Roland Barthes

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Roland Barthes (1915 – 1980), saggista, critico letterario e semiologo francese.

Citazioni di Roland Barthes[modifica]

  • Amo gli attori che recitano tutti i loro ruoli nello stesso modo, se questo modo è al contempo caldo e chiaro. Non amo che un attore si travesta, ed è forse questa l'origine del mio dissidio con il teatro. (da Sul teatro)
  • Ciò che disgusta... è il ricorso a una falsa natura, il lusso delle forme significative, come in quegli oggetti che ornano la loro utilità con una apparenza naturale. Il mito è ricco, e di troppo ha appunto la sua motivazione. (da Miti d'oggi, Einaudi, Torino 1974)[1]
  • Ciò che la fotografia riproduce all'infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più a ripetersi esistenzialmente. In essa, l'avvenimento non si trasforma mai in altra cosa: essa riconduce sempre il corpus di cui ho bisogno al corpo che io vedo; è il Particolare assoluto, la Contingenza sovrana, spenta e come ottusa, il Tale, in breve la Tyché, l'Occasione, l'Incontro, il Reale nella sua espressione infaticabile. (da La camera chiara)
  • Davanti all'obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte. (da La camera chiara)
  • È la storia umana che fa passare il reale allo stato di parola. (da Miti d'oggi, 1966)[2]
  • Essendo la lettura una traversata di codici, niente ne può arrestare il viaggio. (da S/Z)[2]
  • Ho sempre amato molto il teatro, eppure non ci vado quasi più. È un voltafaccia che insospettisce anche me. Cos'è accaduto? Quando è accaduto? Sono cambiato io o è cambiato il teatro? Non lo amo più o lo amo troppo? (da Sul teatro, a cura di Marco Consolini, Meltemi)
  • Il testo di godimento è assolutamente intransitivo. Pure, la perversione non basta a definire il godimento; è l'estremo della perversione a definirlo: estremo sempre spostato, estremo vuoto, mobile, imprevedibile. Questo estremo garantisce il godimento: una perversione media si carica ben presto di un gioco di mentalità subalterne: prestigio, ostentazione, rivalità, discorso, parate ecc. (da Testi di godimento)
  • Io desidero il mio desiderio, e l'essere amato non è altro che il suo accessorio. (da Frammenti di un discorso amoroso, 1977)
  • La vita è fatta di piccole solitudini. (da La camera chiara)
  • La letteratura non permette di camminare ma permette di respirare. (da Letteratura e significazione, in Saggi critici)
  • La letteratura: un codice che bisogna accettare di decifrare. (da Letteratura e discontinuità, in Saggi critici, traduzione di Lidia Lonzi, Einaudi)
  • La provocazione di un immaginario collettivo è sempre impresa inumana, non solo perché il sogno essenzializza la vita come destino, ma anche perché il sogno è povero ed è la cauzione di un'assenza. (da Miti d'oggi)[2]
  • Le parole non sono mai pazze (tutt'al più sono perverse): è la sintassi che è pazza. (da Frammenti di un discorso amoroso, traduzione di R. Guidieri, Einaudi, Torino 1979)
  • Lo scrittore deve considerare i suoi vecchi testi quali altri testi, che egli riprende, cita o deforma, come farebbe di una moltitudine di altri segni. (da Drame, Poème, Roman, 1968)[2]
  • Lo specchio non capta altro se non altri specchi, e questo infinito riflettere è il vuoto stesso, (che, lo si sa, è la forma). (da L'impero dei segni)[2]
  • Poiché il mito ruba al linguaggio, perché non rubare al mito?.[2]
  • Proust è quello che mi viene, non quello che chiamo; non è un'«autorità»; semplicemente un «ricordo circolare». Ed è questo l'intertesto: l'impossibilità di vivere al di fuori del testo infinito – sia questo testo Proust, o il giornale quotidiano, o lo schermo televisivo: il libro fa il senso, il senso fa la vita. (da Variazioni sulla scrittura)
  • Quali sono i piani che ogni lettura scopre? Come è costruita la cosmogonia che questo semplice sguardo postula? Singolare cosmonauta, eccomi attraversare mondi e mondi, senza fermarmi a nessuno d'essi: il candore della carta, la forma dei segni, la figura delle parole, le regole della lingua, le esigenze del messaggio, la profusione dei sensi che si connettono. E uno stesso infinito viaggio nell'altra direzione, dalla parte di chi scrive: dalla parola scritta potrei risalire alla mano, alla nervatura, al sangue, alla pulsione, alla cultura del corpo, al suo godimento. Da una parte e dall'altra, la scrittura-lettura si dilata all'infinito, impegna l'uomo nella sua interezza, corpo e storia; è un atto panico, del quale la sola definizione certa è che "non potrà fermarsi da nessuna parte". (da Variazioni sulla scrittura, traduzione di Carlo Ossola, Lidia Lonzi, Einaudi, Torino, 1999)
  • Quelli che trascurano di rileggere si condannano a leggere sempre la stessa storia. (da S/Z[3])
  • Scrivere significa scuotere il senso del mondo, disporvi un'interrogazione indiretta alla quale lo scrittore, con un'ultima sospensione, si astiene dal rispondere. La risposta è data da chiunque vi rechi la propria libertà; ma poiché questa muta la risposta del mondo allo scrittore è infinita: non si smette mai di rispondere a ciò che è stato scritto fuori da ogni risposta: i significati passano, la domanda resta. (da Scritti critici, trad. it. di Lidia Lonzi, Torino, Einaudi, 1966, p. 11)
  • [Riferendosi ai "miti dell'Ordine (sociale)"] Statisticamente il mito è a destra. Qui esso è essenziale; ben nutrito, lucente, espansivo, loquace, s'inventa senza tregua: S'impadronisce di tutto: le giustizie, le morali, le estetiche, le diplomazie, le arti domestiche, la Letteratura, gli spettacoli... L'oppresso non è niente, ha in sé una parola sola, quella della propria emancipazione, padrona di tutti i gradi possibili della dignità... L'oppresso fa il mondo, ha solo un linguaggio attivo, transitivo (politico); l'oppressore lo conserva, la sua parola è plenaria, intransitiva, gestuale, teatrale: è il Mito; il linguaggio del primo tende a trasformare, il linguaggio dell'altro a eternare. (da Miti d'oggi, Einaudi, Torino 1974)[1]

Frammenti di un discorso amoroso[modifica]

"Nell'amorosa quiete delle tue braccia"

ABBRACCIO per il soggetto, il gesto dell'abbraccio amoroso sembra realizzare, per un momento, il sogno di unione totale con l'essere amato.

1. Oltre all'accoppiamento (e al diavolo l'Immaginario), vi è quest'altro abbraccio, che è una stretta immobile: siamo ammaliati, stregati: siamo nel sonno, senza dormire; siamo nella voluttà infantile dell'addormentamento: è il momento delle storie raccontate, della voce che giunge a ipnotizzarmi, a straniarmi, è il ritorno alla madre (nell'amorosa quiete delle tue braccia, dice una poesia musicata da Duparc). In questo incesto rinnovato, tutto rimane sospeso: il tempo, la legge, la poribizione: niente si esaurisce, niente si desidera: tutti i desideri sono aboliti perché sembrano essere definitivamente appagati.

2. Tuttavia nel mezzo di questo abbraccio infantile, immancabilmente, il genitale si fa sentire; esso viene a spezare l'indistinta sensualità dell'abbraccio incestuoso; la logica del desiderio si mette in marcia, riemerge il voler prendere, l'adulto si sovrappone al bambino e, a questo punto, io sono contemporaneamente due soggetti in uno: io voglio la maternità e la genitalità. (L'innamorato potrebbe definirsi un bambino ocn il membro eretto: tale era il giovane Eros).

3. Momento dell'affermazione, per un po', anche se limitatamente, disordinatamente, qualcosa è andato per il verso giusto: sono stato appagato (tutti i desideri aboliti attraverso la pienezza del loro soddisfacimento): l'appagamento esiste, e io lotterò senza tregua per ottenerlo di nuovo: attraverso tutti i meandri della storia amorosa, mi ostinerò a voler ritrovare, rinnovare, la contraddizione, la contrazione, dei due abbracci.

Miti d'oggi[modifica]

  • Pretendo di vivere pienamente la contraddizione del mio tempo, che di un sarcasmo può fare la condizione della verità. (Premessa)
  • Credo che oggi l'automobile sia l'equivalente abbastanza esatto delle grandi cattedrali gotiche: voglio dire una creazione d'epoca, concepita appassionatamente da artisti ignoti, consumata nella sua immagine, se non nel suo uso, da tutto un popolo che si appropria con essa di un oggetto perfettamente magico.
  • Il mito è una parola. [Nota dell'autore:] Mi si obietteranno mille altri sensi del termine mito. Io ho però cercato di definire delle cose, non delle parole.
  • Il viso della Garbo è Idea, quello della Hepburn è Evento.
  • Ogni ripudio del linguaggio è una morte.
  • È probabile che se a nostra volta sbarcassimo su Marte quale l'abbiamo costruito non vi troveremmo altro che la Terra stessa, e tra questi due prodotti di una medesima Storia non sapremmo risolvere qual è il nostro. Infatti perché Marte sia giunto al sapere geografico bisogna pure che abbia avuto anche lui il suo Strabone, il suo Michelet, il suo Vidal de la Blanche, e, facendoci sempre più vicini, le stesse nazioni, le stesse guerre, gli stessi scienziati e gli stessi uomini che abbiamo avuto noi. (Marziani)
  • La Garbo appartiene ancora a quel momento del cinema in cui la sola cattura del volto umano provocava nelle folle il massimo turbamento, in cui ci si perdeva letteralmente in un'immagine umana come in un filtro, in cui il viso costituiva una specie di stato assoluto della carne, che non si poteva raggiungere né abbandonare. [...] La Garbo offriva una specie di idea platonica della creatura [...] Il suo appellativo di Divina mirava indubbiamente a rendere, più che uno stato superlativo della bellezza, l'essenza della sua persona corporea, scesa da un cielo dove le cose sono formate e finite nella massima chiarezza. (pp. 63-64)[4]

Citazioni su Roland Barthes[modifica]

  • La posizione di Barthes nel corso dei suoi lavori ricorda quello di Azdak ne Il Cerchio di gesso del Caucaso, opera brechtiana che pare Barthes abbia amato molto. Vi è qualcosa di spostato, di irregolare: Azdak, furfante divenuto giudice, non è all'altezza del suo posto e, improvvisamente tutto si mette a girare e devia schivando il riconoscimento, la verità stessa. (Stephen Heath)
  • Per Barthes, il mito, o per lo meno quello moderno (quello di cui egli si occupa), "è una parola": quindi "può essere mito tutto ciò che subisce le leggi di un discorso", ma d'altra parte "non è qualsiasi parola". (Massimo Corsale)
  • Variare porta a modificare, a trasportare, a cambiare di ritmo; il che costituisce un piccolo manuale della pratica di Barthes. Si pensi ad esempio al cambiamento di ritmo di lettura che interviene in modo così decisivo in S/Z e che dà l'avvio a tutte le variazioni — la pluralità colta in ogni momento — sul testo di Balzac. (Stephen Heath)
  • Viaggiare, spostarsi: questo è il percorso dei lavori di Barthes. Questa è l'attività del testo, e dei suoi testi. Il testo viaggia, sposta, va alla deriva. Così i testi di Barthes sono accesso, non accesso, movimento a spirale, asse avvolgentesi senza sosta ad ogni impero dei segni; senso, soggetto in processo, giro di scrittura, vertigine dello spostamento: «la vertigine è ciò che non finisce: stacca il senso, lo rimanda a più tardi» (Réquichot, p. 18). (Stephen Heath)

Note[modifica]

  1. a b Citato in Massimo Corsale, L'autunno del Leviatiano, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1998.
  2. a b c d e f citato in Stephen Heath, L'analisi Sregolata: Lettura Di Roland Barthes, traduzione di Patrizia Lombardo, Edizioni Dedalo, Bari 1977.
  3. Citato in Elena Spagnol, Citazioni, Garzanti, 2003.
  4. Citato in Jean Lacouture, Divina. Il racconto della vita di Greta Garbo, Roma, Edizioni e/o, 2005. ISBN 88-7641-582-3 pp. 11-12

Bibliografia[modifica]

  • Roland Barthes, Miti d'oggi, traduzione di L. Lonzi, Einaudi, Torino, 1974.
  • Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, traduzione di Renzo Guidieri, Einaudi, Torino, 1980.

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