storia e contro la geografia, e per i cinquant'anni successivi egli [Giustino Fortunato] continuò ad aspettarsi che la nuova nazione potesse andare nuovamente in frantumi. (p. 80)
  • Oltre all'idea repubblicana, egli [Giuseppe Mazzini] aveva sostenuto con coerenza la riforma sociale, la libertà di coscienza, l'uguaglianza fra i sessi e un'Europa federale; ma era un visionario, troppo in anticipo sui suoi tempi. (p. 100)
  • L'Italia invece non aveva un bisogno [...] pressante di nuovi mercati o di nuovi sbocchi per investimenti all'estero e sarebbe anzi riuscita a malapena ad assorbire le materie prime che le colonie avrebbero potuto eventualmente fornire. Mentre altrove il colonialismo era motivato da un'eccedenza di capitale, in Italia trasse origine in gran parte dalla miseria e dall'illusione che esso potesse rappresentare un rapido mezzo di arricchimento. (p. 147)
  • Egli [Francesco Crispi] tentò di consolidare la sua coalizione facendo credere che il paese fosse in pericolo. Nel far fronte a questi pericoli immaginari Crispi si faceva pochi scrupoli di ricorrere alla legge marziale, sostenendo che ogni opposizione, per il fatto stesso di essere tale, non poteva che essere faziosa e antipatriottica. (p. 164)
  • [Francesco Crispi] Cominciò a parlare di rettifiche di frontiera, di diritti italiani nel Mediterraneo, della necessità di espandersi, e con innumerevoli tirate retoriche riuscì ad instillare in un ampio settore dell'élite dirigente la smania dell'imperialismo. Fu una lezione assimilata più tardi da Mussolini, e fu lo stesso Mussolini a definire Crispi il precursore della rinascente Italia fascista. (p. 165)
  • Nonostante una notevole vittoria nelle elezioni del novembre 1890, Crispi mise il piede in fallo quando nel gennaio 1891 rinfacciò provocatoriamente ai conservatori di aver lasciato l'Italia disarmata prima del 1876, accusandoli persino di aver costretto il paese a seguire «una politica servile verso lo straniero». Era questa una di quelle affermazioni inequivocabili capaci di far saltare qualsiasi sistema politico trasformistico, che si fondava essenzialmente su delicate sfumature e su coalizioni di compromesso. Essa dimostra come la mancanza di tatto di Crispi facesse di lui nel migliore dei casi un uomo politico mediocre, data la sua incapacità di frenare la sua voluttà di ferire e d'ingiuriare. (pp. 166-167)
  • A differenza di Giolitti, egli [Francesco Crispi] non giunse mai neppur lontanamente a comprendere il socialismo, e mentre da una parte ne esagerava deliberatamente i pericoli, dall'altra commetteva l'errore di ritenere che semplici misure di repressione fossero sufficienti a domarlo. Affermò in parlamento che il socialismo era antipatriottico, non diversamente dall'anarchismo, e che esso significava la fine della libertà, aggiungendo inoltre che le masse popolari erano corrotte dall'ignoranza, rose dall'invidia e dall'ingratitudine, e immeritevoli di avere voce in capitolo nella politica. (p. 196)
  • Il vecchio uomo politico Jacini, che era stato ministro con Cavour, si fece portavoce del buonsenso affermando che inutilmente i giornali esaltavano le magnifiche prospettive dell'Africa orientale e che i soli argomenti ch'essi erano in grado di trovare non erano altro che vuote frasi e mere banalità. (p. 204)
  • Enrico Ferri era un ciarlatano politico: bello, eloquente e vanitoso, egli doveva cambiar d'opinione più volte per finire col trescare con il fascismo. (p. 213)
  • L'istintiva insubordinazione di tanti italiani diede così origine a una tendenza eguale e contraria verso l'autoritarismo come suo correttivo. (p. 222)
  • La mafia era un insieme di bande che proteggeva dalla giustizia quanti si arricchivano con il pubblico denaro e che organizzava contrabbando e rapimenti, oltre a ricattare e ad esigere il «pizzo», cioè il pagamento di determinate somme in cambio della sua «protezione». Le sue sanzioni andavano dall'assassinio all'incendio dei fienili e all'uccisione del bestiame, oppure alla formulazione di accuse infondate contro gli oppositori mediante subornazioni di falsi testimoni. Chiunque si faceva giustizia con le proprie mani, senza far ricorso alla legge, era considerato degno di ammirazione. (267)
  • Assai peggiore dal punto di vista estetico fu il mostruoso monumento a Vittorio Emanuele Secondo che ancor oggi deturpa il panorama di Roma. Coperto di simboli guerreschi, costruito arrogantemente e aggressivamente a ridosso del Campidoglio, troppo dispendioso e tipico prodotto della pomposa architettura di Stato, la costruzione di Sacconi fu un monumento elevato a quanto vi era di peggio nel gusto dell'epoca. (p. 277)
  • Un fenomeno che neppure la critica di Croce riuscì ad esorcizzare fu il fascino morboso esercitato dalla prosa e dalla poesia di Gabriele D'Annunzio. Fu questi un uomo che condusse una vita voluttuosa e stravagante, quasi sempre immerso nei debiti, alla ricerca costante di quanto risultasse spettacolare. Portava ogni cosa all'eccesso, rincorrendo sempre nuove esperienze e nuove follie, ansioso di superare chiunque altro in tutto, con più alte velocità, più forti passioni, una più sconcertante vita privata, più violente offese alle convenzioni. (p. 279)
  • I pacifisti di tendenze radicali ricordavano l'imbarazzante dichiarazione di Garibaldi che, se l'Italia avesse tentato di conquistare altri popoli, egli stesso si sarebbe schierato con rammarico al loro fianco contro i propri compatrioti. (p. 299)
  • Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l'unica fonte d'ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l'Italia, l'avrebbe arricchita di uomini d'azione e l'avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima. (p. 325)
  • Fortunato, questo venerando superstite del liberalismo, coniò l'epigramma che il fascismo non era una rivoluzione ma una rivelazione, la rivelazione di quell'Italia servile, arrogante e bigotta che derivava i suoi caratteri direttamente dalla Controriforma e dalla dominazione spagnola e nella cui storia il liberalismo non era stato che una parentesi. (p. 405)
  • Gioacchino Volpe, lo storico entusiasta del movimento, descrisse con tocchi delicati questo guazzabuglio osservando che il fascismo, come diceva Mussolini, non era un partito ma un antipartito, non un organo di propaganda ma di combattimento, una sintesi di ogni negazione e di ogni affermazione, ammettendo infine che gli obbiettivi precisi per i quali esso combatteva non erano troppo chiari - cosa che agli occhi di Volpe non era né sorprendente né deplorevole. (p. 406)
  • Croce scoprì che le sue idee filosofiche perdevano terreno di fronte alla neo-scolastica dei cattolici e alle eresie del rinnegato Gentile. Se in un primo tempo aveva salutato con favore l'autoritarismo del regime, ora non poteva sopportarne il cattivo gusto e il materialismo, la crassa ignoranza e la confusione mentale. Non ci si poteva aspettare che gente che aveva ricevuto il suo tipo di educazione liberale desse la propria approvazione a un credo fondato sul misticismo irrazionale, né al fatto che Mussolini incoraggiasse la cultura soprattutto per ragioni di prestigio nei confronti del mondo esterno. (p. 466)
  • La gente facoltosa, che aveva approvato il fascismo finché si limitava a soffocare gli scioperi, cominciò ad irritarsi a causa delle stravaganze e delle lungaggini della sua burocrazia; e il governo che era stato salutato con soddisfazione per la sua efficienza perdette la sua forza d'attrazione una volta che si dimostrò del tutto corrotto e inefficiente. (p. 468)
  • La regina Elena, conservò sempre il suo accento slavo e preferiva parlare francese. Era una donna di gusti semplici, che preferiva vivere in montagna, lontano da Roma – «mia cugina la pastora», la chiamava la duchessa d'Aosta. (XI. Teoria e prassi del fascismo, p. 504)

Note[modifica]

  1. Citato in Gianni Gentile, Luigi Ronga, Aldo Salassa, Nuove prospettive storiche, II volume, Editrice La Scuola, 1997.
  2. Citato in Sergio Romano, I 90 anni di Denis Mack Smith L'Italia con occhi britannici, Corriere della Sera, 1º marzo 2010, p. 33.
  3. Consolidazione del diritto penale emanata nel 1786 dal granduca Pietro Leopoldo d'Asburgo.
  4. Gioberti aveva pubblicato nel 1843 il suo Del primato morale e civile degli italiani.
  5. Strade realizzate con una tecnica costruttiva proposta nel 1820 dall'ingegnere scozzese John Loudon McAdam.
  6. La Costituzione della Repubblica Italiana, promulgata il 27 dicembre 1947, entrò in vigore il successivo 1º gennaio.
  7. Nel 1860 Nizza fu ceduta alla Francia, assieme alla Savoia, come compenso per l'aiuto dato al Risorgimento italiano.
  8. Napoleone III, imperatore di Francia.

Bibliografia[modifica]

  • Denis Mack Smith, Garibaldi (Garibaldi. A Great Life in Brief, 1956), traduzione di G.E. Valdi, Ed. suppl. a Famiglia Cristiana, 2001.
  • Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano. Storia e testi, Gius. Laterza & Figli, 1968; edizione Club del Libro, 1981.
  • Denis Mack Smith, Storia d'Italia dal 1861 al 1997, volume I (Modern Italy. A Political History, 1997), traduzione di Alberto Acquarono, Giovanni Ferrara Degli Uberti e Michele Sampaolo, Laterza, Bari, 1997.

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