Richard Adams

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Richard Adams nel 2008

Richard Adams (1920 – 2016), scrittore britannico.

Citazioni di Richard Adams[modifica]

  • A meno che gli uomini non li distruggano come hanno già fatto con il moa neozelandese, con il dodo e con l'alca gigante, gli uccelli, i pesci e gli animali terrestri continueranno a vivere la loro vita con suprema adattabilità, molto tempo dopo la nostra scomparsa dalla Terra. Infatti gli animali sono forti a causa della loro umiltà, così come noi siamo deboli per il nostro orgoglio.[1]

La collina dei conigli[modifica]

Incipit[modifica]

Di primule non ce n'erano più. Dalla parte del bosco – dove questo finiva, l'aperta campagna scendeva in pendio fino a un vecchio recinto, oltre il quale c'era un fossato rivestito di rovi – si vedevano ancora rare chiazze di giallo ormai sbiadito, fra l'euforbia e le radici delle querce. Di qua da quel recinto, la parte alta del campo era crivellata di buchi: tane di conigli. In alcuni punti l'erba era del tutto scomparsa e dovunque c'eran mucchietti di escrementi secchi, intorno ai quali non cresceva altro che dell'erba cardellina. Un centinaio di metri più sotto, in fondo alla pendice, scorreva il ruscello, non più largo d'un metro, mezzo soffocato da ranuncoli, nasturzi e ciuffi di vischio. Un tratturo, dopo aver attraversato quel corso d'acqua su un rudimentale ponticello, s'inerpicava su per l'opposto declivio fino a un cancello a cinque sbarre e una siepe di spini. Oltre il cancello cominciava un viottolo. (p. 11)

Citazioni[modifica]

  • I due conigli si fecero più da presso, a saltelli, e andarono ad agguattarsi in un cespuglio di ortica, lì vicino. Arricciavano il naso all'odore di alcuni mozziconi di sigaretta, fra l'erba. D'un tratto, Quintilio cominciò a rabbrividire e rannicchiarsi su se stesso.
    «Oh, Moscardo! È da qui che proviene! Ora lo so... Una cosa molto brutta! Qualcosa di terribile... E vicina, vicina.»
    Piagnucolava, dalla gran paura.
    «Che genere di cosa?... che vuoi dire? Poco fa mi dicevi che pericoli non ce ne sono.»
    «Non lo so, che cos'è» rispose Quintilio, desolato. «Qui non c'è nessun pericolo, per ora. Ma si sta avvicinando... è in arrivo. Oh, Moscardo, guarda! il prato! È coperto di sangue!» (cap. 1, Il cartello, p. 15)
  • Tanto tanto tempo fa, Frits creò il mondo. Creò tutte le stelle del firmamento, e anche il mondo è una stella. Lui le creò spargendo per il cielo i suoi cacherelli, ecco perché l'erba e le piante crescono così fitte a questo mondo. [...] Frits creò gli animali della terra e gli uccelli dell'aria, però appena creati tutti quanti erano uguali. Il passero e il falcone erano uguali, e tutt'e due mangiavano panìco e moscerini. E il coniglio e la volpe erano amici, e mangiavano l'erba. (Dente di Leone; cap. 6, Come El-ahrairà fu benedetto, p. 35)
  • "E va bene," gli disse [Frits] "benedirò dunque il tuo didietro che sbuca dalla buca. Didietro, sii la forza e sii il monito e la velocità, per salvare in sempiterno il tuo padrone. E così sia!" Detto ch'ebbe, a El-ahrairà spuntò una coda bianca che splendeva al pari d'una stella; e le zampe posteriori gli divennero lunghe e potenti; [...] Uscito dalla buca, si mise a correre più veloce di qualsiasi altro essere vivente. E Frits gli gridò dietro: "Ascolta, El-ahrairà. Il tuo popolo non potrà dominare il mondo intero, perché io non lo permetto. Tutto il mondo sarà vostro nemico. E chi t'acchiapperà, t'ammazzerà, Principe dai Mille Nemici. Però prima dovranno pigliarti. Tu sei bravo a scavare e veloce nella corsa, principe, d'udito fine e tutti i sensi all'erta. Sii dunque astuto e inventa stratagemmi, e il tuo popolo mai verrà distrutto". (Dente di Leone; cap. 6, Come El-ahrairà fu benedetto, pp. 37-38)
  • Quintilio guardava lontano, oltre il confine del terreno demaniale. Quattro miglia più a sud, all'orizzonte, si stagliava il profilo ondulato delle grandi colline. Sul punto più elevato, i faggi di Cottington's Clump si agitavano al vento che, lassù, tirava più robusto che in pianura fra le eriche.
    «Guarda!» disse d'un tratto Quintilio. «Eccolo là, Moscardo, il posto che fa per noi. Colline alte e solitarie, dove il vento porta con sé rumori lontani e la terra è asciutta come paglia in un granaio. Là noi dovremo abitare. Là, bisogna che andiamo.» (cap. 10, La strada e la brughiera, p. 60)
  • «Sono molto carini e gentili,» rispose Nicchio «ma vi dirò che cosa m'ha colpito. Mi sembrano tutti terribilmente tristi. Non riesco a capire perché, dal momento che sono così belli e robusti e hanno questa magnifica conigliera. Ma mi fanno venire alla mente gli alberi di novembre. [...]» (cap. 14, Come alberi a novembre, p. 90)
  • C'è un detto fra i conigli: Nella conigliera, più racconti che cunicoli. E un coniglio non può rifiutarsi di narrare una storia, più di quanto un irlandese possa rifiutare una scazzottata. (cap. 14, Come alberi a novembre, p. 101)
  • «Il mio cuore è andato a unirsi ai Mille, perché il mio amico oggi ha smesso per sempre di correre» disse [Moscardo] a Mirtillo, ripetendo un proverbio conigliesco. (cap. 17, Il laccio, p. 123)
  • Il vento gli arruffava la pelliccia e sferzava l'erba, che odorava di timo e di brunella. La solitudine dava un senso di libertà, di euforia. Il cielo era così vicino e il resto così distante, che ne furono inebriati e si misero a saltellare nel tramonto. «Oh Frits delle colline,» esclamò Dente di Leone «questa l'hai creata apposta per noi!» (cap. 18, Il colle Watership, p. 139)
  • «Lo sapete, Capitano,» disse Campànula «che cosa disse il primo filo d'erba al secondo filo d'erba?»
    Moscardo lo guardò brutto, ma Pungitopo l'incoraggiò: «Allora?».
    «Gli disse: "Guarda là! un coniglio! siamo fritti!".» [barzelletta] (cap. 20, Un nido d'api e un topo, p. 153)
  • «[...] Io avevo quei terribili incubi, e basta. Frits mio d'oro, spero di non provare più simili orrori! Non me li scorderò fin che campo. E neanche la notte che ho trascorso sotto il ginepro. Quanto male c'è al mondo.»
    «È dagli uomini che viene» disse Pungitopo. «Tutti gli altri elil fanno quello che devono fare e Frits li spinge come spinge noi. Vivono su questa terra e hanno bisogno di nutrirsi. Gli uomini invece non sono contenti finché non hanno rovinato la terra e distrutto gli animali. [...]» (cap. 21, La catastrofe, p. 164)
  • Canto alla luna [...] Tutti i porcospini cantano alla luna, per far uscire fuori le lumache. Che? non lo sapevi?
    Oh Luma-Luna, Luna mia Lumacchia
    Da' al riccio tuo fedel un po' di pacchia! (Yona; cap. 22, Il processo a El-ahrairà, p. 185)
  • Dice un detto degli uomini: «Non piove mai, diluvia». Il che non è esatto, ché spesso piove senza diluviare. Il proverbio dei conigli è più preciso. Essi dicono: «Una nuvola si sente troppo sola». Ed è proprio vero perché, quando appare una nuvola in cielo, spesso altre ne arrivano e di lì a poco il tempo s'imbroncia. (cap. 23, Kehaar, p. 191)
  • Che mi prenda un lacciolo! (Moscardo; cap. 25, L'incursione, p. 223)
  • Ribes cercò di venirmi in aiuto. Parlò con molta eloquenza della solidarietà fra gli animali, del loro innato senso dell'onore. "Gli animali non si comportano come gli uomini" disse. "Se devono battersi, si battono. Se devono uccidere, uccidono. Ma non usano la loro intelligenza per trovar la maniera di arrecar danni alle altre creature, di avvelenar loro la vita. Essi hanno dignità, hanno animalità." (Pungitopo; cap. 27, Non se lo può immaginare chi non c'è stato, pp. 251-252)
  • Gran Frits! (Pungitopo; cap. 29, Il ritorno e la partenza, p. 268)
  • Campànula si mise a recitare una strofetta:
    «Si va dove che l'erba è più verde
    E ci crescon carote e lattuga
    E un coniglio di libera stirpe
    Si conosce dai graffi sul muso.» (cap. 29, Il ritorno e la partenza, p. 269)
  • Frits fra le fronde! (Parruccone; cap. 29, Il ritorno e la partenza, p. 271)
  • La saggezza la si trova [...] sul colle desolato dove nessuno va a pascolare, e sul greppo pietroso dove invano il coniglio si scava la tana. (Frits; cap. 31, El-ahrairà e il Coniglio Nero di Inlé, p. 295)
  • Frits mio d'oro in cima a un monte! (Mirtillo; cap. 33, Il grande fiume, p. 315)
  • Per i baffi di Ravascuttolo! (Mirtillo; cap. 33, Il grande fiume, p. 315)
  • Frits fra la nebbia! (Parruccone; cap. 35, A tastoni, p. 331)
  • Ecco cosa intendo fare. [piano] Domani sera, quando la Marca esce a silflaia, tu e Thethuthinnèa terrete le compagne presso di voi – tutte quelle che avrete reclutato – pronte a scappare. Io darò istruzione all'uccello di attaccare le scolte non appena mi vedrà rientrare nella tana. Alle guardie di Nerigno penserò io. Quelle certo non s'aspetteranno una mossa del genere. Così, appena liberato Nerigno, vi raggiungo. A questo punto la confusione sarà completa e ne approfitteremo per darci alla fuga. L'uccello attaccherà chiunque tenti di inseguirci. Ricorda: punteremo dritti per il sottopassaggio della strada di ferro. I miei amici aspetteranno là. Non dovrete che seguirmi: io vi guiderò. (Parruccone; cap. 35, A tastoni, p. 342)
  • Cadde in un inquieto dormiveglia. Gli pareva che Garofano tramutato in gabbiano volasse sul fiume, strillando. Si svegliò spaventato. Si riaddormentò e vide Cerfoglio che conduceva a forza Nerigno verso un lacciolo di lucente fildiferro, fra l'erba. E su tutti incombeva, grande quanto un cavallo, al corrente di tutto ciò che succedeva da un capo all'altro del mondo, la figura gigantesca di Vulneraria. [sogno] (cap. 35, A tastoni, pp. 343-344)
  • «I figli dei nostri figli udranno una bella storia» disse Moscardo, citando un proverbio dei conigli. (cap. 39, I due ponti, p. 382)
  • [...] guardare qualcuno in pericolo equivale, quasi, a condividerlo. (cap. 39, I due ponti, p. 390)
  • Penso, comunque, che andrà tutto bene. Lo conosci anche tu, il detto, no? Sottoterra il coniglio non corre alcun periglio. (Moscardo; cap. 40, La via del ritorno, p. 398)
  • Molti uomini dicono di godersi l'inverno, ma ciò che in realtà si godono è il sentirsi al riparo da esso. Per loro non c'è mancanza di cibo, d'inverno, hanno case riscaldate e indumenti caldi. L'inverno non può nuocere, quindi accresce il loro senso di sicurezza, di ingegnosità. Per gli uccelli e gli animali – come per la gente povera – l'inverno è altra cosa. I conigli, al pari di quasi tutti gli animali selvatici, patiscono il freddo e gli stenti. È vero, sono più fortunati di altri poiché il cibo non viene quasi mai a mancare del tutto. Ma quando c'è la neve gli tocca restare sotterra per giorni di fila, ruminando palline per nutrirsi. Sono più soggetti a malattie, d'inverno, e il freddo riduce la loro vivacità. Nondimeno, le tane posson essere calducce e accoglienti, specie se affollate. L'inverno è inoltre stagione d'amori, per loro, più che la tarda estate e l'autunno; e l'epoca della maggior fertilità, nelle coniglie, comincia verso febbraio. Vi son belle giornate, in cui fare silflaia è un godimento. Per i più avventurosi, le razzie in orti e giardini hanno un fascino particolare. E sottoterra ci si racconta novelle, si gioca a sasso-spasso, ci son altri passatempi. Per i conigli, l'inverno è quel che era per gli uomini del medio evo: duro ma sopportabile, e non del tutto privo di consolazioni. (cap. 50, La vita continua, p. 477)
  • «Abbiate, pazienza, Capitano, non ho mai visto un gatto» disse il coniglio giovinetto.
    «No, non l'hai ancora visto» ammise il comandante. «Ebbene, un gatto è un'orrenda bestia con la coda lunga lunga. È coperto di pelo liscio, ha baffi setolosi e, quando combatte, emette un gnaulo barbaro, malvagio. È molto astuto, sapete.» (cap. 50, La vita continua, p. 481)
  • Il Generale Vulneraria non si rivide mai più. Era peraltro vero, come aveva detto Gramigna, che il suo corpo non fu mai ritrovato da nessuno [...] Correva la leggenda, tuttavia, che da qualche parte, fra quelle colline, viveva un grande coniglio solitario, un gigante che metteva in fuga gli elil come fossero sorci, e che talvolta andava alla silflaia su nel cielo. In caso di grave pericolo, egli accorreva a combattere per quelli che onoravano il suo nome. E le madri dicevano ai loro cuccioli, se facevano i disubbidienti, che sarebbe venuto il Generale a portarli via: il Generale ch'era cugino di primo grado del Coniglio Nero. Questo era il monumento a Vulneraria: e, forse, non sarebbe dispiaciuto a lui stesso. (Epilogo, p. 486)

Explicit[modifica]

Parve, a Moscardo, che non avrebbe avuto più bisogno del proprio corpo, e così lo lasciò sulla proda del fosso. Poi si fermò un momento, per guardare i suoi conigli, e per abituarsi alla straordinaria sensazione che la sua forza e velocità fluissero, inesauribilmente, da lui ai loro sani, agili corpi e istinti e sensi.
«Non ti dare pensiero per loro» gli disse il suo compagno. «Se la caveranno... e mille e mille altri come loro. Seguimi, e ti farò vedere cosa intendo.»
E saltò in cima al greppo, d'un sol balzo. Moscardo lo seguì. E insieme s'allontanarono, correndo lievi fra gli alberi del bosco, dove già cominciavano a fiorire le primissime primule. (p. 487)

La collina dei ricordi[modifica]

  • Maestà, se ci concedi questo dono, prometto a te e a tutte le altre creature qui presenti che il mio popolo diventerà la più grande fonte di guai per la razza umana. Saremo per loro un tormento costante e una continua afflizione; distruggeremo il loro raccolto, scaveremo sotto le loro recinzioni, rovineremo i loro orti senza tregua, giorno e notte. (El-ahrairà; Il Senso dell'Odorato, p. 35)
  • El-ahrairà non invecchierà
    se la sua mente risoluta resterà
    e il suo cuore sempre coraggioso sarà. [canzone] (zigolo giallo; La storia delle Tre Mucche, p. 39)
  • Giunto appena dietro
    Al bosco delle campanule e alle ampie colline
    El-ahrairà più cercare non dovrà. [canzone] (zigolo giallo; La storia delle Tre Mucche, p. 41)
  • Per le mie ali, il mio becco e la mia coda,
    Ti dico che la prima mucca non è lontana.
    Proprio ai piedi del Colle, qui vicino,
    Si trova il bosco incantato delle mucche pezzate. [canzone] (zigolo giallo; La storia delle Tre Mucche, p. 41)
  • El-ahrairà, El-ahrairà,
    El-ahrairà è guarito e non è più stanco
    E adesso deve cercare il grande toro bianco! [canzone] (zigolo giallo; La storia delle Tre Mucche, p. 45)
  • L'estate è passata e quasi finita,
    ed El-ahrairà ricomincia la partita. [canzone] (zigolo giallo; La storia delle Tre Mucche, p. 48)
  • L'inverno giunge con la neve e il freddo.
    E quando arriva, nessuno si muove.
    Prima che tutto geli
    El-ahrairà muoversi dovrà. [canzone] (zigolo giallo; La storia delle Tre Mucche, p. 48)
  • El-ahrairà ha scoperto laggiù
    la fonte segreta dell'eterna gioventù. [canzone] (zigolo giallo; La storia delle Tre Mucche, p. 52)
  • Bel gattino, esci fuori dal mio orecchio.
    Qui ci sono ratti in abbondanza.
    Inseguili e falli volare parecchio.
    Spezza loro il collo e riempiti la panza. [canzone] (El-ahrairà; La storia di Re Pelliccia Furiosa, p. 57)
  • Venite fuori, corvi, due alla volta.
    Insegnate alle donnole come ci si comporta.
    Beccatele sulla testa.
    E dopo che le avrete uccise faremo festa! [canzone] (El-ahrairà; La storia di Re Pelliccia Furiosa, p. 58)
  • Formiche, formiche, uscite ch'è festa.
    Qui ci sono gli Ermellini Selvaggi.
    Mordete loro la coda e la testa.
    E trasformateli in un mucchio di cadaveri! [canzone] (El-ahrairà; La storia di Re Pelliccia Furiosa, p. 59)
  • Vieni fuori, ruscello, esci dal mio orecchio.
    Trascina con te questo puzzone.
    Scorri sulla sua testa, restaci parecchio.
    E sommergilo finché annega, questo lercio testone. [canzone] (El-ahrairà; La storia di Re Pelliccia Furiosa, p. 60)
  • Per Frits su una mucca! (Nerigno; Una storia di fantasmi, p. 82)
  • Per tutte le mosche cavalline! (Smerlotto; Borragine, p. 235)
  • Frits su un hrududù! (Parruccone; Borragine, p. 240)
  • Un coniglio che puzza d'uomo deve essere ammazzato: questa è una regola che è sempre valsa ovunque, fin dai tempi più remoti... (Parruccone; Borragine, p. 241)

La valle dell'orso[modifica]

Incipit[modifica]

Nonostante la secca calura di tarda estate, nella grande foresta non v'era mai silenzio. Raso terra – il suolo spoglio e molle era coperto di rami caduti, fuscelli, foglie marce nereggianti come cenere – un rumorio fluiva senza tregua. Come un fuoco che, ardendo con assiduo crepitio, ogni tanto scoppietta – quando un nodo del legno s'infiamma o un ciocco ruzzola fra le braci – così, nella foresta, appié degli alberi, le ore trascorrevano nella penombra fra stormire di fronde e tonfi e schianti, intermittenti sospiri della brezza, fruscii di rettili o di roditori e, di quando in quando, lo scalpiccio di qualche animale più grosso in movimento.

Citazioni[modifica]

  • Si udiva il canto di una donna: «Lui di notte, di notte lui viene. | Ho un fiore rosso, rosso fra i capelli. | Ho lasciato la fiaccola accesa, | La mia fiaccola arde. | Senandril na kora, senandril na ro». (p. 27)
  • Trogloditi e assiro-babilonesi, civili greci e barbari vichinghi, tartari e aztechi, samurai e cavalieri, antropofagi e tagliatori di teste: una cosa li accomuna tutti. Bisogna sempre aspettare i comodi di qualche personaggio importante, prima d'esser ricevuti. (p. 29)
  • «[...] Eppure la Tuginda, sulla sua isola vuota, ha ancora una missione. Credimi, Kelderek, la più ardua. Il suo compito è attendere. Esser pronta, in qualsiasi momento, pel ritorno di Shardik. Una cosa infatti è certa, poiché è stata predetta e preannunciata da ogni sorta di presagi e prodigi: un giorno Shardik farà ritorno».
    Kelderek restò a lungo soprappensiero, guardando i canneti al chiardiluna. Infine disse: «E i Vasi d'Elezione, saiett? Siamo Vasi, diceste, voi e io».
    «A me è stato insegnato che Dio rivelerà agli uomini una grande verità mediante Shardik e tramite due Vasi d'Elezione, un uomo e una donna. Questi Vasi saranno però prima frantumati, da Lui, e poi rimodellati, secondo i Suoi fini.» (p. 61)
  • Non è mai stato profetizzato che il ritorno di Shardik ridarà necessariamente agli ortelgani il dominio imperiale. Anzi, un proverbio dice: "Dio non fa mai due volte la stessa cosa". (Tuginda, p. 61)
  • L'orso è pura follia – traditore, pazzo, imprevedibile – è una tempesta che spazza via tutto, che ti fa naufragare quando credi di trovarti in piena bonaccia. Da' retta, Kelderek, non fidarti mai dell'orso. Ti promette il potere di Dio, poi ti tradisce e ti conduce alla rovina. (Bel-ka-Trazet, p. 74)
  • L'adorazione non frutta nulla, a chi è tiepido o sbadato. Vi son uomini la cui religione, se fosse un tetto da essi costruito, gli cadrebbe sulla testa alla prima pioggia. (Kelderek, p. 86)
  • E canticchiò fra sé il ritornello di una canzone.
    Un vecchio ladro disse alla consorte | (Zan, zan, zaranzanzan) | "Vita pacchia, farò, fino alla morte!" (p. 161)
  • Kelderek, che non lo perdeva di vista, pregava in continuazione come aveva pregato cinque anni innanzi nelle tenebre della foresta: «Pace, Shardik, Signore. Dormi, Re Shardik. Il tuo potere viene da Dio. Nulla può nuocerti». (p. 178)
  • Solo Kelderek, unico fra tutti, sentiva suo dovere andargli vicino, offrirgli la propria vita senza chieder alcun premio, ripetendo di continuo la preghiera dedicatoria: «Senandril, Sommo Shardik. Accetta la mia vita. Sono tuo e non ti chiedo nulla in cambio». (p. 180)
  • Lo sai come cantavano i soldati, dopo la presa di Bekla? "Adesso che la guerra l'abbiam vinta, farem l'amore e ci godrem la vita!" (Zeldan, p. 192)
  • Trovarsi d'un tratto di fronte a un'opera nefanda del passato (un atto vergognoso di cui restano vestigia: come i ruderi della casa di un pover'uomo distrutta da qualche signorotto egoista per biechi motivi d'interesse; o il corpicino d'un bimbo indesiderato che il fiume ributta sulla riva) trovarsi, inaspettatamente, di fronte a un'accusa che nessuna bravata può sfidare né alcuna loquela sminuire; un'accusa non gridata ai quattro venti, ma espressa sommessamente, a tu per tu, senza rabbia, forse senza parole, a qualcuno che è colto alla sprovvista dai propri rimorsi; è certo cosa da lasciar confusi, sgomenti, allibiti. Le vittime di soprusi, come gli spettri, non hanno bisogno di parlare ai loro persecutori o di accusarli al cospetto di una folla. Di gran lunga più terribile è la loro inaspettata silente ricomparsa in qualche luogo solitario, in un'ora propizia. (p. 267)
  • Conosco il detto, saiett. A Zerai la memoria ha un acuto pungiglione, e il saggio la evita. (Ankrai, p. 282)
  • [Su Bel-ka-Trazet] Soltanto Ankrai e io gli fummo accanto fino all'ultimo. Lottò duramente, come puoi figurarti. L'ultima cosa che disse fu: "L'orso... di' loro che l'orso...". Mi chinai su di lui e chiesi: "Dir loro che cosa, mio signore?". Ma non disse più un'altra parola. (p. 288)
  • Poi, chinandosi ad attizzare il fuoco, canticchiò il ritornello di una vecchia ninnananna ortelgana, ch'egli aveva da tempo dimenticata.
    Dove se'n va la luna ogni mese | E dove son fuggiti i vecchi anni? | Non dartene pensiero, amico mio, | Non aggiungere questo ai tuoi affanni. (p. 302)
  • Ridatemi quelle aspre solitudini | Di rovi e sterpi, asilo della belva. | Quello è il mio vero regno, impareggiabile: | Questa corte al confrronto è tetra selva. (canzone cantata da Melathis, p. 307)
  • Al mio paese dicono: "Batti quanto ti pare sul legno, tanto i tarli non se ne vanno mica". (Kelderek, p. 344)
  • Il silenzio fu rotto soltanto allorché un corifeo yeldascé intonò la prima strofa del celebre lamento noto come Le lacrime di Sarkid, in cui si narra della nascita, infanzia e giovinezza di U-Depariot, il liberatore della Yelda e fondatore della Casa di Sarkid. [...]
    Fra i covoni di grano ella si giacque, | Affranta giacque la fanciulla e sola, | Ferita, senza amici, con il marchio | Degli Strehel su di lei, e partorì | L'eroe Depariot, quando Yelda era schiava. (p. 386)
  • Un altro coro si levò dal lido. Erano i pescatori di Tissarn che intonavan un loro canto, per incitare i giovani vogatori.
    All'alba noi spingiamo nell'acqua le barche. | Se avremo fortuna, nessuno patirà la fame oggi. | Pagar cara la saggezza è destino dell'uomo. | I poveri s'arrangiano per vivere. | La fortuna per noi è un fuoco acceso | E aver piena la pancia, una donna | Nel letto e figli cui insegnare il mestiere. (p. 387)
  • Si mise a giocare con quei bambini, come non faceva più da anni, cantando la canzoncina che accompagna le corse e le risse:
    «Gatto, gatto, piglia il pesce! | Corri e portalo a casa! Corri, gatto! | Porta il pesce alla fanciulla | Che t'aspetta presso il fuoco. Corri ratto!» (p. 394)
  • La cantilena dei battellieri proseguiva monotona, reiterata, a voci alterne.
    «Shardik a moldra konvei gau
    «Shar-dik! Shar-dik!»
    «Shardik a londa, Shardik a pronta!»
    «Shar-dik! Shar-dik!» (pp. 401-402)
  • I figli... nascon per un atto d'amore... o così dovrebbe essere. E Dio vuole che crescano liberi e sani, idonei al lavoro e allo svago, adatti ad affrontare le gioie e le avversità. Insomma, completi. La schiavitù... la vera schiavitù consiste nell'esser privati della possibilità di crescere completi. I derelitti, i diseredati, gli indesiderati sono schiavi, anche se non se ne rendono conto. (Kelderek, p. 410)

Explicit[modifica]

Entrò Melathis, con un coscio di cinghiale infilato a uno spiedo. Si era cambiata d'abito. Indossava una specie di grembiale.
Siristru si alzò. Le sorrise. Le chiese: «Posso dare anch'io una mano?».
«Un'altra sera forse... Quando sarete ormai un vecchio amico. Vedete, U-Siristru, la vostra venuta ci offre l'occasione di fare un po' festa. Fa caldo abbastanza? Metto su dell'altra legna?»
«No, non vi disturbate.» Poi, come soprapprensiero: «Che bel fuoco!...»

Note[modifica]

  1. Dall'intervista in Enzo Biagi, Quante storie, p. 19

Bibliografia[modifica]

  • Richard Adams, La collina dei conigli, traduzione di Pier Francesco Paolini, Rizzoli, Milano, 1975.
  • Richard Adams, La collina dei ricordi, traduzione di Alessandra De Vizzi, Rizzoli, Milano, 1997. ISBN 88-17-67407-9
  • Richard Adams, La valle dell'orso, traduzione di Pier Francesco Paolini, Rizzoli, Milano, 1976.
  • Enzo Biagi, Quante storie, Rizzoli, Milano, 1989. ISBN 88-17-85322-4

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