Francesco Petrarca

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Francesco Petrarca

Francesco Petrarca (1304 – 1374), scrittore, poeta e umanista italiano.

Citazioni di Francesco Petrarca[modifica]

  • A che ti giova insegnare agli altri [...], se intanto tu per primo non ascolti te stesso? (dalla Lettera a Cicerone, nella raccolta delle Familiares)
  • Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta: "Ti odierò, se posso; se no, t'amerò contro voglia"[1]. (da Ascesa al Monte Ventoso)
  • [Salerno] Fonte della medicina, e di un nobilissimo ginnasio, dove facilmente emerge ogni disciplina delle lettere.
Medicinæ fontem, ac gymnasium nobilissimum, ubi feliciter litterarum omnium disciplina consistit. (citato in La Chronique médicale, Volume 13)
  • Ho sempre avuto il massimo disprezzo per le ricchezze, non perché non mi piacessero, ma perché odiavo le fatiche e le preoccupazioni che ne derivano. (dalla Lettera ai posteri)
  • I libri ci offrono un godimento molto profondo, ci parlano, ci danno consigli e ci si congiungono, vorrei dire, di una loro viva e penetrante familiarità. (dalle Epistole)
  • I libri fecero diventare dotti alcuni, altri pazzi (De remediis utriusque fortunae, dial. XI, III: De librorum copia)
Libri quosdam ad scientiam, quosdam ad insaniam deduxere.
  • Il mondo, più che io lo giro, e meno mi piace. (da Lettere di Francesco Petrarca delle cose familiari)
  • Il saggio muta consiglio, ma lo stolto resta della sua opinione. (da Ecloghe, VIII)
  • La fatica perseverante e la continua applicazione sono il cibo del mio spirito; quando comincerò a riposare e a rallentare il mio lavoro, allora cesserò anche di vivere. (dalle Epistole, a cura di Ugo Dotti, UTET, 1978)
  • [I libri] Ora questi, ora quelli io interrogo, ed essi mi rispondono, e per me cantano e parlano; e chi mi svela i segreti della natura, chi mi dà ottimi consigli per la vita e per la morte, chi narra le sue e le altrui chiare imprese, richiamandomi alla mente le antiche età. E v'è chi con festose parole allontana da me la tristezza e scherzando riconduce il riso sulle mie labbra; altri m'insegnano a sopportar tutto, a non desiderar nulla, a conoscer me stesso, maestri di pace, di guerra, d'agricoltura, d'eloquenza, di navigazione; essi mi sollevano quando sono abbattuto dalla sventura, mi frenano quando insuperbisco nella felicità, e mi ricordano che tutto ha un fine, che i giorni corron veloci e che la vita fugge. E di tanti doni, piccolo è il premio che mi chiedono: di aver libero accesso alla mia casa e di viver con me, dacché la nemica fortuna ha lasciato loro nel mondo rari rifugi e pochi e pavidi amici. (da Rime, trionfi, e poesie latine, a cura di Ferdinando Neri, Ricciardi, 1951)
  • [Napoli], per molti rispetti eccellente, ha questo oscuro e vergognoso e inveterato malanno, che il girar di notte vi è non meno pauroso e pericoloso che tra folti boschi, essendo le vie percorse da nobili giovani armati, la cui sfrenatezza né la paterna educazione né l'autorità dei magistrati né la maestà e gli ordini del re seppero mai contenere. (da Familiarum rerum libri; in Francesco Petrarca, Opere, vol. I, Sansoni, 1990)
  • Quegli cui non è castigo sufficiente una moglie, è degno di averne parecchie.[2]
Quem una uxor non castigat, dignus est pluribus.
  • Sento qualcosa di insoddisfatto nel mio cuore, sempre.
Sentioque inexpletum quiddam in precordiis meis semper. (da Secretum)
  • [...] ventosa gloria è il cercar fama dalla splendidezza delle parole. (dalla Lettera ai posteri, in Del disprezzo del mondo, dialoghi tre, prima versione italiana del rev. prof. Giulio Cesare Parolari, coi tipi di Luigi di Giacomo Pirola, Milano 1857)

Canzone ai Grandi d'Italia[modifica]

  • Che fan qui tante pellegrine spade? (P. IV, canzone IV, nell'edizione Marsand; canz. XVI nell'ed. Mestica)
  • [Chè] L'antiquo valore | Ne l'italici cor non è ancor morto. (P. IV, canzone IV, nell'edizione Marsand; canz. XVI nell'ed. Mestica)
  • Io parlo per ver dire | Non per odio d'altrui né per disprezzo. (XVI dell'ed. Mestica, 4)
  • I'vo gridando: pace, pace, pace. (num. XVI dell'edizione Mestica, ultimo verso)

Canzoniere[modifica]

Incipit[modifica]

Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond'io nudriva 'l core
in sul mio primo giovenile errore
quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono,
del vario stile in ch'io piango et ragiono
fra le vane speranze e 'l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Citazioni[modifica]

  • Vegnendo in terra a'lluminar le carte | ch'avevan molt'anni già celato il vero | tolse [Gesù Cristo] Giovanni da la rete et Piero, | et nel regno del ciel fece lor parte. (VI, 5 – 8)
  • L'alma che sol da Dio facta gentile, | ché già d'altrui non po' venir tal gratia, | simile al suo factor stato ritiene: | però di perdonar mai non è sacia | a chi col core et col sembiante umile | dopo quantunque offese a mercé vène. (XXIII, 121 – 126)
  • Il bel paese | ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe. (CXLVI)
  • Chiare, fresche et dolci acque, | ove le belle membra | pose colei che sola a me par donna; | gentil ramo ove piacque | (con sospir' mi rimembra) | a lei di fare al bel fiancho colonna; | herba et fior' che la gonna | leggiadra ricoverse | co l'angelico seno; | aere sacro, sereno, | ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse: | date udïenza insieme | a le dolenti mie parole extreme. (CXXVI, 1-13)
  • Et veggio 'l meglio, et al peggior m'appiglio. (CCLXIV, 136)
  • Cosa bella e mortal passa e non dura. (CCXLVIII, 8)
  • La vita fugge e non s'arresta un'ora. (CCLXXII, 1)
  • Questo nostro caduco e fragil bene | ch'è vento ed ombra ed à nome beltade. (CCCX, 1 – 2)
  • Drez et rayson es qu'ieu ciant e 'm demori. (Lasso me, ch'i' non so in qual parte pieghi)
Diritto e ragione è che canti e mi sollazzi.
  • La vita el fin, e 'l dí loda la sera. (Nel dolce tempo de la prima etade)
  • Povera et nuda vai philosophia. (La gola e 'l somno et l'otïose piume)
  • Regnano i sensi, et la ragion è morta. (Voglia mi sprona, Amor mi guida et scorge)
  • Seguite i pochi, et non la volgar gente. (Poi che voi et io piú volte abbiam provato)
  • Un bel morir tutta la vita honora. (Ben mi credea passar mio tempo omai)
  • Vertú contra furore | prenderà l'arme, et fia 'l combatter corto: | ché l'antiquo valore | ne gli italici cor' non è anchor morto. (Italia mia, benché 'l parlar sia indarno)[3]

Le Epistole familiari[modifica]

  • Ti verrà forse all'orecchio qualcosa di me, sebbene sia dubbio che il mio povero, oscuro nome possa arrivare lontano nello spazio e nel tempo. E forse ti piacerà sapere che uomo fui, quale la sorte delle opere, soprattutto di quelle la cui fama sia giunta sino a te e di cui tu abbia sentito vagamente parlare.
  • Sono stato uno della vostra specie, un povero uomo mortale, di classe sociale né elevata né bassa; di antica famiglia, come dice di se stesso Cesare Augusto; di temperamento per natura né malvagio; né senza scrupoli, se non fosse stato guastato dal contatto abituale con esempi contagiosi.
  • L'adolescenza mi illuse, la gioventù mi traviò, ma la vecchiaia mi ha corretto e con l'esperienza mi ha messo bene in testa che era vero quel che avevo letto tanto tempo prima; che i godimenti dell'adolescenza sono vanità.
  • Ebbi la fortuna di godere la familiarità dei principi e dei re, e l'amicizia dei nobili, tanto da esserne invidiato.
  • Mi travagliò quand'ero molto giovane, un amore fortissimo; ma il solo, e fu puro; e più a lungo ne sarei stato travagliato se la morte, crudele ma provvidenziale, non avesse spento definitivamente quella fiamma quand'ormai era languente.
  • I più grandi re del mio tempo mi vollero bene e mi onorarono – il perché non lo so; è cosa che riguarda loro – e con certuni ebbi rapporti tali che in certo qual modo erano loro a stare con me; e dalla loro grandezza non ebbi noie, ma molti vantaggi.

[Francesco Petrarca, Le Epistole familiari; citato in Carlo Salinari, Profilo storico della letteratura italiana, Editori Riuniti, 1972]

  • [su Richard de Bury] ... uomo di vivace ingegno, esperto abbastanza di lettere [...] che fin dai primi anni fu delle riposte cose curiosissimo indagatore... Ed egli [quando gli chiesi notizie dell'isola di Tile] o che sperasse potermi mantener la promessa, o che vergognasse di confessare la propria ignoranza [...], o che per avventura (né vorrei crederlo) sentisse invidia dell'aprirmi questo segreto, risposemi che avrebbe sciolto il mio dubbio quando fosse tornato alla sua patria ed ivi avesse potuto consultare i suoi libri, de' quali aveva copia tragrande.

[Lettere di Francesco Petrarca delle cose familiari libri ventiquattro, vol. 1, traduzione di Giuseppe Fracassetti, Felice Le Monnier, Firenze 1863]

  • Solo al medico è conceduto dar morte agli uomini impunemente.
  • Non sono né vivo né sano, né morto né malato; allora soltanto comincerò a vivere e a star bene, quando troverò l'uscita di questo labirinto. A tal fine tutto son rivolto, a questo solo mi adopro. (da XII, 10)

Rime[modifica]

  • Povera e nuda vai, Filosofia. (sonetto I secondo la numerazione di Marsand, sonetto VII secondo Mestica)
  • Vergine bella che di sol vestita, | Coronata di stelle, al sommo Sole | Piacesti si, che 'n te sua luce ascose, | Amor mi spinge a dir di te parole; | Ma non so incominciar senza tu' aita, | E di Colui che amando in te si pose. | Invoco lei che ben sempre rispose, | Chi la chiamò con fede. (da Canzone VIII)
  • Se dal mio stato assai misero e vile | Per le tue man resurgo | Vergine, l' sacro e purgo | Al tuo nome e pensieri e 'ngegno e stile, | La lingua, e 'l cor, le lagrime e i sospiri. (da Canzone VIII)
  • Raccomandami al tuo Figliol, verace | Uomo e verace Dio | Che accolga 'l mio spirto ultimo in pace. (da Canzone VIII)
  • Vergine chiara e stabile in eterno, | Di questo tempestoso mare Stella, | D' ogni fedel nocchier fidata guida, | Pon mente in che terribile procella | I mi ritrovo sol senza governo, | Ed ho già da vicin l' ultime strida: | Ma pur in te l'anima mia si fida. (da Canzone VIII)
  • Tennemi Amor anni ventuno ardendo | Lieto nel foco, e nel duol pien di speme: | Poiché Madonna e 'l mio cor seco insieme | Saliro al ciel, dieci altri anni piangendo. (da Sonetto LXXXIV)

Sonetti sopra varj argomenti[modifica]

  • [Sullo stil nuovo] Tra lo stil de' moderni e 'l sermon prisco. (son. VII, com.: S'Amore o Morte non dà qualche stroppio; son. XXXII nell'ed. Mestica)
  • I' da man manca, e' tenne il camin dritto: | I' tratto a froza, ed e' d'Amore scorto: | Egli in Jerusalem, ed io in Egitto. (XVII, che comincia: Quanto più disiose l'ali spando; son. CVIII nell'ediz. Mestica)
  • Ira è breve furor. (XIX: CXCVI nell'ed. Mestica).

Sonetto in vita di M. Laura[modifica]

  • La vita el fin e 'l dì loda la sera (I, 4 nell'ed. Marsand, p. 25 nell'ed. Mestica)[4]
  • Da me son fatti i miei pensier diversi. (num. II secondo il Marsand, canz. III dell'ediz. Mestica)[4]
  • Tempo non mi parea da far riparo | Contr' a' colpi d'Amor. (num. 3)
  • La noia e 'l mal della passata via. (num. IV secondo Marsand, canz. V dell'ediz. Mestica, v. 11)[4]
  • El più bel fior ne colse. (VIII secondo Marsand, X nell'ed. Mestica)[4]
  • Intendami chi po', ch'i' m'intend'io. (num. IX secondo Marsand; canz. XI secondo Mestica; v. 17)[4]
  • E già di là dal rio passato è 'l merlo. (Num. IX, nell'ed. Marsand, num. XI nell'ed. Mestica)[4]
  • I' benedico il loco e 'l tempo e l'ora. (Num. X, secondo il Marsand, com.: Quando fra l'altre donne ad ora ad ora; nell'ed. Mestica, son. XII)[4]
  • Veggio 'l meglio ed al peggior m'appiglio. (Num. XVII nell'ed. Marsand, sonetto XXI nell'ed. Mestica)[4]
  • Nel mondo | Sua ventura ha ciascun dal dì che nasce. (Num. XXXV nell'ed. Marsand, sonetto CCLXII nell'ed. Mestica)[4]
  • Che 'nanzi al dì de l'ultima partita | Uom beato chiamar non si convene. (Num. XXXVI nell'ed. Marsand, sonetto XLIII nell'ed. Mestica)[4]
  • Non era l'andar suo cosa mortale | Ma d'angelica forma. (XLI nell'ed. Marsand, LXIX nell'ed. Mestica)[4]
  • Poi che mia speme è lunga a venir troppo. (n. LIX secondo Marsand, LXVII secondo Mestica, v. 1)[4]
  • Seguite i pochi, e non la volgar gente. (num. LXVII secondo il Marsand, son. LXXIII dell'ed. Mestica)[4]
  • Né del vulgo mi cal né di fortuna. (num. LXXVIII secondo il Marsand, sonetto XCI secondo il Mestica)[4]
  • Femina è cosa mobil per natura. (Num. CXXXI nell'ed. Marsand, sonetto CL nell'ed. Mestica)[4]
  • Lo spirito è pronto, ma la carne è stanca. (Num. CLIV nell'ed. Marsand, sonetto CLXXIII nell'ed. Mestica)[4]
  • Morte fura | Prima i migliori, e lascia star i rei. (Num. CXC nell'ed. Marsand, sonetto CCX nell'ed. Mestica)[4]

Trionfi[modifica]

Incipit[modifica]

Al tempo che rinnova i miei sospiri
per la dolce memoria di quel giorno
che fu principio a sì lunghi martiri,
già il sole al Toro l'uno e l'altro corno
scaldava, e la fanciulla di Titone
correa gelata al suo usato soggiorno.

Citazioni[modifica]

Trionfo d'Amore[modifica]

  • Così or quinci or quindi rimirando, | Vidi in una fiorita e verde piaggia | Gente che d'amor givan ragionando. | Ecco Dante e Beatrice; ecco Selvaggia; | Ecco Cin da Pistoja; Guitton d'Arezzo. | Che di non esser primo par ch'ira aggia. | Ecco i duo Guidi che già furo in prezzo; | Onesto Bolognese; e i Siciliani, | Che fur già primi, e quivi eran da sezzo. (IV, 35)
  • I' che gioir di tal vista non soglio | per lo secol noioso in ch'i' mi trovo, | voto d'ogni valor, pien d'ogni orgoglio, | l'abito in vista sì leggiadro e novo | mirai, alzando gli occhi gravi e stanchi, | ch'altro diletto che 'mparar non provo. (I, 16)
  • Tal biasma altrui che sè stesso condanna. (I, 118)
  • Stanco già di mirar, non sazio ancora. (II, 1)
  • Ben è 'l viver mortal, che sì n'aggrada, | Sogno d'infermi e fola di romanzi. (III, 65-66)
  • Tutti siam macchiati d'una pece. (III, 99)
  • S'Affrica pianse, Italia non ne rise. (IV, 83)
  • Ragion contra forza non ha loco. (IV, 111)

Trionfo del Tempo[modifica]

  • Nel fuggir del sole | La ruina del mondo manifesta. (68-69)
  • Infinita è la schiera degli sciocchi. (87)
  • Passan vostri triunfi e vostre pompe, | Passan le signorie, passano i regni; | Ogni cosa mortal Tempo interrompe. (111-114)

Trionfo dell'Eternità[modifica]

  • Passa il penser sì come sole in vetro, | anzi più assai, però che nulla il tene.

Trionfo della Morte[modifica]

Trionfo della Pudicizia[modifica]

  • Pensier canuti in giovenil etate. (88)

Incipit di alcune opere[modifica]

De secreto conflictu curarum mearum (Secretum)[modifica]

Attonito michi quidem et sepissime cogitanti qualiter in hanc vitam intrassem, qualiter ve forem egressurus, contigit nuper ut non, sicut egros animos solet, somnus opprimeret, sed anxium atque pervigilem mulier quedam inenarrabilis etatis et luminis, formaque non satis ab hominibus intellecta, incertum quibus viis adiisse videretur.

Le senili[modifica]

Scrivendo un giorno al mio Socrate io mi doleva che l'anno del secol nostro 1348, per la morte di tanti amici, tutte quasi mi avesse rapite le consolazioni della vita: e ben mi ricorda quanti furono allora i miei lamenti e le mie lagrime. Ora che far dovrò in questo anno sessantunesimo, che non solo di ogni altro tesoro, ma di quello che sopra tutti m'ebbi prezioso e carissimo, di Socrate mio, m'ebbe spogliato?

Citazioni su Francesco Petrarca[modifica]

  • Ah! se il cantor di Laura avesse consacrato tutte le sue pagine al santo amore, di qual celeste armonia non ci beerebbe il suo canto immortale! (Guglielmo Audisio)
  • La sua "capacità di introspezione" lo rende romantico e moderno. (Giuseppe Prezzolini, da Storia tascabile della letteratura italiana – Biblioteca del Vascello, 1993)
  • Noi non sappiamo in che tempo precisamente si cominciassero a scrivere queste frottole [nome dato anche alle barzellette] che son letterario riflesso delle cantilene giullaresche. Forse il primo tentativo di nobilitare le sconnesse cantilene care ai volghi fu fatto dal gran perfezionatore d'ogni forma della nostra lirica, da Francesco Petrarca: quasi certamente è fattura sua certa frottola che comincia «Di ridere ho gran voglia»... (Francesco Flamini)
  • Quel dolce di Calliope labbro | che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma | d'un velo candidissimo adornando, | rendea nel grembo a Venere Celeste. (Ugo Foscolo)
  • Se Laura fosse stata la moglie di Petrarca, pensate che lui avrebbe scritto sonetti tutta la vita? (George Gordon Byron)
  • Tutta l'opera di Petrarca si potrebbe riassumere nel verso di Sergio Endrigo: «Dite a Laura che l'amo». (Vittorio Sgarbi)

Antonio Cesari[modifica]

  • Nelle tre canzoni sorelle sopra gli occhi di M. Laura, chi può abbastanza ammirare la fecondità di quell'altissimo ingegno, che da tante parti seppe trar cagione di lodare quegli occhi; e le cose, che pareano lontanissime dal suo argomento, far con maraviglioso artifizio servire ad innalzare quella bellezza?
  • Nella canzone Spirito gentil, non abbiamo noi un'orazione in genere deliberativo delle più belle, per confortar quel tribuno a rivendicare la libertà del popol di Roma, cavandone gli argomenti da' luoghi oratorii della onestà e facilità d'impresa, annullando le forze del contrario partito, e dell'utilità grandissima che al popolo, e della gloria che a lui ne sarebbe seguita. Il medesimo si dica dell'altre due Italia mia, ed O aspettando in ciel, con l'arte medesima lavorate.
  • Ma in quella che comincia Quell'antico mio dolce empio signore (che può appartenere al genere giudicale) in cui il poeta introduce una lite fra sé ed amore dinanzi al tribunale della ragione, non tratta egli i più forti argomenti d'aggravar l'avversario suo di crudeltà, frode e ingiustizia, per concitargli contro l'odio del giudice, e la compassione verso di sé? E nella seconda parte, qual difesa non fa amore della sua causa! come abbatte le ragioni dell'emulo suo, e tutte contra gliele rivolge; amplificando i benefizi a lui fatti, e la gloria a cui, sua mercé, egli era salito! Or non è questa eloquenza?

Note[modifica]

  1. Cfr. Publio Ovidio Nasone: «Ti odierò, se potrò; altrimenti ti amerò mio malgrado».
  2. Da De remediis utriusque fortune; citato in Giuseppe Fumagalli, L'ape latina, Hoepli, 1987.
  3. Citato in Niccolò Machiavelli, Il principe: Virtù contro a furore | prenderà l'arme; e fia el combatter corto, | ché l'antico valore | nell'italici cor non è ancor morto.
  4. a b c d e f g h i j k l m n o p q Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921.

Bibliografia[modifica]

  • Francesco Petrarca, Canzoniere (Rerum Vulgarium Fragmenta), Testo critico e introduzione di Gianfranco Contini, annotazioni di Daniele Ponchiroli, Giulio Einaudi Editore, 1989. ISBN 8806007866
  • Francesco Petrarca, De secreto conflictu curarum mearum (Secretum), in "Prose", a cura di G. Martellotti e P. G. Ricci, E. Carrara, P. G. Ricci, Riccardo Ricciardi editore, Milano-Napoli, 1955.
  • Francesco Petrarca, I trionfi, a cura di Guido Bezzola sul testo approntato da Raffaello Ramat per i Classici Rizzoli (Milano 1957), edizione Rizzoli (B.U.R), Milano, 1997. ISBN 8817124702
  • Francesco Petrarca, Le senili, volgarizzate e dichiarate con note da Giuseppe Fracassetti, Firenze, Le Monnier, 1879-1870.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]

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