Niccolò Machiavelli

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Niccolò Machiavelli

Niccolò Machiavelli (1469 – 1527), politico, filosofo e scrittore italiano.

Citazioni di Niccolò Machiavelli[modifica]

  • Dove men si sa, più si sospetta. (da Dell'ingratitudine)
  • E Francesi per natura sono più fieri che gagliardi o destri; e in uno primo impeto chi può resistere alla ferocità loro, diventono tanto umili, e pèrdono in modo l'animo che diventono vili come femmine. E anche sono insopportabili di disagi e incomodi loro; e col tempo straccurono[1] le cose in modo che è facile, col trovargli in disordine, superargli. (da Scritti politici: Il ritratto delle cose di Francia)
  • E poiché la fortuna vuol fare ogni cosa, ella si vuol lasciar fare.[2] (da Lettera a Francesco Vettori, 10 dicembre 1513, in Lettere familiari)
  • Gli uomini non buoni temono sempre che altri non operi contro di loro quello che pare loro meritare. (da La mente di un uomo di stato)
  • Il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini, che hanno avuto sempre le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri, e chi serve volentieri, e chi si ribella ed è ripreso. (da Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati)
  • La istoria è la maestra delle azioni nostre. (da Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati)
  • La notte che morì Pier Soderini. | L'anima andò dell'inferno alla bocca. | Gridò Pluton: Che inferno! anima sciocca, | Va su nel limbo fra gli altri bambini. (epigramma citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 506)
  • La via dello andare allo inferno era facile, poiché si andava allo ingiù e a chiusi occhi. (da La vita di Castruccio Castracani da Lucca),
  • Lo strepito dell'armi e de' cavalli | non poté far che non fosse sentita | la voce di un Cappon fra cento Galli | tanto che il re superbo fé partita. (da Decennali)
  • Ma quella lingua si chiama d'una patria, la quale convertisce i vocaboli ch'ella ha accattati da altri nell'uso suo, ed è sì potente che i vocaboli accattati non la disordinano, ma ella disordina loro; perché quello ch'ella reca da altri, lo tira a sé in modo che par suo. (da Discorso intorno alla nostra lingua)
  • Oh dolce notte, oh sante | ore notturne e quete, | Ch'i disïosi amanti accompagnate; | in voi s'adunan tante | letizie, onde voi siete sole cagion di far l'alme beate. (da Oh dolce notte...)
  • Perché li populi [3] in privato sieno ricchi, la ragione è questa: che vivono come poveri, non edificano,[4]. non vestono e non hanno masserizie in casa; e basta loro abundare di pane, di carne, e avere una stufa dove rifuggire il freddo; e chi non ha dell'altre cose, fa sanza esse e non le cerca. Spendendosi in dosso[5] due fiorini in dieci anni, e ognuno vive secondo il grado suo a questa proporzione; e nessuno fa conto di quello che li manca, ma di quello ha di necessità; e le loro necessità sono assai minori delle nostre. (da Scritti politici: Il ritratto delle cose della Magna[6])
  • Quanto è più propinquo l'uomo a uno suo desiderio più lo desidera, e non lo avendo, maggiore dolore sente. (da Clizia, atto I, scena II)
  • Sendo invitato a cena da Taddeo Bernardi lucchese, uomo ricchissimo e splendidissimo, e, arrivato in casa, mostrandogli Taddeo una camera parata tutta di drappi e che aveva il pavimento composto di pietre fine, le quali, di diversi colori diversamente tessute, fiori e fronde e simili verzure rappresentavano, ragunatosi Castruccio assai umore in bocca, lo sputò tutto in sul volto a Taddeo. Di che turbandosi quello, disse Castruccio: – Io non sapevo dove mi sputare che io ti offendessi meno. (da La vita di Castruccio Castracani da Lucca)
  • Se nel mondo tornassino i medesimi uomini, come tornano i medesimi casi, non passerebbono mai cento anni, che noi non ci trovassimo un'altra volta insieme a fare le medesime cose che ora. (da Clizia)
  • Si ricordino i prìncipi, che si cominciano le guerre quando altri vuole, ma non quando altri vuole si finiscono. (da La mente di un uomo di stato)
  • Tu bada ben che l'aver in le tue mani il potere della Repubblica e il plauso di chi crede che si possa governare senza inganno non ti è bastante, poiché non è tanto la novità che conta, ma produrre il nuovo. Quindi ascolta e pruovoca il popolo perché parli a costo di causare in te risentimento. Non credere che questo sia disordine e perdita di tempo e che si facci meglio a non descutere et computare. Non è il tempo che si conzuma nel confronto cosa da deprecare. L'errore che non truoverà mai rimedio è quello del resolvere ogni decisione per applaudimento. Uno bono descurso con retorica piazzata ad uopo, qualcuna frase dal bon suono e via che se cammina più spediti che mai. Tu debbi insegnare a razionare ogni idea o pruogramma tre volte più che non lo sia il raggionevole. Trista gente è quella di un popolo che segue lo sbatter di bandere e stendardi piuttosto che le idee ben mastecate. (da Scritti di governo[7])
  • Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango, et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per 4 hore di tempo alcuna noia, sdimenticho ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte; tucto mi transferisco in loro. (da Lettera a Francesco Vettori, Firenze, 10 dicembre 1513, in Tutte le opere, a c. di M. Martelli, Firenze, Sansoni, 1971; citato in Classici italiani)

Attribuite[modifica]

  • Il fine giustifica i mezzi.
[Citazione errata] Questa citazione non è attestata in nessuna delle opere machiavelliane. Nel capitolo XVIII del Principe tuttavia è presente una citazione simile e il famoso motto potrebbe essere considerato una sintesi di questa citazione: «[...] nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de' Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati [...]».[8]

Il Principe[modifica]

Incipit[modifica]

Tutti gli stati, tutti e' dominii che hanno avuto e hanno imperio sopra li uomini, sono stati e sono o republiche o principati. E' principati sono, o ereditarii, de' quali el sangue del loro signore ne sia suto lungo tempo principe, o e' sono nuovi. E' nuovi, o sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza, o sono come membri aggiunti allo stato ereditario del principe che li acquista, come è el regno di Napoli al re di Spagna. Sono questi dominii così acquistati, o consueti a vivere sotto un principe, o usi ad essere liberi; e acquistonsi o con le armi d'altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù.

Citazioni[modifica]

  • A uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l'uomo. (cap. XVIII)
  • Camminando gli uomini quasi sempre per le vie battute da altri, e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie di altri al tutto tenere, né alla virtù di quelli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quelli che sono stati eccellentissimi imitare; acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore: e fare come gli arcieri prudenti, a' quali parendo el loco dove disegnano ferire troppo lontano e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il loco destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per poter con l'aiuto di sì alta mira pervenire al disegno loro.
  • Così come coloro che disegnano e paesi si pongono bassi nel piano a considerare la natura de' monti e de' luoghi alti, e per considerare quella de' bassi si pongono alti sopra e monti, similmente, a conoscere bene la natura de' populi bisogna essere principe, e a conoscere bene quella de' principi bisogna essere populare. (dalla Dedica)
  • Dal momento che l'amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che amati.
  • La guerra non si lieva, ma si differisce a vantaggio d'altri. (cap. III)
  • E sanza quella occasione, la virtù dell'animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano. (cap VI)
  • Gli uomini dimenticano piuttosto la morte del padre, che la perdita del patrimonio. (XXII)
  • Gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani, perché tocca a vedere a ciascuno, a sentire a pochi. Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei. (XVIII)
  • Governare è far credere.
  • La fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. (cap. XXV)
  • La natura de' populi è varia; ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.
  • Li uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere; perché si vendicano delle leggieri offese, delle gravi non possono: sí che l'offesa che si fa all'uomo debbe essere in modo che la non tema la vendetta.
  • Ma la poca prudenza degli uomini comincia una cosa che, per sapera allora di buono, non si accorge del veleno che vi è sotto. (cap XIII)
  • Mai a uno principe mancorono cagioni legittime di colorare la inosservanzia.
  • Né può essere, dove è grande disposizione, grande difficultà.
  • [...] nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de' Principi, dove non è giudizio a chi reclamare, si guarda al fine. Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati [...] (cap. XVIII)
  • Non può, pertanto, un signore prudente né debbe osservar la fede, quando tale osservanzia gli torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. (XVIII)
  • Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico poter essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi. Et assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s'adirano, allagano e' piani, ruinanogli alberi e gli edifizii, bevono da questa parte terreno, pongono da quell'altra; ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E benché sieno così fatti, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessimo fare provvedimenti, e con ripari e argini, in modo che, crescendo poi, o egli andrebbono per uno canale, o l'impeto loro non sarebbe né sì licenzioso né sì dannoso.
    Similmente interviene della fortuna; la quale dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle; e quivi volta li sua impeti dove la sa che non sono fatti gli argini e li ripari a tenerla. (cap. XXV)
  • Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se'. (cap. XVIII)
  • Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non astuzia, ciascuno lo intende: nondimanco si vede per esperienza ne' nostri tempi quelli prìncipi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno con l'astuzia saputo aggirare e cervelli delli uomini; e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati sulla lealtà (cap. XVIII)
  • Quello del populo è più onesto fine che quello de' grandi, volendo questi opprimere e quello non essere oppresso. (cap. IX)
  • Sendo adunque uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe [volpe] e il lione, perché il lione non si difende da' lacci, la golpe non si difende da' lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere e lacci e lione a sbigottire e lupi. (cap. XVIII)
  • Sono tanto semplici gli uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare. (cap. XVIII)

Explicit[modifica]

Quali porte se li serrerabano? Quali populi li negherebbero la obedienzia? Quale invidia se li opporrebbe? Quale Italiano li negherebbe l'ossequio? A ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli adunque la illustre Casa Vostra questo assunto con quello animo e con quella speranza chesi pigliano le imprese iuste; acciò che sotto la sua insegna, e questa patria ne sia nobilitata, e sotto li sua auspizii si verifichi quel detto del Petrarca:
Virtù contro a furore
prenderà l'arme; e fia el combatter corto,
ché l'antico valore
nell'italici cor non è ancor morto.

Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio[modifica]

Incipit[modifica]

Ancora che per la invidia natura degli uomini sia sempre suto non altrimenti periculoso trovare modi ed ordini nuoviche si fusse cercare acque e terre incognite, per essere quelli più pronti a biasimare che a laudare le azioni d'altri, nondimanco, spinto da quel naturale desiderio che fu sempre in me di operare senza alcuno respetto quelle cose che io creda rechino comune benefizio a ciascuno, ho deliberato entrare per una via, la quale, non essendo suta ancora da alcuno trita, se la mi arrecherà fastidio e difficultà, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche il fine considerassimo.

Citazioni[modifica]

  • E veramente, mai fu alcuno ordinatore di leggi straordinarie in uno popolo che non ricorresse a Dio perché altrimente non sarebbero accettate: perché sono molti i beni conosciuti da uno prudente, i quali non hanno in sé ragioni evidenti da poterli persuadere a altrui.
    Però gli uomini savi, che vogliono forre questa difficultà, ricorrono a Dio. Così fece Licurgo, così Solone, così molti altri che hanno avuto il medesimo fine di loro. [...] E come la osservanza del culto divino è cagione della grandezza delle republiche, così il dispregio di quello è cagione della rovina d'esse. Perché, dove manca il timore di Dio, conviene o che quel regno rovini, o che sia sostenuto dal timore d'uno principe che sopperisca a' difetti della religione. (I, 11)
  • Qualunque volta è tolto agli uomini il combattere per necessità, combattono per ambizione. (I, 37)
  • Dopo il 1494, sendo stati i principi della città cacciati da Firenze, e non vi essendo alcuno governo ordinato, ma più tosto una certa licenza ambiziosa, ed andando le cose publiche di male in peggio; molti popolari, veggendo la rovina della città, e non ne intendendo altra cagione, ne accusavano la ambizione di qualche potente che nutrisse i disordini, per potere fare uno stato a suo proposito, e tôrre loro la libertà; e stavano questi tali per le logge e per le piazze, dicendo male di molti cittadini, minacciandogli che, se mai si trovassino de' Signori, scoprirebbero questo loro inganno, e gli gastigarebbero. Occorreva spesso che di simili ne ascendeva al supremo magistrato; e come egli era salito in quel luogo, e che vedeva le cose più da presso, conosceva i disordini donde nascevano, ed i pericoli che soprastavano, e la difficultà del rimediarvi. E veduto come i tempi, e non gli uomini, causavano il disordine, diventava subito d'un altro animo, e d'un'altra fatta; perché la cognizione delle cose particulari gli toglieva via quello inganno che nel considerarle generalmente si aveva presupposto. Dimodoché, quelli che lo avevano prima, quando era privato, sentito parlare, e vedutolo poi nel supremo magistrato stare quieto, credevono che nascessi, non per più vera cognizione delle cose, ma perché fusse stato aggirato e corrotto dai grandi. Ed accadendo questo a molti uomini, e molte volte, ne nacque tra loro uno proverbio che diceva: Costoro hanno uno animo in piazza, ed uno in palazzo. (I, 47)
  • La natura ha creato gli uomini in modo che possono desiderare ogni cosa, e non possono conseguire ogni cosa; talché essendo sempre maggiore il desiderio, che la potenza dello acquistare, ne risulta la magra contentezza di quello che si possiede, e la poca satisfazione di esso.
  • Il popolo molte volte desidera la rovina sua ingannato da una falsa specie di bene; e come le grandi speranze e gagliarde promesse facilmente lo muovono. (I, 53)
  • [...] dice Tito Livio [...] che tutti insieme sono gagliardi, e, quando ciascuno poi comincia a pensare al proprio pericolo, diventa vile e debole.
    Nessuna cosa essere più vana e più incostante che la moltitudine, così Tito Livio nostro, come tutti gli altri istorici, affermano. (I, 57-58)

Explicit[modifica]

Erano in Roma, per la liberalità che i Romani usavano di donare la civiltà a' forestieri, nate tante genti nuove che le cominciavano avere tanta parte ne' suffragi che il governo cominciava a variare, e partivasi da quelle cose e da quelli uomini dove era consueto andare. Di che accorgendosi Quinto Fabio che era Censore, messe tutte queste genti nuove, da chi dipendeva questo disordine, sotto quattro Tribù, acciocché non potessono, ridutti in sì piccoli spazi, corrompere tutta Roma. Fu questa cosa bene conosciuta da Fabio e postovi sanza alterazione conveniente rimedio, il quale fu tanto accetta a quella civiltà ch'e' meritò di essere chiamato Massimo.

Dell'arte della guerra[modifica]

Incipit[modifica]

Perché io credo che si possa lodare dopo la morte ogni uomo, sanza carico, sendo mancata ogni cagione e sospetto di adulazione, non dubiterò di lodare Cosimo Rucellai nostro, il nome del quale non fia mai ricordato da me sanza lagrime, avendo conosciute in lui quelle parti le quali, in uno buono amico dagli amici, in uno cittadino dalla sua patria si possono disiderare.

Citazioni[modifica]

  • Può la disciplina nella guerra più che il furore.
  • Niuno sanza invenzione fu mai grande uomo nel mestiere suo.
  • Quello che giova al nimico nuoce a te, e quel che giova a te nuoce al nimico.
  • Colui che sarà nella guerra più vigilante a osservare i disegni del nimico e più durerà fatica ad esercitare il suo esercito, in minori pericoli incorrerà e più potrà sperare della vittoria.
  • Non condurre mai a giornata i tuoi soldati, se prima non hai confermato l'animo loro e conosciutogli sanza paura e ordinati, né mai ne farai pruova, se non quando vedi ch'egli sperano di vincere.
  • Meglio è vincere il nimico con la fame che col ferro, nella vittoria del quale può molto più la fortuna che la virtù.
  • Niuno partito è migliore che quello che sta nascoso al nimico infino che tu lo abbia eseguito.
  • Sapere nella guerra conoscere l'occasione e pigliarla, giova più che niuna altra cosa.
  • La natura genera pochi uomini gagliardi; la industria e lo esercizio ne fa assai.
  • Quando si partono alcuni dalla parte nimica per venire a' servizi tuoi, quando sieno fedeli vi sarà sempre grandi acquisti; perché le forze degli avversari più si minuiscono con la perdita di quegli che si fuggono, che di quegli che sono ammazzati, ancora che il nome de' fuggitivi sia a' nuovi amici sospetto, a' vecchi odioso.
  • Meglio è, nell'ordinare la giornata, riserbare dietro alla prima fronte assai aiuti, che, per fare la fronte maggiore, disperdere i suoi soldati.
  • Difficilmente è vinto colui che sa conoscere le forze sue e quelle del nimico.
  • Più vale la virtù de' soldati che la moltitudine; più giova alcuna volta il sito che la virtù.
  • Le cose nuove e subite sbigottiscono gli eserciti; le cose consuete e lente sono poco stimate da quegli; però farai al tuo esercito praticare e conoscere con piccole zuffe un nimico nuovo, prima che tu venga alla giornata con quello.
  • Colui che seguita con disordine il nimico poi ch'egli è rotto, non vuole fare altro che diventare, di vittorioso, perdente.
  • Quello che non prepara le vettovaglie necessarie al vivere è vinto sanza ferro.
  • Chi confida più ne' cavagli che ne' fanti, o più ne' fanti che ne' cavagli, si accomodi col sito.
  • Quando tu vuoi vedere se, il giorno, alcuna spia è venuta in campo, fa' che ciascuno ne vadia al suo alloggiamento.
  • Muta partito, quando ti accorgi che il nimico l'abbia previsto.
  • Consigliati, delle cose che tu dèi fare, con molti; quello che di poi vuoi fare conferisci con pochi.
  • I soldati, quando dimorano alle stanze, si mantengano col timore e con la pena; poi, quando si conducono alla guerra, con la speranza e col premio.
  • I buoni capitani non vengono mai a giornata se la necessità non gli strigne o la occasione non gli chiama.
  • Fa' che i tuoi nimici non sappiano come tu voglia ordinare l'esercito alla zuffa: e in qualunque modo l'ordini, fa' che le prime squadre possano essere ricevute dalle seconde e dalle terze.
  • Nella zuffa non adoperare mai una battaglia ad un'altra cosa che a quella per che tu l'avevi deputata, se tu non vuoi fare disordine.
  • Agli accidenti subiti con difficultà si rimedia, a' pensati con facilità.
  • Gli uomini, il ferro, i danari e il pane sono il nervo della guerra; ma di questi quattro sono più necessarii i primi due, perché gli uomini e il ferro truovano i danari e il pane, ma il pane e i danari non truovano gli uomini e il ferro.
  • Il disarmato ricco è premio del soldato povero.
  • Avvezza i tuoi soldati a spregiare il vivere delicato e il vestire lussurioso.

Explicit[modifica]

Ma quanto a me si aspetta, per essere in là con gli anni me ne diffido. E veramente, se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto stato quanto basta a una simile impresa, io crederei in brevissimo tempo avere dimostro al mondo quanto gli antichi ordini vagliono; e sanza dubbio o io l'arei accresciuto con gloria o perduto senza vergogna.

Favola di Belfagor arcidiavolo[modifica]

Incipit[modifica]

Leggesi nelle antiche memorie delle fiorentine cose come già s'intese, per relazione, di alcuno santissimo uomo, la cui vita, apresso qualunque in quelli tempi viveva, era celebrata, che, standosi abstratto nelle sue orazioni, vide mediante quelle come, andando infinite anime di quelli miseri mortali, che nella disgrazia di Dio morivano, all'inferno, tutte o la maggior parte si dolevono, non per altro, che per avere preso moglie essersi a tanta infelicità condotte. Donde che Minos e Radamando insieme con gli altri infernali giudici ne avevano maraviglia grandissima. E, non potendo credere, queste calunnie, che costoro al sesso femmineo davano, essere vere, e crescendo ogni giorno le querele, e avendo di tutto fatto a Plutone conveniente rapporto, fu deliberato per lui di avere sopra questo caso con tutti gl'infernali principi maturo essanime, e pigliarne dipoi quel partito che fussi giudicato migliore per scoprire questa fallacia, o conoscerne in tutto la verità.

Citazioni[modifica]

  • Andando infinite anime di quelli miseri mortali, che nella disgratia di Dio morivano, all'inferno, tucte o la maggior parte si dolevono, non per altro, che per havere preso moglie essersi a tanta infelicità condotte.

Istorie fiorentine[modifica]

Incipit[modifica]

I popoli i quali nelle parti settentrionali di là dal fiume del Reno e del Danubio abitano, sendo nati in regione generativa e sana, in tanta moltitudine molte volte crescono, che parte di loro sono necessitati abbandonare i terreni patrii e cercare nuovi paesi per abitare. L'ordine che tengono, quando una di quelle provincie si vuole sgravare di abitatori, è dividersi in tre parti, compartendo in modo ciascuno, che ogni parte sia di nobili e ignobili, di ricchi e poveri ugualmente ripiena; di poi quella parte alla quale la sorte comanda va a cercare suo fortuna, e le due parti sgravate del terzo di loro si rimangono a godere i beni patrii.

Citazioni[modifica]

  • Coloro che vincono, in qualunque modo vincono, mai non ne riportono vergogna. (III)
  • Meglio città guasta che perduta. (VII)
  • Non fu mai savio partito fare disperare gli uomini, perché chi non spera il bene non teme il male.

Incipit di alcune opere[modifica]

Clizia[modifica]

PALAMEDE, CLEANDRO

Pal. Tu esci sì a buon'ora di casa?
Cle. Tu, donde vieni sì a buon'ora?
Pal. Da fare una mia faccenda.
Cle. Ed io vo a farne un'altra, o, a dire meglio, a cercarla di fare, perché s'io la farò, non ne ho certezza alcuna.

Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua[modifica]

Sempre che io ho potuto onorare la patria mia, eziandio con mio carico e pericolo, l'ho fatto volentieri; perché l'uomo non ha maggiore obbligo nella vita sua che con quella, dependendo prima da essa l'essere e, di poi, tutto quello che di buono la fortuna e la natura ci hanno conceduto; e tanto viene a esser maggiore in coloro che hanno sortito patria più nobile. E veramente colui il quale con l'animo e con le opere si fa nimico della sua patria, meritamente si può chiamare parricida, ancora che da quella fosse suto offeso.

I capitoli[modifica]

Di Fortuna[modifica]

Con che rime giammai o con che versi
canterò io del regno di Fortuna,
e de' suo' casi prosperi e avversi?
E come iniuriosa ed importuna,
secondo iudicata è qui da noi,
sotto il suo seggio tutto il mondo aduna?

Dell'Ingratitudine[modifica]

Giovanni Folchi, il viver mal contento,
pe 'l dente de l'Invidia che mi morde,
mi darebbe più doglie e più tormento,
se non fussi ch'ancor le dolci corde
d'una mia cetra che suave suona,
fanno le Muse al mio cantar non sorde;
non sì ch'i' speri averne altra corona
non sì ch'io creda che per me s'aggiunga
una gocciola d'acqua ad Elicona.

Dell'Ambizione[modifica]

Luigi, poi che tu ti maravigli
di questo caso ch'a Siena è seguìto,
non mi par che pe 'l verso il mondo pigli;
e se nuovo ti par quel ch'hai sentito,
come tu m'hai certificato e scritto,
pensa un po' meglio a l'umano appetito.

Dell'Occasione[modifica]

– Chi se' tu, che non par' donna mortale,
di tanta grazia el ciel t'adorna e dota?
Perché non posi? e perché a' piedi hai l'ale? -
- Io son l'Occasione, a pochi nota;
e la cagion che sempre mi travagli,
è perch'io tengo un piè sopra una rota.

I decennali[modifica]

Io canterò l'italiche fatiche,
seguìte già ne' duo passati lustri
sotto le stelle al suo bene inimiche.
Quanti alpestri sentier, quanti palustri
narrerò io, di sangue e morti pieni,
pe 'l variar de' regni e stati illustri!

L'Asino[modifica]

I vari casi, la pena e la doglia
che sotto forma d'un Asin soffersi,
canterò io, pur che fortuna voglia.
Non cerco ch'Elicona altr'acqua versi,
o Febo posi l'arco e la faretra
e con la lira accompagni i miei versi;
sì perché questa grazia non s'impetra
in questi tempi, sì perch'io son certo
ch'al suon d'un raglio non bisogna cetra.
Né cerco averne prezzo, premio o merto;
e ancor non mi curo che mi morda
un detrattore, o palese o coperto;
ch'io so ben quanto gratitudo è sorda
a' preghi di ciascuno, e so ben quanto
de' beneficii un Asin si ricorda.

La vita di Castruccio Castracani da Lucca[modifica]

E' pare, Zanobi e Luigi carissimi, a quegli che la considerano, cosa maravigliosa che tutti coloro, o la maggiore parte di essi, che hanno in questo mondo operato grandissime cose, e intra gli altri della loro età siano stati eccellenti, abbino avuto il principio e il nascimento loro basso e oscuro, o vero dalla fortuna fuora d'ogni modo travagliato; perché tutti o ei sono stati esposti alle fiere, o egli hanno avuto sì vil padre che, vergognatisi di quello, si sono fatti figliuoli di Giove o di qualche altro Dio.

Legazione al duca Valentino[modifica]

Trovandomi io al partire di costì non molto bene a cavallo, e parendomi che la commissione mia ricercasse celerità, montai a Scarperia in poste, e ne venni senza intermissione a questa volta.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Lettera a Francesco Vettori[modifica]

Magnifico ambasciatore. Tarde non furon mai grazie divine. Dico questo, perché mi pareva haver perduta no, ma smarrita la grazia vostra, sendo stato voi assai tempo senza scrivermi; ed ero dubbio donde potessi nascere la cagione. E di tutte quelle mi venivono nella mente tenevo poco conto, salvo che di quella quando io dubitavo non vi havessi ritirato da scrivermi, perché vi fussi suto scritto che io non fussi buon massaio delle vostre lettere; e io sapevo che, da Filippo e Pagolo in fuora, altri per mio conto non le haveva viste.

Mandragola[modifica]

Callimaco Siro, non ti partire, i' ti voglio un poco.
Siro Eccomi.
Callimaco Io credo che tu ti maravigliassi assai della mia subita partita da Parigi; ed ora ti maravigli, sendo io stato qui già un mese sanza fare alcuna cosa.
Siro Voi dite el vero.

Citazioni su Niccolò Machiavelli[modifica]

  • A tanto nome, nessun elogio adeguato. (inciso nel monumento eretto a Machiavelli nel 1787 in Santa Croce)[9]
Tanto nomini nullum par elogium.
  • Di Machiavelli si ricorda con proterva inesattezza l'adagio di comodo maneggio individuale secondo cui il fine giustifica i mezzi, ma si ignora che l'intero corpo della sua riflessione fa perno sulla necessità di un elemento fiduciario fra governanti e governati e sulla convinzione che solo un solido apparato militare nazionale ne sia il garante interno ed esterno. (Walter Barberis)
  • Due piaghe che oggi pur troppo, spero per breve tempo, contaminano le classi più agiate e minacciano di sviare il progresso Italiano: il Machiavellismo e il Materialismo. Il primo, travestimento meschino della scienza d'un Grande infelice[10], v'allontana dall'amore e dall'adorazione schietta e lealmente audace della Verità [...]. (Giuseppe Mazzini)
  • Il Principe di Machiavelli ha una concezione e visione volgare del desiderio. [...] Sono sempre tantissimi i pirla politici che interpretano Il Principe come un trattato scientifico e non come un vaudeville rinascimentale steso da un depresso cortigiano di seconda segata. (Aldo Busi)
  • Machiavelli scriveva rivolgendosi solo a un certo numero di iniziati. I dottrinari del realismo politico parlano al pubblico. (Georges Bernanos)
  • Non siamo un popolo né di santi né di poeti né di artisti né di navigatori: siamo un popolo di pesci in barile. Il nostro modello non è il Machiavelli del «fine che giustifica i mezzi» ma il Guicciardini del «proprio particulare». (Roberto Gervaso)
  • Quando Machiavelli scriveva queste cose, l'Italia si trastullava ne' romanzi e nelle novelle, con lo straniero in casa. Era il popolo meno serio del mondo e meno disciplinato. La tempra era rotta. Tutti volevano cacciar lo straniero, a tutti "puzzava il barbaro dominio", ma erano velleità. E si comprende come Machiavelli miri principalmente a ristorare la tempra, attaccando il male nella sua radice. (Francesco De Sanctis)
  • Un politico che conosceva gli uomini e voleva dire la verità. (Antonio Genovesi)
  • Quel grande | che temprando lo scettro a' regnatori | gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela | di che lagrime grondi e di che sangue (Ugo Foscolo)

Note[modifica]

  1. Trascurano.
  2. In edizioni delle opere più recenti, la citazione è riportata nella forma: "E poiché la fortuna vuol fare ogni cosa, ella si vuole lasciarla fare".
  3. I popoli tedeschi: qui il Machiavelli si riferisce particolarmente ai tirolesi.
  4. Machiavelli non considerava edifici le case in legno dei tirolesi, che alla sua vista parvero poco più che capanne
  5. Spendendo per il proprio vestire
  6. Alemagna o Lamagna, cioè Germania, sia pur limitatamente alle zone da lui visitate, massime il Tirolo
  7. Citato in Dario Fo, Bello figliolo che tu se', Raffaello, a cura di Franca Rame, Franco Cosimo Panini Editore, 2006.
  8. Cfr. Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 478.
  9. Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli.
  10. Il Machiavelli per le disavventure incontrate come uomo «pubblico». (nota del curatore del libro)

Bibliografia[modifica]

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