Dino Campana

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Targa sulla casa dove abitò Dino Campana a Lastra a Signa

Dino Carlo Giuseppe Campana (1885 – 1932), poeta italiano.

  • Ad amare una ragazza bella tutti sono capaci. (citato in Campana dal vivo: scritti e testimonianze sul poeta, a cura di Pedro Luis Ladrón de Guevara, FirenzeLibri, 2006)
  • Il tempo miserabile consumi | Me, la mia gioia e tutta la speranza | Venga la morte pallida e mi dica | Pàrtiti figlio. (da Il tempo miserabile consumi, Canti orfici e altri scritti, Oscar Mondadori, 1972)
  • Mi sono sempre battuto in condizioni così sfavorevoli che desidererei farlo alla pari. Sono molto modesto e non vi domando, amici, altro segno che il gesto. Il resto non vi riguarda. (da Storie I)
  • Pace non cerco, guerra non sopporto | Tranquillo e solo vo pel mondo in sogno | Pieno di canti soffocati. Agogno | La nebbia ed il silenzio in un gran porto. (da Poesia facile, in Quaderno)
  • Fabbricare fabbricare fabbricare | Preferisco il rumore del mare... (da Fabbricare fabbricare fabbricare)
  • Fiorenza giglio di potenza virgulto primaverile. Le mattine di primavera sull'Arno. La grazia degli adolescenti (che non è grazia al mondo che vinca tua grazia d'Aprile), vivo vergine continuo alito, fresco che vivifica i marmi e fa nascere Venere Botticelliana. (da Firenze, in Canti orfici)
  • Tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili... (lettera dell'11 aprile 1930 a Bino Binazzi, in Un viaggio chiamato amore: lettere 1916-1918)

Canti orfici e altri scritti[modifica]

incipit[modifica]

La notte
I La notte
Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell'Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell'acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso.

Citazioni[modifica]

  • Un tocco di campana argentino e dolce di lontananza: la Sera: nella chiesetta solitaria, all'ombra delle modeste navate, io stringevo Lei, dalle carni rosee e dagli accesi occhi fuggitivi: anni ed anni ed anni fondevano nella dolcezza trionfale del ricordo. (p. 5-6)
  • L'agile forma di donna dalla pelle ambrata stesa sul letto ascoltava curiosamente, poggiata sui gomiti come una Sfinge: fuori gli orti verdissimi tra i muri rosseggianti: noi soli tre vivi nel silenzio meridiano. (p. 7)
  • Venne la notte e fu compita la conquista dell'ancella. Il suo corpo ambrato la sua bocca vorace i suoi ispidi neri capelli a tratti rivelazione dei suoi occhi atterriti di voluttà intricarono una fantastica vicenda. (p. 8)
  • Una fanciulla nel torrente lavava, lavava e cantava nelle nevi delle bianche Alpi. Si volse, mi accolse, nella notte mi amò. E ancora sullo sfondo le Alpi il bianco delicato mistero, nel mio ricordo s'accese la purità della lampada stellare, brillò la luce della sera d'amore. (p. 12-13)
  • II Il viaggio e il ritorno
    • Salivano voci e voci e canti di fanciulli e di lussuria per i ritorti vichi dentro dell'ombra ardente, al colle al colle. A l'ombra dei lampioni verdi le bianche colossali prostitute sognavano sogni vaghi nella luce bizzarra al vento. (p. 14)
    • Dal giardino una canzone si rompe in catena fievole di singhiozzi: la vena è aperta: arido rosso e dolce è il panorama scheletrico del mondo. (p. 15)
    • O il tuo corpo! il tuo profumo mi velava gli occhi: io non vedevo il tuo corpo (un dolce e acuto profumo): là nel grande specchio ignudo, nel grande specchio ignudo velato dai fumi di viola, in alto baciato da una stella di luce era il bello, il bello e dolce dono di un dio: e le timide mammelle erano gonfie di luce, e le stelle erano assenti, e non un Dio era nella sera d'amore di viola: ma tu leggera tu sulle mie ginocchia sedevi, cariatide notturna di un incatevole cielo. (p. 15)
    • Aprimmo la finestra al cielo notturno. Gli uomini come spettri vaganti: vagavano come gli spettri: e la città (le vie le chiese le piazze) si componeva in un sogno cadenzato, come per una melodia invisibile scaturita da quel vagare. Non era dunque il mondo abitato da dolci spettri e nella notte non era il sogno ridesto nelle potenze sue trionfale? Qual ponte, muti chiedemmo, qual ponte abbiamo noi gettato sull'infinito, che tutto ci appare ombra di eternità? A quale sogno levammo la nostalgia della nostra bellezza? La luna sorgeva nella sua vecchia vestaglia dietro la chiesa bizantina. (p. 16)
  • Notturni
    La chimera
    Non so se tra rocce il tuo pallido | Viso m'apparve, o sorriso | Di lontananze ignote | Fosti, la china eburnea | Fronte fulgente o giovine | Suora de la Gioconda O delle primavere | Spente, per i tuoi mitici pallori | Oregina o Regina adolescente... (p. 17)
  • Il canto della tenebra
    La luce del crepuscolo si attenua: | Inquieti spiriti sia dolce la tenebra | Al cuore che non ama più! (p. 20)
  • La Verna
    22 settembre (La Verna)
    Il corridoio, alitato dal gelo degli antri, si veste tutto della leggenda Francescana. Il Santo [Francesco d'Assisi] appare come l'ombra di Cristo, rassegnata, nata in terra d'umanesimo. La sua rinuncia è semplice e dolce: dalla sua solitudine intona il canto alla natura con fede: Frate Sole, Suor Acqua, Frate Lupo. Un caro santo italiano. (p. 28)
  • II Ritorno
    L'acqua del mulino corre piana e invisibile nella gora. Rivedo un fanciullo, lo stesso fanciullo, laggiù steso sull'erba. Sembra dormire. Ripenso alla mia fanciulleza: quanto tempo è trascorso da quando i bagliori magnetici delle stelle mi dissero per la prima volta dell'infinità delle morti!... (p. 33)
  • Marradi (Antica volta. Specchio velato)
    Il mattino arride sulle cime dei monti. In alto sulle cuspidi di un triangolo desolato si illumina il castello, più alto e più lontano. Venere passa in barroccio accoccolata per la strada conventuale. (p. 33)
  • Immagini del viaggio e della montagna
    O se come il torrente che rovina | E si riposa nell'azzurro eguale, | Se tale a le tue mura la proclina | Anima al nulla nel su andar fatale, | Se a le tue mura in pace cristallina | Tender potessi, in una pace eguale, | E il ricordo specchiar di una divina | Serenità perduta o tu immortale | Anima! o Tu! (p. 35)
    • Ecco la notte: ed ecco vigilarmi | E luci e luci: ed io lontano e solo: Quiete è la messe, verso l'infinito | (Quieto è lo spirto) vanno muti carmi | A la notte: a la notte: intendo: Solo | Ombra che torna, ch'era dipartito... (p. 36)
  • Genova
    Sotto la torre orientale, ne le terrazze verdi ne la lavagna cinerea | Dilaga la piazza al mare che addensa le navi inesausto | Ride l'arcano palazzo rosso dal portico grande: Come le cataratte del Niagara | Canta, ride, svaria ferrea la sinfonia feconda urgente al mare: | Genova canta il tuo canto! (p. 64)

Citazioni sul libro[modifica]

  • I Canti orfici hanno offerta materia a numerose tesi di laurea, a documentazioni biografiche e a ricerche critiche, quali forse non vanta alcun altro nostro poeta contemporaneo. (Enrico Falqui)

Cartolina da Marradi[modifica]

  • I «mantici» di Barbarossa
    Ad Anselmo Geribò – Avenu – Amo le vecchie trrr | Gonfie e lievitate di sprrr | Che cadono come rospi a quattro zampe sopra la coltrice rossa | E aspettano che le si innaffii | E sbuffano e ansimano, flaccide come mantici. Barbarossa [Uno dei pseudonimi di Campana]. (21 gennaio 1916; citato da Enrico Falqui, in La Fiera Letteraria, 23 febbraio 1967)
  • «Padre dello scandalo»
    Egregio Signore, si domanda quale è l'io centrale di Bastianelli. Buono questo numero, eccellenti tutti solo oggi in poesia ci sono troppi rospi e troppi anfibi di una fantasia e di un gusto che non saprei meglio definire se non come quelli d'un paysan qui aurait en Baudelaire – la qual cosa è poi forse la migliore che si possa dire di Papini, padre dello scandalo, del poeta cicerone che le dolcezze finocchie di ... condusse per gli orti del bene e del male tra famigliari serponi e coccodrilli, macabro spaventapasseri, impuro ciarlatano di piazza della poesia. Chi può tollerare le sue delicatezze di sbirro? (8 gennaio 1916; citato da Enrico Falqui, in La Fiera Letteraria, 23 febbraio 1967)
  • Una poesia patriottica
    Signor Novaro, ho ricevuto la Riviera e ringrazio. A Bologna ho tovato Binazzi e ci siamo trovati d'accordo sul valore di varie persone tra cui Sbarbaro. Ciò avrà i suoi frutti. A Lei che è stato per me così cordiale vorrei dedicare una poesia patriottica che sentissi ancora nel luglio scorso [A Mario Novaro]: però è passata la prima fiammata la abbandonai ed è restata incompleta. La potrei rivivere e terminare nel senso di un «addio all'Italia» solamente. (27 febbraio 1916; citato da Enrico Falqui, in La Fiera Letteraria, 23 febbraio 1967.)

Lettere[modifica]

  • Carissimo signor Novaro, il mio amico Hermet mi ha fatto vedere queste belle cose e io l'ho consigliato a mandarliele. Sono certo che Lei condividerà il mio giudizio. La saluto cordialmente. [...] La salute va bene. La poesia tornerà. [...]. Suo Dino Campana. (Lettera La poesia tornerà senza data; citato da Enrico Falqui, in La Fiera Letteraria, 23 febbraio 1967.)
  • Egregio Signor Novaro, con dispiacere appresi troppo tardi che Boine si trovava a Firenze. Oltre il piacere di conoscerlo mi avrebbe fatto conoscere a Lei: mi riferisco al proverbio: il diavolo non è tanto brutto come si dipinge. [...] Sappia intanto che ho sostenuto e sostengo che Sbarbaro vale più di tutti i vocioni (voci + ani) a piena orchestra. (Lettera da Firenze, Degenerazione letteraria, senza data; citato da Enrico Falqui, in La Fiera Letteraria, 23 febbraio 1967.)

Citazioni su Dino Campana[modifica]

  • Campana resta l'ultimo poeta, il poeta toccato e divorato dal fuoco, il poeta che è entrato per sempre nel cuore stesso della notte e non ne è più uscito. (Carlo Bo)
  • Caro Campana,
    L'India era un'ossessione tre mesi fa. Mi disse Novaro che lei non fu contento della mia risposta. Diamine! era una stretta di mano a mio modo. Ma insomma, Campana non si sa dove sfociare, non si sa per che paese partire! Su questo mondo ci ho sputato da un pezzo. Non c'è una qualche America nuova da scoprire? qualche delitto di liberazione? Se pensa una impresa me la comunichi. (Giovanni Boine)
  • Fu un irregolare, la cui esistenza può accostarsi a quella di altri poeti vissuti tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, come, ad esempio, alcuni dei nostri Scapigliati; benché per la statura poetica sia ad essi senz'altro di molto superiore e paragonabile piuttosto ad Arthur Rimbaud. (Elio Andriuoli)
  • Il caso Campana rappresenta – a nostro avviso molto bene – un vuoto fra il canto pieno della grande poesia dell'Ottocento e la partenza di Ungaretti, avvenuta da zero. (Carlo Bo)
  • Il destino così doloroso di Dino Campana risponde precisamente ad un problema sollevato dal giovane Victor Hugo, verso il 1834. La domanda di questo allora quasi sconosciuto Hugo era: "Jusqu'à quel point le chant appartiene à la voix, et la poèsie au poéte?". Domanda di una inesauribile novità e contro cui nulla hanno potuto le innumerevoli esperienze poetiche in più di un secolo, anzi direi che rimane confermata dalle maggiori audacie degli esempi più usati: l'autorizzano Baudelaire, Rimbaud e la storia dei surrealisti. Noi sappiamo i nomi che mancano, quello di Dino Campana va fatto senza timore. (Carlo Bo)
  • L'idea di una poesia «europea musicale e colorita» era stata in Campana, oltre che istinto, un fatto di cultura; ma certo era stata accompagnata o preceduta, in lui, da una pratica ancora un po' inerte e passiva dei nuovi ismi trovati in aria. Anche il futurismo ufficiale aveva preteso, come già i novatori di fine secolo, di «rompere i vetri», di rinnovare l'aria. Campana s'era però scelto maestri più fini di quelli seguiti dai suoi provvisori iniziatori. Ripudiò d'istinto la parte più meccanica, più elencativa del liberismo di moda; andò, si può affermarlo anche con sicurezza di fatto, verso le sorgenti più certe di quel movimento, da Whitman a Rimbaud. Riportò per conto suo, nell'arte e nella vita, un fatto di stile a un fatto di coscienza e fu consapevole di rappresentare, nel suo tempo e nel suo ambiente, una voce nuova, diversa. (Eugenio Montale)
  • Mentre la linea più gremita della lirica moderna continua a sviluppare il tragico tema dell'uomo detronizzato dalla sua centralità cosmica, Dino Campana invece ha fede in una positività del mondo, in una ricchezza del suo bàttito che invita l'uomo a spendersi e a salvarsi in una adesione a quella fluidità naturale che esclude o condanna solo chi voglia appartarsene. (Silvio Ramat)
  • Mi tenne lontano da lui, un certo suo modo di fare strano (che più tardi prese forma precisa di follia) e anche la convinzione, che non mi perito di confessare, che i suoi meriti poetici fossero allora e siano ora esagerati. Temo che il pittoresco della sua vita sia stato confuso col poetico della sua opera. (Giuseppe Prezzolini)
  • Nel quarto decennio del secolo il ritorno a Campana ebbe per la nostra più duttile e spregiudicata cultura letteraria il valore di una scoperta, scoperta di libertà nei testi – nelle intenzioni e nei risultati –, d'una libertà che poteva prospettarsi emblematica risposta a ogni dogmatismo e grettezza, quali imponeva allora duramente il regime politico. (Silvio Ramat)
  • Non so di che specie egli [Dino Campana] fosse: se superiore o inferiore alla comune nostra; certo è ch'era di altra specie. [...] Da lui e dal coetaneo Ungaretti, s'inaugura un tono intimo e grave nella nostra ultima poesia. (Emilio Cecchi)
  • Notevole la forza e la novità del suo stile, anche se qualche eco può trovarsi in lui del Carducci e del D'Annunzio. Ma si tratta di debiti di poco conto. (Elio Andriuoli)

Bibliografia[modifica]

  • Sibilla Aleramo, Dino Campana, Bruna Conti, Un viaggio chiamato amore: lettere 1916-1918, Feltrinelli Editore, 2000. ISBN 8807490064
  • Dino Campana, Canti orfici e altri scritti, introduzione di Carlo Bo, Oscar Mondadori, 1972.

Voci correlate[modifica]

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