Erri De Luca

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Erri De Luca

Erri De Luca (1950 – vivente), scrittore, traduttore e poeta italiano.

Citazioni di Erri De Luca[modifica]

  • [Le biografie] A me piacciono molto, perché hanno a che vedere con una vera vita vissuta. Ma io so scrivere solo su me stesso.[1]
  • A Napoli mancò uno straccio di re che capisse che nell'Europa delle nazioni l'Italia era destino inevitabile. Mancò un re che stipulasse coi modesti Savoia, signori di una provincia subalpina, un contratto Italia almeno alla pari, non tra occupanti e occupati. Napoli da allora è una capitale europea abrogata, non decaduta ma soppressa, come se Londra fosse stata soppiantata da Edimburgo. Così è andata e questa è la materia della sua ragionevole strafottenza verso la condizione di capoluogo di regione. Se non si vede l'evidenza dell'enorme orgoglio assopito nei suoi cittadini, non si sta parlando di lei. (da Napòlide)[2]
  • Ci sono uomini che morendo chiudono dietro di loro un mondo intero. A distanza di anni se ne accetta la perdita solo concedendo che in verità morirono in tempo. (da In alto a sinistra)
  • Così l'attenzione che il mondo ha nei confronti di Gerusalemme è dovuta al fatto che è comunque un centro nervoso, mentre Napoli è solo un luogo narrativo, leggendario e singolare, musicale, teatrale, criminale: insomma, leggendario.[3]
  • È la più certa prova d'amore quella di un uomo che cambia parere per essere d'accordo con la donna. (da In nome della madre, Feltrinelli)
  • E se fu città violata da un numero esorbitante di vincitori, se fu militarmente indifendibile quel golfo spalancato, per reazione rese inespugnabili i suoi cittadini: ognuno di essi è città intera, sapendo di esserlo e di rappresentarla. (da Napòlide)[2]
  • [Napoli] È stata una capitale europea troppo a lungo per accontentarsi di essere solo un capoluogo di regione, questo ne fa un'isola anomala.[4]
  • Il lettore vuole lasciarsi incidere da quello che legge, conservare un graffio nella memoria che gli permetta un giorno di mostrare la sua conoscenza attraverso un nome, un titolo, un personaggio. (da Impressioni di un lettore spettatore)
  • Il presente è la sola conoscenza che serve. (da Il peso della farfalla)
  • [In risposta al senatore Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi] Il potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l'aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita. I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l'ambiente ben ventilato. Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato.[5]
  • Il torto è spesso meglio distribuito di quanto ci piace credere. (da In alto a sinistra)
  • L'Italia è un caso clinico, e Napoli è una sua esponente significativa. Anche perché ha una eco planetaria, a differenza di Busto Arsizio.[6]
  • La felicità è un agguato. Si viene presi alla sprovvista e forse è meglio così.[4]
  • Mauro Corona è un uomo leale, scala montagne in stile pulito, scolpisce legno seguendo la vena e la luna, scrive libri e storie di persone vere e perciò rare. (citato in Mauro Corona, Nel legno e nella pietra, Mondadori)
  • Napoli ha avuto nella sua storia problemi duri e seri, che l'hanno resa una città non del Sud d'Italia, ma del mondo.[6]
  • Napoli è stata una capitale d'Europa, Roma il centro della cristianità: non appartengono al Centro Sud, appartengono al mondo e perciò si ignorano. Troppo vicine per potersi misurare, sono due immensità separate dalla storia. Hanno avuto in comune una gran folla di abitanti dentro le mura, questo ha reso temibile il popolo, gli ha dato un'aria sorniona da signore decaduto, consapevole del suo rango.[7]
  • Napoli è una città che brulica di vita e di storia, ha avuto un passato grandioso e ha energie non solo per partecipare a un futuro, ma anche per precederlo.[8]
  • Napoli è una città leggendaria è la più leggendaria delle città italiane: quella di cui si parla, qualunque cosa succeda ai quattro angoli del mondo. Nel bene e nel male, insomma, sotto forma di diceria e di leggenda, di denigrazione e di lode.[3]
  • Non è traguardo una cima, è sbarramento. (da E disse)
  • Per accogliere una rivelazione, grande o piccola che sia, basta a volte essere docili, termine che indicava in origine la disponibilità a farsi istruire. (da Una nuvola come tappeto, Feltrinelli)
  • Per consiglio, nelle prossime statistiche eliminate Napoli, è troppo fuori scala, esagerata, per poterla misurare.[9]
  • Per la parodia ci vuole il rancore, simulato da smorfia di sorriso. (da Impressioni di un lettore spettatore)
  • Un uomo è quello che ha commesso. Se dimentica è un bicchiere messo alla rovescia, un vuoto chiuso. (da Il peso della farfalla)
  • Vengo da una città, Napoli, che fruga e perquisisce con gli occhi. Sotto l'apparenza dellaa strafottenza opera il più capillare sistema di controllo. Roma è opposta, un luogo di passaggio in cui nessuno controlla, nessuno pedina con gli occhi. Roma permette residenza definitiva al forestiero che tale rimane fino all'ultimo giorno. Non dà cittadinanza, tollera e non s'impiccia. Inoltre è una città di fiumi e prima di arrivarci non avevo mai visto un ponte, per me tutti quei ponti erano un'attrazione, mi ci piazzavo in mezzo per vedere l'acqua trasportare se stessa e il suo raccolto. Quando il Tevere è gonfio porta i doni ricevuti dalla piena.[7]

Aceto, arcobaleno[modifica]

  • La più intensa lealtà, osando il restauro dell'irreparabile, coincide con la contraffazione.
  • Molte volte ho pensato con nostalgia che le generazioni si sono trasmesse questo medesimo libro leggendo in esso sempre qualcosa in meno, proprio come se un unico dito, scorrendo una sola copia, lentamente ne cancellasse le righe. Essere molto sfiorato: la somma di molte carezze è un'abrasione.
  • Quando l'appartenersi di una donna e di un uomo diventa possesso, allora si può essere perduti, perché si perde solo ciò che si possiede.
  • Un congedo opportuno lascia dietro una porta sempre aperta.

Il contrario di uno[modifica]

  • Aveva mani spellate da un malanno, il solo che ho amato. Veneravo quelle dita screpolate, rosse, indolenzite, non l'ha creduto mai. Fosse stata lebbra gliel'avrei leccata per appiccicarmela alla lingua, fosse stata morte l'avrei voluta io. Meno di questo, l'amore non è niente.
  • I baci non sono anticipo d'altre tenerezze, sono il punto più alto. Dalla loro sommità si può scendere nelle braccia, nelle spinte dei fianchi, ma è trascinamento. Solo i baci sono buoni come le guance di pesce. Noi due avevamo l'esca sulle labbra, abboccavamo insieme.
  • La musica, come il sale, conserva meglio.
  • Non esiste il tradito, il traditore, il giusto e l'empio, esiste l'amore finché dura e la città finché non crolla. (p. 91)
  • Una verità può essere colta da un passante, un estraneo può trasmetterla più fedelmente di chi la conosce e la patisce.
  • Che ti ami non basta ad arrivare al giorno dopo, e che tu l'ami: grazie, lei è la festa, la fortuna, il tuo posto, tu sei il dente estratto da mascella che ritrova il punto di partenza nel cavo del suo abbraccio. Lei è il tuo posto, ma tu non sei il suo.

Il giorno prima della felicità[modifica]

Incipit[modifica]

Scoprii il nascondiglio perché c'era finito il pallone. Dietro la nicchia della statua, nel cortile del palazzo, c'era una botola coperta da due tavolette di legno. Mi accorsi che si muovevano quando ci misi i piedi sopra. Mi prese paura, recuperai la palla e sgusciai fuori tra le gambe della statua.
Solo un bambino smilzo e contorsionista come me poteva infilare la testa e il corpo tra le gambe poco divaricate del re guerriero, dopo aver aggirato la spada piantata giusto davanti ai piedi. La palla era finita lì dietro, dopo un rimbalzo di sponda tra la spada e la gamba.

Citazioni[modifica]

  • Capii che la mia paura era timida, per uscire allo scoperto aveva bisogno di stare da sola. Lì invece c'erano gli occhi dei bambini sotto e quelli di lei sopra. La mia paura si vergognava di uscire. Si sarebbe vendicata dopo, la sera al buoi nel letto, col fruscio dei fantasmi nel vuoto. (p. 2)
  • Per forza vuoi trovare un santo. Non ce ne stanno, e nemmeno diavoli. Ci sono le persone che fanno qualche mossa buona e una quantità di cattive. Per farne una buona ogni momento è giusto, ma per farne una cattiva ci vogliono le occasioni, le comodità. La guerra è la migliore occasione per fare le fetenzie. Dà il permesso. Per una buona mossa invece, non ci vuole nessun permesso. (p. 9)
  • Le persone quando diventano popolo fanno impressione. (p. 15)
  • Più di vestiti, e scarpe, i libri portano l'impronta. Gli eredi se ne liberano per esorcismo, per togliersi il fantasma. La scusa è che c'è bisogno di spazio, si soffoca di libri. Ma che ci rimettono al posto loro, addosso ai muri col segno dei loro contorni? (p. 17)
  • Guagliò, il tempo non è un sacco, magari è un bosco. Se hai conosciuto la foglia, poi riconosci l'albero. Se l'hai vista negli occhi, la ritroverai. Pure se è passato un bosco di tempo. (p. 26)
  • È bella di notte la città. C'è pericolo ma pure libertà. Ci girano quelli senza sonno, gli artisti, gli assassini, i giocatori, stanno aperte le osterie, le friggitorie, i caffè. Ci si saluta, ci si conosce, tra quelli che campano di notte. Le persone perdonano i vizi. La luce del giorno accusa, lo scuro della notte dà l'assoluzione. Escono i trasformati, uomini vestiti da donna, perché così gli dice la natura e nessuno li scoccia. Nessuno chiede di conto di notte. Escono gli storpi, i ciechi, gli zoppi, che di giorno vengono respinti. È una tasca rivoltata, la notte nella città. Escono pure i cani, quelli senza casa. Aspettano la notte per cercare gli avanzi, quanti cani riescono a campare senza nessuno. Di notte la città è un paese civile. (p. 26)
  • La gente nostra manco sapeva che esistevano gli ebrei, un popolo dell'antichità. Ma quando si è trattato di guadagnare qualcosa allora tutti sapevano chi era ebreo. Se mettevano una taglia sui fenici da noi erano capaci di trovarli, pure di seconda mano.
  • La città era ancora scassata di macerie. 'Porto con me una pietra di Napoli. La vado a mettere nel muro della casa che avrò in Israele. Là noi costruiremo con i sassi che ci hanno tirato addosso'.
  • Per il sangue che hai perso, il vino pareggia.
  • Ti ho aspettato fino a dimenticare cosa. Mi è rimasta un attesa nei risvegli, saltando giù dal letto incontro al giorno. Apro la porta non per uscire ma per farlo entrare. (p. 30)
  • È finita. Ora incomincia il tempo, che dura momenti. (p. 30)
  • Non sono al tuo fianco, Anna, io sono il tuo fianco. Sei la parte mancante che torna da lontano a combaciare. (pag. 30)
  • Nell'età delle commozionii il cuore non basta a reggere la spinta del sangue. Il mondo intorno è poco in confronto alla grandezza che si allarga in petto. È l'età in cui una donna deve ridursi alla piccola taglia del mondo. Un urto dentro di lei le fa credere di non farcela, troopppa violenza ci vuole per ridursi. (p. 33)
  • L'osteria è meglio del teatro, ogni tavolo una commedia. Tragedie no, all'osteria si fanno solo recite leggere, chi tiene guai pesanti non ci va. (p. 36)
  • La libertà uno se la deve guadagnare e difendere. La felicità no, quella è un regalo, non dipende se uno fa bene il portiere e para i rigori. (p. 36)
  • I desideri dei bambini danno ordini al futuro.
  • Napoli si era consumata di lacrime di guerra, si sfogava con gli americani, faceva carnevale tutti i giorni. L'ho capita allora la città: monarchica e anarchica. Voleva un re però nessun governo. Era una città spagnola. In Spagna c'è sempre stata la monarchia ma pure il più forte movimento anarchico. Napoli è spagnola, sta in Italia per sbaglio. (p. 47)
  • Nell'età delle commozioni il cuore non basta a reggere la spinta del sangue. Il mondo intorno è poco rispetto alla grandezza che si allarga in petto. (p. 68)
  • La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori. (p. 125)
  • Le storie sono acque [...]. Un uomo è un bacino di raccolta.

Montedidio[modifica]

Incipit[modifica]

"'A iurnata è 'nu muorzo," la giornata è un morso, è la voce di mast'Errico sulla porta della bottega. Io stavo già là davanti da un quarto d'ora per cominciare bene il primo giorno di lavoro. Lui arriva alle sette, tira la serranda e dice la frase d'incoraggiamento: la giornata è un morso, è corta, diamoci da fare. Ai vostri comandi, gli rispondo, e così è andata. Oggi scrivo la prima notizia per tenere conto dei nuovi giorni. Non sto più a scuola. Ho fatto tredici anni e babbo mi ha messo a lavorare. È giusto, è ora. L'istruzione obbligatoria va fino alla terza elementare, lui mi ha fatto studiare fino alla quinta perché ero malatino e poi così avevo un titolo di studio migliore.

Citazioni[modifica]

  • Ho visto che in italiano esistono due parole, sonno e sogno, dove il napoletano ne porta una sola, suonno. Per noi è la stessa cosa. (p. 9)
  • Mi chiedo da solo: non me ne potevo accorgere per conto mio di esserci? Pare di no. Pare che ci vuole un'altra persona che avvisa. (p. 46)
  • Tengono una gratitudine i puverielli che nessun re ha mai sentito. (p. 55)
  • L'occhio invidioso sciupa. (p. 78)
  • L'italiano è una lingua senza saliva, il napoletano invece tiene uno sputo in bocca e fa attaccare bene le parole. Attaccata con lo sputo: per una suola di scarpa non va bene, ma per il dialetto è una buona colla. (p. 95)
  • Vanno bene per gli angeli le ali, a un uomo pesano. A un uomo per volare deve bastare la preghiera, quella sale sopra le nuvole e piogge, sopra soffitti e alberi. La nostra mossa di volo è la preghiera. (p. 108)
  • Com'è importante stare a due, maschio e femmina, per questa città. Chi sta solo è meno di uno. (p. 134)

Sulla traccia di Nives[modifica]

  • E[rri]: Il nostro mondo poggia sulle spalle dell'altro. Su bambini al lavoro, su piantagioni e materie prime pagate a costo spicciolo: spalle di sconosciuti reggono il nostro peso, obeso in sproporzione di ricchezze. L'ho visto. (p. 7)
  • E[rri]: Da quando scalo e arrampico, ho stima di tutte le creature che lo fanno meglio di me, dal ragno all'orango. Ammiro la mancanza di sforzo, l'eleganza che è sempre il risultato di un risparmio di energia. Penso agli animali per desiderio della loro perfezione. Sono i miei patriarchi, i miei maestri. (p. 12)
  • N[ives]: In alta quota l'aria pesa di meno però portiamo in spalla tutta la nostra casa. Facciamo le chiocciole delle cime. (p. 12)
  • N[ives]: Chi bazzica queste quote sa che razza di prepotente è il vento. Aggredisce le tende, strappa, scippa, strepita peggio di un drogato in astinenza. [...] Il vento è una persona. Gli parlo, racconto, penso che vuole pure un po' ascoltare. Comincio a bisbigliare qualcosa, una preghiera, un filo di canzone, e pare che stia a sentire, che si fermi un poco. Oppure grida più forte in risposta, per raccontare lui. La sua furia è la voglia di essere ascoltato. Il vento in alta quota è il padrone del tempo. [...] Il vento è una gran persona qua sopra, un prepotente, ma accetta le risposte. In fondo gli facciamo compagnia. (p. 14)
  • N[ives]: Io non so quando smetterò di salire, con che risultati, quante cime raggiunte e ridiscese, ma alla fine dirò che ho fatto compagnia al vento. Noi lassù l'abbracciamo come nessun altro può fare. (p. 17)
  • N[ives]: Una cima raggiunta non basta. Bisogna discenderla con la stanchezza al culmine, lo svuotamento che ti dà l'arrivo sulla cima. Scendere è disfare la salita, scucire tutti i punti dove hai messo i passi. La discesa è una cancellazione. [...] Molti alpinisti rimangono nella trappola della scucitura, molti incidenti arrivano in discesa. Il desiderio fisico violento di saltare un passo, allungarlo un po', affrettarlo per il bisogno famelico di ossigeno, la supplica del corpo di tornare... (p. 17)
  • N[ives]: Conta per me la continua salvezza di avere accanto Romano [Benet], uomo di neve, uno che la sfoglia come un libro, la legge a prima vista, sa dove va cercata e dove aggirata. Dicono di Romano che è una bestia, per la forza che scatena quanto più sale. Ma Romano per me lassù è puro spirito, un fiato che mi apre la via verso l'alto. Romano è la traccia che pure quando si allontana al suo ritmo furioso di salita, mi riduce l'attrito, come fa il migratore che sta sulla V dello stormo. (p. 17)
  • N[ives]: Cime raggiunte e ridiscese: sono il punto più lontano da casa. Da lassù guardo il giro di orizzonte e mi fermo un poco di più verso il punto cardinale da cui provengo. Resisto al desiderio di sbracciarmi e agitare un fazzoletto come fanno i naufraghi verso navi che passano lontano. In cima mi piglia nostalgia di casa. A casa penso al giorno della cima, ma posso ricordare bene lo sforzo di uscire dalla tenda, l'affanno di respirare a ottomila metri, non il piccolo spazio della cima. Le cime se ne fuggono dal ricordo, non si lasciano più visitare. (p. 18)
  • N[ives]: Una cima himalayana senza vento è muta, una chiesa vuota. Senza vento è come se il creatore del mondo si fosse ritirato per lasciarci uno spazio. (p. 18)
  • N[ives]: Quando vedi dove finisce il viaggio, quei passi li ami, li aggiungi con il tocco di grazia con cui metti dei fiori a tavola in un giorno di festa. I passi che portano in cima sono stremati e però leggeri, sei al punto di massima usura del corpo, del massimo di perdita di peso, muscoli e cellule cerebrali, sei al ronzio di alveare nel tuo corpo, un rumore di fibre che si afferrano tra loro, compattano i tessuti: la cima finalmente. È il più certo dei limiti sul quale metti i piedi. Non so cos'è per un prigioniero il giorno di fine pena, cos'è per un malato l'arrivo dell'alba, cos'è per uno scrittore l'ultima parola del suo libro, ma deve somigliare alla cima, la promessa mantenuta al ragazzino che strepita in ognuno di noi. (pp. 19-20)
  • N[ives]: Raccontare è un lusso, privilegio di chi è potuto scendere, rifacendo fino in fondo il viaggio, arrivare al punto di partenza, sedere a un ristorante a Katmandu o a Skardu, masticare una bistecca, bere una birra, dimenticare, poi raccontare. [...] Raccontare è un lusso e io non sono neanche tanto brava a dire quello che è stato. Forzare l'immaginazione di una persona che ti ascolta, forzarla fino a metterla anche per un minuto nei tuoi panni là sopra [...] riuscire con un colpo di tensione, di fortuna a far condividere un pezzo di questo con uno che ti ascolta: è un gran lusso. [...] E poi per me pesa pure il pensiero di essere un resto di parole di altri, che altri non possono più dire. È una responsabilità che m'imbarazza, perché dico le storie anche per loro, gli assenti. In montagna si muore, da volontari, certo, da nessuno mandati, ognuno è mandante di se stesso e si muore, anche i più bravi, i veloci, i più forti. E così penso che le mie sono pure storie loro, che io le porto e le contengo, e quando muovo le labbra si stanno muovendo anche le loro, e mi piglia un effetto di coro mentre racconto, mi piglia la vertigine a raccontare, soffro di vuoto sotto le parole, non ce la faccio a dire. (pp. 21-22)
  • E[rri]: In montagna durante un temporale penso che sia la terra a chiedere la scarica di un fulmine. [...] In montagna la terra si spalanca alla pioggia, alla grandine, alla neve, le montagne applaudono i fulmini con scariche di sassi. I ghiaioni che stanno alla base delle Dolomiti sono un mare di applausi, di roccia spellata, bianca confetto, un calcare da nozze. (p. 24)
  • E[rri]: I bombardamenti aerei sulle città sono stati il sonoro del millenovecento. (p. 24)
  • E[rri]: Uomini che non hanno la fede, come me, si appoggiano a piccoli fantasmi. Perciò frugo con ammirazione nella scrittura sacra la presenza del più colossale dei fantasmi, la divinità. (p. 25)
  • N[ives]: È bello non lasciare traccia. Se penso che i passi dei primi astronauti sulla luna hanno lasciato orme che stanno ancora lì per mancanza di vento e di pioggia, benedico i miei che si ricoprono. La traccia indelebile dello scarpone di Armstrong è un chiodo fisso per me, vorrei andare lassù con una scopa a cancellarla. (p. 25)
  • N[ives]: Aspettare, fino a dimenticarti di stare in attesa. Si passano giorni chiusi e fermi mentre il cielo si abbassa e viene a prendersi la montagna. [...] Non mi oppongo allo scorrere dell'inerzia. Alcuni di noi la patiscono, invece a me piace far andare il tempo, le ore pigre di una carovana ferma. Si aspetta che torni il pulito, il cielo se ne salga il più in alto possibile e ci lasci il permesso. Questo tempo che irrita gli uomini a me fa piacere [...] Non si tratta di pazienza, per me, quella è maschile. È noiosa la pazienza, te la devi ricordare, te la devi imporre. Io mi sento accogliente verso il tempo, qualunque sia, in montagna, e mi sento accolta nella sua corrente anche quando sembra sia ferma. (pp. 27-28)
  • N[ives]: Ho ancora una voglia da ragazzina alle prime escursioni. Non smetterò finché avrò salute per andare. Ho la mia squadra, Romano [Benet] e Luca [Vuerich], con loro posso continuare senza fine. Ci sono quattordici montagne sopra gli ottomila metri? Non mi bastano. Nessuna donna finora è riuscita a completare il circuito? Non sono una collezionista e comunque pure se toccasse a me di chiudere per prima la serie non mi fermerei lì, cercherei altre montagne, altri versanti. (p. 28)
  • N[ives]: Non sono in competizione con le altre alpiniste. Se ci fosse le mie regole non sarebbero accettate. Noi andiamo su senza ossigeno e senza portatori di alta quota. [...] È il nostro modo di stare lassù, senza togliere un grammo di peso dalle nostre spalle. Cerchiamo di passare il più pulito possibile sopra la montagna, compreso lo scrupolo di non lasciare niente in parete, e riportare a valle fino all'ultima scatoletta. [...] Si tratta di regole nostre, non le estendiamo ad altri e non facciamo gare. Altre alpiniste hanno altri sistemi per la loro collezione di cime. Se un giorno salirò tutti gli ottomila, voglio mettermi al collo una collana di quattordici perle non coltivate, pescate una per volta con le mie sole forze e il mio solo ossigeno, aprendo l'ostrica senza arnesi da scasso. [...] Difendo la mia scelta di salita, di guadagnarmi le cime a modo mio. (pp. 29-30)
  • E[rri]: In fabbrica, sui cantieri, quando il corpo esegue e basta, si piega a uno sforzo meccanico, ripete, mi accorgo che la testa non è il comando, ma il cane del corpo, che tiene compagnia e gli fa da guardia. [...] Sembra così saggio, il corpo, che mai potrò abituarmi ad abitare dentro uno scheletro così sapiente di fatica. Non è nostro il corpo, appartiene invece a un'antichità che ce lo ha prestato dopo averlo perfezionato in millenni di usura, sforzo, resistenza. Una catena innumerevole di antenati ci consegna una macchina rifinita da abitare, metà casa metà officina. E riusciamo a conoscerla solo quando la sottoponiamo al carico di lavoro. (p. 32)
  • E[rri]: Alla parola "progresso" riconosco il solo valore di risparmiare energia. [...] La cosa strepitosa della nostra specie è che le macchine del progresso, del risparmio di sforzo, non sono state usate per avere poi più tempo libero, anzi per aumentare il prodotto del lavoro. Aumentavano gli arnesi del progresso e non diminuiva il tempo del lavoro. La nostra specie accumula progresso, ma non sollievo. (p. 33)
  • N[ives]: Sei sempre uno sputo nell'oceano e devi affidarti alla sua immensità. [...] Più mi affido più sono leggera, e penso: eccomi, sono qui, esposta a cielo, vento, spalmata sulla superficie immensa, le appartengo, sono una sua briciola fornita di intenzione. Così mi sento accolta. È strano ma è così per me in montagna, più sono indifesa più acquisto fiducia. [...] Sei all'aperto che più aperto non si può e allora devi essere aperta, lieta, commossa della fortuna di trovarti lì [...] Se ho uno stato di grazia in alta quota è perché sono un "grazie" che cammina. (p. 35)
  • E[rri]: La bellezza sta a contrappeso dello sforzo e lo riscatta. Riuscire a portare bene il carico assegnato, reggere il peso risparmiando energia: ecco lo stile. La bellezza non è superflua in nessun corpo animale, anzi è la perfezione raggiunta in un lavoro svolto. [...] Con i portatori, in salita, ho ritrovato la bellezza di sempre, frutto d'intelligenza fisica, l'opera di un corpo che sorregge. (p. 40)
  • N[ives]: L'amicizia in montagna si rafforza, si fa intensa, ma s'inasprisce pure l'inimicizia, la rivalità. [...] Quassù dove tutto è più difficile i nostri gesti portano più peso, la generosità è stupefacente, l'egoismo è più meschino. Possiamo coprirci quanto ci pare, la montagna ci scopre. Siamo più nudi che a valle. (p. 47)
  • N[ives]: Il dovere di aiutarsi ha la precedenza. Nessun traguardo vale, se hai lasciato dietro di te un alpinista in difficoltà. [...] Non esiste una legge in alta montagna, siamo tutti fuorilegge e ci inventiamo delle regole. [...] Puoi avere stabilito che nessuno aiuta nessuno e ognuno fa per sé, ma poi c'è una vita appesa là sopra e allora si va a salvarla, almeno a provarci. L'alpinismo d'alta quota è già duro di suo, senza che ci mettiamo pure noi a farlo più duro. (pp. 47-48)
  • E[rri]: Nelle mie scritture sono debitore di voci, le ascolto in una parte interna dell'orecchio, negli ossicini del labirinto, dove pure ritrovo le persone assenti. In un posto del mio orecchio si incontrano i membri di un'assemblea del passato, i lontani. Non so decidere, neanche voglio, se vengono per surriscaldamento dell'immaginazione oppure sono visite vere. La mia pagina le accoglie senza chiedere documenti. (pp. 49-50)
  • N[ives]: [Sul rapporto con il marito Romano Benet] Noi due ce ne andiamo a scalare le montagne più alte della terra non solo per passione alpinistica, ma per amore, perché ci si ama, si è in due, si va a portare lassù la nostra prova di coppia. Non rischiamo solo un pezzo di vita, ma pure la felicità. [...] Siamo un laboratorio dell'amore ad alta quota. Ce lo giochiamo a testa e croce e alla fine riusciamo a girarlo dalla parte giusta. Ma lo lanciamo in aria molte volte, molte volte lo buttiamo via e poi lo riacciuffiamo. [...] Non è un gioco, il nostro amore quassù, ce lo portiamo dietro e dà coraggio oppure fa paura quando il passo si stacca, Romano va al suo ritmo impossibile e si punta alla cima separati, con due solitudini. Poi lassù si ricongiunge, si riannoda con una forza spaventosa. (p. 51)
  • N[ives]: [Sul marito Romano Benet] Se la sa cavare sempre, sa cavarsela per due, per me e per lui. È calmo in piena bufera come quando sta a casa e accende il fuoco. Ha una bussola in testa, sa dove andare quando non si vede a un passo e gli altri hanno la sola scelta di mettersi a sedere e aspettare una schiarita. Lui, un piede dietro l'altro, fiuta la direzione e arriva. L'ha imparato nei boschi, non si perde mai. Legge la neve, la capisce. Amo quest'uomo di arie aperte, compatto come un pugno, capace di stare davanti a un orso, reggere il suo sguardo, intendersi al volo senza mosse così che ognuno possa andare per la sua strada. Il suo mestiere è fare la guardia forestale, batte i boschi d'inverno e protegge le bestie dalla peggiore di tutte, la più ladra del regno animale. Quando parla di loro, delle bestie dei boschi, si riscalda, sorride, gli spunta un attaccamento da tifoso, uno che segue la sua squadra ovunque giochi. La sua squadra è nei boschi. (p. 53)
  • N[ives]: [Sul rapporto con il marito Romano Benet] L'amore portato qua sopra, l'amore esposto a queste forze furiose di natura, l'amore da trascurare per poi ritrovarlo al suo posto [...] è la cosa che ho in più rispetto alle scalatrici che in questi anni hanno tentato e tentano come me di toccare le maggiori altezze del pianeta. L'amore nostro è la forza che mi ricarica per semplice contatto, che spinge ancora quando non ho più fiato, perché so che c'è lui con me là sopra, e così continuo. L'amore nostro è il mio combustibile, un'energia pulita. Se mi riuscirà di completare il giro dei quattordici ottomila, sarà per questo amore. Altre prima di me sono cadute sulle stesse montagne, desiderate con più forza della vita stessa. Io non sono migliore, più brava di loro, però ho Romano con me, ho l'amore, non l'ho lasciato a casa ad aspettarmi, a logorarsi d'ansia. Quassù ho con me la famiglia, sono una lumaca che va con il suo guscio. Questa nostra formazione annodata mi fa credere di poter riuscire. Lui ce la farebbe anche da solo, ma in due, con me, per lui è più bello, più goduto. Pure per me è così, però con la certezza che senza di lui mi mancherebbe la volontà, più che la forza. [...] Però così come siamo forti, siamo fragili il doppio. Senza uno di noi, l'altro non può. Noi siamo quest'impresa in comune di scalare, non possiamo accettare altro formato. Non è un patto, non l'abbiamo scritto e nemmeno detto. È così. Esistono cose semplici e dure che non serve dirsi. (pp. 55-56)
  • E[rri]: La montagna non è un mostro che uccide [...] Le valanghe che non ha potuto trattenere, le scariche di sassi che sono saltate di sotto: c'è un dolore della montagna, e un suo risarcimento che aiuta altri alpinisti. Ognuno di noi ha avuto nelle scalate esperienza di fortuna: è più precisamente una sua premura, una protezione riuscita. [...] Le vite perdute su di lei sono una sua ferita e vengono rimborsate con salvezze offerte ad altri. Tutti i successi alpinistici provengono da un lasciapassare. (p. 56)
  • N[ives]: Noi passiamo per conquistatori di montagne, ma siamo in verità pieni di fallimenti, di stagioni affondate. [...] Tutti gli alpinisti in Himalaia sono stati più spesso respinti che favoriti. L'alpinismo è un'arte della fuga. La devi decidere e realizzare come una vittoria, proprio quando più brucia la rinuncia. È un esercizio di umiltà. (p. 58)
  • E[rri]: Non ho mai piantato un chiodo in montagna. Non mi sento autorizzato, sono uno di fuori, di passaggio. Mettere un chiodo è un atto di possesso, bisogna appartenere al luogo per sentirsi autorizzato. [...] Trovare nella vasta parete esattamente il punto attraversato dai pionieri, stare nella stretta scia di una scalata che fu ai tempi primizia, ecco, a me piace ripetere, in montagna, non inaugurare. Mi piace trovare i chiodi degli altri, non aggiungere i miei. Così fa pure la mia scrittura che va a ricalcare pezzi di vita svolta, senza inventarla nuova. (pp. 59-60)
  • E[rri]: La montagna è per me un luogo deserto dove si vede il mondo com'era senza di noi e come sarà dopo. Quassù in Himalaia mancano pure gli animali, non vola un'ala in aria, non c'è un'orma sulla neve. Ci vengo perché qui si approfondisce il sentimento di essere estraneo, un intruso del mondo. (p. 60)
  • E[rri]: [Sulla prigionia politica del poeta jugoslavo Ante Zemljar] La poesia gli servì da corazza, da festa, da riserva di energia. Se non è questo, la poesia non è niente. È stata la più forte macchina di resistenza del novecento per chi non metteva fede in nessun Dio. (p. 64)
  • E[rri]: Questo millenovecento è stato un secolo di filo spinato e sbarre. La mia generazione è stata la più incarcerata della storia d'Italia per motivi politici. Per un prigioniero la bellezza è il pensiero più importante per resistere. [...] La bellezza è stata decisiva più del coraggio, per dare fibra alla resistenza. (pp. 65-66)
  • E[rri]: L'alpinismo è stato l'ultimo paragrafo della geografia. (p. 66)
  • E[rri]: I nostri antenati sono andati a caccia d'immenso. Così ingrandivano la vita. Perciò l'astronomia è stata la prima scienza delle civiltà. La notte fu esplorata più del giorno perché era tanto più vasta. Il pensiero ha forzato i segreti, scippato conoscenze per allargare il campo della poca vita. Sbirciare l'infinito fa aumentare lo spazio, il respiro, la testa, di chi lo sta a osservare. [...] Fu la sterminata immensità della notte a spalancare i pensieri dei nostri antenati. Accorgersi che esiste l'infinito è già un inizio d'intesa tra la minima taglia della creatura umana e l'universo. (p. 67)
  • E[rri]: La specie umana ha sentito il bisogno respiratorio di allargare i bronchi e sconfinare oltre i bordi dell'esistenza assegnata. Questo bisogno fu più importante dell'organizzarsi in comunità sociali. I numeri che permettono i calcoli del cielo precedono le legislature, Pitagora viene prima di Pericle e Platone. La scoperta del ciclo di apparizione delle comete e delle eclissi precede la polis. Le regole del triangolo spuntano prima della politica. (p. 68)
  • E[rri]: Per me scalare ha il valore aggiunto di servire a niente. Nella grande officina quotidiana degli sforzi dedicati a un vantaggio, a un tornaconto, scalare è finalmente affrancato dal dovere di essere utile. Disobbedisce alla legge di mercato che prevede contropartite all'investimento, al rischio. Scalare è solo "àskesis" che traduciamo ascesi, ma che in greco non aveva niente di spirituale, era invece esercizio, pratica. È gratis, con quel poco di grazia che uno cerca nei propri atti. (p. 70)
  • E[rri]: Che ci faccio in montagna? Più ci vado e più mi accorgo di essere scarso. L'aumento di esperienza mi denuncia meglio i difetti. Conoscere non m'incoraggia, anzi mi pesa. [...] L'esperienza accresciuta misura la mia insufficienza. (p. 71)
  • E[rri]: Della stessa natura dei fulmini sono i miracoli. Non vengono da soli, ma per attrazione verso un punto che pulsa, sta chiamando. Allora un'energia di zoccoli al galoppo si precipita sui centimetri di un corpo e lo va a salvare. I miracoli sono frequenti, ordinari. Reggono continuamente la vita e quando quella smette è perché ha smesso di spedire una carica pilota che faccia da guida al miracolo. Si muore quando non si chiede più. Il verbo della vita è chiedere, avere una domanda, lanciare il punto interrogativo verso l'alto [...] Chiedere perché non chiedere è la resa. (p. 72)
  • E[rri]: È scritto che l'Adàm fu fatto con polvere del suolo e fiato della divinità. [...] È la polvere, il suo miscuglio, a spingere l'Adàm a forzare la conoscenza, che sempre comporta l'uscita da un recinto, da un giardino. La specie umana si è sparsa ovunque sulla superficie del pianeta, a somiglianza della polvere. [...] L'altra metà, il fiato a vapore della divinità, è invece il motore della vita, il prodigio di elettricità che dà slancio di vertebre alla polvere. Quel fiato venuto da fuori fa capire che neanche quello, il fiato, è nostro. (p. 77)
  • E[rri]: Per me alpinismo è viaggio di superficie, scambio tra due epidermidi, la roccia e le falangi delle dita. Alpinismo è per me aria aperta. (p. 80)
  • E[rri]: Ho bisogno d'inventare una rima tra quello che sta succedendo e qualcosa di altro. Ho bisogno di accoppiare un vicolo cieco in cui mi sono cacciato a qualche sconfinata prateria. Mi fa da ormeggio per non naufragare. Sono predisposto al soccorso della poesia, che non è un'arte di arrangiare fiori, ma urgenza di afferrarsi a un bordo nella tempesta. [...] Per me è pronto soccorso, la poesia, non una sviolinata al chiaro di luna. È botta di salvezza. (p. 86)
  • N[ives]: È buffa l'umanità, si fissa su minuziose gerarchie, fonda il rispetto sopra i gradi di difficoltà superati. L'alpinismo è maschile, ha questa mania da caserma di suddividere i praticanti tra generali e truppa con tutte le posizioni intermedie. (p. 91)
  • N[ives]: L'alpinismo di alta quota è ancora maschile. Quando qualcuna di noi [donne] riuscirà a ripetere il circuito degli ottomila avremo tolto al genere maschile l'ultimo club privato. Da quel momento l'alpinismo sarà diverso come lo è stato il giorno in cui il primo sherpa scalò l'Everest con Hillary. Non dico che sto scalando gli ottomila in nome delle donne. Scalo per me, per la mia fame di montagne. Sono solo un'alpinista, però con l'apostrofo [...] Quell'apostrofo è la mia bandierina di donna che faccio sventolare lassù. Quando arrivo in cima [...] io so di provare qualcosa che nessun maschio può. [...] Lassù io sono la montagna, sono Nives la pietra, Nives la neve, sono madre natura che visita l'ultimo gradino sotto il cielo. [...] Lassù so che il mondo è di genere femminile, è forza, luce, aria. Perciò sono l'apostrofo davanti al nome di alpinista. Per i maschi una cima è un desiderio esaudito, per me è il punto di congiunzione con tutto il femminile di natura. (pp. 91-92)
  • E[rri]: A valle, nelle città, le parole sono aria viziata, escono dalla bocca straparlate, non portano conseguenze. [...] Quassù [in alta montagna] ce le teniamo in bocca, costano energia e calore, usiamo le necessarie, e quello che diciamo poi facciamo. Quassù le parole stanno in pari con i fatti, fanno coppia. (p. 93)
  • E[rri]: Quassù [in alta montagna] ritrovo l'aria, l'ispiro così forte che finalmente so cos'è l'ispirazione per un artista. È aria venuta da lontano, respirata prima da alberi e da generazioni [...] Quassù l'ispirazione entra nel naso e la mucosa fiuta la storia dell'aria, i suoi viaggi. (p. 94)
  • N[ives]: Ho la fortuna di fare quello che mi riempie e pure mi svuota. Sono un recipiente, che si deve versare fino all'ultima riserva di energia per potersi riempire di nuovo. E ogni volta la pienezza è più grande, per aumento della capacità di contenere. (p. 97)
  • E[rri]: Da noi a Napoli il tempo si chiama tiempo, come in spagnolo, perché Napoli ha avuto secoli spagnoli. La i infilata nel tempo lo scombina, gli leva l'andatura inesorabile. [...] O' tiempo è irregolare. Può mettersi a correre e far correre tutti con lui, l'ho visto nelle lotte politiche del decennio settanta, ma per il resto delle ore 'o tiempo è assai più lento del ticchettio degli orologi che lo vogliono misurare. (pp. 97-98)
  • E[rri]: È l'abisso d'aria intorno ai fianchi, a sollevare le montagne. Si sono fatte un posto in cielo spinte dal fondo della terra. Esiste in natura una forza di sollevamento, una continua lotta contro la legge di gravità. (p. 100)
  • E[rri]: Gli uomini sono animali dotati di parola, ma si trasmettono esperienze meglio col silenzio. (p. 102)
  • E[rri]: I ciechi hanno un grandangolo nella memoria, un'apertura più vasta di quella perduta. Ricordano un mondo più grande e si trovano in uno più piccolo contro cui vanno a sbattere di continuo. (p. 102)
  • E[rri]: Ho scritto i libri che [mio padre] non ha scritto, ho scalato le montagne che avrebbe voluto. Sono suo figlio perché ho ereditato i suoi desideri. Non si eredita il granaio, la casa, ma la penuria, il compito lasciato, la provvista mancata. (p. 103)
  • E[rri]: Ho conosciuto in Italia anni di maltempo stabile e politico. Per molti di noi, della sinistra rivoluzionaria, la legge premio per i pentiti negli anni ottanta fu un foglio di espatrio. Lasciare i confini perché un'accusa fondata su una dichiarazione, senza uno sputo di prova a tenerla insieme, bastava all'arresto e al bagno penale nelle prigioni speciali, anni senza processo. Così era la spensierata Italia degli anni ottanta, degli scanzonati Arbore televisivi, dei nuovi arricchiti sotto il banco socialista. Per molti di noi furono scavalchi di frontiere, da contrabbandieri. [...] Si stava al largo per non finire nei processi sommari delle leggi di emergenza, ergastoli dati a chi aveva ospitato un latitante, associandolo alla responsabilità dei reati di gruppo. Era maltempo e durò molto. (p. 104)
  • E[rri]: Giustizia per me è un giorno di sole in inverno, se viene dura poco, se viene scalda assiderati. (p. 106)
  • E[rri]: Maltempo sono per me le prigioni che ancora continuano per le lotte politiche degli anni settanta e ottanta del secolo e millennio scorso. Stragi di stato restano impunite insieme a un rancore conservato nel ghiaccio verso i noialtri di allora. Sono un cittadino dimezzato, metà storia mia sta nelle prigioni e negli esili, dove ancora scontano i dannati. (p. 106)
  • N[ives]: Qua devi pensare solo alla montagna e a te, non devi portare pesi oltre quello dello zaino e il tuo. Questo è un posto che pretende tutto [...] Se questa salita, ora e adesso, non è la sola cosa che t'importa, non ce la puoi fare. Questo è un posto insaziabile, vuole tutto e spesso neanche basta. (p. 106)
  • E[rri]: Sono uno che scrive, perciò sto in disparte. Questa intrusione sulla tua traccia finirà scritta, lontana da qui. Non somiglierà a un disegno, la scrittura ha bisogno di distanza. (p. 112)
  • E[rri]: Siamo alberi, Nives, piantati nel mondo per spargere seme, ma né tu né io abbiamo voluto sapere di questa fioritura. Ho messo alberi sul campo, storie ne ho scritte che se ne vanno in giro tra le mani, ma i semi della vita non li ho rimessi al mondo. Sono in debito, ho mancato in spargimento. (pp. 112-113)

Tre Cavalli[modifica]

  • A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco.
  • C'è in me quello che si trova in molti uomini del mondo, amori, spari, qualche frase piena di spine, nessuna voglia di parlarne. Siamo dozzina noialtri uomini. Speciale è solo vivere, guardarsi di sera il palmo di mano e sapere che domani torna fresco di nuovo, che il sarto della notte cuce pelle, rammenda calli, rabbercia gli strappi e sgonfia la fatica.
  • Comunisti, una parola appesa all'attaccapanni del secolo passato.
  • E vita è un rigo lungo filato e morire è un andarsene a capo senza il corpo.
  • Si sta in una guerra anche per vergogna di rimanerne fuori.
  • Strano sapersi perduti tutti i giorni e non dirsi mai addio.
  • Non credo agli scrittori, ma alle loro storie, questo rispondo a un marinaio impestato di lentiggini che mi chiede se ho fede in Dio.
  • Ci sono creature assegnate che non riescono a incontrarsi mai e s'aggiustano ad amare un'altra persona per rammendare l'assenza. Sono sagge. Io a vent'anni non conosco gli abbracci e decido di aspettare. Aspetto la creatura assegnata.
  • Leggo gli usati perché le pagine molto sfogliate e unte dalle dita pesano di più negli occhi, perché ogni copia di libro può appartenere a molte vite e i libri dovrebbero stare incustoditi nei posti pubblici e spostarsi insieme ai passanti che se li portano dietro per un poco e dovrebbero morire come loro, consumati dai malanni, infetti, affogati giù da un ponte insieme ai suicidi, ficcati in una stufa d'inverno, strappati dai bambini per farne barchette, insomma ovunque dovrebbero morire tranne che di noia e di proprietà privata, condannati a vita in uno scaffale.

Tu, mio[modifica]

  • "Adda tene' pacienza pure int'a casa soia", doveva avere pazienza pure a casa sua. È bella la pacienza in napoletano perché mette un po' della parola pace dentro la pazienza.
  • Capita così anche a te, al culmine di una felicità di accorgerti che c'era già stata prima e che questo è un ritorno?
  • Il mare non è una pianura nella burrasca, ma una salita piena di fossi.
  • Non c'è ritorno, pensavo, questo viaggio manca di simmetria, è solo andata.
  • Si deve sapere cogli occhi, con la paura, con la pancia vuota, non con le orecchie, coi libri.
  • Si formano parole di rivolta che accecano più di questo vento.
  • Si ottiene dal mare quello che ci offre, non quello che vogliamo. Le nostre reti, coffe, nasse, sono una domanda. La risposta non dipende da noi, dai pescatori.
  • Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto a nessuno rivelato, che è dato in dono solo a chi scruta, ascolta con amore. Ci si innamora da vicino, ma non troppo, ci si innamora da un angolo acuto un poco in disparte in una stanza, presso una tavolata, seduto su un gradino mentre gli altri ballano (pag. 25-26)

Incipit di alcune opere[modifica]

Il cronista scalzo[modifica]

Della mia generazione ho potuto conoscere migliaia di persone perché per un bel po' di anni quella gioventù, è uscita di casa e ha occupato vita e strada di questo Paese. Ha perlustrato in lungo e in largo la società che aveva intorno e ha potuto conoscere la società che lei stessa già costruiva. Se non ho amici tra i compagni di scuola, ne ho avuti in cambio migliaia dopo. Quindi non è per combinazione che ho conosciuto Giancarlo Siani, ma per l'immediata spinta a riconoscervi che avevano quelli che sono stati giovani negli anni 70.

Il peso della farfalla[modifica]

Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici di cucciolo si conficcò l'odore dell'uomo e della polvere da sparo.
Orfano senza la sorella, senza un branco vicino, imparò da solo. Crebbe di una taglia in più rispetto ai maschi della sua specie. Sua sorella fu presa dall'aquila un giorno d'inverno e di nuvole. Lei si accorse che stava sospesa su di loro, isolati su un pascolo a sud, dove resisteva un po' di erba ingiallita. La sorella si accorgeva dell'aquila pure senza la sua ombra in terra, a cielo chiuso.

I pesci non chiudono gli occhi[modifica]

  • "Te lo dico una volta e già è troppo: sciacqua le mani a mare prima che metti il morso all'esca. Il pesce sente odore, scansa il boccone che viene da terra. E fai tale e quale a come vedi fare, senza aspettare uno che te lo dice. Sul mare non è come a scuola, non ci stanno professori. Ci sta il mare e ci stai tu. E il mare non insegna, il mare fa, con la maniera sua."
  • Per lui la frase era la continuazione di un'altra detta un'ora, un giorno prima.
  • Per lui si trattava di un solo discorso, che ogni tanto si staccava di bocca con la "e", lettera che a scriverla disegna un nodo.
  • Dieci anni era un traguardo solenne, per la prima volta si scriveva l'età con doppia cifra. L'infanzia smette ufficialmente quando si aggiunge il primo zero agli anni.
  • Stavo in un corpo imbozzolato e solo la testa cercava di forzarlo.
  • Me ne stavo rinchiuso nell'infanzia, per balia asciutta avevo la stanzetta dove dormivo sotto i castelli di libri di mio padre. Salivano da terra sul soffitto, erano torri, cavalli e fanti di una scacchiera messa in verticale.
  • Nell'infanzia ai piedi dei libri, gli occhi non conoscevano le lacrime.
  • Piangevo e mi vergognavo peggio che pisciare a letto.
  • Le voci della città gremita volevano annientarsi, ognuna pretendeva di sopprimere le altre. Preferivo motori, suonerie, campane, il gas sonoro che sprigiona da sé l'addensamento.
  • Attraverso i libri di mio padre imparavo a conoscere gli adulti dall'interno. Erano bambini deformati da un corpo ingombrante. Erano vulnerabili, criminali, patetici e prevedibili.
  • Mantenere: a dieci anni era il mio verbo preferito. Comportava la promessa di tenere per mano, mantenere.
  • Conoscevo gli adulti, tranne un verbo che loro esageravano a ingrandire:amare. Mi infastiva l'uso. Più di tutto mi irritava l'imperativo: ama. Nei libri c'era traffico fitto intorno al verbo amare. Intorno a me non lo vedevo e non lo conoscevo il verbo amare.
  • Niente era come sembrava. L'evidenza era un errore, c'era ovunque un doppio fondo e un'ombra.
  • Al fiato misurato le lettere tremavano lucenti, come fanno le lacrime e le braci.
  • Erano due mazzi di carte nuove, intersecati fitti e fragorosi. Maschile e femminile esasperavano le loro differenze per piacersi.
  • Eravamo la schiuma che resta dopo la mareggiata.
  • Non stava ancora in nessun libro quella generazione.
  • Sull'isola smisi di piangere e cantare.
  • Lei invece è rimasta a Napoli. E forsa ha avuto ragione, fuori di lì non esiste circo maggiore al mondo.
  • Vedevo gli altri correre sui numeri e io fermo alla partenza. La scoperta dell'inferiorità serve a decidere di sé.
  • I libri mi riempivano il cranio e mi allargavano la fronte. Leggerli somigliava a prendere il largo con la barca, il naso era la prua, le righe onde.
  • Destino, secondo definizione, è un percorso prescritto. Per la lingua spagnola è più semplicemente arrivo. Per uno nato a Napoli il destio è alle spalle, è provenire da lì. Esserci nato e cresciuto esaurisce il destino: ovunque vada, l'ha già avuto in dote, metà zavorra a metà salvacondotto.
  • Quello che credevo allora un vizio solitario è stato invece l'officina meccanica della lingua.
  • Mi congratulavo con la sua strafottenza meridionale che di certo non sapeva di possedere.
  • Non so niente di grandi, non mi importano, io scrivo storie di animali. Studio il comportamento: con il corpo si scambiano discorsi lunghi che a noi durano un'ora e neanche ci capiamo. Cerco di fare come loro, di non sprecare tempo.

Citazioni su Erri De Luca[modifica]

  • L'intensità e il candore dei suoi personaggi non fanno i conti con le contaminazioni dell'oggi. (Filippo La Porta)
  • Uno scrittore nettamente sopravvalutato è Erri De Luca, dove c'è una specie di neodannunzianesimo proletario, che mi fa venire in mente la battuta con cui mi pare Fortini bollò, ingiustamente, la prosa di Longhi: dente cariato sotto placca d'oro. Si tratta di una scrittura rarefatta, concentrata, di una sapienzialità e ieraticità che dissimula appena la sua radice piccolo borghese. È un fenomeno interessante a livello di sociologia della letteratura, perché i libri di De Luca, che coniugano il sublime con il comunismo o il postcomunismo, forniscono facilmente ai fans la patente di anima bella e politicamente corretta. Il metro dell'ideologia, se vale per smascherare i cattivi scrittori, non aiuta a trovare i veri. (Massimo Onofri)

Note[modifica]

  1. Citato in Scurati: «Si personalizza tutto» Mazzucco: «A me piacciono», Corriere della sera, 18 marzo 2006, p. 41.
  2. a b Citato in De Luca: Sono Napòlide volente o nolente, IlDenaro.it, 24 luglio 2010.
  3. a b Citato in "Io, adottato da Israele, non intravedo possibilità di pace per il Medioriente", NanniMagazine.it, 19 giugno 2008.
  4. a b Citato in De Luca: «Il mio nuovo romanzo? Napoli, libertà e silenzi...», Corriere della sera, 28 gennaio 2009.
  5. Citato in Erri de Luca risponde a Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi, baruda.net, 10 novembre 2009.
  6. a b Dall'intervista A Napoli non torno più, l'Espresso, 6 agosto 2009.
  7. a b Dall'intervista di Marco Piscitello, «La Città Eterna e Napoli due capitali che s'ignorano», Il Tempo, 12 luglio 2009.
  8. Dall'intervista a eccelapsus.com, 25 agosto 2009.
  9. Citato in Una falsa classifica, ilpartitodelsudNapoli.blogspot.com, 9 dicembre 2010.

Bibliografia[modifica]

  • Erri De Luca, Aceto, arcobaleno, Feltinelli, Milano, 1992.
  • Erri De Luca, Il contrario di uno, Feltrinelli, Milano, 2003.
  • Erri De Luca, Il cronista scalzo, I Prismi, Edizioni de Il Mattino, 1996.
  • Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, Feltrinelli, 2009.
  • Erri De Luca, Il peso della farfalla, Feltrinelli, 2009. ISBN 9788807017933
  • Erri De Luca, Impressioni di un lettore spettatore, in Fedor Dostoevskij, Il villaggio di Stepànčikovo e i suoi abitanti, Editori Riuniti, 2010. ISBN 978-88-359-9012-3
  • Erri De Luca, In alto a sinistra, Feltrinelli, Milano, 1994. ISBN 8807813483
  • Erri De Luca, Montedidio, Feltrinelli, 2001.
  • Erri De Luca, Napòlide, Libreria Dante & Descartes, 2006. ISBN 8888142886
  • Erri De Luca, Sulla traccia di Nives, Mondadori, 2005. ISBN 8804547359
  • Erri De Luca, Tre Cavalli, Feltrinelli, 1999.
  • Erri De Luca, Tu, mio, Feltrinelli, 2003.
  • Erri De Luca, E disse, Feltrinelli, 2011.
  • Erri De Luca, I pesci non chiudono gli occhi, Feltrinelli, 2012. ISBN 9788807723698

Altri progetti[modifica]