Sogni dai libri

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Raccolta di sogni tratti dai libri.

Citazioni[modifica]

  • Aveva sognato una casa, e poi una città: una città intorno alla casa, immensa, complessa, piena di collegamenti. Nella casa viveva un uomo, con la sua famiglia; l'uomo era attivo, lavorava e andava avanti e indietro entro i confini della città, girando, agendo, reagendo.
    E poi, nel sogno, la città era scomparsa di colpo, lasciando solo la casa. Ma com'erano cambiate, allora, le cose! Una casa isolata, solitaria, senza niente di ciò che le serviva: acqua, fognature, elettricità, strade. E una famiglia, tagliata fuori dai supermarket, dalle scuole, dai grandi magazzini. E il marito, il cui lavoro si svolgeva in città, a stretto contatto con gli altri, improvvisamente abbandonato a se stesso come un naufrago su un'isola deserta. (Michael Crichton)
  • È un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un'angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe. E infatti al procedere del sogno, a poco a poco o brutalmente, ogni volta in modo diverso, tutto cade e si disfa intorno a me, lo scenario, le pareti, le persone, e l'angoscia si fa più intensa e più precisa. Tutto è ora volto in caos: sono solo al centro di un nulla grigio e torbido, ed ecco, io so che cosa questo significa, ed anche so di averlo sempre saputo: sono di nuovo in Lager, e nulla era vero all'infuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa. Ora questo sogno interno, il sogno di pace, è finito, e nel sogno esterno, che prosegue gelido, odo risuonare una voce, ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. È il comando dell'alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, «Wstawać». (Primo Levi)
  • Gli raccontai che avevo sognato di essere a casa mia, nella casa dove ero nato, seduto con la mia famiglia, con le gambe sotto il tavolo, e sopra molta, moltissima roba da mangiare. Ed era d'estate, ed era in Italia: a Napoli? ... ma sì, a Napoli, non è il caso di sottilizzare. Ed ecco, a un tratto suonava il campanello, e io mi alzavo pieno di ansia, e andavo ad aprire, e chi si vedeva? Lui, il qui presente Kraus Páli, coi capelli, pulito e grasso, e vestito da uomo libero, e in mano una pagnotta. Da due chili, ancora calda. Allora «Servus, Páli, wie geht's?» e mi sentivo pieno di gioia, e lo facevo entrare e spiegavo ai miei chi era, e che veniva da Budapest, e perché era così bagnato: perché era bagnato, così, come adesso. E gli davo da mangiare e da bere, e poi un buon letto per dormire, ed era notte, ma c'era un meraviglioso tepore per cui in un momento eravamo tutti asciutti (sì, perché anch'io ero molto bagnato). (Primo Levi)
  • Ho sempre sognato l'acqua, il mondo sott'acqua. Poi un giorno, quando Alessia e Livia non c'erano più, ho sognato che ero in una specie di città di legno scuro, costruita sulle palafitte, in mezzo al mare. Una città galleggiante. In mezzo al quadrato di case, come fosse una specie di cortile interno fatto di mare, c'erano due balenottere che giocavano. Si rincorrevano, sbuffavano soffi altissimi, si toccavano muso contro muso e poi sparivano sotto per riapparire all'improvviso, un gioco a nascondersi. Facevano un suono sottile come se ridessero. Loro vivevano lì. Erano le balene cucciolo della città. Ne sono certa. (Concita De Gregorio)
  • Si addormentò e sognò un'eclisse di sole e processioni funebri. Si susseguivano l'una all'altra, lunghi catafalchi, trainati da cavalli neri, sui quali viaggiavano giganti. Erano, al contempo, i morti e i piangenti. «Come può mai essere, questo?» si domandò nel sogno. «È possibile che una tribù condannata porti se stessa alla sepoltura?» Brandivano torce e cantavano una nenia funebre la cui malinconia era ultraterrena. Le loro vesti si trascinavano al suolo, le punte degli elmetti arrivavano entro le nubi. (Isaac Bashevis Singer)
  • Si addormentò profondamente. Fece un sogno molto strano: volava ad altissima quota, sicuramente nella realtà non raggiungibile da una cocci; sotto di lei un grande prato di un brillantissimo verde d'erba, si stendeva fino ai bordi di un bosco. Le querce, i lecci formavano una macchia a toni irregolari di verde più chiaro e più scuro con qualche pennellata di marrone. Una sottile linea argentata lo attraversava sinuosamente per tutta la sua lunghezza. Quel ruscello, prezioso ricamo della natura, nasceva oltre il bosco da una grandissima montagna.
    Il bianco della neve che ne ricopriva le pendici era di una luminosità mai vista. Man mano che Cocci si avvicinava alla cima del monte, il leggero mormorio che l'aveva accompagnata in questo fantastico volo si faceva sempre più chiaro fino a diventare l'eco di una voce lontana: "Cocci vieni, ti aspetto... Cocci vieni...". "Eccomi" gridò più forte che poteva Cocci e... il sogno svanì. (Sette punti neri)
  • Sognai dei salici. Ero su una strada di montagna fiancheggiata su entrambi i lati da salici. Non ne avevo mai visti tanti in una volta. Soffiava un vento forte ma i rami dei salici erano perfettamente immobili. E mentre mi dicevo: strano, chissà perché non si muovono, mi accorsi che su ogni ramo dei salici c'era attaccato un piccolo uccello. Era il loro peso che impediva ai rami di tremare. Io, con un bastone che portavo, provai a colpire un ramo vicino. Volevo cacciare gli uccelli in modo che i rami si mettessero a tremare al vento. Ma gli uccelli non si mossero. Invece di volare gli uccelli diventarono di metallo e caddero a terra con un rumore di ferraglia. (Haruki Murakami)
  • Sognai febbrilmente cose che diventavano nebulose e svanivano intorno a me fino a che tutto svanì, anche il terreno su cui stavo io, ed ebbi quell'incubo impressionante di cadere nel vuoto che avrà avuto qualche volta anche lei. (H. G. Wells)
  • Stamane mi destai soffocato (in sogno) dalla commozione: abbracciavo e baciavo nostro padre arrivato con voialtre a Lüsen. Ma lui non vedeva le mie lacrime e non udiva i miei singhiozzi perché era diventato troppo vecchio. Ancora sotto l'impressione del sogno, mi dissi che papà è sempre vivo, non per sua fortuna nel corpo penante e caduco, ma in noi se lo ricordiamo così. (Camillo Sbarbaro)
  • Stava sognando di raccogliere mirtilli e lamponi artici e di nutrire gli husky che stava preparando per la famosa corsa di cani da slitta di Iditarod, quando il suo allarme interno lo svegliò di soprassalto. (Raymond Benson)
  • Un fanciullo amava molto il pollo e aveva gran paura dei lupi. Una sera, mentre dormiva sul suo letto, fece un sogno: egli era solo nella foresta e cercava funghi. A un tratto, un lupo balzò da una macchia e si gettò su di lui. Spaventato, il fanciullo si mise a gridare: «Aiuto! Aiuto! Mi vuol mangiare!».
    Il lupo gli disse: «Aspetta a gridare: io non ti mangerò, voglio soltanto discutere con te».
    E il lupo si mise a parlare come fosse un uomo.
    Disse: «Tu hai paura che io ti mangi. Ma tu? Non ti piacciono forse i polli?».
    «Sì!».
    «Eppure li mangi, perché? Essi sono vivi come te, i piccoli polli. Va a vedere la mattina, come li pigliano, come il cuoco li porta in cucina e taglia loro il collo, e ascolta la loro madre gridare perché le hanno tolto i suoi piccini. Non hai mai osservato tutto questo?».
    «No», rispose il fanciullo.
    «No, davvero? Ebbene, guarda meglio! Del resto, per ora, sono io che ti mangerò. A modo tuo, tu non sei altro che un piccolo pollo: è deciso, ti mangerò».
    Il lupo si gettò sul fanciullo che gridò spaventato: «Ahi! Ahi! Ahi!».
    E si svegliò.
    Da quel giorno, egli smise di mangiar carne: fosse di bue, di montone o di pollo. (Lev Tolstoj)
  • Una foresta buia. Non un'anima viva. Le foglie aguzze sugli alberi, i miei piedi tutti graffiati. Questo posto mi pareva di ricordarlo, ma adesso mi sono persa. Ho paura. E freddo. Dall'altra parte del burrone ghiacciato, una costruzione rossa simile a un granaio. Una stuoia di paglia sventola floscia davanti all'ingresso. La arrotolo verso l'alto e sono dentro; è dentro. Una lunga canna di bambù da cui pendono enormi quarti di carne rosso sangue, ancora gocciolanti di sangue. Cerco di passare oltre ma la carne... non c'è fine alla carne, e nessuna via d'uscita. Ho del sangue in bocca, i vestiti intrisi di sangue appiccicati alla pelle. (Han Kang)
  • Una notte feci un sogno. Sto suonando, la serata è incandescente, e mio padre, morto già da tempo, siede in silenzio fra il pubblico. Poi... sono in ginocchio vicino a lui, e per un attimo osserviamo insieme l'uomo scatenato sul palco che canta la vita di operai come lui. Gli tocco l'avambraccio, quindi dico a mio padre, paralizzato dalla depressione per tanti anni: «Guarda, papà, guarda... quello là... sei tu... è così che ti vedo». (Bruce Springsteen, Born to Run)

Richard Adams[modifica]

  • Cadde in un inquieto dormiveglia. Gli pareva che Garofano tramutato in gabbiano volasse sul fiume, strillando. Si svegliò spaventato. Si riaddormentò e vide Cerfoglio che conduceva a forza Nerigno verso un lacciolo di lucente fildiferro, fra l'erba. E su tutti incombeva, grande quanto un cavallo, al corrente di tutto ciò che succedeva da un capo all'altro del mondo, la figura gigantesca di Vulneraria.
  • Per un po' camminò su e giù zoppicando mentre i compagni dormivano ancora, poi si coricò di nuovo e sognò un tremendo scontro, un'esplosione enorme, disintegrazione e terrore, e poi un cadere senza fine fra le lisce pareti di un pozzo putrescente, che sapeva di tabacco e disinfettanti.

La ragazza sull'altalena[modifica]

  • Dormii anch'io. E sognai ch'eravamo fuggiaschi in un paese di montagna. Ogni volta che cercavamo di scendere a valle, trovavamo nemici nell'ombra, in agguato, e dovevamo tornare sulle alture selvagge, pur sapendo che prima o poi la fame ci avrebbe costretto ad arrenderci.
  • Feci un sogno intricatissimo in cui io stesso ero proteiforme: ora bambino, ora giovanetto, ora adulto. Eccomi in mare e vengo inseguito da un grosso pesce che tenta di afferrarmi e trascinarmi in fondo. Poi sono uno studente pieno d'ansietà alla vigilia d'un esame. Un pagliaccio al circo gonfia un pallone fino a farlo scoppiare e io, seduto in prima fila, affondo la faccia fra le mani. Poi, ecco, sono in preda a una smania amorosa, mi agito... ma so che l'orgasmo provocherebbe la morte di Karin.
  • L'altra notte sognai di svegliarmi avendo udito uno strano rumore da basso, appena percettibile: una sorta di tenue tintinnio come ne producevano quegli spaventapasseri di vetrini colorati che, ai tempi della mia infanzia, si appendevano in giardino, a luccicare e tintinnare alla brezza. Mi alzo e scendo giù in salotto. Gli sportelli della vetrinetta contenente le ceramiche sono spalancati, ma tutte le statuine sono al loro posto: La Libertà e il Matrimonio, Le Quattro Stagioni, La Ragazza di Reinicke in groppa alla mucca e... sì, anche lei... La Ragazza sull'Altalena. Di lì proveniva quella specie di tintinnio: le statuette stavano piangendo. Cadevano lacrime di cristallo minuscole come granelli di sabbia, che avevan ricoperto – come neve – il panno verde scuro sul quale posavano negli scaffali. A piccoli frammenti era così venuta via la loro vernice, si eran sgretolate le loro decorazioni. Già alcune eran quasi irriconoscibili. La collezione era rovinata! Io cado in ginocchio e scoppio a piangere come un bambino. «Tornate! vi prego, tornate!» Mi svegliai e m'accorsi di singhiozzare sul serio.

Bruno Morchio[modifica]

  • Al risveglio ne ricordavo uno, vivido: mi trovavo in un paese di mare, tra case a due piani intonacate di bianco e con le persiane d'un azzurro vivo, e stavo scendendo lungo la strada che portava alla spiaggia. Il paesaggio ricordava un'isola delle Cicladi, forse Andro o Serifo. Da qualche tempo faccio un sogno ricorrente: sono in una imprecisata località di vacanza, in procinto di tornare a casa, quando subentra una catena di difficoltà e contrattempi che mi costringono a rimandare la partenza. La via era stipata di folla che procedeva in entrambe le direzioni, per lo più ragazzi e ragazze vestiti con succinti abiti estivi, e qualcuno in costume da bagno. A un tratto ho intravisto due grandi occhi scuri che mi venivano incontro, risalendo dal mare, e mi fissavano. Era lei, Marina, così come la ricordavo e come appariva nella fotografia a colori che mi aveva spedito Lara, quella scattata dopo la mia partenza da Santa Rosa. Ho sussultato, avrei voluto parlarle e raccontare tante cose, ma quando ci siamo incrociati la voce non usciva e le parole sono rimaste soffocate in gola. Lei mi ha rivolto un pallido, enigmatico sorriso, ed è sfilata via. Mi sono voltato per richiamarla indietro, ma alle mie spalle non c'era nessuno, la strada era deserta e, per quanto possa suonare bizzarro, la cosa mi sembrava del tutto naturale.
  • Ecco, ora il sogno cominciava ad affiorare alla memoria. Ancora quel vecchio albergo cadente. Davanti al mare. Blu. Immobile. Come un lago. E questa volta c'era lei, Julia Rodriguez. E mi diceva: «Señor Bacci, me gusta da morir».
    Da morir.
    Io stavo scrivendo qualcosa sopra un quaderno di scuola. Forse i compiti di matematica. E poi ci ritroviamo abbracciati. Io la frugo sotto il vestito e sento la sua pelle nuda. Ma sento anche un ringhio sordo, un pericolo farsi sempre più vicino. Non vedo niente, ma so che è il lupo e che ora la sbranerà, lì, sotto i miei occhi...
  • Il sogno aveva tinte sfumate. Case di legno vivo coi gerani alle finestre, una spiaggia di sabbia giallina screziata da ciuffi di erica e un cielo crepuscolare velato di malinconia. I miei genitori erano ancora giovani, come in certe fotografie in bianco e nero che custodisco in una vecchia scatola da scarpe. Giocavano sulla spiaggia lanciandosi una palla senza farle toccare terra. E ridevano, ridevano felici. Il luogo mi era familiare, anche se non saprei dire dove si trovasse. Tutto era lindo e ordinato. Come in certi villaggi che si affacciano sui freddi mari del Nord. Forse quel posto l'avevo visto in un film per poi dimenticarlo. Da qualche parte dovevo esserci anch'io, ma non mi vedevo. Neanche loro mi vedevano. Cazzo, quella non era la prima volta che in un sogno non mi cagava nessuno.
  • Il telefono comincia a squillare con prepotenza, costringendomi ad allungare un braccio verso il comodino. Rispondo nella dissolvenza di un sogno dai colori sfumati. Ricordo un antico albergo ormai cadente, davanti a un mare o a un lago tranquillo. Io stavo parlando con mia madre che mi chiedeva di finire i compiti di matematica.
  • La telefonata arrivò un sabato mattina e mi sorprese nel pieno di un sogno in cui Jasmine cercava di sfuggire al suo carnefice su una vecchia bicicletta con il telaio nero pitturato di calce. Stava affrontando una salita che diventava sempre più ripida e l'uomo, che la inseguiva di corsa, guadagnava metro su metro e stava per raggiungerla quando il telefono cominciò a trillare.
  • Mentre preparavo il caffè mi è tornato alla mente, nitido e quasi reale, un frammento del mio sogno. Ero là, in America, nella stanza dell'ospedale. Sentivo il mio corpo bloccato – come in effetti è stato, per sei mesi prima dell'intervento e altri tre durante la convalescenza – un ricordo spiacevole che è rimasto inciso nella mia memoria somatica e forse non se ne andrà più. Una sorta di effetto dell'arto fantasma, se non fosse che ne sono uscito indenne e ho recuperato appieno l'integrità del mio corpo e delle sue funzioni. Disteso sul letto guardavo attraverso la finestra aperta le foglie degli aceri appena increspate dalla brezza della sera. Mi pareva di sentirne anche l'odore. Stavano cambiando colore e da verde pallido si erano fatte rosse. A un tratto la porta si spalancava ed entrava un ragazzo: Giovanni Selman. Mi guardava e sorrideva. Non ci trovavo niente di strano nel fatto che fosse venuto a trovarmi, quasi lo stessi aspettando. Provavo a parlargli ma lui non ascoltava. Si limitava a ripetere: «Ora capisci come ci si sente?».
  • Mi trovavo, come di consueto, in un luogo di mare, durante un periodo di vacanza che si era protratto troppo a lungo. Avevo urgenza di tornare a casa, al lavoro e alla vita di sempre. Con me c'era Aglaja, incurante delle mie preoccupazioni, alla guida di un'automobile d'epoca, una vecchia berlina che qualcuno ci aveva prestato; si avventurava per strade strette e tortuose e temevo che, prima o poi, saremmo andati a sbattere, finendo per distruggere quell'auto di lusso che non ci apparteneva e che avremmo dovuto ripagare a caro prezzo. La imploravo di ridurre la velocità, ma lei non ascoltava e mi prendeva in giro, ripetendo una frase che, una volta sveglio, mi risuonò nella mente come una cantilena: «Pusillanime, sei un pusillanime». A un tratto, sulla nostra destra, mi accorsi di una donna che correva sopra un alto argine, seminuda e scarmigliata, i lunghi capelli corvini agitati dal vento. Cominciai a seguirla con lo sguardo, ma di colpo la persi di vista finché, alla curva successiva, sbucò in mezzo alla strada, proprio davanti a noi, e l'auto la travolse e la vidi scomparire sotto il cofano...