Denis Mack Smith

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Denis Mack Smith (1920 – 2017), storico inglese.

Citazioni di Mack Smith[modifica]

  • All'apice della gloria, Giuseppe Garibaldi era forse il personaggio più celebre d'Italia. Il suo nome era molto più famoso di quello di Cavour e di Mazzini, e molta più gente avrebbe udito parlare di lui che non di Verdi o di Manzoni. All'estero, Garibaldi simboleggiava l'Italia risorgimentale di quei drammatici anni e l'intrepida audacia che tanto contribuì alla formazione della nazione italiana.[1]
  • Credo che facciamo entrambi un buon affare, e anche un affare buono se riusciamo a squalificare agli occhi del pubblico la storiografia accademica: avremo reso un grosso servigio alla cultura.[2]
  • [Garibaldi] si fece sempre più vegetariano; lo stretto contatto con la solitaria natura gli diede l'eccentrica credenza che gli animali e perfino le piante avessero un'anima cui non si doveva nuocere. Divenuto mezzo vegetariano, rinunciò quasi interamente anche a bere; ma ritenne il consueto gusto per i sigari.[3]

Storia d'Italia dal 1861 al 1997[modifica]

Incipit[modifica]

Fino al 1860 il termine "Italia" serviva a designare non tanto una nazione, quanto una penisola, e Metternich poteva scrivere in tono di sprezzo di questa «espressione geografica». Ed è con la geografia che qualsiasi storia di questo paese deve cominciare. Fin troppo spesso la responsabilità della sua miseria e arretratezza politica è stata attribuita al malgoverno e allo sfruttamento straniero piuttosto che al clima e alla mancanza di risorse naturali. Ora è certo che non bisogna arrivare al punto di ritenere che i destini di una nazione siano interamente determinati dalle sue ricchezze naturali e dalla sua posizione geografica; una situazione peninsulare nel Mediterraneo potrà suggerire ma non rendere inevitabili determinate alleanze; la mancanza di materie prime potrà rendere un paese debole oppure aggressivo (o entrambe le cose); un clima sfavorevole potrà essere con altrettanta facilità uno stimolo o un fattore di depressione. Ma la geografia è un fattore che segna decisamente la vita di una nazione. Storicamente è sempre stato di grande importanza che gli Appennini dividano l'Italia e che le Alpi la separino dal resto d'Europa.

Citazioni[modifica]

  • Cavour aveva una conoscenza imperfetta dell'italiano e preferiva scrivere in francese. I suoi collaboratori dovevano rivedere gli articoli che scriveva per i giornali, e il suo segretario soffriva a sentirlo parlare in pubblico in italiano. Fino a molto tardi la lingua italiana non fu accettata nella buona società torinese, e Cavour, che conosceva meglio la letteratura francese e la storia inglese di quella italiana, non costituiva un'eccezione. (p. 27)
  • L'unificazione era stata «improvvisata», era stata un «miracolo» che era andato contro la storia e contro la geografia, e per i cinquant'anni successivi egli [Giustino Fortunato] continuò ad aspettarsi che la nuova nazione potesse andare nuovamente in frantumi. (p. 80)
  • Oltre all'idea repubblicana, egli [Giuseppe Mazzini] aveva sostenuto con coerenza la riforma sociale, la libertà di coscienza, l'uguaglianza fra i sessi e un'Europa federale; ma era un visionario, troppo in anticipo sui suoi tempi. (p. 100)
  • L'Italia invece non aveva un bisogno [...] pressante di nuovi mercati o di nuovi sbocchi per investimenti all'estero e sarebbe anzi riuscita a malapena ad assorbire le materie prime che le colonie avrebbero potuto eventualmente fornire. Mentre altrove il colonialismo era motivato da un'eccedenza di capitale, in Italia trasse origine in gran parte dalla miseria e dall'illusione che esso potesse rappresentare un rapido mezzo di arricchimento. (p. 147)
  • Egli [Francesco Crispi] tentò di consolidare la sua coalizione facendo credere che il paese fosse in pericolo. Nel far fronte a questi pericoli immaginari Crispi si faceva pochi scrupoli di ricorrere alla legge marziale, sostenendo che ogni opposizione, per il fatto stesso di essere tale, non poteva che essere faziosa e antipatriottica. (p. 164)
  • [Francesco Crispi] Cominciò a parlare di rettifiche di frontiera, di diritti italiani nel Mediterraneo, della necessità di espandersi, e con innumerevoli tirate retoriche riuscì ad instillare in un ampio settore dell'élite dirigente la smania dell'imperialismo. Fu una lezione assimilata più tardi da Mussolini, e fu lo stesso Mussolini a definire Crispi il precursore della rinascente Italia fascista. (p. 165)
  • Nonostante una notevole vittoria nelle elezioni del novembre 1890, Crispi mise il piede in fallo quando nel gennaio 1891 rinfacciò provocatoriamente ai conservatori di aver lasciato l'Italia disarmata prima del 1876, accusandoli persino di aver costretto il paese a seguire «una politica servile verso lo straniero». Era questa una di quelle affermazioni inequivocabili capaci di far saltare qualsiasi sistema politico trasformistico, che si fondava essenzialmente su delicate sfumature e su coalizioni di compromesso. Essa dimostra come la mancanza di tatto di Crispi facesse di lui nel migliore dei casi un uomo politico mediocre, data la sua incapacità di frenare la sua voluttà di ferire e d'ingiuriare. (pp. 166-167)
  • A differenza di Giolitti, egli [Francesco Crispi] non giunse mai neppur lontanamente a comprendere il socialismo, e mentre da una parte ne esagerava deliberatamente i pericoli, dall'altra commetteva l'errore di ritenere che semplici misure di repressione fossero sufficienti a domarlo. Affermò in parlamento che il socialismo era antipatriottico, non diversamente dall'anarchismo, e che esso significava la fine della libertà, aggiungendo inoltre che le masse popolari erano corrotte dall'ignoranza, rose dall'invidia e dall'ingratitudine, e immeritevoli di avere voce in capitolo nella politica. (p. 196)
  • Il vecchio uomo politico Jacini, che era stato ministro con Cavour, si fece portavoce del buonsenso affermando che inutilmente i giornali esaltavano le magnifiche prospettive dell'Africa orientale e che i soli argomenti ch'essi erano in grado di trovare non erano altro che vuote frasi e mere banalità. (p. 204)
  • Enrico Ferri era un ciarlatano politico: bello, eloquente e vanitoso, egli doveva cambiar d'opinione più volte per finire col trescare con il fascismo. (p. 213)
  • L'istintiva insubordinazione di tanti italiani diede così origine a una tendenza eguale e contraria verso l'autoritarismo come suo correttivo. (p. 222)
  • La mafia era un insieme di bande che proteggeva dalla giustizia quanti si arricchivano con il pubblico denaro e che organizzava contrabbando e rapimenti, oltre a ricattare e ad esigere il «pizzo», cioè il pagamento di determinate somme in cambio della sua «protezione». Le sue sanzioni andavano dall'assassinio all'incendio dei fienili e all'uccisione del bestiame, oppure alla formulazione di accuse infondate contro gli oppositori mediante subornazioni di falsi testimoni. Chiunque si faceva giustizia con le proprie mani, senza far ricorso alla legge, era considerato degno di ammirazionep. (267)
  • Assai peggiore dal punto di vista estetico fu il mostruoso monumento a Vittorio Emanuele Secondo che ancor oggi deturpa il panorama di Roma. Coperto di simboli guerreschi, costruito arrogantemente e aggressivamente a ridosso del Campidoglio, troppo dispendioso e tipico prodotto della pomposa architettura di Stato, la costruzione di Sacconi fu un monumento elevato a quanto vi era di peggio nel gusto dell'epoca. (p. 277)
  • Un fenomeno che neppure la critica di Croce riuscì ad esorcizzare fu il fascino morboso esercitato dalla prosa e dalla poesia di Gabriele D'Annunzio. Fu questi un uomo che condusse una vita voluttuosa e stravagante, quasi sempre immerso nei debiti, alla ricerca costante di quanto risultasse spettacolare. Portava ogni cosa all'eccesso, rincorrendo sempre nuove esperienze e nuove follie, ansioso di superare chiunque altro in tutto, con più alte velocità, più forti passioni, una più sconcertante vita privata, più violente offese alle convenzioni. (p. 279)

Incipit di Garibaldi[modifica]

Con tutti i suoi difetti, Giuseppe Garibaldi ha un suo posto ben fermo fra i grandi uomini del secolo decimonono. Ebbe una sua grandezza, in primo luogo, come eroe nazionale, come famoso soldato e marinaio, cui più che ad alcun altro si dovette l'unione delle due Italie. Ma oltre che patriota, egli fu anche grande internazionalista; e nel suo caso non era un paradosso. Liberatore di professione, combatté per la gente oppressa ovunque ne trovasse. Pur avendo la tempra del combattente e dell'uomo d'azione, riuscì a essere un idealista nettamente distinto dai suoi contemporanei di mente più fredda. Tutto quello che fece, lo fece con appassionata convinzione e illimitato entusiasmo; una carriera piena di colore e d'imprevisto ci mostra in lui uno dei più romantici prodotti dell'epoca. Inoltre, era persona amabile e affascinante, di trasparente onestà, che veniva ubbidita senza esitazioni e per la quale si moriva contenti.

Note[modifica]

  1. Citato in Gianni Gentile, Luigi Ronga, Aldo Salassa, Nuove prospettive storiche, II volume, Editrice La Scuola, 1997.
  2. Citato in Sergio Romano, I 90 anni di Denis Mack Smith L' Italia con occhi britannici, Corriere della Sera, 1 marzo 2010, p. 33.
  3. Da Garibaldi, cap. VI, p. 53.

Bibliografia[modifica]

  • Denis Mack Smith, Garibaldi (Garibaldi. A Great Life in Brief, 1956), traduzione di G.E. Valdi, Ed. suppl. a Famiglia Cristiana, 2001.
  • Denis Mack Smith, Storia d'Italia dal 1861 al 1997, volume I (Modern Italy. A Political History, 1997), traduzione di Alberto Acquarono, Giovanni Ferrara Degli Uberti e Michele Sampaolo, Laterza, Bari, 1997.

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