Bruno Morchio

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Bruno Morchio (1954 — vivente), scrittore e psicologo italiano.

Citazioni di Bruno Morchio[modifica]

  • Il tramonto è luce e colore. La notte silenzio. La pelle contatto che procura brividi di piacere. La sabbia delle mie estati vampa che riscalda il cuore.
    L'alluvione no. L'alluvione è odore. Odore di acqua e fango che penetra nelle narici e scende giù fino alla gola. Odore di marcio. Odore di paura e di morte.[1]
  • [Su Salvatore Pertusiello] Un idealista di centotrentacinque chili che ha a cuore la Giustizia tanto quanto i piaceri della buona tavola.[2]

Bacci Pagano cerca giustizia[modifica]

  • Cos'è un parco letterario? Un giardino dove agli scrittori è permesso brucare l'erba? (Bacci Pagano al ballo a Fontanigorda, p. 129)

Un ibrido d'uomo[modifica]

Incipit[modifica]

Le gallerie, che il treno infilava una dopo l'altra, annunciavano che Genova era ormai vicina. Di lì a poco avrebbe rivisto il mare.
Superata l'ultima stazione dell'Appennino, man mano che i minuti trascorrevano, un'emozione strana, misto di ansia e frenesia, si impadroniva di lui. Non si trattava di una sensazione piacevole, ma il fatto di avvertirla lo caricava di speranza. Se non altro, dopo tanto tempo, provava finalmente qualcosa.

Citazioni[modifica]

  • Neppure la musica jazz riusciva più a commuoverlo. L'ultima volta che aveva ascoltato una compilation di Erroll Garner, uno dei suoi preferiti, anche il tocco misurato e sicuro del maestro lo aveva lasciato indifferente, nessun brivido alle liquide scale di Dancing in the dark, nessuna vibrazione quando era partita la struggente melodia del St. Louis Blues. Da quel momento gli era mancato il coraggio di accendere la radio o infilare un cd nel lettore. (pp. 7-8)
  • Oh, certamente, ho letto anch'io qualcosa sulle tecniche della comunicazione televisiva. Per risultare efficaci bisogna mettersi al livello dello spettatore — non è stato lei a citare il Bar dello Sport? — e ripetere ossessivamente concetti semplici e scontati, senza scostarsi dal più trito senso comune. La regola aurea è evitare ad ogni costo l'invidia di chi ci guarda e favorire la sua identificazione con noi. Peccato che la stretta osservanza di questi principi nel giro di vent'anni abbia fatto a pezzi la lingua italiana, la scuola, il tessuto culturale e la convivenza civile, a tutto vantaggio di una cricca di arricchiti a cui interessano solo due cose, i soldi e il potere. (Bacci Pagano, p. 63)
  • Crede che si possa andare lontano promovendo su larga scala ignoranza e disprezzo per la cultura, additandola come accozzaglia di futili sottigliezze? Non c'è bisogno di essere radical chic per vedere che un paese non progredisce in assenza di una classe dirigente che abbia qualcosa da insegnare a chi la vota. Vantarsi di dire quello che pensa la gente non significa essere democratici, ma ingannare gli elettori. Una democrazia per funzionare ha bisogno di un ceto politico che guardi all'interesse generale, anche contro quello che pensa la gente. (Bacci Pagano, p. 64)
  • La festa si tiene il sabato sera a Crocefieschi, nella villa di campagna dello zio Oreste. Il posto non è Cortina d'Amepzzo né Saint Moritz e non conosce i fasti dei luoghi di vacanza che fanno clamore sulle pagine dei giornali di gossip. Eppure, nella sua provinciale modestia, vanta un alone di prestigio e decoro, e finanche una indiscutibile dignità storica, incarnando i dettami di noblesse oblige della casta che un tempo gravitava intorno al porto di Genova, con i suoi titolari di imprese di spedizione, piccoli armatori, broker e padroncini di ditte commerciali, la cui ambizione era proprio quella di possedere una villa a Crocefieschi, Torriglia o Savignone. (p. 94)

Incipit di altri racconti[modifica]

Bacci Pagano al Roger Café[modifica]

Era un piovosa giornata di febbraio di un inverno gelido che sembrava non finire più. Avevo provato a leggere un libro e ad ascoltare un disco, ma non trovavo pace. Decisi allora di scendere in strada e invitare il Capitano al Roger Café, dove avremmo trovato una ricca collezione di rum, l'ideale per combattere freddo e malumore.

Bacci Pagano sul lago[modifica]

Il lago gli aveva sempre instillato una tenue malinconia senza che riuscisse a spiegarsi perché.
Era arrivato a Lugano col suo Maggiolino e aveva raggiunto la casa del nuovo cliente, un notaio che lo aveva ingaggiato pagando una cifra astronomica rispetto alle parcelle dei suoi scalcinati clienti genovesi.

Bacci Pagano al ballo a Fontanigorda[modifica]

Antipasto misto di salami, prosciutti, giardiniera e salmone affumicato annaffiato con un eccellente cortese di Barcanello, frazione di Capriata d'Orba. Tortellini in brodo accompagnati da barbera d'Asti invecchiato in botte di rovere. Gallina bollita con salsa verde, vitello tonnato e insalata russa con barbaresco Gaja del '96. Muffa nobile di Orvieto abbinata a roquefort e camembert di Normandia. Caffè, frutta secca, pandolce genovese e moscato dolce di Acqui. Brindisi conclusivo con champagne Dom Pérignon acquistato nell'enoteca di via Malta e offerto dal sottoscritto. Il pranzo di Natale a casa di Aurelia è stato impegnativo.

Gli uccelli di Pechino[modifica]

Verso sera si era alzato il vento. Le lanterne rosse ondeggiavano e le fronde del grande cedro piantato davanti all'hotel si agitavano sul muro della stanza.
«Ombre cinesi», pensavo tra me, sdraiato sul letto nella semioscurità.

Bacci Pagano. Una storia da carruggi[modifica]

Incipit[modifica]

L'uomo delle Affissioni Comunali sputa per terra e si forbisce con l'avambraccio libero, il sinistro. Col braccio destro regge il secchio della colla e stringe sotto l'ascella un lungo rotolo di carta. Mugugna qualcosa, forse impreca contro quella smisurata gigantografia che si appresta ad incollare al cartellone con maestria da attacchino professionista. Posa il secchio e torna verso il furgoncino posteggiato in doppia fila. L'aria è pungente e nuvole di vapore esalano dal suo respiro. Afferra la pennellessa a rullo dal manico telescopico. Stenta a farla uscire dal deretano aperto del furgoncino e impreca di nuovo. Intanto, una falce di luna dondola nella gelida notte di dicembre sopra le luminarie natalizie e sopra gli alberi mutilati e spogli di corso Carbonara, nel silenzio.

Citazioni[modifica]

  • Genova e il vento. Due monelli capricciosi che non vogliono mai smettere di giocare. Capricciosi e molesti. Sollevano i cappotti e le gonne delle donne infagottate che in questa fredda mattina di dicembre camminano col passo affrettato di chi vuole finalmente guadagnare un po' di pace. Frenetici mulinelli fanno danzare alle cartacce, alla polvere e alle foglie secche il loro ballo dei pazzi. Tra una raffica e e l'altra, tutta quella rumenta si adagia inerte sull'asfalto; ma ecco che di nuovo la musica del vento la risucchia e ricomincia la danza. (p. 23)
  • Sto accostato al muraglione che da corso Carbonara guarda Genova dall'alto. Un gran bel colpo d'occhio sul porto e sul Borgo, il tratto di centro storico compreso tra Banchi e la porta dei Vacca. Un grigio rebigo di tetti obliqui sotto i quali si spàntega la fitta ragnatela dei carruggi dove il sole fa capolino in punta di piedi, a mezzogiorno. (p. 23)
  • Aspra e genuina vecchia borghesia genovese, nata e ingrassata sulle leppegose acque del porto. Dove il dialetto stempera il cattivo gusto, nobilita la scatologia e dà lustro al turpiloquio. (p. 24)
  • Anche via San Bernardo è un carruggio umido e grigio che scivola verso il mare. Neri e marocchini riempiono gli occhi col loro inquieto girovagare che sembra sempre un fuggire da qualcosa, un'atavica rincorsa contro la miseria e contro la fame. Dal lastricato sconnesso, dove si apre qui e là il buco di un cantiere, l'acqua piovana solleva gli umori della città antica. Quell'odore di refrescume e di piscio che impregna le lastre scivertate del carruggio e trasuda dai muri scrostati dei nobili palazzi. Un tempo questo vicolo si chiamava Piazzalunga. Strada cruciale della Repubblica Marinara. Ed era assai più ampio e arioso di oggi, con le sue logge e i suoi porticati che dal cinquecento in poi sono stati tamponati per guadagnare spazio all'interno delle case. (p. 87)
  • «Gli uomini non piangono».
    Mi ripeteva sempre mio nonno Baciccia. Finché un giorno mi portò al cinema e vedere Via col vento e lo pescai che piangeva di nascosto come un bambino. Quell'episodio mi ha insegnato che alla gente tutta d'un pezzo manca qualcosa di essenziale a cui non avrei mai più rinunciato. Il coraggio dell'incoerenza. (p. 87)
  • Ci sono carruggi e carruggi. Il centro storico di Genova è tutta una fitta ragnatela di vicoli che si intersecano uno nell'altro, diventando man mano sempre più stretti, luveghi e puzzolenti. Fra piazza Cavour, Sottoripa, via Gramsci e le grandi strade carrabili volute dalla borghesia nell'ottocento, coi loro negozi di lusso e il loro traffico di gente e di automobili, ci sono rebighi così oscuri che, oltre ai ratti, ospitano solo una umanità marginale che teme il risanamento urbanistico più ancora che la polizia e i carabinieri. Più o meno come i bagoni temono le disinfestazioni. Case e portoni di origine medievale dove le tracce della memoria hanno anche un corpo, un sapore e un odore. (p. 92)
  • Mi sveglia l'aspirapolvere a tutto gas. Non mi era mai successo di essere svegliato dall'aspirapolvere. Finché dormivo, l'aspirapolvere dormiva anche lui. E comunque il sabato l'aspirapolvere non esce dalla sua tana. Questa è la regola. Ma allora che succede? (p. 121)
  • Eccomi ancora qui, con la rumenta in mano, nella mia strada [Stradone Sant’Agostino]. Brezza di scirocco e aria di casa. Quando nel seicento l'hanno costruita, le altre strade erano poco più che budelli. Non c'era un'altra ragione per chiamare stradone una carreggiata larga non più di dieci metri, occupati per metà dal marciapiedi e, sulla sinistra, dalle automobili in sosta. (p. 126)
  • Mentre sgranocchiavo la mia focaccia, riattraversai Sarzano costeggiando il cantiere della metropolitana e cominciai a scendere lungo lo Stradone. Attento a dove mettevo i piedi, un po' per il lastricato sconnesso ma, soprattutto, per evitare le merde dei cani che fioriscono come funghi sulla strada e sul marciapiede. Lo Stradone, aria di casa e un profluvio di merda. Dei colombi e dei cani. (p. 127)
  • Man mano che mi inoltro nella val Bisagno l'aria della sera si fa sempre più gelida. La Vespa corre veloce e, nonostante il parabrezza, una morsa ghiacciata mi taglia la faccia con fendenti affilati come bisturi. Ho superato il cimitero, la volpara e il gasometro e non ho potuto evitare di pensare: – Proprio una valle delle meraviglie, questa val Bisagno. (p. 145)
  • Esco su via Piacenza, poco prima della biforcazione con via Emilia, dove comincia il vecchio quartiere popolare di San Gottardo. Grandi palazzi anonimi e senza balconi si affacciano sul Bisagno, abitati da gente perfettamente consapevole che quello che vede non è né la Senna né l'Hudson. E nemmeno il Tevere o il Po. Un greto riarso di erba secca e di pietre, ingombro di detriti e di spazzatura, dove perfino le anatre non riescono a sopravvivere alle piene e alla siccità più di qualche settimana. (pp. 145-146)
  • Il centro storico è sempre stato come qualunque altra delegazione di Genova. Un paesone. I posti dove sono cresciuto, i bar dove andavo a comperare il latte e a giocare al calciobalilla erano più o meno come qui da voi. Anche la gente che ho frequentato quando ero ragazzino era la stessa. Portuali, operai, artigiani. Tanti immigrati del sud, come qui. Forse c'era qualche bagascia e qualche tossico in più. Ma per il resto era tutto uguale. È adesso che sta diventando un'altra cosa. Certe strade, come San Lorenzo, sono diventate dei salotti buoni per il passeggio e in pochi anni le case ristrutturate hanno triplicato il loro prezzo. Per non dire degli affitti. Così non c'è più posto per i vecchietti che giocano a cirulla e che hanno pochi soldi in tasca. (p. 159)
  • Natale, la madre di tutte le feste. Per tutti, anche per chi non ci crede e ne farebbe volentieri a meno. Quella che inesorabile, anno dopo anno, mette a dura prova la nostra abilità a confezionar balle per renderci passabile la vita che viviamo. La festa che ci riporta a quando eravamo bambini e lo fa senza lasciarci scampo. Ci sbatte sulla faccia l'infelicità di allora, più o meno mascherata, la solitudine, la rabbia, i silenzi pieni di parole senza significato. Oppure una presunta felicità che abbiamo perduto per sempre. Comunque vada, ci cucina un piatto amaro di angoscia e di dolore. (pp. 169-170)
  • Dalla rampa mi sfugge un'occhiata oltre la valletta del rio Torbido dove il sole tintinna sui colori sgargianti delle case di Campo Pisano. Il rosso, il kaki, il color vinaccia. Uno sberleffo contro quell'insulso groviglio di strade, cemento e pessima speculazione che ha rimpiazzato la vecchia via Madre di Dio. L'erba riarsa dei giardini di plastica avrebbe la pretesa di fargli da foglia di fico. Quando si dice che il rimedio è peggiore del male. (p. 194)
  • Mi soffermai a guardare le luci dei cantieri navali, gli alberi delle barche sui moli sferzati dal burian, il fanale rosso della diga foranea. E più in là, oltre tutto questo, il mare. Nero, silenzioso, infinito. Tutto ha un inizio e una fine. E per me il mare è come la fine di tutto. L'immensa, sterminata distesa dove ogni cosa può perdere la sua identità e tornare ad essere quello che è sempre stata. Acqua. Vento. Niente. Questo siamo sempre stati prima che nostra madre ci regalasse al mondo, e regalasse un po' di mondo anche a noi. E questo alla fine torneremo a essere. Don't worry, babe. Be happy. (p. 205)
  • Arrivato davanti al sagrato di Santa Maria di Castello sistemai la Vespa accostata al muro di una della case che danno sulla facciata della chiesa. La facciata di pietra grigia era fiocamente illuminata dai lampioni della strada, ma non sembrava per questo meno solenne. Si lasciava guardare così, come una bella donna senza trucco, perfettamente consapevole dei propri mezzi. Aveva conosciuto nei secoli ben altre oscurità, quando la notte era davvero la notte, e gli uomini non avevano da opporle che la flebile luce di qualche fiaccola. (p. 206)
  • [...] la Storia è un film dove i Nostri non arrivano quasi mai. E, quando arrivano, sono sempre meno buoni... (Draghi, p. 257)

Explicit[modifica]

Arriviamo davanti al portone della questura. Mi tengono stretto, con le mani ammanettate dietro la schiena. Faccio un estremo tentativo e torco la testa in direzione del liceo.
«Non qui! Laggiù! Attenti laggiù!».
Dall'interno un poliziotto apre la porta. Sto per essere spinto nell'atrio della questura...

Lontano. Flebile. Secco. Un colpo lacera l'aria.

Colpi di coda[modifica]

Incipit[modifica]

Il carruggio odora di pioggia e refrescume. Il porto antico, con le sue acque verdi e stagnanti, si apre al di là della stazione della metropolitana e della strada dove è posteggiato il furgone con un autista al volante pronto a partire.

Citazioni[modifica]

  • Genova appariva ai miei occhi angusta e decrepita e il restyling modaiolo della città vecchia l'aveva trasformata in un ospizio di lusso, tirando a lucido lo scenario del suo orgoglioso declino. Tagliata fuori da tutto, marginalizzata dalle grandi arterie di comunicazione e dai traffici dell'economia globale, il suo destino era consumarsi a poco a poco, come la fiammella di un mozzicone di candela. Mi domandavo se mai il respiro del mondo sarebbe un giorno tornato a lambirla, sia pure incidentalmente e di striscio, e con quali conseguenze sul suo gracile organismo moribondo. (p. 18)
  • «[...] Bisogna riconoscere che gli americani hanno dato all'umanità tanti dolori, ma anche alcune cose buone».
    «Per esempio?»
    «I libri di Faulkner e il manhattan», rispose scrollando le spalle. (pp. 72-73)
  • I poliziotti sono come i preti. Quelli in borghese sono i più pericolosi, perché non si lasciano riconoscere. (O'Flaherty, p. 73)
  • Passando davanti alla chiesa di San Donato O'Flaherty si allontanò di qualche passo e alzò la testa, in contemplazione del campanile romanico ottagonale. La pioggia gli cadeva sul volto e sulla barba e sembrava lavare via dai suoi occhi preoccupazioni e dispiaceri. Quasi che quello spettacolo lo ripagasse di tutta la merda che nella vita gli era toccato vedere, passando da una guerra all'altra, da un massacro all'altro. [...]
    «È meraviglioso», declamò spalancando le braccia in un ampio gesto teatrale e sputacchiando acqua piovana. «Non sembra neanche opera dell'uomo, ricorda una quercia millenaria.» (p. 78)
  • La presunzione che l'amore renda commestibili anche le pietre [...] produce nelle donne intelligenti guasti più profondi che nelle stupide. Esse infatti sanno che non è così, ma il desiderio di smentirsi le induce a mettere i loro uomini alla prova, trasformando la vita di entrambi in un inferno. (pp. 97-98)
  • Il comunismo è caduto anche perché i suoi metodi non funzionavano più. Nell'era di Internet è diventato impossibile censurare una notizia. Tutto quello che si può fare è evitare che essa venga recepita, facendola scomparire in una pletora di informazioni. Tecnicamente, si chiama azzerare la differenza accrescendo la ridondanza. Sopprimere e reprimere è costoso e poco remunerativo. Molto meglio allungare e diluire, come il caffè americano rispetto al vostro espresso. (p. 112)
  • Piazza Carignano è dominata dalla poderosa mole della basilica dell'Assunta. La chiesa progettata da Galeazzo Alessi ricorre spesso nelle conversazioni dei genovesi. Ogni volta che un'attività procede a rilento, fino a destare il sospetto che possa restare incompiuta, in città dicono che è «lunga come i lavori della chiesa di Carignano». Così è stato per il teatro dell'opera, ricostruito dopo cinquant'anni, per pochi chilometri di linea metropolitana, realizzati in un ventennio, per non dire della cosiddetta bretella autostradale, mitico progetto destinato a rimanere tale. Genova è una città fatta così. Centellina il cambiamento e invoglia i suoi abitanti a vivere a lungo per vederne traccia. (p. 275)
  • Mi alzai e andai alla grande finestra affacciata sull'aiuola dove i fiori disegnavano il profilo delle caravelle di Colombo. [...]
    Le caravelle navigavano e si apprestavano ad attraversare una nuova notte. Le loro scie immaginarie tracciavano rotte incerti e fragili, come il filo a cui erano appese le nostre vite. (pp. 281-282)
  • «[...] Ma avete notato come la città gioca con la luce?»
    «Nello stesso modo in cui gioca con i soldi. La risucchia e la nasconde negli anfratti dei carruggi, quasi temesse che qualcuno gliela rubi.»
    «Cosa c'entrano i soldi?»
    «Anche con quelli si comporta così. Li afferra e li nasconde nelle banche. Non vi siete accorto che a Genova c'è una banca ogni trenta metri?» (pp. 363-364)
  • «Ma sapete cosa mi ha sedotto di questa città?». [Genova]
    «La sua somiglianza con Lisbona?»
    «Anche quella, ma soprattutto il fatto che mi ricorda una vecchia signora che non si preoccupa di nascondere la propria età. In questi tempi di donne rifatte e centri storici tirati a lucido, mostrare le rughe è un atto che richiede una serena fiducia nella propria bellezza.» (p. 364)
  • Ero arrivato davanti al duomo. La sua facciata sontuosa era lambita da una luce tenue, sfumata d'arancione, che preannunciava l'imbrunire. Scivolava sulle bande di marmo bianco e scuro, si insinuava beffarda nella maestosa strombatura del portale, accarezzava i leoni di marmo posti ai lati del sagrato come fossero due grossi gatti che facevano le fusa. Anche quell'immagine, colta per caso e quasi di straforo, mi ricordò che nella mia città e nella mia esistenza non c'era posto per i toni solenni e le affermazioni definitive. (p. 373)
  • La verità, mio caro [...] è come la ragione. Un bene prezioso che sta sempre nelle mani degli altri. [...] Possederla non serve a nulla se gli altri non la riconoscono. (p. 406)

Explicit[modifica]

Avverte una fitta allo stomaco e ricorda che stamattina non ha fatto colazione. Con un gesto secco, definitivo, richiude i passaporti e li sistema in una tasca interna della borsa di pelle. Il resto lo ripone nello zainetto, che rimette al suo posto nel cartone.
«Parlerò con gli uomini del blitz sul Catalina», pensa, e con stupore si accorge di averlo fatto in italiano e a voce alta, come se parlasse con qualcuno. «Faranno in modo che sia il tuo amico commissario a trovarli, in qualche rebìgo dello yacht.»

Con la morte non si tratta[modifica]

Incipit[modifica]

A contatto con l'asfalto rovente l'aria sembra diventare liquida. In lontananza, le auto e i camion che sfrecciano sulla statale 131 in direzione sud si dissolvono come in un miraggio. Si è alzato il maestrale e sferza la campagna con raffiche che assomigliano a lame di rasoio. Il sole a picco cuoce la testa ai tre uomini chiusi nell'abitacolo della BMW parcheggiata sul lato della carreggiata. Hanno scambiato poche parole e sono rimasti a guardare il cartello stradale davanti a loro senza vederlo.

Citazioni[modifica]

  • Il carruggio [Canneto il Lungo] era affollato di gente che faceva la spesa. [...] Mano a mano che scendevamo verso il mare, il calore del giorno sprigionava dal selciato odore di refrescume e di piscio. I muri grigi delle case ne erano impregnati. L'azzurro del cielo si incuneava tra i palazzi con bizzarre geometrie che si strozzavano nel rebigo di una grondaia e la luce pioveva avara sui colori delle merci esposte nel vicolo. Il rosso vivo delle fragole e delle ciliegie, il giallo dei fiori di zucchina e le foglie verdi del radicchio e del sarzetto di stagione. (pp. 25-26)
  • In prigione avevo molto tempo per leggere. E farlo mi aiutava a non pensare. In quei cinque anni ho divorato più libri di quanti ne avrei letti nei venti successivi. Ma mi è sempre rimasta la curiosità di scoprire che gusto avessero certi libri assaporati da uomo libero. Come se rileggerli fosse il solo modo per riprendermi qualcosa che mi era stato sottratto. Perché i libri sono come le persone e cambiano a seconda del momento in cui li incontri. E chi può dire se sono loro a cambiare o se invece sei tu che, nel frattempo, sei diventato un altro... (pp. 58-59)
  • «I sentimentalismi non mi sono mai piaciuti. Preferisco le donne nude.»
    «Ma cosa è una donna nuda senza un po' di sentimento?»
    «Un'occasione da non perdere.» (p. 79)
  • Il grande Gatsby.
    Straordinario personaggio. Ricco. Chiacchierato. Invidiato. Solo. (p. 165)
  • Pensai anche a come gli uomini siano riusciti a compiere il miracolo di trasformare la natura. E ricavare dalla fragranza di un arbusto contorto, battuto dai venti, un'elaborata mistura di gusti capace di risolvere la rabbia in una fatua risata, e il dolore in un guscio vuoto come le conchiglie disseminate dal mare sulla spiaggia di Quirra. (p. 243)

Explicit[modifica]

«Devo chiederti un altro favore.»
«Vuoi che parli al maresciallo Giraudo per Aglaja?»
«Per Aglaja? E perché? Voglio che parli a tuo cognato, il pastore. Chiedigli se ha un caglio di capretto da vendermi. Devo onorare una promessa.»

Fragili verità[modifica]

Incipit[modifica]

Caronte. Così hanno chiamato l'anticiclone tropicale che dai primi di luglio ha trasformato il Bel Paese in una propaggine d'Africa, vomitando sulle città il caldo più torrido degli ultimi centocinquant'anni. Altro che emergenza profughi, raccontata dai media come se l'emergenza fosse la nostra e non la loro. Questa è la vera calamità che attraversa il Sahara, scivola sulle acque del Mediterraneo e sbava trentacinque gradi umidi sull'asfalto e sui muri arroventati delle case.

Citazioni[modifica]

  • Io sto in pensione, guaglio', e non pretendo di insegnare nulla a nessuno. Non c'è niente di peggio che voler restare attaccato a una scrivania e a una poltrona quando ormai sei fuori dai giochi. Si corre il rischio di diventare patetici. Hai sempre l'impressione che gli altri ti stiano ad ascoltare per benevolenza, ma dietro la benevolenza cova la condiscendenza, e ti assicuro che è un cocktail amaro da mandare giù. I galloni sono come le medaglie: valgono qualcosa finché li porti addosso. Appesi al muro danno lustro ma non servono a un cazzo. (Totò Pertusiello, p. 34)
  • L'indignazione dei vecchi è sempre sospetta [...] E sai perché? [...] Perché puzza di rancido, come la mozzarella andata a male. Quando un vecchio s'indigna non si sa mai se lo fa perché il presente fa schifo, o perché vorrebbe portare indietro le lancette dell'orologio. (Totò Pertusiello, p. 34)
  • Anch'io ho il mio piccolo zaino dal quale estraggo Il Maestro e Margherita di Bulgakov. È uno dei primi romanzi che ho letto quando ero in prigione, a Novara, e ricordo d'esserne rimasto incantato. L'irrompere della vita sotto forma di diavoli e gatti mammoni nella grigia, soffocante atmosfera della Mosca staliniana mi aveva fatto sentire più libero, nonostante fossi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. (pp. 50-51)
  • Abbiamo attraversato un ampio salone open space con cinque o sei scrivanie multicolori dotate di computer fantascientifici ai quali lavoravano altrettanti giovani, uomini e donne, tutti attraenti, presumibilmente architetti e ingegneri con contratto a tempo determinato. In questo paese funziona così, chi fa un lavoro creativo e appassionante, che richieda studi di alta specializzazione, deve pagare lo scotto di tale privilegio accontentandosi di un lavoro precario e sottopagato. I compensi miliardari restano appannaggio dei calciatori e dei buffoni della televisione. (p. 69)
  • Mentre preparavo il caffè mi è tornato alla mente, nitido e quasi reale, un frammento del mio sogno. Ero là, in America, nella stanza dell'ospedale. Sentivo il mio corpo bloccato – come in effetti è stato, per sei mesi prima dell'intervento e altri tre durante la convalescenza – un ricordo spiacevole che è rimasto inciso nella mia memoria somatica e forse non se ne andrà più. Una sorta di effetto dell'arto fantasma, se non fosse che ne sono uscito indenne e ho recuperato appieno l'integrità del mio corpo e delle sue funzioni. Disteso sul letto guardavo attraverso la finestra aperta le foglie degli aceri appena increspate dalla brezza della sera. Mi pareva di sentirne anche l'odore. Stavano cambiando colore e da verde pallido si erano fatte rosse. A un tratto la porta si spalancava ed entrava un ragazzo: Giovanni Selman. Mi guardava e sorrideva. Non ci trovavo niente di strano nel fatto che fosse venuto a trovarmi, quasi lo stessi aspettando. Provavo a parlargli ma lui non ascoltava. Si limitava a ripetere: «Ora capisci come ci si sente?». (p. 127)
  • Quello che mi ha sempre irritato dei sogni è che non sappiamo che farcene. Eppure, dagli assiri alla cabala fino alla psicoanalisi, gli uomini hanno coltivato la convinzione che essi siano messaggi da decifrare e contengano verità più profonde di quelle che riusciamo ad afferrare durante la veglia. (pp. 127-128)
  • [...] nel cuore del quartiere di San Vincenzo noto per il passeggio, lo shopping e le piene alluvionali del Bisagno che, alle prime piogge autunnali, allagano strade e negozi trasformando la sua aria salottiera in un desolato paesaggio d'acqua putrida e fango. (p. 138)
  • Le strade sono già tutte un brulicare di gente. Tanti stranieri – soprattutto arabi e africani – che muovono verso via Turati, dove ogni mattina allestiscono un mercatino di ravatti che ha fatto scorrere fiumi di parole sui giornali cittadini e sui social network. È una questione di decoro – parola che mi fa venire l'orticaria – hanno scritto in molti, lo spettacolo della povertà fa scappare i turisti e appanna l'immagine della città. Punti di vista. Quando la povertà non può essere estirpata, bisogna spazzarla sotto il tappeto e renderla invisibile, trattando gli esseri umani alla stregua di acari. (pp. 167-168)
  • Non so come e perché: questo è il tuo motto! Il ragazzo ha ragione, tu non sai un cazzo e continui a farti i tuoi film nella testa. (p. 173)
  • Per me che sono un irriducibile ateo [...] il solo beneficiario della gratitudine non può che restare il destino, quella complessa di trama di accidenti che, intersecandosi nei modi più imprevedibili, decidono della nostra felicità e della nostra disperazione, della vita e della morte. Portare gratitudine al caso è un ossimoro, un controsenso, ma questo è il solo modo in cui riesco a concepire l'esistenza: una sequenza di alternative cominciata molto prima della nostra nascita e che finirà quando non ci saremo più. Se, ogni volta che la sfanghi, tutto quello che riesci a pensare è che ti è andata di culo, dove altro puoi riporre la tua gratitudine? (p. 186)

Explicit[modifica]

La donna infila la chiave nel portone, poi si volta di scatto e, strizzando l'occhio, sussurra: «Mi dica la verità, le prometto che resterà fra noi: lei è per caso un vigile urbano?».

La crêuza degli ulivi[modifica]

Incipit[modifica]

Era un'altra notte di passione. Una di quelle notti che a Genova vengono sul finire di agosto, schiacciate da una calura viscida e spugnosa di umidità. Quando ogni cosa appare sospesa in un'immobilità senza respiro e non si avverte neppure un alito, una bava d'aria. Dallo stradone saliva un'afa che rimbalzava contro il muro dell'antico convento di San Silvestro. Ed entrava tutta in casa mia. L'unica luce accesa nel deserto del mio palazzo disabitato. Da ore ormai mi crogiolavo in un inferno dilatato e immenso, come il silenzio della notte. Non un'auto, un motorino né una voce umana nella città addormentata. C'era solo da aspettare il nuovo giorno. E le frustate del solleone, sempre più incarognito, come se si piccasse di lasciare il segno prima di passare le consegne alla Vergine.

Citazioni[modifica]

  • Camilla. Musica.
    I think I'm gonna be sad, I think it's today.
    I Beatles. Ticket to ride.
    – Non ci sono e si capisce, se no risponderei. Parlate da soli e qualcosa sarà. (segreteria telefonica, p. 33)
  • Un matrimonio finito male è una ferita aperta che ti porti dentro. Dovunque tu vada. Non è per quel che si dice di solito nelle ricette della cucina del buon senso. Il sentimento di avere fallito qualcosa, quasi che un matrimonio fosse un investimento in borsa, e la vita un capitale da spendere con oculatezza. E neanche per via dei sensi di colpa per l'altro. Perché gli altri finiscono sempre per cavarsela benissimo, anche da soli. Anzi, forse anche meglio di quando ci avevano tra i piedi e ci ritenevano indispensabili. A dispetto della nostra indiscutibile nocività. Un matrimonio finito ti sanguina dentro perché i ricordi belli sono duri a morire. E fanno tanto, tanto male. E ogni volta che fanno capolino, bisogna sfoderare il bisturi della razionalità per tenere duro. E la rabbia, la rabbia, come uno sconfinato blob di merda, dilaga ovunque, uscendo da ogni crepa dei fragili muri dell'anima. (p. 59)
  • Il rimpianto è l'Alzheimer dei separati e la paraplegia dei separandi. Il veleno che li paralizza, impedendo loro di fare l'unica cosa sensata possibile. Separarsi. Dichiararsi vinti. Riconoscere che non c'è altro da fare. A quel punto, la sola terapia possibile rimane il cinismo. L'estrema risorsa che ci resta quando sentiamo che il mondo ci ha fregati, oppure che ci siamo fregati da soli con le nostre mani. Noi non siamo fatti per vivere una vita sola. E in quella che abbiamo, vorremmo farci star dentro ben altro di quanto possa contenere. E così, diventa maledettamente difficile accettare l'idea di perdere qualcosa. Qualunque cosa che sia bella. E che ci abbia dato un poco di gioia e di senso del vivere. (pp. 59-60)
  • L'ascensore era quasi vuoto. Lento e signorile come i borghesucci che abitano il quartiere di Castelletto. Con la delicatezza di un salumiere quando deposita le fette di cima ripiena sulla carta velina, mi sollevò dal centro storico per portarmi, se non proprio in paradiso, ad affacciarmi alla balaustra del belvedere Montaldo. Dove pare di toccarli, i grigi tetti di lavagna della tremula Genova di Caproni. (p. 107)
  • Ma quella non era una qualunque sera d'agosto. Era trascorso poco più di un mese dalla tragedia del G8. L'evento che doveva mettere Genova in vetrina, e vendere i fasti della sua immagine al mondo. E ancora bruciava il ricordo delle strade messe a ferro e fuoco da una violenza gratuita e senza scopo. Dei cortei avvolti dal denso fumo dei lacrimogeni. Dei feroci pestaggi della polizia. Dei lividi impressi sulla carne viva del buon senso come indelebili testimonianze di una sconfinata, brutale stupidità. E la città si portava dentro la morte di quel ragazzo come una ferita inutile. Evitabile. E proprio per questo, difficile da sanare. Ma quel dolore era il suo, e non voleva che se ne parlasse troppo. Quasi contenta all'idea che il mondo si sarebbe presto dimenticato di lei. (p. 121)
  • La casa di Totò Pertusiello sta imbriccata sulle alture, in una strada inventata dagli ottusi speculatori degli anni sessanta tra la serpentina di via Napoli e il quartiere popolare di Oregina, con le sue vecchie case dai minuscoli poggioli abitate da vecchi pensionati che un tempo sono stati portuali e marittimi. Una strada stretta e ripida, dove anonimi palazzoni si ammucchiano e si rubano il sole tra mostruosi muraglioni di sostegno. Neppure un marciapiede. E la quotidiana lotteria serale per posteggiare l'automobile. (pp. 135-136)
  • Perché Genova è anche questo. Una colata di cemento, spietata e inguaribilmente triste. E colpevolmente stolida, se si pensa che quando questi obbrobri furono tirati su, il centro storico languiva abbandonato ai topi e alle macerie. Così, là dove fino agli anni cinquanta erano stati prati e orti e qualche casolare rustico, sono cresciuti interi quartieri pieni di casermoni affastellati contro i monti, in cui la disperata fame di spazio fa lievitare i prezzi dei box e deprime la voglia di vivere dei bambini. Un albero o un'aiuola non si trovano a cercarli col lanternino. (p. 136)
  • Il cappon magro è una delle ricette predilette dall'Agnese, che di quel piatto tipico ligure ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. A dimostrazione del fatto che la cucina è come la musica e non conosce invalicabili barriere lessicali e fonetiche. A differenza della lingua. Basta avere gli strumenti giusti e gli ingredienti necessari. Perché l'Agnese è nata e cresciuta a Ravello, su un'altra riviera, a settecento chilometri da qui. E se la focaccia è come una sonata e il pesto un quartetto d'archi, il cappon magro è la grande sinfonia della cucina genovese. Un piatto ricco da ricchi, infarcito di ingredienti pregiati e costosi che per secoli sono stati esclusiva prerogativa dell'aristocrazia. (p. 137)
  • Coi piedi allungati su un pavimento dove la graniglia lucidata a piombo disegnava, sullo sfondo scuro, i contorni bianchi e verdi di figure geometriche che si intrecciavano come in una danza. Un tipico pavimento genovese, fino a qualche decennio fa diffusissimo per via dell'economicità dei materiali. Oggi quel tipo di pavimentazione non si usa quasi più, ed è stato rimpiazzato dalle piastrelle di ceramica, assai più economiche e pratiche. Facili da impiantare e da tenere pulite. Un'arte, quella di impastare la graniglia, che si è quasi completamente perduta. Tuttavia, almeno fino agli anni sessanta, anche nelle case popolari i pavimenti erano rivestiti di graniglia. (p. 151)
  • [...] nel nostro mestiere la verità è un po' come l'infinito di Leopardi, sempre esclusa allo sguardo da un colle e da una siepe. E il più delle volte, il colle e la siepe sono proprio l'ovvio e la normalità del quotidiano, che non bisogna mai dare per scontati. (p. 166)
  • Genova era immersa in un silenzio che, di lì a qualche giorno, avrebbe lasciato il posto alle frenetiche attività che riempiono il centro storico per undici mesi all'anno. Furgoni, motocarri, auto e motorette. I crocchi degli studenti che invadono la facoltà di architettura. I pachidermici camion che portano via detriti dall'eterno cantiere di piazza delle Erbe. Il popolo diurno dello shopping, e quello notturno che si spantega nella miriade di locali disseminati nei carruggi. (p. 272)

Explicit[modifica]

Il pugno gli arrivò dritto in faccia. E lo scaraventò sul letto dove giaceva suo padre. Uno sopra l'altro. Due grandissimi stronzi, che avevano sbagliato tutto nella vita. Andò a segno, preciso come la pallottola che aveva cancellato dalla faccia della terra un pericoloso killer. L'uomo che aveva ucciso la giovane infermiera Linda Beltrami. Affogandola nella vasca da bagno, nella sua casa rossa della crosa degli ulivi.
Un tal Maurice Carta, detto lo Svizzero.

Le cose che non ti ho detto[modifica]

Incipit[modifica]

Quando Mara pronunciò il nome di quell'uomo, il ricordo balzò fuori da una torbida zona d'ombra come un animale ferito. Parlavamo al telefono e non ci vedevamo da molto tempo. Dentro avvertii qualcosa che si strappava, un dolore senza forma e senza parole. Ma anche la rassicurante certezza che il Gigante fosse ancora vivo, seduto sulla poltrona di cuoio nello studio dove lo avevo conosciuto.
Erano trascorsi più di vent'anni, da allora.

Citazioni[modifica]

  • «Il cotonastro è la mia passione», disse la donna. «Cespugli senza pretese, eppure così armoniosi.» (p. 37)
  • L'angoscia è una pessima compagnia, non trova? E ciò che la rende intollerabile è il fatto che non c'è un motivo concreto che la scateni. È un male oscuro senza nome e senza volto. (p. 49)
  • Mia figlia aveva il potere di mettermi le mani nel sangue. Si infilava nelle pieghe dei miei pensieri e delle mie paturnie come se fossi trasparente. Forse un figlio è anche questo, un prolungamento del nostro modo di sentire e pensare. Per questa ragione crescere e scrollarsi di dosso i genitori costa tanta fatica. (p. 70)
  • [...] l'ineffabile privilegio di plasmare qualcuno a nostra immagine, propiziando un'affinità così profonda da rendere naturale capirsi senza parlare, col tempo diventa un grosso impaccio. E liberarsene procura sofferenza. (p. 71)
  • A volte pensavo che con Mara il desiderio non sarebbe mai venuto meno. Arrivavo perfino ad augurarmi che invecchiasse presto, e si facesse grinzosa e flaccida, per smettere di rimpiangere il suo corpo e il sesso che facevamo insieme. Un sesso tenero, vellutato, nutrito di carezze, sfioramenti e sospiri, che mi lasciava dentro un senso di appagamento e profonda beatitudine. Una musica dolce come il secondo movimento del concerto per piano KV 467 di Mozart, il celebre numero 21. Quell'andante si snoda così delicato e struggente da sciogliere qualunque groppo del cuore. L'attacco degli archi, scandito dal pizzicato dei violini, scivola dalle note più basse a quelle più alte con la disinvoltura naturale di cui solo il grande Volfango Amadeo era capace. (p. 89)
  • Il sogno aveva tinte sfumate. Case di legno vivo coi gerani alle finestre, una spiaggia di sabbia giallina screziata da ciuffi di erica e un cielo crepuscolare velato di malinconia. I miei genitori erano ancora giovani, come in certe fotografie in bianco e nero che custodisco in una vecchia scatola da scarpe. Giocavano sulla spiaggia lanciandosi una palla senza farle toccare terra. E ridevano, ridevano felici. Il luogo mi era familiare, anche se non saprei dire dove si trovasse. Tutto era lindo e ordinato. Come in certi villaggi che si affacciano sui freddi mari del Nord. Forse quel posto l'avevo visto in un film per poi dimenticarlo. Da qualche parte dovevo esserci anch'io, ma non mi vedevo. Neanche loro mi vedevano. Cazzo, quella non era la prima volta che in un sogno non mi cagava nessuno. (p. 105)
  • La borghesia di questa città [Genova] è fatta così. Ha lasciato le ville e i palazzi monumentali alle banche e alle finanziarie, accontentandosi di abitare in edifici meno dispendiosi e non troppo appariscenti. Tutto nello stile del vecchio proverbio genovese che suggerisce di mostrare il culo piuttosto che le palanche. (p. 137)
  • [...] essere genoano è come essere comunista. Stare dalla parte dei perdenti non piace a nessuno, ci vuole costanza e disciplina. (Bacci Pagano, p. 162)
  • Posteggiai la Vespa davanti alla crêperie del Capitano e cominciai a scendere per lo stradone di Sant'Agostino. Svoltai in piazza Negri, davanti al teatro della Tosse, e mi avviai verso vico Re Magi. L'occhio si soffermò sul campo da basket e sui giardini appena costruiti, maldestri tamponamenti delle macerie postbelliche. Grate di ferro li chiudevano, aggiungendo inutilità al cattivo gusto. Grazie a dio, al di là di quelle brutture della modernità, le facciate multicolori delle Erbe splendevano gioiose al sole del mattino. (p. 185)
  • [Su via di San Bernando] Il carruggio era in ombra e sembrava avere assorbito tutta l'umidità del temporale notturno. Il selciato era lucido d'acqua ed emanava odore di refresco e uova marce. Ritagli di azzurro si aprivano tra le grondaie, tratteggiando bizzarre figure geometriche contro il grigio degli antichi palazzi. All'incrocio con vico Vegetti una macchia di sole ravvivava l'asfalto e l'intonaco scrostato di un muro. Man mano che scendevo verso il mare incontravo artigiani al lavoro, netturbini che svuotavano i cassonetti della rumenta, muratori arabi o sudamericani a caccia di un caffè, baristi sulla soglia del locale che fumavano una sigaretta, senegalesi coi loro borsoni che venivano a far rifornimento nei magazzini e qualche puttana che batteva fuori orario. (p. 189)
  • Mentre scendevamo affiancati verso il mare, ripensai a quella strada illustre che aveva davvero profumato di carrozze e lacchè, auto d'epoca e bauli da viaggio carichi di sogni e antichi splendori. Ville in stile liberty e grandi alberghi di lusso. Il mito di Nervi, rinomata stazione balneare dove nobili e ricchi borghesi venivano a svernare sotto quelle palme ora intossicate dallo smog. Qualcuno scendeva dal treno, nella vecchia stazione in fondo al viale, e prendeva alloggio in uno dei Grand Hotel ormai trasformati in residence per mariti in fuga e amanti con il tempo contato. (p. 200)
  • Tutto era cominciato da lì. I primi comitati di base nell'autunno del '68, i cortei studenteschi, i volantinaggi. L'impossibile che profumava di possibile. La militanza che intrecciava la nostra giovinezza con quella del mondo. Prima che ciascuno, prigioniero del proprio ego in suppurazione, cominciasse a seminare paletti per delimitare recinti dove correva obbligo pensarla allo stesso modo. Per quanto ti sentissi rivoluzionario, c'era sempre qualcuno più rivoluzionario di te. La diaspora gruppettare è stata nient'altro che questo. Se l'immaginazione non riusciva ad andare al potere, tanto valeva sostituirla con l'idiozia e accaparrarsi comunque una fetta di dominio, per quanto miserabile. Questa e non l'ideologia comunista è stata la vera matrice del partito armato. La rincorsa alla visibilità a ogni costo. Non a caso trent'anno dopo molti hanno finito per aderire al partito-azienda delle televisioni, dimenticando lezioni e proclami comunisti blaterati alle assemblee come se piovesse. (p. 205)
  • Il carruggio [Via di Prè] era illuminato dai numerosi phone-center e internet-point che facevano affari d'oro grazie al richiamo irresistibile della nostalgia. Uno di questi, contiguo al negozio di alimentari di un mio amico marocchino, sfoggiava la sequenza di sette orologi che scandivano l'ora del cuore dei turisti forzati della miseria provenienti da Ecuador, Romania, Bangladesh, Marocco, Senegal, Nigeria ed Egitto. Le gastronomie dove si cucinavano kebab e felafel rimandavano odore di carne arrostita a coprire le fragranze di cannabis e piscio stagnante che impestavano l'aria. Anche i negozi di cosmetici esotici non chiudevano mai, forse per soddisfare le necessità delle giovani prostitute nigeriane che cominciavano a fare la posta davanti ai portoni. (pp. 206-207)
  • La nostalgia è il veleno che la sinistra ha sparso su questa città [Genova], ripeteva un giovane architetto davanti a una crêpe del Capitano. (p. 219)

Explicit[modifica]

Ma questa sera c'è una novità.
Per la prima volta Aglaja dormirà in questa casa. Nella stanza che la aspetta da dieci anni. Vuota e triste come un museo, il museo delle occasioni perdute. Con lei dormirà la sua amica Laura. A Virgilio e Angelica ho lasciato la mia camera da letto.
E io?
Potrei dormire qui, sul divano del soggiorno.
Oppure...
Oppure niente. Dopo dieci anni, dormirò nella mia casa insieme a mia figlia.

Le sigarette del manager[modifica]

Incipit[modifica]

Zzzzzzzzz...
Il ronzio si propaga nell'aria in onde concentriche, come accade all'acqua d'uno stagno intorno al punto in cui il sasso cade e s'inabissa. Invade l'ufficio con prepotenza, ma anche con un crudo senso di disperazione. Da questo sfregamento di ali trapela uno stato di allarme, una sofferenza atroce e forse un presagio di morte. Scruto angoli e pareti della stanza, alla ricerca dell'ospite inatteso che è venuto a disturbare la lettura del giornale, la mia preghiera laica del mattino. Deve essere entrato da una finestra che ho dimenticato aperta e ora si sarà ficcato in una trappola da cui non riesce a liberarsi.

Citazioni[modifica]

  • Anche la strada non è una strada qualunque. Passa sotto il moncone di un ponte che otto mesi fa è crollato con uno schianto e ha fatto 43 morti. Era il primo viadotto dell'autostrada Genova-Ventimiglia e potevano essere molti di più, per fortuna quella mattina pioveva a dirotto e il clima non invogliava a mettersi in viaggio. Qualcuno si sarà detto: è solo una burrasca estiva, aspetto che passi; magari ha bestemmiato contro il tempo infame – proprio alla vigilia di ferragosto deve scatenarsi il diluvio? – senza immaginare che il destino gli stava salvando la pelle. (p. 13)
  • Via San Biagio è una strada che si inerpica sulla collina alle spalle dell'IperCoop e del centro commerciale. Nella valle gli stabilimenti ancora attivi si contano in un esiguo florilegio nutrito di nostalgia postmoderna. I grandi edifici occupati un tempo dalle fabbriche sono diventati scheletri vuoti e disegnano un paesaggio di archeologia industriale degradato come la memoria dei suoi abitanti, specie coloro che negli ultimi trent'anni sono venuti a vivere in questa periferia dopo che aveva cambiato pelle, fisionomia e identità. A riempire il vuoto di quei gloriosi trascorsi non bastano i cubi colorati delle multinazionali, quelli che richiamano le folle anonime del consumo di massa senza porre domande e fornendo risposte troppo facili per essere vere. (p. 14)
  • Ho imparato che, dopo una certa età, il segreto per vivere bene è premunirsi contro la nostalgia e rifuggirla come la peste. La nostalgia è la malattia dei vecchi, il bianchetto degli omissis scomodi della memoria, una subdola forma di autoinganno che induce a rimuovere il lato doloroso, aspro del passato. (pp. 21-22)
  • L'abilità del diavolo consiste nello spacciare il crimine per una buona causa. (p. 33)
  • Quante volte ti ho ripetuto che i sogni infantili sono trappole micidiali che rovinano l'esistenza della gente? Andrebbero asportati sul nascere per via chimica, o con l'elettroshock. E invece la lacrimevole retorica del miraggio infantile continua a fare proseliti fra le mamme cinquantenni con figlio unico partorito sull'orlo della menopausa, e l'infame slittino di Quarto potere miete vittime a tutto spiano [...] (Bacci Pagano, p. 41)
  • [Su Jean Seberg] Prende forma nella mente il volto d'una bellezza che, per quanto americana, americanissima, nel mio ricordo aveva tratti nordici, scandinavi: capelli biondi tagliati corti, alla maschietto, un sottile nasino all'insù e le labbra morbide, carnose, promessa di sublimi felicità dei sensi e dello spirito. Remote vestigia dell'immaginario erotico degli anni Sessanta, quando le svedesi che scendevano sulle nostre spiagge generavano improbabili mitologie, alimentando l'equivoco che la loro libertà sessuale facesse il paio con il presunto fascino irresistibile del maschio latino, due essenze opposte e complementari come il caldo e il freddo, il sole e la luna, la tequila e il Cointreau. Niente di più falso e lontano dalla verità, perché una donna emancipata costituiva per i galletti di allora – come per quelli di oggi – una trappola mortale, il viatico quasi certo d'una clamorosa cilecca da ansia da prestazione. (p. 47)
  • «[...] Immagino di sì, il tennis è uno sport da ricchi.»
    «O da morti di fame che se la tirano come ricchi.» (p. 57)
  • [...] ho inforcato la Vespa e sono salito fino a Isoverde per dare un'occhiata al mitico cantiere del Terzo Valico, la linea ferroviaria ad alta velocità che dal porto di Genova raggiungerà la piana di Novi Ligure. Un paesaggio lunare con la montagna sventrata e un'immensa ferita, quasi il cratere d'un meteorite, che ha ingoiato i boschi della vallata. (p. 71)
  • Mi torna in mente Pontedecimo, l'ultimo municipio della valle, il cui problema più macroscopico è l'invecchiamento della popolazione, ma che per il resto ricorda un paese dove la vita segue ritmi più lenti e più umani, un borgo dove si trova tutto quello che serve, gli abitanti si conoscono tra loro, e quando si incontrano da vivi si scambiano un saluto e quando muoiono a nessuno è negato un necrologio affisso sui muri delle case. Anche gli edifici che affacciano sul torrente sono ancora quelli di un tempo, con l'intonaco tinteggiato di giallo, rosso e ocra, e offrono uno spettacolo tutt'altro che sgradevole. Mi domando: se non fosse caduto il ponte, la percezione della valle sarebbe segnata dallo stesso sentimento di dissesto? (p. 89)
  • Canneto il Lungo è un budello scuro che da salita Pollaiuoli scende verso il porto e ospita uno dei più ricchi bazar della città vecchia, una lunga fila di botteghe che vendono articoli d'ogni tipo e, primi fra tutti, i generi alimentari: besagnini, macellai, pollivendoli, drogherie e pescherie. Insieme alla Chiavica e alla Piazzalunga, che portano i nomi di via dei Giustiniani e San Bernardo, dove ora si concentrano ristoranti, trattorie, birrerie e gelaterie, costituiscono le direttrici medievali dell'antica civitas. Tre anguste vie di accesso alla luminosa ripa, dove la foresta di pietra grigia su cui l'uomo ha scolpito quasi mille anni di storia incontrano finalmente, imprigionato fra dighe e moli, il salmastro respiro del mare. Qui la sera si riversa la residua gioventù di questa città moribonda, per ricordare rumorosamente al mondo la propria precaria esistenza e diluire in qualche bicchiere di birra l'amara consapevolezza di sentirsi una generazione di scarto, destinata a inseguire il futuro nei sogni sognati da altri. E i muri dei palazzi, nella loro essenza minerale che ha attraversato i secoli con un'insatura ambizione di eternità, sembrano guardare a tanta malinconica esuberanza con un misto di pietà e indulgente riprovazione. (p. 148)
  • Dopo avere lanciato un'occhiata al campanile romanico di San Donato, con i suoi tre ordini di finestre e la stramba struttura ottagonale, simile a una quercia ridotta a minerale fossile che descrive anch'esso una storia millenaria, mi avvio lungo Stradone Sant'Agostino, verso casa. (pp. 151-152)
  • Potrei imbarcarmi in una dissertazione filosofica e sostenere come nelle nostre vite geografia, storia e memoria si incrocino, riducendo nella carne viva del passato percorsi che restituiscono senso al presente e al suo disordine. Ma a una condizione: che si profili un futuro all'orizzonte. (p. 154)
  • Terminato il pranzo siamo finiti a letto e il resto della giornata è trascorso sotto le lenzuola. Tra sesso, parole sussurrate a mezza voce e un breve sonno, è stato come se il tempo si fosse fermato. L'amore, o quello che ne resta dopo avere raschiato il fondo dell'esistenza, sospende il tempo degli orologi e regala uno stato di grazia che sembra frutto d'un incantesimo. Si tratta di rari momenti che il destino ci riserva quando è in buona, scampoli di silenzio strappati al frastuono del quotidiano, ma è difficile non provare gratitudine per queste pause ristoratrici che restituiscono regolarità al nostro respiro. (p. 157)
  • Sulla sinistra la mattonata scende fino allo Stradone Sant'Agostino, sulla destra risale verso l'università e le case medievali di via di Mascherona, ristrutturate anch'esse dopo lo Colombiane del '92, quando Genova si è decisa a cambiare stile di vita e look, dopo essersi risvegliata dai fasti della modernità industriale con l'angoscia di sprofondare in un'irreversibile agonia segnata da spopolamento, senescenza e dilagante disoccupazione. Nel tentativo, in parte riuscito, di attrarre visitatori dall'Italia e dal mondo e sviluppare nuove attività commerciali, la città che ha sempre nascosto le proprie bellezze, quasi gelosa che qualcuno le violasse, ha provato a inventarsi un'inedita e imprevedibile vocazione turistica. Ha fatto come certe donne che, perso il marito nell'età di mezzo, decidono di frequentare una palestra, accorciare la gonna e indossare il push-up, cominciando a mettere in mostra quanto di buono hanno salvato dall'usura del tempo. (p. 168)
  • Nessun genitore lo ammetterà di buon grado, ma gli impegni con i figli, una volta diventati adulti, assumono il colore un po' sbiadito dell'incombenza. Questo non ha niente a che fare con i sentimenti: è una faccenda di sana economia esistenziale. Dopo una certà età i figli fanno la loro vita e i genitori diventano importanti per quello che gli hanno lasciato dentro. Entrambi devono farsene una ragione e prepararsi all'inevitabile distacco, che prima o poi diventerà definitivo. Per esorcizzare questa elementare verità si allestiscono rituali e cerimonie, dai compleanni alle feste comandate con annessi banchetti propiziatori, che in sostanza si confermano per quello che sono: funzioni apotropaiche di elaborazione preventiva del lutto. (p. 191)

Explicit[modifica]

Mi domando se ho consumato un altro smacco, uno dei tanti del mio lavoro, o se quello di Oreste Mari sia un sacrificio necessario, il tributo da pagare per riscattare il dolore e la dignità delle sue vittime e conferire un senso a quello che è accaduto.
Poi guardo l'orologio e mi accorgo che si è fatto tardi. È tempo di prepararmi, fra meno di due ore arriva mia figlia.

Lo spaventapasseri[modifica]

Incipit[modifica]

«Minacce? Che genere di minacce?»
«Telefonate con il numero schermato che arrivano nel cuore della notte sul cellulare.»
Mi domando perché la notte non lo spenga, il telefono cellulare. Lo domando anche a lui.
«Se a squillare fosse l'apparecchio di casa, Katia si allarmerebbe. E anche mio figlio, il piccolo, finirebbe per svegliarsi.»
«Quanti anni ha?»
«Ventidue, frequenta il terzo anno di ingegneria.»
Piccolo un cazzo, penso, ma non glielo dico.

Citazioni[modifica]

  • [Su via di Prè] La casbah non conosce orari di chiusura. I supermarket indiani e africani esibiscono le loro merci, sapiente mix di prodotti esotici e specialità locali – papaya e torte pasqualine, riso basmati e sugo di noci Novella – e gli ordinari generi di consumo confezionati dalle multinazionali della gastronomia globale. Il vicolo è illuminato dai numerosi phone center e Internet point che fanno affari d'oro grazie al richiamo irresistibile della nostalgia. Le rosticcerie dove si cuociono kebab e falafel spantegano odore di carne grigliata a coprire fragranze di cannabis e piscio stagnante che impestano l'aria. Pure i negozi di cosmetici esotici non chiudono mai, forse per soddisfare le necessità delle giovani prostitute nigeriane che fin dal mattino fanno la posta davanti ai portoni e agli scagni acquistati cash dall'industria del sesso a ore. A dar luce al vicolo anche qualche emporio che smercia paccottiglia cinese, dall'abbigliamento alle valigie alla bigiotteria da quattro soldi. (p. 25)
  • Mi porge un biglietto da visita.
    «Come devo interpretarlo?»
    «I numeri di telefono non si interpretano. Si digitano o si dimenticano.» (p. 29)
  • Canneto il Lungo è un carruggio che scivola lento verso il mare, anche se per vederlo bisogna salire ai piani alti delle case. È gremito di un'umanità variopinta e indaffarata, uomini e donne dall'incarnato bianco, bruno o nero che parlano lingue che non si capiscono e idiomi che nemmeno si riconoscono.
    Dall'alto spiove una luce asfittica e curiose geometrie tracciate dai tetti dei palazzi inglobano porzioni di un cielo grigio e spento che mortifica anche la fantasia. (p. 38)
  • Erano forse dieci anni che non tornavo in piazza del Carmine, il rione della città vecchia da cui partono le crose che montano verso i quartieri signorili di Carbonara e Castelletto. Come un'insanabile ferita di coltello l'arteria trafficata di via Bensa lo taglia fuori dagli illustri itinerari del Borgo – via Lomellini, via Cairoli e la blasonata Strada Nuova – conferendo alle sue case colorate raccolte intorno al mercato l'aspetto di un presepe dove si respira aria di paese.
    Il presepe abborracciato del parente povero di famiglia. (p. 47)
  • «Che ne diresti di un Negroni?»
    «Giusto o sbagliato?»
    «Non c'è ragione di sbagliarlo quando si può farlo giusto.» (p. 62)
  • Una ripida salita immette in un cortile che sembra ritagliato fuori dal tempo. Oltre il muro addossato al pendio nell'oscurità sfavilla una manciata di luci. Sono le antiche case rurali che da queste colline hanno osservato nascere, prosperare e morire la grande industria che per due secoli ha segnato l'anima e il paesaggio della valle del Polcevera. Ormai si sono abituate ai capannoni colorati di centri commerciali e megaempori del consumo globale: Coop, Ikea, Unieuro e Leroy Merlin. (p. 71)
  • Intanto faccio partire il secondo concerto per pianoforte di Brahms, quello dall'andante così struggente da smuovere le plaghe più congelate dell'anima di chiunque.
    Le nove note sillabate dal corno, ribadite dal pianoforte, e poi l'entrata sussurrata dei legni e degli archi, finché il solista – e che solista, Svjatoslav Richter! – prende di petto la melodia e prepara in crescendo l'esplosione a tutto campo dell'orchestra. Quella della Sagan era una domanda retorica, come si fa a non amare Brahms? (p. 124)
  • Come tutti gli ispettori che lavorano agli omicidi è un lavoratore instancabile che con gli anni ha imparato a tollerare le proverbiali sfuriate del capo, i suoi repentini cambi di umore e le pirotecniche esternazioni all'insegna del motto: «Un poliziotto democratico prima è democratico e poi poliziotto», finendo per apprezzarle e trarne perfino motivo di divertimento. (pp. 139-140)
  • Quando sulla porta del bar ci siamo congedati è uscito il sole. La tramontana ha compiuto il miracolo, spingendo le nuvole sul mare e restituendo alla città colori smaglianti e un cielo così azzurro che guardarlo fa male agli occhi e al cuore.
    Quante volte mi sono chiesto perché, in certe giornate terse, quando il freddo rende l'aria rarefatta, il cielo sereno mi procuri questo struggimento che assomiglia a uno spasimo. Forse perché squarcia gli orpelli e rivela l'essenziale, il vuoto. Il nulla. (p. 150)
  • [Sui gabbiani] Belli e crudeli, d'una bellezza e crudeltà inconsapevoli, fanno la spola tra il mare e i rumentai suburbani dove si nutrono di quello che trovano. Animali ibridi, metà fieri predatori che si tuffano nelle onde per catturare i pesci e metà putridi divoratori di rifiuti, come le pantegane che scorrazzano per discariche e scoli fognari. (p. 151)
  • Genova, la mia maledetta città frastornata dalle campane delle chiese e dalle sirene delle navi che entrano ed escono dal porto. La Superba con le pezze al culo. Chiusa, inospitale, provinciale, vecchia e rincantucciata in una delle infinite periferie del mondo. In vent'anni ha perduto duecentomila abitanti, quasi tutte le industrie, i fasti dell'aristocrazia mercantile e l'orgoglio di classe di un proletariato tra i più agguerriti d'Europa. Coltiva la sua altezzosa agonia come un vecchio demente che ha dimenticato la strada di casa. (p. 153)
  • Attraversiamo piazza De Ferrari deserta, foderata da un sottile manto nevoso sul quale le luci artificiali riverberano un riflesso azzurrino che ispira un vago senso di irrealtà. Il Palazzo Ducale e la grande fontana centrale sembrano accampati sul telone di un cinema e neanche i fiotti d'acqua lanciati verso l'alto bastano a rompere il silenzio e l'immobilità della scena. (pp. 178-179)
  • «[...] Tu mi hai fatto capire che il futuro può essere altrettanto illusorio del passato, se ad alimentarlo sono la rabbia o la nostalgia. Non serve interrogarlo se non si fanno le domande giuste. Sai qual è la maledizione che impedisce al futuro di diventare presente, di farsi realtà d'ogni giorno e dare una casa ai nostri sogni?»
    «Quale?»
    «La ripetizione.»
    «La maledetta ripetizione», sillaba inespressiva, quasi a suggellare la conclusione del discorso. (pp. 234-235)

Explicit[modifica]

All'altezza di Porta dei Vacca, proprio là dove dopo trentatré anni ho rivisto l'assassino della ragazza dai capelli rossi, un SUV grigio metallizzato mi affianca rombando. Il tempo di voltarmi e accorgermi che il vetro è abbassato e un braccio si protende fuori dal finestrino.
Un lampo di luce. Un rumore secco.
La Vespa vola via, come un cavallo imbizzarrito.
Forse un secondo colpo, ma non vedo più niente.
Il futuro è solo buio.
E silenzio.

Maccaia[modifica]

Incipit[modifica]

Il sibilo parte piano, come il respiro di una donna nei fumi del sonno. Uno di quei respiri che di prima mattina scivolano sul cuscino con un mugolio di piacere. È un soffio lento, che cresce a poco a poco. Finché diventa un fischio sottile, acuto, irresistibile. Sale fino alla cappa e invade tutta la cucina. Qualcosa sotto comincia a gorgogliare. Aroma di buono che, dolcemente, scioglie la crosta delle cose e concilia con la durezza del mondo. Poi, così come è cominciato, precipita in un rantolo. E ammutolisce.

Citazioni[modifica]

  • Sono diventato abbastanza saggio da riconoscere che alla mia età non ci si domanda che cosa fare della propria vita. Un rebus del quale non si verrebbe mai a capo. Perché il problema è cosa la vita ha fatto di noi. (p. 11)
  • Per me la musica di Mozart è un po' come il lavoro e le donne. Una specie di malattia. Ma, a differenza del lavoro, è una malattia dolcissima che, a differenza delle donne, non pretende di essere curata. Grazie a Dio la musica di Mozart è perfetta, basta a se stessa e non ha alcun bisogno di me per essere quello che è. (p. 14)
  • Anch'io guardavo. Guardavo e pensavo. Pensavo che davvero questa città [Genova] ha due facce. A seconda che il vento tiri dai monti o dal mare. Due città diverse. Irriconoscibili. Quando tira dai monti noi genovesi parliamo sempre di tramontana, anche se in realtà soffia il greco. O il maestrale. Allora l'aria si fa fredda e pulita, il cielo si sgombra dalle nuvole e il sole ravviva i colori come dopo un restauro. I contrasti si fanno più nitidi, e anche i contorni delle cose. Ma più spesso il vento soffia dal mare, gonfio di sale e di umidità. E la primavera arriva spesso così. Col sole filtrato dai vapori del Mediterraneo che il vento di sud-est spinge sulla città, ad arenarsi contro i suoi contrafforti montuosi. In forma di vento, di brezza o di alito quasi impercettibile lo scirocco spira su Genova per tre quarti dell'anno. Fino ad estenuarsi in un'aria immobile e fradicia di umidità. Quell'aria sospesa, dove tutto può accadere e niente mai accade, per noi genovesi ha un nome preciso. La chiamiamo maccaia. (p. 19)
  • [...] Assuan è un caotico formicaio assediato dal rumore e dallo smog. Le automobili e i pullman attraversano i mercati affollati senza alcun riguardo per la gente stipata intorno alle bancarelle che vendono i colori e le fragranze della frutta e delle spezie. E ogni anno l'industria del turismo di massa vi scarica eserciti di volenterosi intruppati dai tour operator sulle orme della più antica civiltà del mondo. (pp. 37-38)
  • Quattro passi ed ero di nuovo immerso nella familiare ombra dei carruggi. Afosa e umida. Scivolavo in quell'odore di fritto e di piscio come se fosse una calda salamoia che mi colava addosso e si agglutinava intorno all'anima. E mi stillava dentro il languore dell'esule finalmente ritornato a casa. In quella ragnatela di strade luveghe e strette potevo muovermi anche cogli occhi chiusi. Conoscevo ogni angolo, ogni buco. Tutte le storie che la memoria aveva inciso sulle pietre dei palazzi e sulle lastre scivertate delle vie erano impresse nel mio cuore. E niente avrebbe più potuto cancellarle. Nemmeno le ruspe. Nemmeno il degrado che la mente e il corpo inevitabilmente patiranno con la vecchiaia. (p. 41)
  • Svoltai l'angolo e mi ritrovai avvolto dalla frescura di Canneto il Lungo. Un budello dove si aggiravano massaie e marocchini. Le massaie che si erano attardate nel tepore dei loro letti impigriti dalla primavera. E frotte di marocchini che facevano compere, conversazione o spaccio di droga con l'aria svagata di fare la siesta. (p. 42)
  • Canneto ricorda un suq. Il bazar alimentare del centro storico. Tutto pieno di negozi pieni di ogni delizia gastronomica. Le pescherie, le drogherie profumate, le macellerie specializzate per le carni di maiale, di manzo, di pollo o di agnello. E tanti besagnini colorati che spalancano le loro botteghe gonfie di frutta e verdure sul carruggio. Nel vicolo, man mano che mi inoltravo verso il mare, saliva un odore sempre più forte di refresco. Fluttuava in quella spessa cortina di umidità e impregnava i muri ammuffiti delle case. Palazzoni altissimi che sembravano stringersi lassù, quasi a chiudere il cielo in uno spicchio di madreperla dove il sole diventava uno scherzo dell'immaginazione. Un sole scialbo che proteggeva dal bruciore della memoria l'umanità di quel vicolo. Gente venuta da terre lontane, dove il sole morde la carne quasi quanto la fame e la miseria. (p. 42)
  • La smilza mi dette ragione e concluse con un proverbio genovese.
    «La mamma dei belinoni è sempre incinta». (p. 43)
  • Lo stoccafisso accomodato. Erano anni che non glielo cucinavo e sapevo che ne andava matto. Chi sostiene che si accompagni bene solo col vino bianco non capisce niente di cucina. È un piatto robusto, impegnativo che si combina male con vini leggeri e troppo acidi come i nostri bianchi. Un buon rosso invecchiato aiuta invece ad apprezzarne il gusto marcato. E a metabolizzarne lo spessore e il peso, una volta nello stomaco. (p. 43)
  • Mi rituffai in via San Luca. A quell'ora era affollata di gente che usciva dagli uffici, faceva shopping o andava incontro alla sera col confortante viatico di un aperitivo ghiacciato. La vista era riempita da un fitto brulicare di arabi, neri e ispanici che si davano d'attorno per propiziarsi un'altra notte con la pancia piena. Tutta quella calca colorata scorreva come un fiume lento, denso di umori e garrulo di voci, in quel vicolo marcio che sapeva di salino e di acqua stagnante. Il grigiore dei palazzi dava l'assalto a una striscia di cielo anch'essa grigia, opaca e indifferente. Un cielo di cartapesta che aspettava solo di essere ingoiato dalla notte. (p. 76)
  • La vista del porto era una bella tela dentro un'orrenda cornice. Chiusa dai piloni e dal viadotto della strada sopraelevata, da cui arrivava il rumore continuo e regolare delle automobili che filavano via veloci. Come quello di un treno che passa sopra uno scambio ferroviario. (p. 76)
  • Mi soffermai come ipnotizzato davanti allo spettacolo della Lanterna. Così insolito, da quella prospettiva. Era accesa, ma l'aria era ancora troppo chiara per poterla mordere. Di lì a poco il suo fascio di luce avrebbe tagliato il buio della notte, lambendo con rasoiate giallastre ogni casa, ogni monte della città. (p. 77)
  • Il telefono comincia a squillare con prepotenza, costringendomi ad allungare un braccio verso il comodino. Rispondo nella dissolvenza di un sogno dai colori sfumati. Ricordo un antico albergo ormai cadente, davanti a un mare o a un lago tranquillo. Io stavo parlando con mia madre che mi chiedeva di finire i compiti di matematica. (p. 104)
  • La Vespa 200 cominciò a salire costeggiando i finti merli e i grotteschi bastioni del castello Mackenzie. Disegnato da quel mattacchione di Coppedè per l'assicuratore scozzese Evan Mackenzie. Un miscuglio di medioevo e liberty da fare accapponare la pelle. Qualche anno fa lo ha comperato un miliardario americano che ci ha sistemato dentro una collezione d'arte che porta il suo nome. Nella vita ci si abitua a tutto. E anch'io mi sono ormai assuefatto al castello Mackenzie-Wolfson, che ogni volta lascio sfilare via facendo finta di non vederlo o guardandolo con la stessa divertita rassegnazione con cui mi faccio scivolare addosso le accuse di cinismo di Pertusiello. Perché questo obbrobrio lascerà sconcertati i foresti, ma i genovesi, che sono gente di bocca buona, lo hanno assimilato e metabolizzato come ci si affeziona a un orrendo soprammobile che apparteneva a una vecchia zia. Qualcosa di cui sarebbe sconveniente sbarazzarsi. (p. 106)
  • «No, dottore. La mamma è morta dieci anni fa. Di un brutto male».
    Un brutto male. Come se potesse esserci un male bello, o almeno decente. Quell'eufemismo da sempliciotti che pensano che chiamare le cose col loro nome sia una mancanza di riguardo mi avrebbe fatto sorridere, se non fosse stato per la paura di ferirla. (p. 121)
  • Mi ci vuole qualche tempo per accorgermi che dietro tutto questo c'è lui. Il magone. Un bisogno di piangere ricacciato indietro, giù nel profondo. Un sentimento che è diventato sensazione fisica ed emozione violenta. E ha dato il segnale di allarme che mi ha svegliato. (p. 136)
  • Ecco, ora il sogno cominciava ad affiorare alla memoria. Ancora quel vecchio albergo cadente. Davanti al mare. Blu. Immobile. Come un lago. E questa volta c'era lei, Julia Rodriguez. E mi diceva: «Señor Bacci, me gusta da morir».
    Da morir.
    Io stavo scrivendo qualcosa sopra un quaderno di scuola. Forse i compiti di matematica. E poi ci ritroviamo abbracciati. Io la frugo sotto il vestito e sento la sua pelle nuda. Ma sento anche un ringhio sordo, un pericolo farsi sempre più vicino. Non vedo niente, ma so che è il lupo e che ora la sbranerà, lì, sotto i miei occhi... (p. 137)
  • Abitava in corso Italia, il lungomare di Genova. Una lussuosa fila di ville, palazzi e palazzine che ogni mattina si risvegliano con stupore davanti all'azzurra distesa del golfo e alla processione di palme africane che gli fa da corona. (p. 141)
  • — Maniman.
    Una espressione genovese quasi intraducibile. Più o meno significa "non si sa mai". E meglio di qualsiasi altra esprime tutto il carattere di questa città e dei suoi abitanti. L'atteggiamento di Genova e dei genovesi verso il mondo e verso la vita. Non ti sbilanciare, non aprirti troppo, non rischiare.
    Maniman... (p. 144)
  • Superate le bandiere di piazzale Kennedy, l'auto imboccò viale delle Brigate Partigiane. A quell'ora cominciava a riempirsi di traffico. Lanciai un'occhiata distratta al bianco e nerboruto pescatore marmoreo che scruta il mare. Un obbrobrio della retorica fascista eretto in fondo a quella larga strada affiancata da una lunga fila di palazzi di gusto fascista. Forse per questo dopo la liberazione questo viale lo hanno dedicato dalle brigate partigiane. (p. 157)
  • Sotto ci scorre il Bisagno, giusto prima di finire in mare. Un rigagnolo fetido che di tanto in tanto diventa grosso e minaccia di allagare mezza Genova con la sua piena di bratta color cioccolato. (p. 157)
  • Il taxi mi lasciò in piazza De Ferrari, proprio davanti alla bella facciata neoclassica del Carlo Felice, il teatro dell'opera di Genova. Facciata neoclassica con grande cubo incombente. Restaurato anch'esso per le Colombiane, cinquant'anni dopo essere stato distrutto dai bombardamenti alleati. Cinquant'anni. Mezzo secolo per il teatro. Vent'anni per pochi chilometri di metropolitana. Genova è fatta così. Una città che ai suoi cittadini chiede di vivere a lungo. (p. 158)
  • Come fuori dalla porta, anche sopra al banco svettavano due grandi stemmi. Il grifone rossoblu e il baciccia blucerchiato, con tanto di rispettive bandiere. Pensai che il padrone del caffè doveva essere uno di quelli che non vogliono inimicarsi nessuno, ottenendo esattamente l'effetto opposto. Perché un genoano non andrebbe mai in un bar dove penzoli la bandiera sampdoriana. E viceversa. (p. 159)
  • Li vede quei disgraziati? Vengono dall'Africa. Terra povera di acqua e sovrabbondante di calura e di sudore. Da loro non necessariamente ci aspettiamo ignoranza o crudeltà. Ormai è risaputo che non sono selvaggi tagliatori di teste e mangiatori di uomini. Il fatto è che un africano povero puzza anche se ha fatto l'università. E la puzza tira su fra gli uomini barriere ben più alte della lingua e della religione. In fondo, coi gesti ci si può sempre capire. E ognuno può credere al suo Dio, senza disturbare gli altri. Queste sono faccende che riguardano la testa. Ma il corpo, il naso e la pancia sono un'altra cosa. (clochard, p. 161)
  • Avrei potuto aggiungere che diffido della pulizia eretta a valore sociale. Avrei potuto dirgli che non mi piacciono quelle case dove per non sporcare non si cucina. E quei centri storici dove tutto è perfettamente lindo e ordinato, e la spazzatura, l'immigrazione e la povertà vengono pudicamente rimossi e occultati agli occhi dei turisti. Dove trovi i fiori in bella mostra e in giro non vedi uno zingaro, una bagascia né un accattone. Dove al restauro delle case vecchie e fatiscenti segue la derattizzazione della dolente umanità che le abita. Come se le città fossero vetrine che vendono scorci da cartolina. Giusto per mandare in vacanza il cervello e dimenticare che il mondo è un'altra cosa. (pp. 161-162)
  • «Tenete per il Genoa?».
    «Naturalmente».
    «E perché?».
    «Perché cosa?».
    «Perché naturalmente?».
    «Ve l'ho detto, sono un investigatore privato e sono quasi comunista».
    «E allora?».
    «Allora sono un perdente. Io sto sempre coi perdenti». (p. 165)
  • E lo sapete che il pesto non si può prepararlo uguale in nessun altro posto al mondo? Non ha bisogno di alcun marchio di origine controllata, perché l'origine si controlla da sé. Perché il basilico non è come la Coca Cola e come gli hamburger. Il basilico della globalizzazione se ne fotte. [...] Trapiantato in qualunque altro posto, diventa una specie di disadattato. Perde carattere e prende il gusto della menta. 'Sto fetente è un po' come quelle squadre di calcio che in trasferta perdono sempre. Anche il basilico di Prà, il più pregiato che ci sia, coltivato fuori da Genova cambiare sapore e diventa una schifezza. Qualche anno fa ho provato a portare alcune piantine e a trapiantarle giù al paesello. Dovete credermi, guaglio'. Era immangiabile. Deve essere una faccenda chimica legata al clima. All'acqua, all'aria e alla terra. Provare per credere. L'unico modo per gustare il pesto fuori da Genova è prepararlo qui, chiuderlo in un barattolo di vetro e consumarlo già pronto. (Pertusiello, p. 171)
  • Entrai nell'atrio della stazione Principe. Quel posto mi ha sempre dato una struggente sensazione di desolazione e di abbandono. Il luogo da cui si parte. Il luogo dove si lascia sempre qualcosa. O qualcuno. Quella che si incontra nelle stazioni è un'umanità in transito che sembra aver perduto ogni senso di appartenenza e di identità. I nomadi della terra. (p. 184)
  • [...] in silenzio ci avviammo a piedi lungo via Balbi, quasi completamente deserta sotto i suoi nobili palazzi seicenteschi. Gli ultimi cantieri stavano smobilitando e anche questa strada si preparava a sfoderare lo smalto del trionfale recupero dei suoi fasti storici. I muri degli antichi palazzi restaurati erano stati purgati dai graffiti tracciati con la vernice a spruzzo. «Libertà per i compagni arrestati», «Polizia fascista», «No alla globalizzazione», «Produci consuma crepa». Tutto era perfettamente lindo e ripulito. Abili professionisti del restauro avevano ripristinato una storia più antica a scapito di quella che ancora brucia sulla pelle. La rabbia di una generazione ricca di proteine e di carboidrati ma altrettanto cosciente che l'età dell'oro dei loro padri sta per finire sotto la spinta di una globalizzazione selvaggia dominata dal mercato e dal profitto. (pp. 185-186)

Explicit[modifica]

«Allora telefona a tua madre e dille che, ancora per questa sera, salterai la scuola. Vieni a cena con noi. Te la sei proprio meritata».
Non se lo fece dire due volte. Dall'alto della sua stazza e del prestigio del suo incarico di dirigente della sezione omicidi, Totò Pertusiello approvò e benedisse quella sacrosanta trasgressione. A donna Elvira che lo supplicava di cambiar vita e di pentirsi, don Giovanni rispondeva invitandola alla sua tavola.
Lascia ch'io mangi, lascia ch'io mangi; e, se ti piace, mangia con me. Vivan le femmine! Viva il buon vino! Sostegno e gloria d'umanità!
Uscimmo di casa lasciando il balcone aperto sui tetti di Genova, infuocati dal tramonto che incendiava la città.

Nel tempo sbagliato[modifica]

Incipit[modifica]

Sarebbe stato facile raccontare alla polizia che Carlo Pizarro mi aveva cercato per ritrovare sua moglie. In fondo era la verità, o quantomeno la ragione che in quel pigro lunedì mattina di maggio del 1994, infestato dai cattivi pensieri e da una macaia da tagliare col coltello, lo aveva portato nel mio ufficio di piazza De Marini senza neppure darsi la briga di prendere appuntamento.

Citazioni[modifica]

  • I night club sono locali carichi di misteri, primo fra tutti quale sia la ragione che li rende così allettanti agli occhi dei loro clienti. Una spiegazione plausibile potrebbe essere quella della saggezza popolare che mette in guardia dal potere distruttivo di Bacco e Venere, il richiamo trascinante dell'alcol e del sesso. Il core business dei locali notturni consiste infatti nel somministrare all'avventore, debitamente mandato su di giri da un iperinvestimento erotico della vista, quante più bevande alcoliche possibile, fino al limite imposto dal deterrente dell'ubriachezza molesta, a costo maggiorato non dalla qualità del prodotto ma dal fatto di essere servite da gentili cameriere tanto discinte quanto intoccabili. Perché s'intende che guardare e non toccare resta la regola aurea che distingue un night club rispettabile da un bordello. (p. 17)
  • Attraversare in Vespa il ponente genovese, da Sampierdarena a Multedo, era compiere un viaggio nel tempo prima che nello spazio, incunearsi nella città perduta dove i vuoti lasciati dalla smobilitazione industriale erano ferite ancora aperte che sanguinavano, edifici fatiscenti di fabbriche dismesse che presto avrebbero cessato di essere nobilitati anche dalla memoria, perché in quegli anni l'unica cicatrizzazione possibile sembrava l'oblio.
    I fumi ferrosi delle acciaierie di Cornigliano, la tecnologia d'eccellenza del biomedicale in via Siffredi e il cantiere navale di Sestri rimanevano le ultime testimonianze vive a presidiare il cimitero della storia, sacrario d'un passato glorioso destinato a essere archiviato per sempre, insieme al grido composto d'una classe operaia che aveva segnato un'epoca prima di venire inghiottita dalla meritata e confortevole tana del pensionamento anticipato. (p. 25)
  • Questa è l'essenza d'un trasloco, e spiega la fatica che ne deriva: decidere dieci, cinquanta, cento volte in un giorno di quale dettaglio della propria vita sbarazzarsi e quale conservare, mantenendo con esso una frequentazione più o meno assidua; cosa resterà familiare, aggrappato alla consuetudine della quotidianità, e cosa verrà cancellato per sempre. Perché nei dettagli, anche i più minuti, si annida non solo il diavolo, ma anche il sentimento che ci lega alle persone che amiamo, quelli che sono ancora in vita e quelli che non ci sono più. (p. 35)
  • Forse Pizarro non aveva tutti i torti, la Genova in cui ero cresciuto, polo industriale e portuale del Nord-ovest e quinta città italiana per numero di abitanti, era morta e a malapena ne sopravviveva il ricordo, un pallido simulacro senz'anima. Non basta la bellezza, non bastano le pietre delle strade e dei palazzi millenari se gli uomini che li abitano lo fanno come clienti d'un motel affacciato sull'autostrada. La vita di una città non può ridursi a una vetrina di giocattoli, e il decoro urbano, sorta di religione postmoderna inventata dall'infernale connubio di urbanisti illuminati e sindaci eletti dal popolo, veniva spacciata agli angoli delle vie insieme all'eroina e all'odio per gli stranieri. (p. 37)
  • Certi grandi eventi come le guerre, le pandemie e le carestie precipitano la vita dei singoli individui nel frullatore della storia e ci pongono brutalmente di fronte alla nostra irrilevanza. Perché se è un fatto che il flusso delle vicende umane non si arresta mai, è anche vero che i suoi cicli sono abbastanza lunghi da sfuggire alla nostra percezione. È stato così per l'instaurarsi di questo nuovo ancien régime, propiziato dalle ricette dei demiurghi della deregulation liberista e dei loro accoliti politici, che hanno propiziato un mondo spaccato in due, da un lato pochi ricchi ricchissimi e dall'altro un crescente numero di nuovi poveri; ma è successo nell'arco di quindici anni e, grazie alla vaselina del tempo, cominciamo a vederlo solo adesso. (pp. 49-50)
  • [...] il mio lavoro [investigatore privato] non gode di grande considerazione, come quello degli spazzini e dei beccamorti. Anche noi trattiamo materiale che la gente preferisce tenere a distanza, roba che nel migliore dei casi produce puzza o inquietudine. Eppure, il mondo ha bisogno di qualcuno che smaltisca la rumenta, seppellisca i cadaveri e cerchi le giovani dal brillante avvenire che scappano di casa e si cacciano nei pasticci. Le anime belle si indignano, ma in fin dei conti si girano dall'altra parte... (Bacci Pagano, p. 61)
  • Un giovane gay, figlio di operai, si è appena fidanzato e decide che è venuto il momento di dirlo ai genitori. Prima di parlare con la mamma, temendo di ferire i suoi sentimenti, si consulta col padre e gli dice: "Pa', devo confessarti una cosa". "Ti ascolto", risponde il padre. "Sono gay." "Ah", fa il padre senza scomporsi. "E come lo hai scoperto?" Incoraggiato dall'atteggiamento conciliante dell'uomo, il ragazzo prende coraggio e dice: "Ho un fidanzato". "Davvero? E cosa fa? Il manager d'una multinazionale?" "No", risponde il ragazzo. "Lo chef di un grande ristorante?" "No." "Lo stilista?" "No." "Il direttore d'orchestra?" "No." "Il pittore, il ballerino?" "No." "Insomma, con chi ti sei fidanzato, con un calciatore?" domanda infine l'uomo, sul punto di spazientirsi. Allora il figlio spiega: "È un mio collega di lavoro: fa l'operaio". Il padre scuote la testa e replica deluso: "Ma allora non sei gay, figlio mio, sei un buliccio!". (barzelletta di Bacci Pagano, p. 92)
  • I matrimoni non sono strutture in cemento armato, costruite su fondamenta antisismiche, con porte e infissi blindati, il che li renderebbe adatti quanto il caveau d'una banca a custodire oggetti molto preziosi, ma li trasformerebbe in luoghi insopportabilmente claustrofobici. Chi si rassegnerebbe a trascorrere la propria esistenza nella pancia d'un bunker? In realtà il matrimonio è una struttura leggera e aperta come la tela d'un ragno, un'architettura fragile composta di esili fili intrecciati nel tempo con infinita pazienza che costituiscono altrettanti sensori pronti a reagire al minimo stimolo esterno: per quelle sottili trame ogni sollecitazione può essere fonte di informazione e nutrimento, ma anche causa di lacerazioni devastanti. (p. 137)
  • [...] superato il salotto piccolo borghese di Pegli, mi sono venuti incontro gli intonaci scrostati delle case di Prà che guardano a un orizzonte dove il mare è scomparso per fare posto a mastodonti d'acciaio, le ciclopiche gru per la movimentazione dei container che hanno moltiplicato per mille la produttività del lavoro e ridotto all'osso il numero dei portuali. (p. 144)
  • Le boghe sono pesci diffidenti, prima di mordere l'esca annusano, tastano, piluccano. Certe giornate era cappotto e ce ne tornavamo a casa con il mastello vuoto, ma a volte la fortuna ci arrideva e la sera si mangiavano bôghe frîte, frittura di pesce fresco per tutti. Le assaggiava anche mia madre, e al nonno che le chiedeva se erano buone, piuttosto che dargli soddisfazione, rispondeva: «Poæ, o l'è tùtto ûn sùssa e spùa», padre, è tutto un succhia e sputa. A me quella risposta faceva venire il nervoso, mi sembrava una inutile crudeltà verso il nonno, ma devo riconoscere che la mamma non aveva tutti i torti: le boghe sono il pesce più liscoso che esista. (p. 145)
  • Le bandiere sono come i maggiordomi: servono i loro signori senza farsi domande. (p. 159)

Explicit[modifica]

Composi il numero e rispose la voce di un giovane uomo dal marcato accento siciliano.
«Questura di Genova, desidera?»
«Il commissario Pertusiello, sezione omicidi.»
«Attenda, prego.»
Mi mise in stand by e partì una musica.
Ma non era la sua canzone, non era Irresistibilmente.

Rossoamaro[modifica]

Incipit[modifica]

Sestri Ponente, gennaio 1944

Ansima e pensa alla calza di lana. L'ha rammendata in fretta e adesso che spinge il pedale della pesante Legnano e arranca per lo sterrato di Sant'Alberto il rattoppo le tormenta la pianta del piede. Con queste vecchie scarpe le è già successo, quando le sfilerà si ritroverà una ciocca acquosa pronta a scoppiare. Nuvole di vapore esalano dalla bocca e fumigano nell'aria gelida, per essere ingoiate dalla tenebra solida della notte. Solo il fanale proietta una macchia di luce giallognola davanti alla ruota. Il cigolio regolare della catena rompe il silenzio e a tratti sotto i copertoni rattoppati crepita un sasso.

Citazioni[modifica]

  • L'aria era satura dell'inconfondibile odore delle acciaierie di Cornigliano. Non si avvertiva più come un tempo, quando lavoravano a pieno ritmo, seminando su balconi e finestre una sottile polvere rossa. A Sestri quel tanfo arrivava robusto, spinto dallo scirocco, e invadeva le strade come un subdolo gas velenoso. (p. 68)
  • Durante i miei soggiorni in Germania ho avuto l'impressione che lo sforzo di voltare pagina senza cancellare la memoria sia stato più serio e profondo nei tedeschi che in noi. Le colpe di cui si sono macchiati sono state mostruose, apocalittiche. Tuttavia anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo promulgato le leggi razziali e costruito lager come la risiera di San Sabba, spedito i dissidenti al confino, picchiato, torturato e assassinato gli oppositori del regime. Il fatto è che non abbiamo imparata la sola lezione che la storia impartisce ai popoli per umanizzarli, quella di riconoscere le sconfitte. Nonostante siamo sempre stati dei perdenti, fingerci vincitori è stato il nostro modo per illuderci di fottere la storia. (pp. 138-139)
  • Si sarebbe perso la parte più interessante dell'indagine, quella che nei film polizieschi americani è la scena d'azione che risolve i misteri e porta a ristabilire la Verità e la Giustizia. Ma non eravamo in un film americano. Anche se stavamo acquattati al riparo di un vecchio Ford Transit, ci trovavamo davanti a un'impresa di pulizie del quartiere di Marassi, dove due volte alla settimana si tiene il mercato rionale e attempate casalinghe acquistano a prezzi passabili mutante e calzini per i loro mariti che campano di magra pensione e tifano per il Genoa. (p. 161)
  • La telefonata arrivò un sabato mattina e mi sorprese nel pieno di un sogno in cui Jasmine cercava di sfuggire al suo carnefice su una vecchia bicicletta con il telaio nero pitturato di calce. Stava affrontando una salita che diventava sempre più ripida e l'uomo, che la inseguiva di corsa, guadagnava metro su metro e stava per raggiungerla quando il telefono cominciò a trillare. (p. 208)
  • La via pedonale di Sestri Ponente, quella dei negozi storici di cui tante volte avevo sentito mia madre favoleggiare, Bagnara, Bruzzo, Guano & Dodero. Templi del buongusto antico dove lei entrava con un senso di soggezione che aveva finito per trasmettere anche a suo figlio. La strada lastricata a ciottoli che i giovani percorrono nelle loro interminabili vasche, avanti e indietro, in attesa dell'incontro decisivo della vita. Dove le donne fanno shopping e gli uomini discutono di calcio e politica. Per i vecchi sestresi, quella è rimasta via Garibaldi, alla faccia degli accorpamenti amministrativi che le hanno soffiato il nome perché se ne fregiasse la Strada Nuova, dove si allineano i più illustri palazzi della città. (p. 209)
  • Erano anni che non vedevo quei luoghi e stentai a riconoscere la strada che avevo impressa nella memoria. Sui due lati si allineava una interminabile fila di attività commerciali di gusto postmoderno, trionfo del neoconsumismo decerebrato che incrementa i punti del PIL e smorza sul nascere ogni vagito dell'intelligenza. Luccicanti gestori di telefonini tanto ipertecnologici quanto inutili, yogurterie, focaccerie, bio-erboristerie, gelaterie e ghiottonerie varie. Centri piccoli e grandi delle griffe, monumenti al franchising e alla riproduzione del capitale finanziario esente da responsabilità e rischio. Non c'erano santi, anche Sestri «la rossa» era investita in pieno dal vento dell'economia globalizzata. La Sestri operaia di mio padre e del mio Sessantotto non esisteva più. Aveva subito una mutazione genetica e si trovava a pagare a caro prezzo lo scotto della propria sopravvivenza, anche se i giovani che incrociavo, allettati dallo sfavillante richiamo delle vetrine, non sembravano affatto preoccuparsene. (p. 210)

Explicit[modifica]

Il tedesco la guarda avviarsi nel corridoio, l'abito turchese che ondeggia nell'aria e i lunghi capelli neri sciolti sulla schiena. Poi va alla finestra. Vede Walden aprire la porta posteriore dell'auto e la giovane chinarsi per entrare nell'abitacolo. Non ha sollevato lo sguardo per salutarlo. Non ne ha avuto il coraggio. I polpacci scuri e marcati e le scarpe con i lacci sono l'ultima cosa che vede di lei, mentre le labbra scandiscono: «Aufwiedersehen, Fräulein».

Un conto aperto con la morte[modifica]

Incipit[modifica]

Era una di quelle mattinate di giugno in cui il mare esplode contro gli scogli e l'aria si gonfia di sale conservandosi limpida e fresca, senza impregnarsi di umidità. Da noi se ne conteranno due o tre all'anno, di giornate così. Da sud-est soffiava uno scirocco secco e il cielo metteva in mostra un azzurro da togliere il respiro. Il sole di mezzogiorno proiettava sulla superficie del mare uno specchio abbagliante e a ridosso della scogliera cangianti arcobaleni fiorivano e si dileguavano nel vapore degli spruzzi.

Citazioni[modifica]

  • «Sono figlio di un incidente di percorso della storia e quelli come me non credono nel paradiso.»
    «Non capisco.»
    «I miei erano comunisti e non credevano in Dio: non mi hanno neppure battezzato.»
    «Non avevo mai sentito definire così il comunismo
    «E come vuoi chiamarlo? Se Leningrado è diventata San Pietroburgo e l'ultimo grande paese comunista, la Cina, si propone come polo di attrazione per investitori, finanzieri e capitalisti dell'intero pianeta, che altro si può dire se non che quell'utopia è stata una distrazione della storia che non ha lasciato traccia, se non nei sogni di chi ha avuto la fortuna di non viverla sulla propria pelle?» (p. 35)
  • Quasi mi avesse letto nel pensiero aggiunse: «Allora le faccio una domanda: secondo lei un filologo romanzo consulterà mai Wikipedia?».
    Scoppiai a ridere, poi riflettendoci mi venne da prendere la cosa meno sottogamba. «Perché no? È una fonte come un'altra.»
    «Lo chiedo», continuò infervorata, «perché ci ho trovato un sacco di balle sui più disparati argomenti. Lì ognuno scrive quello che gli pare.» (p. 42)
  • Quando ho cominciato a sentire che si allontanava, ho preso a tradirla con altre donne, tutte quelle verso cui provavo attrazione e che mi ricambiavano. Non è stato difficile, il desiderio è come un gas, si espande nell'aria e nulla può contenerlo se non il contatto con gli affetti più profondi. (Bacci Pagano, p. 61)
  • Bisogna essere stati in galera per capire certe cose. Quando finisci in gabbia non ti tolgono solo i vestiti e le scarpe. Ti tolgono tutto, a cominciare dalla dignità. Anche se sei innocente, e perfino se ti hanno incarcerato per i tuoi ideali, dopo qualche tempo cominci a sentirti un rifiuto umano. La ristrettezza degli spazi, l'ora d'aria, i ritmi scanditi dai chiavistelli che aprono e chiudono le porte sono solo il contorno, lo scenario su cui si svolge il dramma, quello vero: il tuo tempo si ferma, le lancette dell'orologio cominciano a girare a vuoto e la vita non ti appartiene più. Potrai riempire quel tempo – come ho fatto io – leggendo un libro dopo l'altro e arrivare a conseguire una laurea, ma sarà sempre una finzione. Finché stai chiuso là dentro, il tuo destino è nelle mani di altri. (Bacci Pagano, p. 75)
  • «Che brutta espressione: anni di piombo
    «Brutta ma efficace per mistificare quello che sono stati davvero.»
    «Hai ragione: se guardiamo al benessere diffuso, alla redistribuzione del reddito e alle garanzie sociali, sono stati un periodo felice per l'Italia.»
    «Io direi il momento più alto toccato dalla civiltà europea nella storia dell'uomo. I veri anni di piombo sono quelli che viviamo oggi.» (p. 100)
  • Forse per uno scherzo della geografia e del destino, che ne hanno fatto l'ultima propaggine della città vecchia – dove finiscono i carruggi e cominciano le crose che salgono verso Carbonara e Castelletto – per una ragione o per l'altra dal Carmine finivo sempre per passare.
    Un quartiere con la stessa anima e la stessa pelle degli altri rioni popolari del centro storico, ma segnato da questa prossimità alle alture e ai palazzi signorili che affacciano sulle strade alberate della circonvallazione a monte. (p. 114)
  • [Sul Carmine] Per i figli della borghesia genovese quest'angolo della città vecchia è sempre stato un luogo di transito dove sostare nel corso di vere o presunte giovinezze, ora atteggiandosi a single impenitenti ora per sperimentare convivenze senza paracadute, in attesa di sistemarsi in via definitiva nei quartieri bene di Castelletto, Albaro o del Levante. E ha sempre finito per evocare quel tanto di follia e trasgressione connaturate alla gioventù, la tempesta prima della quiete, senza le quali la maturità arriva monca e gravida dei pericoli celati nelle cose che potevano essere e non sono state. (pp. 114-115)
  • La casa d'angolo, quella adiacente al palazzo con l'edicola della Madonna, era investita dall'ultimo sole che tingeva i mattoni e le arcate d'una sfumatura arancione. Alle sette della sera la piazza [del Carmine] era un tripudio di vita. Nell'aria si levava il vociare dei bambini che giocavano al pallone e un brusio fitto e costante di chiacchiere consumate senza fretta. Uomini e donne di tutte le età sedevano fuori dal bar davanti a una birra, a un prosecco o a un robusto aperitivo. La trattoria stava apparecchiando i tavoli esterni. Anche il mercato coperto era pieno di gente che faceva la spesa o si apprestava a cenare al ristorante. (p. 115)
  • L'ambiguità è una curiosa disposizione d'animo. Non va confusa con la menzogna e non prefigura possibili reati. Assomiglia alla bruma che offusca la vista e impedisce di vedere le cose nella loro semplicità: l'odio, l'invidia, l'amore e la disperazione si appannano e perdono vigore, fino a diventare vaghe parvenze di cui si può negare perfino l'esistenza. (p. 129)
  • Ma come? Hai letto tutti i miei romanzi e definisci la città una location? Non ti sei accorto che Genova è molto di più? È un luogo dell'anima e della memoria, un'aria che si respira, un modo di essere e guardare al mondo... (Bacci Pagano, p. 194)

Explicit[modifica]

Pagano è sbucato dall'ufficio e, quando mi ha visto, mi si è fatto incontro e ci siamo afferrati con le mani, stringendole forte.
«Notizie del romanzo?» ha chiesto.
«È in stampa», ho risposto. «Sarà in libreria a fine mese.»
«Bene bene», ha borbottato con un sorriso tra rammaricato e compiaciuto. «Comunque vada, è una storia che meritava d'essere raccontata.»

Uno sporco lavoro[modifica]

Incipit[modifica]

La Vespa risale tra i padiglioni dell'ospedale di Villa Scassi tossicchiando come una vecchia caffettiera finché si arresta davanti all'edificio nuovo, dove al quinto piano è dislocato il reparto di pneumologia. Qualche giorno fa ho ricevuto una telefonata che non mi aspettavo. Nonostante fossero passati più di trent'anni, la voce l'ho riconosciuta subito.

Citazioni[modifica]

  • Appena giunti sulla terrazza restammo sopraffatti dallo spettacolo del golfo. Il sole era sorto e la sua luce dorata lambiva i contorni del promontorio, esaltava i brulli picchi rocciosi, il verde denso delle gole folte di alberi e quello più tenue della gariga. La sottile lingua pietrosa di Punta Chiappa si insinuava nell'acqua come un cetaceo pronto a immergersi. Il mare era una distesa color cobalto con ampie plaghe opalescenti che si allungavano sull'orizzonte. (p. 55)
  • [...] rileggere è un'operazione speciale, più raffinata e complessa della lettura. Non sei concentrato sulla trama, che ormai è scontata, e il libro si rivela nelle sue pieghe nascoste e ti invita a scoprire quali palpiti della scrittura e astuzie dell'intreccio l'hanno reso così intrigante. (p. 84)
  • Io [indossavo] una polo blu e calzoni rossi, i colori del Grifone, glorioso simbolo della fede calcistica ereditata da mio nonno e mio padre e metafora d'una classe sociale votata alla sconfitta nella storia e sul campo. (p. 88)
  • «[...] Crede che non mi sia accorto di quanto le risultiamo insopportabili? La nostra ricchezza urta la sua suscettibilità di proletario che non s'è ancora rassegnato di appartenere a una classe subalterna. Sa qual è il problema? L'invidia sociale. È una malattia dalla quale non si guarisce mai.»
    «Si sbaglia, la cura c'è e si chiama televisione. Il tempo dell'invidia sociale è finito e quelli come me si stanno convincendo che la ricchezza è alla portata di tutti. I personaggi come lei, che hanno creato una fortuna dal nulla, costituiscono la prova che è davvero così e sono diventati oggetto d'una sconfinata ammirazione.» (p. 90)
  • Il disprezzo è un sentimento impegnativo [...]. Appesantisce l'esistenza e limita la visuale del mondo. (Bacci Pagano, p. 91)
  • Finché sei chiuso in una cella il tempo non costituisce un problema, perché a scandirlo provvedono gli altri: i pasti, i bisogni fisiologici, l'ora d'aria, i libri. Ma quando devi riappropriarti dell'esistenza la musica cambia. In principio ti sembra che tutto sia possibile, poi ti accorgi che senza darti un metodo non riesci a tenere niente: amici, affetti, sicurezza economica. C'è mancato poco che la banca mi pignorasse la casa. Allora ti convinci che vivere non è altro che sopravvivere, e la sopravvivenza richiede una pianificazione del tempo e un'organizzazione mentale. (Bacci Pagano, p. 92)
  • «Erano gli anni Ottanta, bellezza.»
    «È così: guadagno facile, indifferenza e incapacità di dare il giusto valore alle cose. Non sarà un caso che in quegli anni abbiamo accumulato il più colossale debito pubblico d'Europa.» (p. 97)
  • Annuì, e riaprì i grandi occhi lucidi di pianto. In fondo a quelle pozze verdi si accese un bagliore che forse era gratitudine, forse il modo che hanno gli occhi di sorridere quando il dolore che schiaccia il cuore si alleggerisce e diventa altro: respiro, parola, pensiero, memoria. (p. 129)

Explicit[modifica]

«Sì, è il piccolo Lele. Quando mi sono trasferita a Genova aveva dodici anni. Suo padre mi ha chiesto di portarlo con me e io l'ho cresciuto.»
«E la promessa?»
«L'ingegnere voleva che vi conosceste.»
«E perché hai aspettato tanto?»
«Vuoi che ti risponda, anche se quello che sentirai non ti piacerà?»
«Certo che voglio.»
«Ne avrei fatto volentieri a meno. Ma, ora che lui è morto, non potevo più sottrarmi.»

Voci nel silenzio[modifica]

Incipit[modifica]

La telefonata è arrivata ai primi di aprile, nel mezzo del lockdown decretato dal governo per contrastare la pandemia da Covid-19. Alle dieci del mattino, dirimpetto alle finestre di casa, un sole luminoso e beffardo illuminava il prato della facoltà di architettura, bello e deserto come il giardino dell'Eden dopo il peccato originale. L'università era chiusa, così come i bar e i negozi di Stradone Sant'Agostino, e il silenzio era rotto solo dal tubare dei piccioni e dalle alte grida dei gabbiani che roteavano in un cielo azzurro, immenso e vuoto.

Citazioni[modifica]

  • Con Giulia abbiamo imparato a fare sesso a distanza, un surrogato che non avevo mai sperimentato e che mi ha fatto riflettere su diverse cose; per esempio, fino a che punto la dimensione virtuale – di per sé immateriale, impalpabile – possa catturare l'energia pulsionale e impadronirsi delle ragioni del corpo. Non è questione di quanto sia meglio o peggio; è ovvio che averla nel letto, poterla accarezzare, baciare, sentire il suo profumo, la sua pelle contro la mia e il suo respiro sulle mie labbra sono esperienze non surrogabili; ciò non toglie che le pulsioni siano come un gas, si sprigionano dal corpo fisico e cercano il loro oggetto per ogni via possibile: la dimensione digitale riesce comunque ad assimilarle e indirizzarle con una inopinata duttilità. (p. 13)
  • Chi ha bazzicato il carcere lo sa, la maggioranza di coloro che vengono condannati si dichiara innocente: non sono stati loro, li hanno fregati, già alla prima udienza i giudici avevano il verdetto scritto in faccia, l'avvocato difensore era un incapace, la procura voleva un colpevole a ogni costo... A sentirli, a volte, risultano perfino convincenti. Forse perché, a forza di ripeterlo, se ne sono convinti loro stessi, o perché la giustizia dei tribunali applica la legge e non si preoccupa delle motivazioni che hanno spinto le persone a delinquere; e invece, nel commettere un reato, c'è sempre una ragione soggettiva, una determinazione più o meno chiara d'essere nel giusto, di agire per necessità e talora perfino per rifarsi dei torti perpetrati dal destino. (p. 23)
  • La nostalgia è una sorta di smalto che tiriamo sul passato per renderlo allettante e coprirne le ferite. (Bacci Pagano, p. 110)
  • [Su un sogno] Al risveglio ne ricordavo uno, vivido: mi trovavo in un paese di mare, tra case a due piani intonacate di bianco e con le persiane d'un azzurro vivo, e stavo scendendo lungo la strada che portava alla spiaggia. Il paesaggio ricordava un'isola delle Cicladi, forse Andro o Serifo. Da qualche tempo faccio un sogno ricorrente: sono in una imprecisata località di vacanza, in procinto di tornare a casa, quando subentra una catena di difficoltà e contrattempi che mi costringono a rimandare la partenza. La via era stipata di folla che procedeva in entrambe le direzioni, per lo più ragazzi e ragazze vestiti con succinti abiti estivi, e qualcuno in costume da bagno. A un tratto ho intravisto due grandi occhi scuri che mi venivano incontro, risalendo dal mare, e mi fissavano. Era lei, Marina, così come la ricordavo e come appariva nella fotografia a colori che mi aveva spedito Lara, quella scattata dopo la mia partenza da Santa Rosa. Ho sussultato, avrei voluto parlarle e raccontare tante cose, ma quando ci siamo incrociati la voce non usciva e le parole sono rimaste soffocate in gola. Lei mi ha rivolto un pallido, enigmatico sorriso, ed è sfilata via. Mi sono voltato per richiamarla indietro, ma alle mie spalle non c'era nessuno, la strada era deserta e, per quanto possa suonare bizzarro, la cosa mi sembrava del tutto naturale. (p. 123)
  • Quando cessano le frequentazioni regolate dalla routine e dalle necessità quotidiane – come gli assetti familiari, il lavoro, le incombenze pratiche, le abitudini che ci legano a particolari contesti – quanto tempo impiegano le persone che escono dai radar a svanire dalla nostra memoria? Non sarà un caso che una delle malattie emblematiche del nostro tempo sia il morbo di Alzheimer: non solo per via dell'invecchiamento della popolazione, ma per una ragione più profonda, legata al dissolversi dei legami sociali, che si sono fatti sempre più aleatori, casuali e precari. Invecchiando mi sono convinto che il problema non sono le relazioni in sé, quanto la nostra inettitudine a custodirle dentro di noi. La liquidità dei rapporti umani produce una scoraggiante elusività degli affetti. Dimentichiamo non per un difetto della memoria, ma per incapacità di amare, di legarci agli altri e sentirne la mancanza nel tempo. La nostra disabilità non ha a che fare con i ricordi, ma con l'indifferenza. (p. 124)
  • Abbiamo imboccato le scale e poi la crosa che sale lungo la collina, e ci siamo ritrovati in uno spazio che nessuno, da sotto, riuscirebbe a immaginare. Piazza Sant'Anna è una sorta di oasi, un giardino segreto. Questo angolo nascosto della città alta si presentava così anche prima della pandemia e del coprifuoco: deserto e silenzioso, un luogo fuori dal mondo. (p. 126)
  • Mancavano tre ore alle sei, quando la protezione civile avrebbe comunicato il bollettino giornaliero sui dati del contagio. Una contabilità macabra, numeri senz'anima che rendicontavano una strage di uomini e donne, per gran parte anziani e fragili, a cui non era neppure concesso il conforto di morire vicino ai propri cari. E, siccome medici e infermieri erano costretti proteggere il volto con mascherine e visiere – già troppi di loro avevano contratto il virus, si erano ammalati ed erano morti – ai pazienti in fin di vita non era neppure accordata la consolazione d'un sorriso umano. Fra i tanti orrori della pandemia, questo mi sembrava il più atroce. (p. 132)
  • I rapporti tra detenuti e secondini sono una faccenda complicata per diverse ragioni, prima fra tutte la natura contrapposta dei rispettivi ruoli. I primi stanno rinchiusi in gabbia contro la loro volontà e i secondi sono pagati per sorvegliarli. In genere tra i due gruppi corrono sentimenti di reciproca insofferenza, sospetto e talvolta perfino odio e disprezzo. Un gioco che fomenta i peggiori impulsi, da una sottile ferocia a un'aperta, sfacciata brutalità. Tuttavia i rapporti umani sono caratterizzati da fattori imponderabili che possono anche rovesciare gli stereotipi e dar luogo a inedite e sorprendenti costellazioni emotive. Nel crogiuolo di una relazione gli affetti ribollono con esiti spesso violenti e catastrofici, ma creano talvolta legami solidi, destinati a durare nel tempo. (p. 136)
  • Quella di camminare scalza per casa è un'abitudine che le ha inculcato sua madre, cultrice di certe astruse teorie sul contatto fisico con la terra come propedeutica alla formazione di un solido baricentro esistenziale. Se le avessi prese sul serio, avrei dovuto dedurne che da bambino andavo a dormire con gli scarponi. (p. 141)
  • Il mio nonno materno, l'operaio genoano e comunista Baciccia Canepa, ripeteva spesso che «mangiâ, beive e becciâ, sôn demôe che vœan ûn compâ», mangiare, bere e scopare sono passatempi che vogliono compagnia. (p. 149)
  • Mi trovavo, come di consueto, in un luogo di mare, durante un periodo di vacanza che si era protratto troppo a lungo. Avevo urgenza di tornare a casa, al lavoro e alla vita di sempre. Con me c'era Aglaja, incurante delle mie preoccupazioni, alla guida di un'automobile d'epoca, una vecchia berlina che qualcuno ci aveva prestato; si avventurava per strade strette e tortuose e temevo che, prima o poi, saremmo andati a sbattere, finendo per distruggere quell'auto di lusso che non ci apparteneva e che avremmo dovuto ripagare a caro prezzo. La imploravo di ridurre la velocità, ma lei non ascoltava e mi prendeva in giro, ripetendo una frase che, una volta sveglio, mi risuonò nella mente come una cantilena: «Pusillanime, sei un pusillanime». A un tratto, sulla nostra destra, mi accorsi di una donna che correva sopra un alto argine, seminuda e scarmigliata, i lunghi capelli corvini agitati dal vento. Cominciai a seguirla con lo sguardo, ma di colpo la persi di vista finché, alla curva successiva, sbucò in mezzo alla strada, proprio davanti a noi, e l'auto la travolse e la vidi scomparire sotto il cofano... (sogno, pp. 166-167)
  • Amare vuol dire accettare la responsabilità della felicità di qualcun altro. (p. 178)
  • Ma sai qual è l'insidia della verità quando resta sospesa? [...] Diventa una bomba a orologeria, e può esplodere in qualsiasi momento. (Bacci Pagano, p. 180)
  • L'innocenza e l'ignoranza sono due condizioni differenti: solo la prima ci assicura dai disastri della verità. (Bacci Pagano, p. 180)
  • [...] la verità è come un morto. Dopo un po' comincia a puzzare. (Giulia Corsini, p. 181)

Explicit[modifica]

Lara mi avrebbe pagato la parcella e, con l'onorario, avrei guadagnato anche la sua gratitudine. E, soprattutto, avrei reso tutti contenti: la compagna di scuola di sua madre, la mia fidanzata e gli amici Totò Pertusiello e Virgilio Loi, concordi nella richiesta di proteggerla, tenendo per me, su questa schiena provata dagli anni, dalle ferite e dalla pioggia buscata nel corso di centinaia di appostamenti, tutto il peso della verità.

Note[modifica]

  1. Da Il postino suona sempre due volte, in Marcello Fois (a cura di), Undici per la Liguria, Einaudi, Torino, 2015, p. 27. ISBN 978-88-06-22668-8
  2. Da Bacci Pagano alla sfilata delle sette bellezze, in I delitti della città vuota, Atmosphere Libri, Roma, 2016, p. 30. ISBN 978-88-6564-195-8

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]