Aldo Palazzeschi

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Aldo Palazzeschi

Aldo Palazzeschi, pseudonimo di Aldo Giurlani (1885 – 1974), scrittore e poeta italiano.

Citazioni di Aldo Palazzeschi[modifica]

  • [Un romanzo lo ha dedicato a Roma] A Roma con tutte le prerogative di questa città, con tutte le cose che ho visto e delle quali sono stato spettatore: Roma cattolica, del Cattolicesimo, del Cristianesimo. Il mio romanzo vuol dire questo: le cose più belle del Cristianesimo sono l'elevazione degli umili e i dogmi, che mi entusiasmano: perché io ho il senso soprannaturale. Per me le cose più belle della religione sono precisamente i dogmi, sui quali tanti vogliono discutere: i dogmi non si discutono, si credono.[1]
  • Che cosa m'importa di volare come il passero o la rondine quando la mia mente rimane quella del passero o della rondine?... Dio ha dato all'uomo la fantasia macchina senza quote, senza limite, senza confine, il cui motore non è suscettibile di avarie né le eliche devono essere mai riparate, la fantasia per arrivare dovunque, per arrivare fino a Lui senza disturbare le officine.[2]
  • Coloro che furono avanguardisti cinquant’anni fa, saranno i più acerrimi nemici degli avanguardisti d’oggi, giacché la loro avanguardia è passata alla storia senza che se ne siano accorti, e a quella come ostriche sono rimasti attaccati. E dunque, caro Sanguineti, che cos’è mai questa avanguardia?.[3]
  • Come tutti i principali collaboratori della Voce, accettai la guerra come un fatto naturale. Non eravamo guerrafondai, intendi bene. Ma riconoscevamo che la guerra fa parte della vita, essendo la vita lotta e conquista. La guerra, anzi, con le sue regole e i suoi limiti, costituisce un passo avanti rispetto alle lotte barbariche. Il nemico, nella guerra, rappresenta l'ostacolo al raggiungimento di un fine, non una bestia da sgozzare. Perciò permette e anzi favorisce la pietà per il ferito, la compassione per il vinto, una volta che l'ostacolo è superato. Conquistata la trincea, i nemici tornano uomini e fratelli.[4]
  • Dir male del governo è tanto facile quanto è difficile governar bene.[5]
  • E mentre mi stupivo di trovarla più decisamente nichilista e negativa d'ogni valore soprannaturale ora che la vita volge al tramonto, le dichiaro come io mi fossi sempre più avvicinato a quelli e come si fossero dileguati in me certo scetticismo e spregiudicatezza frutti di esuberanza giovanile, e mi fossi raccolto a meditazione al contatto del grande mistero di cui è circondata l'esistenza umana.[6]
  • È un mistero [la morte], almeno per me. Quando verrà vedrò. Non la temo, piuttosto sono curioso e aperto a qualsiasi possibilità, non avendo dati per fare previsioni.[7]
  • Gli antifascisti hanno voluto dimostrare di essere della medesima lega, identica dei fascisti, anzi peggio, perché venuti dopo ci sono riusciti perfettamente.[8]
  • I fratelli Cuccoli racchiudono la massima parte e il punto più elevato della gioiosa e insieme dolorosa poesia della mia anima. Quel protagonista, davanti al quale i critici si sentirono disorientati giudicandolo un troppo audace miscuglio di realtà e di surrealismo, è il personaggio che più mi assomiglia. Si vede che io stesso fui un'audace mescolanza di surreale e di realtà. Ed è scopo evidente di quel lavoro il superamento della ricerca psicologica.[9]
  • [Se le fosse dato di salvare quattro romanzi dalla bomba atomica, quali sceglierebbe?] I promessi sposi, Guerra e pace, I fratelli Karamazov, Rosso e nero.[10]
  • Il romanzo [Roma] lo immaginai vedendo tanti di quegli uomini cattolici integrali, sentendo una certa atmosfera nella quale giganteggiavano, sempre più isolate, talune figure di nobili, Alla fin fine, si vede che il Principe, attorno al quale ruota tutto un ambiente nuovo, tutto un mondo nuovo, spregiudicato, vano, falso, è sullo stesso piano del servitore. Che cosa hanno in comune Filippo di Santo Stefano e il sor Checco? Ma la fede, la comunanza di virtù, di ideali, di religione, insomma! Il cristianesimo è l'elevazione degli umili. Quell'uomo, il sor Checco, è come il Principe e il Principe è come lui. Una affinità molto difficile da comprendere, coi tempi che corrono. Ma è una realtà; è così.[11]
  • In un libro gli uomini vogliono trovare se stessi, conoscersi, scuoprirsi, sentirsi confermati o respinti, discussi, nei loro odi ed amori, passioni, debolezze, ambizioni frustate o raggiunte, cadute, vittorie e sconfitte, i loro disinganni, le cose andate bene, quelle andate alla rovescia, e facendone il bilancio quelle andate male in proporzione molto più grande, giacché le persone felici hanno poco tempo da leggere e meno da scrivere, e perché l'uomo ama la lotta al disopra della felicità. E tutto incanalare e condurre verso una cima fulgente: la poesia. È il viatico che deve portare un libro alla moltitudine.[12]
  • Io sono sempre stato religioso. Come mia madre che veniva da una lunga famiglia di preti. Adesso, forse più di una volta, sono attratto dal soprannaturale. Mi affascinano soprattutto i dogmi: non sono impalcature gelide, ma fervide astrazioni ricche di poesia.[13]
  • L'artista, come l'asceta, tutto perdona, tutto sacrifica, anche la propria persona e la propria esistenza per amore dell'arte.[14]
  • L'uomo che attraverserà coraggiosamente il dolore umano godrà lo spettacolo del suo Signore, tutte le sue ferite verranno rimarginate e chiuse per sempre, questo reale purgatorio che egli impose, lavacro del peccato originale, per goderne primo Lui e comunicargli lo stesso bene, Egli, essere perfettissimo che non ha nelle purissime membra una sola cicatrice del dolore.[15]
  • [Parlando dell'elezione di Giuseppe Saragat a Presidente della Repubblica Italiana] La democrazia Cristiana si è rivelata senza più veli quella bagascia da culo che è, cosa tristissima per chi aveva creduto potesse venire da quella parte saggezza e equilibro, e il parlamento qualcosa da farci vergognare di essere italiani. Ma quelli non hanno che un pensiero, il loro posto e il loro partito [...] Bene hanno fatto quei monarchici che al momento dell'elezione, allo scoppio del falso entusiasmo, si sono messi a gridare: "Evviva il Re! ". I creatori di operette sono stati superati dal primo all'ultimo [...] I popoli hanno il governo che meritano.[16]
  • La loro maestra sarà obesa, idropica, ammalata di elefantiasi; avrà l'asma, i piedi piatti, calva, guercia, nana, gobba, scalcinata, tutta bitorzoli, con la coda, oppure secca e lunga lunga come una serpe che sia drizzata, e agiterà la linguina davanti alla scolaresca [...] emetterà grida come quando nitrisce un cavallo. Queste verranno, ad insaputa della scolaresca, messe una accanto all'altra, una sopra una sotto, fatte piangere, farsi tutti i dispetti che immaginar si possa, schiaffi, pizzicotti, fare la boxe, strapparsi i capelli [...] fatte vomitare, partorire, abbandonare, tradire da un loro analogo amante, morire con tale stralunamenti delle pupille da farvi girare la testa.[17]
  • La poesia è in tutti e di tutti, è patrimonio comune e universale. Per il poeta è l'essenza della vita, per gli altri il profumo, profumo che tutti avvertono vagamente e inafferrabilmente. Il poeta ha la facoltà di fissare con la immagine o nelle parole l'istante che fugge e di poterlo comunicare agli altri. Ma mentre l'immagine si espande, si logora, e proprio come un profumo diventa sempre più debole e evanescente. Somiglia a quelle acque che bevute alla sorgente hanno un potere radioattivo sul nostro organismo, messe in bottiglia e servite sulle tavole delle città sono della buona acqua potabile, e nulla più.[18]
  • La vita è come l'acqua, deve correre, guai se si ferma, baca.[19]
  • Le bellezze naturali mi incantano, ma la bellezza creata dall'uomo mi esalta, ragione per cui adesso io amo tanto Venezia, perché lì è soltanto l'uomo che opera, è soltanto l'uomo che ha agito, che ha creato e da una pozzanghera ha tirato fuori questo grande miracolo.[20]
  • Nel romanzo lo scrittore spiega tutte le sue facoltà, fra le quali la poesia tiene il primo posto: non vi aleggia come un angelo custode, ma ne è l'intima sostanza, proprio come facevano i nostri avi col poema.[10]
  • [Che cosa pensa del progresso?] Nutro antipatia e quasi insofferenza per questo mondo che si va meccanizzando. Il progresso esiste solo nello spirito. Se il progresso fosse legato alle invenzioni e alle scoperte che ci hanno fatto strabiliare durante mezzo secolo, saremmo la gente più fortunata e felice da quando esiste il genere umano. Non vi fu epoca più travagliata, tormentata, scontenta, turbolenta della nostra. Si ha l'impressione che tante cose grandiose siano fatte allo scopo di poterci meglio dividere, meglio combattere, per meglio odiarci, per distruggere e ammazzare. In casa mia non c'è radio, non c'è telefono non c'è macchina da scrivere, soltanto la mia piccola umanità.[18]
  • O seimila spettatori che accorreste al Teatro Verdi, voi che avete sentito il gusto, l'ebbrezza di un istante divinamente folle di ribellione... Noi lirici e teorici lanciamo le nostre grida alte. Voi non ci domandate che l'occasione di farcene udire l'eco dentro voi stessi.[21]
  • [Su Sorelle Materassi] Per la schiettezza nostrale dell'ispirazione, aggiungerò un documento infallibile: questo lavoro è stato citato all'ordine del giorno di Strapaese.[22]
  • Prendo la bellezza dov'è. Essendo nato e cresciuto in una città bella e artistica in sommo grado ho imparato a conoscere e amare la bellezza, ce l'ho nel sangue. Non riesco a vivere in un luogo che non sia bello, e mi sento aperto a tutte le sue forme. Dopo il 1870 esiste l'Italia, Roma Firenze e Venezia nei loro diversi caratteri sono ugualmente mie. Rimanere attaccati come ostriche al proprio campanile, dopo quella data significa diventar provinciali senza accorgersene.[18]
  • Quella che ci appare la cosa più facile da conquistare nel mondo che il Signore ci ha dato, ed è invece la più difficile da conquistare in quello dell'arte: la naturalezza, il vero di fronte a questo spettacolo che ci si presenta nuovo ogni mattina essendo invariabile "ab aeterno".[23]
  • Realismo e surrealismo, hanno dichiarato credendo di muovermi un rimprovero. Ma la nostra vita non è proprio così? Realismo e surrealismo. Poveri coloro che hanno soltanto del realismo nella loro esistenza. E surrealista io lo fui fin dal mio primo vagito.[24]
  • Roma, Roma, Roma, Roma: giovane e decrepita, povera e miliardaria, intima e spampanata, angusta e infinita.[25]
  • Vivo al centro di Roma fra le chiese più famose e più fervidamente officiate, le chiese sono una accanto all'altra come gli alberi nelle foreste, e dalla mattina fino a notte è tutto un suonar di campane d'ogni timbro e di ogni calibro. In una sonnolenza dolce mi abbandono, mi lascio trasportare, ho l'impressione di aver messo le ali e di volare: sono in Paradiso. Un acconto solamente.[26]
  • Vivo la situazione spirituale degli uomini del nostro tempo. Non sono cristiano alla cieca, come forse lo si era un secolo fa. Ma le dirò che è la guerra che riattizza il cristianesimo. Ho scritto Due imperi... mancati nel 1920 e Tre imperi... mancati nel 1945. Sono libri che non amo e non vorrei averli scritti, soprattutto il secondo. Comunque in essi c'è un fondo cristiano: la guerra riavvicina a Dio.[27]
  • Vorrei essere amato dalle creature semplici e non discusso dai sapienti di letteratura.[28]
Dall'intervista di Alberto Viviani, Colloquio, Quadrivio, III 16, 17 febbraio 1935, p. 6
  • Il borghese sente per il poeta un certo senso di fastidio, non più di quanto ne possa una zanzara: non lo ama non lo teme non lo stima ma preferirebbe che non ci fosse; il suo quietismo ne è disturbato vagamente senza saper perché. In fondo non sa che bestia sia. Avendo egli messo i valori materiali della vita al primo posto, vede di malocchio quello che ha posto i valori ideali sopra ogni altra cosa; lo sente inconsciamente come un lontano rimprovero e preferisce considerarlo in mala fede o un po' pazzo. Si tranquillizza così sul suo conto.
  • Il popolo non ha prevenzioni né antipatie per il poeta; lo giudica un povero diavolo, uno che va a finir male; sa che con la poesia si fanno magri guadagni; in fondo lo ama perché non lo invidia. Lo vede un po' quello che proclama la giustizia a tutto rischio e pericolo, o esalta a fondo perduto la bellezza che è nelle cose: due sentimenti nel popolo radicati bene.
  • Il senso della poesia è nell'umanità quale è stato sempre e quale sempre sarà. La umanità vive inconsciamente la sua parte di poesia, o ne ha percezioni vaghe e fugaci, inafferrabili e informi. La poesia è nell'umanità come l'oro nelle grandi sabbie aurifere: tocca al poeta individuarlo, raccoglierlo e formarlo in piccole sbarre.
  • La popolarità della poesia è una illusione. Popolare è invece la rettorica che le masse non possono oltrepassare e di cui si cibano abbondantemente. La poesia medesima diviene rettorica una volta preda delle masse. Le masse sono più forti della poesia. In ogni paese coloro che sono capaci di creare la poesia come coloro che hanno la capacità di intenderla, sono creature di eccezione, al di fuori della normalità.
Dall'intervista di Enzo Siciliano, Palazzeschi si diverte, La Stampa, 24 ottobre 1973
  • Dopo la guerra qualcuno andò a Capri; ma io a Capri non ci ho mai neppur dormito. Non mi piacque. C'era snobismo; c'era un'atmosfera troppo artificiosa.
  • Io, D'Annunzio non l'ho mai conosciuto, e pensare che i miei genitori avevano una villa a trecento metri dalla Capponcina. Ma a quel tempo noi non lo si amava D'Annunzio: si amava tanto da sé che non aveva bisogno del nostro amore. Noi si amava Pascoli. Ma adesso sì che lo amo. Nell'Alcyone ci sono cose bellissime, specie quelle fiorentine: Lungo l'Affrico, La sera fiesolana.
  • Marinetti dette uno scossone a tutto il provincialismo e a tutto l'accademismo in una volta. Qualcuno dice che era stupido. Certo, quelle sue poesie che sono tutte un'onomatopeia non possono far pensare bene: l'onomatopeia a perseguirla all'infinito diventa meccanica. Però bisogna dire di lui che fu anzitutto un uomo d'azione capitato in mezzo alla letteratura. L'hai mai visto un uomo d'azione che sia pure un letterato? Pensa a che difficoltà ci sono a mettere insieme un movimento di cultura o d'arte in Italia. Marinetti le superò.
  • Non bisogna pensare che l'ingenuità sia una faccenda da ragazzine da dodici anni, o che l'ingenuità sia ignoranza. No. L'ingenuità è un dono: e se uno la conserva sapendo fare certe cose, allora si che è bella.
  • Oh, vorrei che si parlasse meno di sesso. Quando non se ne parlava, c'era più libertà sessuale. Il sesso è una cosa importantissima, ma non la sola, l'unica: oggi se ne parla come se lo fosse.
  • [Su Ardengo Soffici] Quello sì che era molto simpatico. Aveva delle sue diritture che non collimavano con quelle degli altri e bisognava rispettargliele, sennò si litigava. Prendeva una cotta per un pittore, per un poeta, ed era come un amore sfegatato: poi gli passava.
  • Saba odiava il genere umano, e a parlargli di mondanità usciva fuori di sé.

Il palio dei buffi[modifica]

Incipit[modifica]

Scrivere che il signor Luigi aveva una bottega di santi è cosa che dà alla penna una inesplicabile incertezza nello scriverla; eppure è proprio così, il signor Luigi aveva una bottega di santi. Di santi e santini. [...] Questa antichissima bottega era rimasta di un colore d'altri tempi in una strada dove le altre avevano seguito o preso i colori del tempo loro. (da Lo zio e il nipote)

Citazioni[modifica]

  • Si era guardato bene dal seguire l'andazzo dei tempi col più macroscopico segnale, contribuendo a quella gara di follia collettiva che si chiama "progresso", apportando al suo esercizio fanfaronate o rimodernature che lo rendessero agli onori del secolo. (p. 6)
  • V'erano accese una lampada a olio ad un altare, e un'unica candela esile a fianco di un grande tabernacolo di marmo bianco. [...] Non sembrava nemmeno una chiesa, ma una loggia chiusa [...], per custodire quel tabernacolo delicato e magnifico, esiliarlo dall'occhio profano o indifferente, e dalla corruttela del tempo. (pp. 44-45)
  • In una dolcezza sovrumana finiva di sciogliersi il groppo arido che da tanto gli riempiva il petto, e davanti alla sua leggerezza si aprivano con crescente rapidità tanti velari fatti di luce, di quella luce da cui era penetrato. Anch'egli non era più che luce fuggente nell'etere verso uno spazio infinito, allucinante. Come il ronzìo di un'elica lo seguiva un'eco di musiche vaghe, accordi di chitarre, d'arpe, viole, cembali e tamburelli, campanelli argentei.... e oramai lontanissimi degli sprazzi rossastri.... rosei.... quasi indistinti. (p. 52)

Il piacere della memoria[modifica]

  • [Parlando di Gabriele D'Annunzio] Nell'estate del 1898 [...] apparve un uomo a cavallo, seguito da un levriero elegante ed agilissimo. Era vestito di bianco e portava il cappello a grande tesa. Non andava che a cavallo inoltrandosi per stradine impervie, inerpicandosi fra i sassi e i dirupi del Crocifissalto e di Bargazzano, fin sulla cima dei monti che sovrastando la collina guardano al Mugello: [...] chiamando ogni tanto il bel levriero, Sirio, per frenarne la nobile impazienza e l'avventuroso ardimento, ma non con voce di padrone autoritaria, calda bensì come quella di un amico. (Un uomo a cavallo, p. 545)
  • La donna venuta dopo, quella dei giorni nostri, in gara col maschio in ogni competizione e in ogni attività, in ogni privilegio, che del maschio reclama i diritti e le prerogative fino nell'abito, è forse più utile ai fini pratici della vita sociale, ma la sua posizione rispetto all'uomo è divenuta quella di un oggetto di uso comune nella vita quotidiana, non di un oggetto prezioso e raro, che si guarda con ammirazione religiosa. Oggi abbiamo la donna sportiva sorta dal cinematografo: quella era la donna sorta alcuni secoli prima dalla poesia. (L'umanità è brutta?, pp. 541-542)

Lazzi, frizzi, schizzi, girigogoli e ghiribizzi (rubrica su Lacerba)[modifica]

  • Vi sono uomini che dopo aver fatto il giro del mondo finiscono per trovare la vera vita nel caffè del proprio villaggio: e non sempre sono dei cattivi viaggiatori.
  • Conosco degli uomini che mi hanno dichiarato coraggiosamente di essere dei vigliacchi. E soffrire di quella ignota e pur naturale malattia che si chiama paura. Sarebbe questa, per caso, una forma dell'eroismo moderno?
  • Si legge tutti i giorni sopra i giornali d'Europa: «Colossale truffa all'americana, abilissima truffa all'americana, serie di truffe all'americana...» e via di seguito. Si fa presto a capire. Da quattro secoli l'Europa manda ladri in America, e ora l'America graziosamente la ricambia inviandole l'arte del rubare.

Roma[modifica]

Incipit[modifica]

Dal fianco di Palazzo Farnese fino a Santa Lucia si snoda in movimento di biscia una via povera e augusta da cui la ricchezza è fuggita. I suoi palazzi mostrano nella faccia l'austerità malinconica della nobiltà decaduta. Oscuri durante il giorno quasi fossero divenuti insensibili al sole di Roma i loro androni, dove pende una lanterna, vengono rischiarati la sera da una luce così fioca che aggela.

Citazioni[modifica]

  • Quando agli uomini si è tolta la fede e s’è insegnato a odiare il lavoro e considerarlo un peso intollerabile, una pena della quale turpi sfruttatori godono illecitamente il frutto spensieratamente, non possono che andare in piazza a gridare il vuoto interiore che li divora, fino a dar loro aspetto di dannati. L’uomo ridotto a un transito di cibo, quando il cibo sia divenuto scarso o di cattiva qualità non ha davanti a sé che la disperazione. […] Essi vogliono giustizia, e ne hanno pieno diritto, ma sono gli altri che devono muoversi e andar incontro a loro, sono gli altri che devono comprendere questo senso umano di giustizia.
  • In quello spirito che non gli faceva sentire la fatica di salire. Quella scala non gli era sembrata mai così leggera, nemmeno quando la saliva da giovane. La Santa Chiesa Cattolica... La chiesa era lassù, la porta era aperta e lo chiamava col suono delle campane che riempivano l'aria a sfiorargli la fronte. La comunione dei Santi. Questo popolo celeste i cui atti e gesti rimangono quale tramite per arrivare fino ad essi [...]. Aveva salito i 124 scalini senza fermarsi, senza voltarsi. Ma giunto sul Sagrato, prima di entrare nella porta si volse. Il sole irradiava cielo e terra producendo scintillio di diamanti tra il verde degli alberi. La città palpitava nella luce frizzante: palpitava nei suoi ruderi millenari che danno al pensiero il senso di vertigine come gli abissi. Girò intorno lo sguardo, l'ultimo sguardo nel mondo, un passo dentro quella porta e Checco non sarebbe stato più. [...] Le cupole di Roma inondate del sole apparivano d'oro. Da quella di San Pietro, più lontana, a quella del Gesù che aveva difronte, e le altre dalle quali si sentiva circondato: Sant'Andrea della Valle, Sant'Agnese, San Carlo ai Catinari e San Carlo al Corso, Santa Maria in Vallicella, Santa Maria della Pace [...] Da ognuna le campane elevavano un grido di speranza.
  • La scienza nelle sue stupefacenti conquiste, il pensiero nelle sue vie che sembrano infinite, non hanno fatto che limitare, porre confini e barriere alla ricerca di una realtà che non esiste, giacché tutto è reale e tutto è irreale. (2005, p. 628)
  • Posto di fronte al Dogma il cattolico del nostro tempo non si abbandona né reagisce, rimane in stato neutrale e lo accoglie come una notizia fra le altre, quasi si trattasse di una formalità. [...] Per cui l'ascensione della Madonna anziché esaltare e quasi sconvolgere come una fiamma scaturita dalle anime, viene accolta come una notizia di pura amministrazione. Eppure i nostri artisti nemmeno pensarono a chiedersi il perché di un fatto dal quale si sentivano esaltati, rapiti solamente, il dubbio non attraversò il loro pensiero mentre vedevano Maria salire al cielo in carni e veste, andate nella Chiesa dei Frari e Tiziano v'informerà, come l'avrebbe potuta riprodurre se ogni sua facoltà non viveva nella purezza, nella realtà di quell'immagine? E con lui cento e mille altri [...] la videro veramente ascendere, era per tutti una realtà il fatto soprannaturale, altrimenti voi oggi non lo vedreste su quelle tavole, su quelle tele; per quegli uomini dalla grande fantasia il Dogma esisteva già, era esistito sempre. [...] Coi vostri bimotori e trimotori, quadrimotori e fortezze volanti non avete fatto che scendere, siete perduti nei regni della mediocrità. Né crediate quelle altezze di poterle ritrovare con le macchine, il vostro gigantesco travaglio è fatto per scendere e vi farà scendere sempre di più. (2005, pp. 628-629)

Roma, adattamento teatrale in tre atti[modifica]

Incipit[modifica]

Anticamera nel palazzo del Principe Filippo di Santo Stefano in via Monserrato a Roma. Ambiente ampio, di antica e agghiacciante austerità, fiocamente illuminato da quattro grandi finestre, in cui domina, sopra cinque scalini ricoperti da tappeto rosso, un trono tutto d'oro, sotto l'immenso baldacchino di porpora gallonato di giallo, e in cui figura al centro lo stemma Pontificio. Una tavola rotonda, un divanetto, due poltroncine e due sedie di pelle nera malandate e scomode, una piccola scrivania a lato, su cui risalta un crocefisso d'avorio, completano l'arredamento. A destra porta d'entrata. A sinistra due porte che conducono nelle altre stanze. (p. 1296)

Citazioni[modifica]

  • Gherardo: Le cose che si fanno a Gerusalemme non sono molto diverse da quelle che si fanno a Roma o New York, a Berlino, a Parigi, ovunque. Ancora cento anni e tutte le città si assomiglieranno tra loro, un grigio uniforme. (p. 1318)
  • Comm. Sequi: La cupola di San Pietro poteva farla una donna?
    Marchesa: L'avrebbe fatta cento volte meglio.
    Alberto: Però l'ha fatta un uomo.
    Marchesa: Ragion per cui è banale.
    Elena: Anche il Papa deve essere una donna?
    Marchesa: Quello prima di tutti.
    Comm. Sequi: Ma verrà sempre il momento che avrete bisogno di un uomo.
    Marchesa: Mai. Il vostro contributo è trascurabile. Si tratta di esaminare la miscela e riprodurla per mezzo della chimica.
    Alberto: Non fate più presto rivolgendovi alla fonte diretta? (pp. 1329-1330)
  • Duchessa: Mio caro Gelsomino, te ne ricordi quando si andava alla passeggiata in carrozza? Le donne usavano graziosi ombrellini e ventagli su cui erano dipinte cose gentili, paesaggi con un piccolo ruscello, che dava un senso di frescura, rose, uccellini, farfalle; e che muovevano intorno alla persona con incantevole grazia, affascinante civetteria. Esaltava, da tutto, il profumo della femminilità, come quello dei fiori in un giardino. Oggi portano occhiali di tartaruga come vecchi notai. Mostrano le gambe quando sarebbe bene nasconderle.
    Gelsomino: Arcolai.
    Duchessa: Mio caro Gelsomino, tutto è diventato di una stomachevole volgarità.
    Gelsomino: Volgarità senza carattere e priva di forza.
    Duchessa: Credi pure, caro Gelsomino, non sono più che due luoghi dove si possa vivere con un minimo di decenza: Montecarlo e Losanna.
    Gelsomino: Montecarlo c'est Losanna à la mer.
    Duchessa: C'est ça. Se non mi fosse possibile far ogni anno un soggiorno in questi luoghi, mi sentirei perduta.
    Gelsomino: Finché non verranno i comunisti a sciupare ogni cosa. (p. 1334)
  • Principe: Quando l'arte non è animata da un grande sentimento diventa un'inutile futilità. (p. 1341)

Scherzi di gioventù[modifica]

  • Anche in un fazzoletto da naso può esserci un firmamento, basta sapercelo vedere. (p. 13)
  • Ironia: estrema punta della politica dello spirito. (p. 13)
  • Cosicché tutto il progresso dei popoli e delle loro auguste e seducenti civiltà, altro non sarebbe che un cammino all'indietro, verso il peggio. Vorreste dar torto a coloro che dicono: «Dove andremo a finire?» (p. 14)
  • Tempo verrà, quando non si mangerà più nella propria abitazione. (p. 27)

Sorelle Materassi[modifica]

Incipit[modifica]

Per coloro che non conoscono Firenze o la conoscono poco, alla sfuggita e di passaggio, dirò com'ella sia una città molto graziosa e bella circondata strettamente da colline armoniosissime. Questo strettamente non lasci supporre che il povero cittadino debba rizzare il naso per vedere il cielo come di fondo a un pozzo, bene il contrario, e vi aggiungerò un dolcemente che mi pare tanto appropriato, giacché le colline vi scendono digradando, dalle più alte che si chiamano monti addirittura e si avvicinano ai mille metri d'altezza, fino a quelle lievi e bizzarre di cento metri o cinquanta. Dirò anzi che da un lato soltanto e per un tratto breve, la collina rasentando la città la sovrasta a picco, formandoci un verone al quale con impareggiabile gusto ci possiamo affacciare.

Citazioni[modifica]

  • Non bisogna credere che tante coppie fossero formate tutte da creature giovani e belle, o almeno fresche, che portavano in giro lo straripante rigoglio dei bei vent'anni, così ricco di gioia che ne dona e ne semina sui propri passi senza avvedersene, ma ve n'erano d'ogni specie e colore, d'ogni età, e qualche volta di tale sagoma o sproporzione da seminare soltanto un po' di tolleranza e molta allegria giacché l'amore, di qualunque specie, non è mai triste.
  • La banda municipale di Compiobbi intonò la marcia trionfale dell'Aida, quindi ebbe principio la Messa accompagnata dal mistico coro della Norma. Sia la banda che la fanfara prestavono il loro servizio in piazza e non in collegamento con la funzione religiosa, per quanto suonassero durante quella. I prestigiatori fotografici avevano trasportato i loro bussolotti ai lati del'altare, e ora l'uno ora l'altro facevano partire dei lampi: "pflam!" che sbalordivano e davano un sussulto al tempo medesimo che venivano eseguiti i loro prodigi: "pflam! pflam!".
    Fra tante sorprese e stonature, una sola persona aveva saputo mantenersi irreprensibile. Remo. Disinvolto, corretto, elegante nel bellissimo tight che ne esaltava la figura a pieno, non aveva un attimo di goffaggine o di incertezza, di monelleria, di volgarità; premuroso e cortese camminava al fianco della sua sposa per condurla all'altare, e rimanendole vicino con grande dignità. E all'atto supremo della celebrazione dolcemente compreso dalla santità del rito senza esternarne il turbamento. A differenza degli altri tutta la sua figura era in perfetta armonia con l'ora e con l'ambiente.
  • Non vi è sposa fedele [...] che almeno con gli occhi non abbia tradito il coniuge parecchie volte.
  • Per essere un ragazzo di quattordici anni, Remo era tanto bene e così armoniosamente sviluppato da dimostrare sedici anni; sia per la figura come per l'espressione del viso e per la compostezza che non appariva momentanea o di soggezione. Nulla era in lui della forza disordinata che fa muovere il ragazzo senza armonia, inconsultamente, seguendo l'impeto del sangue e non la ragione ancora informe; dimostrava in ogni atto una vigilanza nativa, e il portamento era quello del giovane che sentendo incipiente la dignità virile già sa contenersi fra gli adulti, per poi sfrenarsi, magari, con quelli della propria età senza riserve.
  • Da qualche tempo era divenuta assidua delle ricamatrici una bizzarra cliente che abitava a Settignano in una villa, una contessa russa scampata miracolosamente alla rivoluzione di Lenin, e sulla quale correvano molte voci e fantasiose. Il marito, uomo politico dell'antico règime, era rimasto ucciso nella rivoluzione e la contessa, avendo perduta la propria nazionalità, le aveva prese tutte, era figlia della Società delle Nazioni. (2004, p. 688)
  • E se la rifacevano con Lenin, che dopo aver ucciso chi sa quanta brava e buona gente, aveva lasciato scappare proprio quella lì. (2004, p. 693)

Spazzatura (rubrica su Lacerba)[modifica]

  • Correre incontro al pericolo è una forma della vigliaccheria.
  • Dai malcontenti dei tanti dislivelli sociali ò sentito invocare spesso un diluvio universale, o un terremoto generale. Il primo dovrebbe fare il pari alzando il livello, il secondo abbassandolo. Sarebbero essi per caso degli aspiranti ai secondi piani?
  • Frequentaste mai persone che vivono in grande dimestichezza cogli animali? Ebbene, vi sarete certamente stupiti come (esse persone) parlando di loro (animali) usassero un linguaggio pieno di tenera umanità. Ma vi avranno stupito ancora di più quando parlando di voi o di qualche vostro simile quelle stesse persone si servirono di un frasario addirittura bestiale.
  • Il titolo di questa rubrica veramente non è dei più appetitosi e lusinghieri, sia per te, mio rispettabile lettore, sia per la mia rispettabilità di scrittore. Ma d'altronde io non ti posso gabellare per oro colato un guazzabuglio di questo genere, e per buona merce certi fondi di magazzino. Spurghi e resti. Proprio così, sto facendo pulizia di tutti i miei quartieri più interni, butto tutto fuori.
  • Il vero poeta moderno dovrebbe scrivere sui muri, per le vie, le proprie sensazioni e impressioni, fra l'indifferenza o l'attenzione dei passanti.
  • Io non sono un pacifista su questa terra. Come suona male questa parola ai miei orecchi! Quando madre natura mi sfornò credo altro non abbia voluto fare che una dichiarazione di guerra a una fila di cose.
  • Io sono un uomo che soffre di vertigini scritte.
  • Meglio suddito di un regime aristocratico che re di una democrazia.
  • Quando mi si annunzia la morte di qualche persona simpatica io rimango malissimo. Assorto e sbigottito io mi domando: perché, perché è morta? Poi sollevandomi dallo sbigottimento e riguardandomi attorno, io mi domando ancora: perché, perché viveva?

Stampe dell'Ottocento[modifica]

Incipit[modifica]

Viveva la mia famiglia in una vecchia casa fiorentina d'Oltrarno. Queste case un po' tetre se le guardi di fuori, dalle finestre magnifiche nella nudità, che appena lasciano scorgere la testa di chi vi resti affacciato. Le porte si aprono maestose nelle mura massicce.

Citazioni[modifica]

  • Il riso fa buon sangue, ed è il profumo della vita in un popolo civile.
  • Era l'ultima decina dell'Ottocento, moriva il secolo delle Carlotte, delle Margherite, delle Mimì, delle Silvie ed Aspasie, delle Bovary: del sentimento e della fantasia volgenti alla rarefazione. Mi vien fatto di pensare che se fra quelle donne si fosse vista passare inaspettatamente, lesta e spigliata, la nostra garçonne col suo passo da sbarazzina, il sottanino ai ginocchi, un cocuzzetto in testa fin sul naso e gli orecchi, la sigaretta al labbro, la via del manicomio le sarebbe stata indicata certamente con bel gesto. E che direbbero oggi le belle maschiette del secolo nostro che si annunzia, mi par, come quello della realtà e dell'assurdo, conseguenze logiche anch'esse se vogliamo, o illogicissime che è lo stesso, giacché nella prima duro riesce il vivere all'uomo, dopo averla conquistata con tanta pena, se fra loro capitasse incedendo con dolcissima pompa e solennità, una di quelle macchine infernali? La medesima strada le verrebbe indicata, e forse con maggiore franchezza. E che dirà infine di tutte e due le donna che sarà fra dieci o fra vent'anni? Fra trenta o cinquanta? A chi la ragione? Il torto a chi? La ragione a tutte. (2003, pp. 131-132)
  • Le mode e i tempi si fan da sé, troppi elementi sfuggono per poterli controllare, né si sa come si fanno, e chi pretendesse d'andar loro contro farebbe l'effetto di chi con le braccia alte e le mani spalancate corresse per fermare il vento; non avendo tale campo altra virtù le opposizioni se non di provocare e anticipare l'esasperazione e il parossismo. (2003, p. 132)

Varietà (rubrica su Lacerba)[modifica]

Incipit[modifica]

Mangiando, mi guardavo le mani macchinalmente come sempre, finii col fissare lo sguardo sopra una di esse, e, per la prima volta credo in vita mia, la vidi davvero. Questa mano è composta di una base e di cinque dita tuttaffatto differenti; anzi, ognuna delle quali rappresenta un tipo, e sulle quali si potrebbe benissimo imbastire un romanzetto, ma questo lo faremo un'altra volta. Poi, dopo avere esaminato sul serio la mano, la mia attenzione si prolungò agli oggetti di cui essa si serviva, e non vi nascondo il mio stupore nel vedere con quale disinvoltura essa si servisse di cose che io vedevo per la prima volta.

Citazioni[modifica]

  • O tu, uomo che nascesti con una gamba sola o con un bugno sulla schiena, i tuoi genitori ti ebbero a prezzo ridotto dunque?
  • Vedeste mai segno di civiltà umana addosso a nessuna bestia? Io, ad eccezione di qualche cagnolino in paletot, non ne vidi mai. Ah! I cavalli ragionieri!

Versi[modifica]

  • Da vetri oscurissimi | leggera una nebbia viola traspare | finissima luce. | E s'odon le note morenti | dei balli più lenti. | Si vedon dai vetri | leggere passare volanti le tuniche bianche | di coppie danzanti. (da Diaframma di evanescenze, I cavalli bianchi)
  • Laddove le vie fan crocicchio | poggiata a un cipresso è la Croce. | Sul nero del legno risplendono i numeri bianchi: | ricordo del giorno. | La gente passando si ferma un istante, | e sol con due dita toccando leggero quel legno | fa il Segno di Croce. (da Il segno, I cavalli bianchi)
  • Talora si scorgon fra il nero | dei raggi lucenti, | fulgore di gemme rimaste: | «son gli occhi di dama Mirena». | Di sotto ai carboni | si dice che ancora ella guardi. (da Palazzo Mirena, Lanterna)

Cuor mio[modifica]

  • Caduto in un ignoto | punto di questa terra | e pervaso | dal più dolce smarrimento | ho perduto | il senso di me stesso | la provenienza | la direzione | l'orientamento [...] | Né passato né futuro | liberato | dalle catene del tempo | | quasi volando | più non avverto | il piede sul selciato. (da Rue de Buci)
  • La porpora dogale | il capo mi bagna | religiosamente nell'entrare | mentre l'occhio discopre | la rotondità | di un lago d'argento | che paralizza il piede. | Celato in mezzo nello scrigno d'oro | è il Mistero | che rapisce il cuore: | fuoco. (da Santa Maria della Salute)
  • Nel respiro greve del sonno | il petto del vegliardo | si espande con fatica | e l'Impalpabile | avvicinatosi | a quel corpo dormente | osserva con ironica dolcezza | sorridendo appena. | S'inginocchia | per lambirne il piede | con le labbra. | Riapparso al centro | della marmorea foresta | senza sfiorare il suolo | in tanta solennità | fra corpi e ombre | si ferma ancora | e al cielo illuminato | prima di scomparire | rivela | la faccia divenuta argentea | lasciando un vuoto nell'aria. | Eterna rissa | degli uomini sulla terra | e nel cielo | eterna impassibilità della luna. (da Notturno in Piazza San Pietro)
  • Oggi pensavo a te | noiosissimo Amleto | che combinasti tante fesserie | dopo aver perduto il bandolo | del vivere concreto | in questo mondo | dove ci dibattiamo | inutilmente | qualche volta con gioia | e non di rado con malinconia | per sapere che siamo | e vivere che sia. | Oggi è giornata bella | per me | tutto color di rosa | intorno: | il trionfo dell'allegria. | Quando mi sento | lieto e sodisfatto | ti rispondo: | «sono» | senz'altro. (da «Essere o non essere»)
  • Pel cocente abbandono | i sensi | percepiscono soltanto un profumo: | il presente puzza | e il futuro è termine vago... | il passato non puzza più | ha un vago profumo di foglie secche | il passato. (da Il Palatino)
  • Per chi abbia avvistato | avventurandosi | a suo rischio e pericolo | verso il fondo di questa via | la suprema rigidità | delle leggi che regolano | gli elementi di cui è formato | il misterioso organismo | che tanto per intenderci | noi chiamiamo mondo | si stupirà senz'altro | nel dover costatare | di riscontro | la suprema elasticità | degli elementi | che regolano l'organismo | altrettanto misterioso | che tanto per intenderci | noi chiamiamo uomo | e destinato a battersi | con quello. (da Dove sono)
  • Quale riposo se vengo a stendermi sulla tua cima | quale ristoro | lontano da ogni traffico | che non ha più presa | nell'anima sollevata | oltre i confini dell'umanità | felicemente dimenticata. | Non avverto | sotto il corpo la terra | e mi sento sospeso | in una luce che accieca. (da Monte Ceceri)
  • Trieste | non sei più una città della terra | non son di pietra le tue case | i tuoi cittadini non son di carne | per ognuno di essi | due italiani hanno versato il sangue | sublime riscatto | per essi ancora | i cittadini d'Italia vogliono morire. Il tuo dolore | turba sul guanciale | la testa folta dell'adolescente | e fa pesare | la testa insonne del vecchio. | Come una città del sogno | sei permeata d'amore | e come una città del Paradiso | sei fabbricata di luce. | La prepotenza teutone | non ti piegò | né la torbida invadenza slava | giunse a lambirti la fronte | un tenero sorrise inglese | non vi affinerà le penne. (da Una città del sogno)
  • Vita, | orrenda cosa che mi piaci tanto. (da Monte Ceceri)

L'Incendiario[modifica]

  • Avete dei pensieri neri? | Veniteli a svagare | dentro i cimiteri. (da La fiera dei morti)
  • Dai beccai pendono sanguinanti, | fenomenali, i primi ottimi porci, | quelli d'ognissanti, | che àn già sentito il primo freddo dei morti. | E sui banchi, ammassata, | oppure tortuosamente attaccata, | chilometri di salsiccia, | che sembra l'ammasso degli intestini malati | di tutti i morti. | I salumai ànno appesi | i salamini nuovi, cotechini, | zamponi, mortadelle; | e viene sulla strada un odore stuzzicante | di lepre e di pappardelle. | Tutti si riversano a mangiare a crepapelle. (da La fiera dei morti)
  • Le vostre facce | sono pugni di rughe, | i vostri colli sbucano, | si muovono fra i cenci, | come colli di tartarughe. | I vostri occhi quilquiano | dalle infossature, | con fare di puntiglio, | di sussiego, di piccosità, | di superiorità, | per la vostra interiore | grande sicurtà. (da Le beghine)
  • Quando tu bruci | tu non sei più l'uomo, | il Dio tu sei! | Mi sento correr per le vene un brivido. | Ti vorrei vedere quando abbruci, | quando guardi le tue fiamme; | tutte quelle bocche, tutte quelle labbra, | tutte quelle lingue, | non vengono a baciarti tutte? | Non sono le tue spose | voluttuose? | Bello, bello, bello... e Santo! | Santo! Santo! | Santo quando pensi di bruciare, | Santo quando abbruci, | Santo quando le guardi | le tue fiamme sante! (da L'Incendiario)
  • Uomini, che da voi non sapete nascere, | da voi non sapete neppure morire, | e vi tenete caro sul petto, sul core, | quell'ordigno che sa la vostra ora, | e non ve la dirà, e tutti i giorni | ve la batte sul seno, e non ve n'accorgete. | Io benedico a chi sa l'ora di morire, | e m'inginocchio ai piedi del suicida. (da L'orologio)

Poemi[modifica]

  • È in fondo alle scale | l'enorme lanterna | di ferro battuto | dalla luce eterna | che tutto il suo fuoco à spremuto. | Lanterna dalla luce eterna, | non potresti rischiarare, | per un poco, per un poco, | la via d'un sopravvissuto? | Io son breve, | tu sei eterna, | mia lanterna | un po' di foco! (da La lanterna, Poemi)
  • Fra i rami d'olivo cadenti | ti reggi, com'ultimo | miracolo vivo, | sui vecchi pilastri corrosi e spezzati, | coperti di muffe e licheni | verdastri, bluastri, | ancora ti reggi | o agile annosa! | Salve Crux pretiosa. (da Il segno)
  • Io metto una lente | davanti al mio cuore | per farlo vedere alla gente. | Chi sono? | Il saltimbanco dell'anima mia. (da Chi sono?, Poemi)

Poesie 1910-1915[modifica]

  • Due volte s'incontran, le bianche e le nere, | sul ponte, sul ponte che unisce i conventi, | li unisce da tanto per vecchia amicizia, | le piccole torri si guardan ridenti | una bianca una nera, | le suore s'incontran la sera | la sera al crepuscolo. (da Il passo delle Nazarene)
  • Etto grammo kilo mezzokilo, | cacio burro prosciutto salame | acciughe salacche baccalà... | son parole del gergo | di questo untuoso reame. (da Pizzicheria)
  • Io metto una lente | davanti al mio cuore | per farlo vedere alla gente. (da Chi sono?)
  • Microscopico paese, è vero | paese da nulla, ma però... | c'è sempre di sopra una stella, una grande, magnifica stella, | che a un dipresso... | occhieggia con la punta del cipresso | di Rio Bo. (da Rio Bo)
  • Sfondano il cielo d'ovatta, | da morbide fessure, | (come dev'esser caldo il cielo!) | e cadono a piombo sulla terra | tante losanghe nere. | Ogni fessura si dilata e si riserra. | (Come dev'esser nera la terra!) | non ho la forza di pensare. | Un mazzo di candidi gigli è sbocciato | dal nero calamaio. | Non ho il coraggio di tuffare. (da Ghiacciato)

Via delle cento stelle[modifica]

  • «Che cosa pretende d'essere | Che cosa vuol sembrare? | Dove vuole arrivare?» | La risposta è molto semplice: | alla parità con l'uomo | in tutte le cose, | trattare con lui | e sopra uno stesso piano | i problemi | che interessano tutti e due, | non esistere più | fra l'uno e l'altro | segno di distinzione. | E un'altra cosa forse | stuzzica la fierezza del suo procedere | pure essendo una realtà apparente: | non appena il pancino | incomincia a gonfiare | vedere un uomo gravido finalmente! | Questo è il punto più elevato | a cui la donna vuole giungere. (da La donna coi pantaloni)
  • Con amore ascetico ricordo le mete di quei giorni | ancora miei, non seppelliti dall'oblio: | San Clemente e la Madonna del Sasso, | Montiloro e il Castello del Trebbio | Montesenario San Gersolè l'Incontro... | E dove incontravo Gabriele D'Annunzio | del suo tempo più bello, | faceva le strade che facevo io | sul suo cavallo che si chiamava Malatesta | seguito da un levriero che si chiamava Sirio, | e che guardavo dal basso | come si guarda un monumento: | pareva che la storia passasse sopra di me | che di storia m'interessavo così poco. (da Varietà di stanchezza)
  • E ora vi dico addio | perché la mia carriera | è finita: | evviva! | Muoiono i poeti | ma non muore la poesia | perché la poesia | è infinita | come la vita. (da Congedo)
  • Io vo... tu vai... si va... | Ma non chiedere dove | ti direbbero una bugia: | dove non si sa. | E è tanto bello quando uno va. | Io vo... tu vai... si va... | perché soltanto andare | in un mondo di ciechi | è la felicità. (da Movimento)
  • Quando dalla finestra | assisto | al tramonto del sole | che sparisce lentamente | dietro il Colle del Gianicolo | alla fine mi domando: | «chi ha combinato quello che ho visto?». | Quindi abbassando le palpebre | con la luce in declino | sorpreso | mi guardo addosso: | «chi ha combinato questo pasticcio?». (da Indiscreto)
  • Quanti pensano al passato | e quanti pensano all'avvenire, | al presente non pensa nessuno: | perché? | Perché il presente | ci pensa da sé. (da Vita dei tempi)
  • Sono nulla | dice il primo con durezza | e nulla varrà | a farmi diventar qualcosa. | Son qualcosa | dice il secondo con tristezza | ma tutto varrà | a farmi diventare nulla. | Dice un terzo | dalla voce appiccicosa: | sono una faccenda assai bruttina | ma sarò di una fulgida bellezza | quando non mi vedrete più. | Sorge dal fondo una voce misteriosa | che non è di persona: | quello che siete | lo so soltanto io | e vi rispondo: cuccù! (da Gara fra amici)
  • Tutti si sono accorti | vivendo nel secolo della velocità | come l'immagine | sia più rapida della parola, | e invece di leggere | i canti della Divina Commedia | lettura un tantino ponderosa, | preferiscono di vedere | Dante com'era; | e invece di andare fino a Roma | per vedere la Sistina | preferiscono sapere | Michelangiolo che faccia aveva. | Per cui si rende indispensabile | creare dei fantocci purchessia | per poter dire a tutti: | eccolo qua! | e con quello sodisfare | le più elevate aspirazioni | durante il secolo della velocità | e per conseguenza | della fotografia. (Il nostro secolo)

Incipit di alcune opere[modifica]

I fratelli Cuccoli[modifica]

Il signor Celestino Cuccoli compiva quel giorno il cinquantesimo anno di età.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Il codice di Perelà[modifica]

Pena! Rete! Lama! Pena! Rete! Lama! Pe... re... là...
— Voi siete un uomo, forse?
— No, signore, io sono una povera vecchia.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Il re bello[modifica]

«Sua Maestà la Regina attende.» Il conte Ercole Pagano Silf, gran Maresciallo di Birònia, dette queste parole rimase fermo nel mezzo della sala, sotto l'immensa scintillante lumiera veneziana, considerando la persona del Re.

Bestie del 900[modifica]

Dopo aver dichiarato che la massaia era ricca di compiacenza per quella femmina che non era sua figliola, e dimostrava per lei vera e propria tenerezza, mi preme aggiungere che si tratta di una gallina: una grassa, rotonda, matura, fiorente gallina.

Il buffo integrale[modifica]

Durante la fermata del direttissimo Roma-Milano alla stazione di Firenze ben poco traffico e treno non affollato, ragione per cui i pochi viaggiatori che salirono se ne andavano su e giù lungo il corridoio dei vagoni per scegliersi un posto a loro pieno agio e godimento. Il signore che poco prima era passato con la valigia a mano dando un'occhiata esplorativa al viaggiatore seduto solo nell'angolo, ripassò poco dopo, e dopo avergli elargito un'occhiata anche più penetrante ricevendone una adeguata di ritorno, entrando deciso e sistemata la valigia sopra la rete gli si sedé di fronte seguitando a guardarlo, e l'altro rispondendo con sempre cresciuta attenzione al suo sguardo.

Citazioni su Aldo Palazzeschi[modifica]

  • [Inchiesta sulle paure segrete] Aldo Palazzeschi ha parlato di «sbalzi», il trovarsi cioè completamente liberi da emozioni e quindi anche dalla paura, altre volte sentirsi influenzati da ogni cosa circostante e quindi avere paura dell'avvenimento più banale, perfino dei passi che si fanno. (Sergio Saviane)
  • A proposito della questione guerra [...] tu sei stato forse l'unico uomo che mi sia apparso interamente nobile, vero, perché coerente; e il più puro e coraggioso fra tante coscienze ambigue. (Ardengo Soffici)
  • Aperto, equlibrato, signore, gentiluomo, il crepuscolare e il futurista si sono fusi in lui nello scrittore fuori di ogni scuola e indipendente, anche, dal tempo, e nel conservatore senza passioni ma anche senza rancidumi. (Franco Antonicelli)
  • Dicevo che Palazzeschi è grande e che il divertimento c'è per tutte le borse e per tutti i cervelli. (Giovanni Papini)
  • Dunque è la poesia ad inaugurare e a chiudere un itinerario che annovera, per la parte del narratore, titoli gloriosi: dalle Sorelle Materassi (1934) a I fratelli Cuccoli (1948); opere alle quali il fatto di venir costruite ormai ben al di là dei termini cronologici dell'Avanguardia non impedisce trame e soluzioni estermistiche, elementi paradossali e "inverosimili" che rendono Palazzeschi esempio ineguagliato e forse impossibile da imitare. (Silvio Ramat)
  • Egli è ontologicamente un conservatore. (Geno Pampaloni)
  • L'equilibrio di Palazzeschi appare più simile all'aurea mediocritas del buon borghese conservatore che non alla perizia del funambolo in bilico sulla corda sospesa. (Walter Pedullà)
  • La nota che più facilmente può rilevare anche lo psicologo meno provveduto, è la serietà di Palazzeschi: una serietà senza mai broncio, anzi sempre disposta a un'accoglienza amabile, raramente interrotta tuttavia non diciamo dal riso, ma neppure da un sorriso il quale, se appare, subito tende a trasformarsi in una smorfia amara. (Renato Mucci)
  • Il «Premio Viareggio» è stato vinto da Aldo Palazzeschi, il quale però è stato costretto a dividere il milione con la scrittrice criptocomunista Elsa Morante. (Giovannino Guareschi)
  • L'impressione di chi lo ascolta resta quella di un uomo che, pur sorvolando il tempo, non si è lasciato sfuggire in una vita tanto lunga nulla di ciò che lo interessava. (Giacinto Spagnoletti)
  • L'«incendiario» non è morto, abbiamo visto, e l'ironia qui corre a fiumi: ma se un messaggio possiamo leggere in controluce a Roma, sarà proprio di ottimismo, di speranza, addirittura di sicurezza nei valori eterni delle città e degli uomini. Una novità sensazionale, di questi tempi. Ma Palazzeschi ha fatto sempre moda a sé, contro tutte le mode. (Pietro Cimatti)
  • La bizzarra dedica colla quale volle onorarmi Aldo Palazzeschi inviandomi il suo volume fermò la mia attenzione: "A Domenico Oliva perché pensi un pochino ai poeti ricchi". Ci vuole una certa audacia oggi a confessarsi ricchi, per quanto invidiabile sia, secondo il mondo, questa qualità positiva ad ammettere che si appartiene a quella categoria privilegiata. E il Palazzeschi sta fra i ricos hombres non solamente per dovizia di sostanze; ha ricchezza di fantasia: tutta la sua poesia è fantastica, è un sogno, dal principio alla fine. (Domenico Oliva)
  • Noi riteniamo che religioso fosse, a dispetto di tutte le ironiche o dissacranti (oggi si dice così) poesie su preti e monache [...]; e il vecchio frate Puccio "il piccolo frate ricurvo" era impastato dello stesso lirico misticismo di quel mirabile sor Checco del Roma, destinato a diventare fra' Giocondo laico di S. Francesco. Dobbiamo poi dire che personalmente abbiamo visto l'amico poeta ricevere spesso l'Ostia consacrata, e inginocchiarsi la sera al vespro nella chiesa di S. Eustachio. (Valentino Brosio)
  • Palazzeschi è sempre stato un isolato, un indipendente, magari si potrebbe anche usare il termine di dilettante, se però la definizione non contrastasse con l'impegno e le conquiste del suo lavoro. (Carlo Bo)
  • Palazzeschi non perde il gusto della invenzione, ma accoglie sempre maggiormente una immagine misteriosa da confessare. (Francesco Grisi)
  • Palazzeschi vuol solo smaltire tutto l'amaro ch'ha nel sangue [...] e lo smaltisce servendosi di quel mezzo assai consono alla sua natura ch'è [...] l'ironia. Non l'ironia platonica, né l'aristotelica, né quella dei manuali di retorica sorella del sarcasmo, ma, se mai dei romantici tedeschi, consistente in un distacco tra spirito e realtà, tra l'uomo e l'opera, tra l'atto e il fatto; l'ironia che dà luogo ad una tipica figura fenomenologica della coscienza umana: la anima bella. La quale, titubante nel momento in cui dal pensiero si dovrebbe passare all'azione, come se in tale passaggio il pensiero subisse uno scadimento e una contaminazione ad opera dell'azione, ha trovato poche incarnazioni: dallo shakespeariano Amleto all'ellenico Hölderlin. (Renato Mucci)
  • Pumm | Crrrr | Crrrrrrrr | Fffffffffff || Tum – Tu – Tumm | Crrrr | Crrrrrrrr | Ooooooh | Bocche caverna || Ritorna la folla | Le luci negli occhi || Riparte da solo | L'uomo dita annerite (Vincenzo Mai)
  • Se in lui confluiscono motivi culturali del tempo tuttavia la vitalità di Perelà consiste nell’essere libero da ogni movimento e di avere ricomposto in una poesia della libertà, oltre il corpo, il segreto del reale. La parola, il gesto, lo straordinario amore di vita e la morte arcana sono e partecipano di una realtà di secondo grado. I confini dell’infinito sembrano possibili e le metamorfosi a portata di mano. (Francesco Grisi)
  • Solo un fascista, Aldo Palazzeschi, era contro la guerra. Egli ha rotto con il movimento e, quantunque fosse uno degli scrittori più interessanti, ha finito col tacere come letterato. (Antonio Gramsci)
  • Un poeta al quale la lunghissima età non ha regalato saggezza in senso spicciolo, patriarcale, ma che si è creato, fin dai tempi della giovinezza, un bilico tutto proprio fra saggezza e follia: follia come espressione di libertà e quindi premio intrinseco della saggezza. (Giacinto Spagnoletti)
  • V'era anche a far da spettatore Palazzeschi, una gamba sull'altra, una mano sull'altra appoggiate al ginocchio, immobile: gatto sornione, e amico fidato. (Ugo Ojetti)

Note[modifica]

  1. Dall'intervista di Elio Filippo Accrocca per il programma radiofonico Bellosguardo, Rai, febbraio 1962; citato in Elena Stancanelli, La città, il Principe e Checco. Vita e romanzo di Palazzeschi, Repubblica.it, 16 luglio 2007.
  2. Dall'intervista di Franco Antonicelli, Scrittori in casa: Visita a Palazzeschi, La Stampa, 6 aprile 1955.
  3. Da Corriere della Sera, 22 ottobre 1966.
  4. Dall'intervista di E. Cavalli, Palazzeschi vuol divertirsi, in La Fiera letteraria, 1 ottobre 1972.
  5. Da Cinema, a cura di Maria Carla Papini, Edizioni di storia e letteratura, Roma, p. 20.
  6. Da L'isola della fedeltà, Corriere della Sera, 15 giugno 1956, p. 3.
  7. Dall'intervista di P. Petroni, Incontro con Aldo Palazzeschi, in Ecos, II 11-12, dicembre 1973-gennaio 1974.
  8. Da una lettera a Marino Moretti del 28 giugno 1946; citato in Carteggio vol. III, 1940-1962 / Marino Moretti, Aldo Palazzeschi; a cura di Francesca Serra, Storia e Letteratura, Roma 2000, p. 79.
  9. Citato in Ritratti su misura di scrittori italiani, a cura di Elio Filippo Accrocca, Venezia, Sodalizio del libro, 1960, pp. 312-314.
  10. a b Dall'intervista di Mario Picchi, Sono nato poeta, muoio prosatore, La Fiera letteraria, IV 46, 13 novembre 1949, pp. 1-2.
  11. Dall'intervista di Giovanni Lugaresi, Il romanzo di Palazzeschi sui teleschermi, Roma, Il Gazzettino, 22 febbraio 1974.
  12. Da Palazzeschi allo specchio, Omnibus, I 9, 29 maggio 1937, p. 6.
  13. Citato in Aldo Palazzeschi a Roma: atti della Giornata di studi, Casa di Goethe, Roma, 20 aprile 2009, a cura di Gino Tellini, Società editrice fiorentina, Firenze 2011, p. 225.
  14. Da Cinema, a cura di Maria Carla Papini, Edizioni di storia e letteratura, Roma, 2001, p. 72.
  15. Da L'antidolore, Mondadori, 1958; citato in A. Palazzeschi, Tutti i romanzi, vol. 1, Mondadori, Milano, 2004, pp. 1236-37.
  16. Da una lettera a Marino Moretti del dicembre 1964; citato in Carteggio vol. IV, 1963-1974 / Marino Moretti, Aldo Palazzeschi; a cura di Alessandro Pancheri, Storia e Letteratura, Roma 2001, p. 152.
  17. Da L'antidolore, Mondadori, 1958; ora in A. Palazzeschi, Tutti i romanzi, vol. 1, Mondadori, Milano, 2004, pp. 1241-42.
  18. a b c Dall'intervista di Mario Picchi, Palazzeschi e il profumo di Roma, La Fiera letteraria, VIII 4, 4 ottobre 1953, pp. 1 e 6.
  19. Da Vita, in Tutti i romanzi, vol. II, a cura di Gino Tellini, Mondadori, Milano, 2005.
  20. Dall'intervista televisiva di Carlo Mazzarella, Incontro con Aldo Palazzeschi, 2 marzo 1965.
  21. Da Lacerba, Volumi 1-3, Mazzotta, Milano, 1913, p. 290.
  22. Da un'intervista alla Gazzetta del Popolo, 1934; citato in Giacinto Spagnoletti, Palazzeschi, Longanesi & C., Milano 1971, p. 234.
  23. Da Prefazione a Elena Clementelli, Questa voce su noi, Guanda, Parma, 1962, p. 7.
  24. Dall'intervista di Mario Picchi, Sono nato poeta muoio prosatore, in La Fiera Letteraria, IV, 46, 13 novembre 1949, pp. 1-2.
  25. Citato in Elena Stancanelli, La città, il Principe e Checco. Vita e romanzo di Palazzeschi, Repubblica.it, 16 luglio 2007.
  26. Da Ho messo le ali in Tema: Natale. Svolgimento di 16 celebri scrittori, in Il Lavoro illustrato, Roma, III, 51, 21-28 dicembre 1952, p. 14.
  27. Dall'intervista di Ennio Cavalli, Palazzeschi vuol divertirsi, in La Fiera Letteraria, XLVIII, 40, 1 ottobre 1972, pp. 10-11.
  28. Dalla lettera ad Arnoldo Mondadori, Venezia, 21 settembre 1958, in Arnoldo Mondadori, Alberto Mondadori, Aldo Palazzeschi, Carteggio. 1938-1974, a cura di Laura Diafani, Ed. di Storia e Letteratura, 2007.

Bibliografia[modifica]

  • Aldo Palazzeschi, Spazzatura, Lacerba, 28 febbraio 1915, ora in Gino Ruozzi, Scrittori italiani di aforismi, Arnoldo Mondadori Editore, 1994. ISBN 9788804379478
  • Aldo Palazzeschi, Il re bello, Vallecchi, Firenze, 1921; La Vita Felice, Milano, 1995.
  • Aldo Palazzeschi, Stampe dell'Ottocento, Treves, Milano, 1932; Mondadori, Milano, 2003.
  • Aldo Palazzeschi, Sorelle Materassi, Vallecchi, Firenze, 1934; Oscar Mondadori, 1968. ISBN 9788804493051
  • Aldo Palazzeschi, Il palio dei buffi, Vallecchi, Firenze, 1937; Mondadori, Milano, 2002.
  • Aldo Palazzeschi, I fratelli Cuccoli, Vallecchi, Firenze, 1948;
  • Aldo Palazzeschi, , Bestie del Novecento, Vallecchi, Firenze, 1951; Bestie del Novecento-Il buffo integrale, Mondadori, Milano, 2006.
  • Aldo Palazzeschi, Roma, Vallecchi, 1953; Roma, in Tutti i romanzi. Vol. II, Mondadori, Milano, 2005.
  • Aldo Palazzeschi, Scherzi di gioventù, R. Ricciardi, Napoli, 1956.
  • Aldo Palazzeschi, L'antidolore (nuova edizione rivista con aggiunte del manifesto futurista Il controdolore, Stab. A. Taveggia, Milano 1913); in Opere giovanili, Mondadori, Milano 1958; ora in Aldo Palazzeschi, Tutti i romanzi vol. 1, Mondadori, Milano, 2004.
  • Aldo Palazzeschi, Il piacere della memoria, Mondadori, Milano, 1964.
  • Aldo Palazzeschi, Il buffo integrale, Mondadori, Milano, 1966; Bestie del Novecento-Il buffo integrale, Mondadori, Milano, 2006.
  • Aldo Palazzeschi, Via delle cento stelle, Mondadori, Milano, 1972.
  • Aldo Palazzeschi, Lazzi, frizzi, schizzi, girigogoli e ghiribizzi, in Tutti i romanzi. Vol. I, Mondadori, Milano, 2004.
  • Aldo Palazzeschi, Sorelle Materassi, in Tutti i romanzi. Vol. I, Mondadori, Milano, 2004.
  • Aldo Palazzeschi, Varietà, in Tutti i romanzi. Vol. I, Mondadori, Milano, 2004.
  • Aldo Palazzeschi, Roma, adattamento teatrale in tre atti con la collaborazione di Alberto Perrini, in Tutti i romanzi. Vol. II, Mondadori, Milano, 2005.

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