Montesquieu

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Montesquieu

Charles-Louis de Secondat barone de La Brède et de Montesquieu (1689 – 1755), filosofo, giurista, storico e pensatore politico francese.

Citazioni di Montesquieu[modifica]

  • Addio, Genova detestabile | Addio, soggiorno di Pluto. | Se il Cielo mi è favorevole, | Non vi vedrò più.[1]
  • Addio! superbi palazzi, | Dove la noia, di preferenza, | Ha scelto la sua residenza; | Vi lascio per sempre.[1]
  • Giustizia ritardata è giustizia negata.[2]
  • Io sono stato otto giorni a Genova e mi sono annoiato a morte: è la Narbonne d'Italia. Non vi è nulla da vedere salvo un bel porto, ma assai pericoloso; case costruite in marmo perché la pietra è troppo cara; e degli ebrei che vanno a Messa...[3]
  • L'uomo è nato nella società civile... ed è là che rimane.[4]
  • La plebe napoletana è come quella dell'antica Roma, formata di liberti che non avevano nulla. Perciò è credulona, superstiziosa, avida di notizie. La plebe di Napoli, dove tanta gente non ha nulla, è ancora più plebe delle altre.[5]
  • Molte cause di godimento compone e crea l'animo stesso nostro a se proprio, massime collegando tra loro diverse cose. Perciò bene spesso avviene che quello che piacque una volta, piaccia similmente un'altra; solo per essere piaciuto innanzi; congiungendo noi coll'immagine del presente quella del passato.[6]
  • Non c'è palazzo di giustizia in cui il chiasso dei litiganti e loro accoliti superi quello dei tribunali di Napoli. Lì si vede la lite calzata e vestita.[7]

Attribuite[modifica]

  • [Su Gottfried Leibniz] È raro trovare uomini di cultura che siano puliti, non puzzino e abbiano il senso dell'umorismo.[8]
It is rare to find learned men who are clean, do not stink and have a sense of humour.

Considerazioni sulle cause della grandezza e decadenza dei Romani[modifica]

  • È vero che le leggi di Roma divennero impotenti a governare la repubblica, ma è una cosa che si è sempre vista che buone leggi, che hanno fatto diventar grande una piccola repubblica, le siano poi di peso quando essa si è ingrandita: perché erano tali che il loro effetto naturale era di fare un grande popolo e non di governarlo.
  • La tirannia di un principe non porta uno Stato più vicino alla sua rovina di quanto l'indifferenza per il bene comune non vi porti una repubblica.
  • Non è il caso a dominare il mondo: ne sono testimoni i Romani, che ebbero un continuo susseguirsi di prosperità quando si governarono secondo un certo piano, e un seguito ininterrotto di avversità quando si comportarono secondo un altro. Vi sono cause generali, sia morali sia fisiche, che agiscono in ogni monarchia, che la elevano, la mantengono o la rovesciano; tutti gli accidenti sono subordinati a queste cause; e se l'esito di una battaglia, cioè una causa particolare, ha rovinato uno Stato, vi era una causa generale per cui quello Stato doveva perire per una sola battaglia. In una parola, l'andamento generale porta con sé tutti gli accidenti particolari.
  • Un impero fondato dalle armi deve reggersi con le armi.

Lettera su Genova[modifica]

  • È sotto il Molo Nuovo che sono ancorate la galee della Repubblica. Sul lato opposto si trova il Molo Vecchio, che inizia verso il centro della città. Questi due moli formano quello che vien chiamato il Porto, che è uno dei peggiori della terra poiché il mare entra con impeto per l'apertura che c'è fra i due moli, soprattutto quando il vento soffia da mezzogiorno, da est e da ovest; tanto più che l'apertura fra i due moli è molto larga ed esposta, il mare poco profondo, il fondale molto brutto; e così le navi arano sulle ancore, urtano le une contro le altre e pochi anni fa un bastimento rischiò di affondare. (pp. 17-21)
  • San Giorgio è una banca, dove tutti portano il loro denaro e lo ritirano senza riceverne interesse, e la banca guadagna sul denaro contante. San Giorgio è una specie di Monte di Pietà, che, avendo fatto prestiti alla Repubblica e avendo ricevuto in cambio fondi di garanzia, paga il 2 e mezzo per cento a coloro che lo hanno sovvenzionato. (p. 35)
  • Non è una gran fortuna abitare in questa città. Per prima cosa, il popolo è oppresso da monopoli sul pane, sul vino e su tutti i generi alimentari. È la Repubblica stessa che vende questi generi. La punizione dei crimini è così mal organizzata che risulta minor disgrazia aver ucciso un uomo che aver frodato su un'imposta. (pp. 39-41)
  • Non c'è stato in Europa che sia stato sottoposto a tanti soprusi come quello di Genova, e che si sia comportato con tanta bassezza nei vari intrighi in cui sia venuto a trovarsi. (p. 45)
  • Non vi ho parlato dei cicisbei. È la cosa più ridicola che un popolo stupido abbia potuto inventare: sono innamorati senza speranza, vittime che sacrificano la loro libertà alla dama che hanno scelto. Per me, dopo i cavalieri erranti, non vi è nulla di più sciocco di un cicisbeo. Non si può trattenere il riso alla vista di una signora che passa per strada, sulla portantina, e di un senatore che le (racconta le sue ragioni), gesticola come la sua sovrana, in mezzo alla strada; non ci si può trattenere dal sorridere la prima volta che si vede una simile scena. Il cicisbeo non si allontana dalla dama di un passo: è sempre vicino a lei ed ai suoi ordini; il delitto di indifferenza è un crimine imperdonabile. (pp. 65-67)
  • Le vie di Genova sono strette e buie. Nella Strada Nuova, un po' più larga delle altre, ci sono i palazzi più belli. È alquanto difficile visitarli: sono quasi sempre vuoti, e, quando il padrone esce o va in campagna, porta (come il rettore di Nostra Signora della Guardia) la chiave in tasca. (pp. 75-77)
  • C'è un bellissimo ponte [il ponte di Carignano], costruito a spese di casa Sauli, che congiunge un'altura della città all'altra, costruito al di sopra delle case, ad un'altezza prodigiosa. (p. 77)

Lettere persiane[modifica]

  • È una disgrazia non essere amati, ma è un affronto non esserlo più. (p. 3, Feltrinelli)
  • Il papa è il capo dei cristiani. È un vecchio idolo, che viene incensato per abitudine. Una volta incuteva paura persino ai principi; li deponeva infatti così facilmente [...]. Ma ora non lo si teme più. Egli si dice successore di uno dei primi cristiani, che si chiama San Pietro; ed è certo una ricca successione perché ha dei tesori immensi ed un grande paese sotto il suo dominio. (p.29, Feltrinelli)
  • Ora sono a Venezia, mio caro Usbek. Si può aver visto tutte le città del mondo e restare sorpresi arrivando a Venezia: si sarà sempre stupiti di vedere una città, delle torri e delle moschee emergere dall'acqua, e trovare una quantità enorme di persone in un luogo dove dovrebbero stare soltanto dei pesci. Ma questa città profana manca del tesoro più prezioso che ci sia al mondo, l'acqua sorgiva: è impossibile compiere una sola abluzione rituale. Il nostro santo Profeta ne ha orrore: dall'alto del cielo la guarda sempre in collera. (XXXI p.45, Garzanti)
  • Le donne persiane sono più belle delle francesi, ma le francesi sono più attraenti. È difficile non amare le prime, e non compiacersi delle seduzioni delle seconde: le une sono più affettuose e modeste, le altre più allegre e vivaci. (XXXIV p.47, Garzanti)
  • È stato detto benissimo che se i triangoli facessero un dio, gli attribuirebbero tre lati. (p.59, Feltrinelli)
  • [I russi] Hanno un modo di ricevere gli ospiti che non è affatto persiano: quando uno straniero entra in una casa, il marito gli presenta sua moglie, e lo straniero la bacia; e questa è considerata una cortesia nei confronti del marito. Sebbene i padri, nel contratto di matrimonio delle figlie, ordinariamente stipulino che il marito non le frusterà, tuttavia è da non credere quanto piaccia alle donne moscovite essere picchiate: non possono convincersi di possedere il cuore del marito se costui non le picchia come si deve; un comportamento contrario da parte sua denota un'indifferenza imperdonabile. (LI p.70, Garzanti)
  • Sembra che il nostro santo Profeta abbia voluto soprattutto privarci di tutto ciò che può confondere la nostra ragione: ci ha proibito l'uso del vino, che la annulla; ci ha proibito, con un ordine esplicito, i giochi d'azzardo; e quando gli è stato impossibile eliminare la causa delle passioni, le ha attenuate. L'amore, tra noi, non porta né confusione né furore: è una passione languida, che lascia nella calma la nostra anima: la pluralità delle mogli ci salva dal loro dominio, e tempera la violenza dei nostri desideri. (LVI p.77, Garzanti)
  • Dopo aver eseguito i calcoli con la massima accuratezza possibile...ho scoperto che sulla terra vi è [oggi] a mala pena un terzo della popolazione presente nell'antichità. Ciò che è sorprendente è che la popolazione della terra diminuisce ogni giorno, e se questo continua, dopo altri dieci secoli la terra non sarà altro che un deserto. (p.112, Feltrinelli)
  • È vero che per una stranezza, che nasce piuttosto dallo spirito umano, talvolta è necessario cangiare certe leggi. Ma il caso è raro, e quando capita, occorre aver mano leggera nel toccarle: bisogna osservare tale solenne procedura e usare tante precauzioni che il popolo ne deduca naturalmente che le leggi sono veramente sante, dato che ci vogliono tante formalità per abrogarle. (p.129, Feltrinelli)
  • Il grande torto dei giornalisti è di parlare solo dei libri nuovi, come se la verità fosse mai nuova. A me sembra che fino a quando non si siano letti tutti i libri antichi, non ci sia alcuna ragione di preferire i nuovi. (CVIII p.148, Garzanti)
  • Un gran signore è un uomo che vede il re, che parla ai ministri, che ha degli antenati, dei debiti e delle rendite.[9]

Lo spirito delle leggi[modifica]

  • Mi reputerei il più felice dei mortali se potessi far sì che gli uomini guarissero dei loro pregiudizi. Chiamo qui "pregiudizio" non ciò che porta ad ignorare alcune cose, ma ciò che porta ad ignorare se stessi. (prefazione)
  • La legge, in generale, è la ragione umana, in quanto governa tutti i popoli della terra. (libro I, cap. III)
  • Il suffragio a sorte è proprio della natura della democrazia; il suffragio a scelta lo è di quella dell'aristocrazia. (libro II, cap. II)
  • Le leggi non devono essere meno relative al principio di ogni governo che alla sua natura. (libro III, cap. I)
  • La natura dell'onore è di richiedere preferenze e distinzioni. (libro III, cap. VII)
  • Tali sono i princìpi dei tre governi: il che non significa che in una data repubblica, si sia virtuosi, ma che bisognerebbe esserlo. Ciò non prova nemmeno che, in una certa monarchia, tutti abbiano l'onore, e che, in un particolare Stato dispotico, tutti abbiano paura, ma che bisognerebbe averne: senza di che il governo sarà imperfetto. (libro III, cap. XI)
  • Il governo è come tutte le cose di questo mondo: per conservarlo, bisogna amarlo. (libro IV, cap. V)
  • L'amore della democrazia è quello dell'uguaglianza. (libro V, cap. III)
  • È proprio della natura di una repubblica di avere soltanto un piccolo territorio: senza di ciò essa non può mantenersi. (libro VII, cap. XVI)
  • La corruzione di ogni governo comincia quasi sempre con quella dei suoi princìpi. (libro VIII, cap. I)
  • I fiumi corrono a mescolarsi nel mare: le monarchie vanno a perdersi nel dispotismo. (libro VIII, cap. XVII)
  • Un grande impero presuppone un'autorità dispotica in colui che governa. (libro VIII, cap. XIX)
  • La libertà è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono. (libro XI, cap. III)
  • Una costituzione può esser tale che nessuno sia costretto a fare le cose alle quali la legge non lo obbliga, e a non fare quelle che la legge permette. (libro XI, cap. IV)
  • Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche, e quello di giudicare i delitti o le controversie dei privati. (libro XI, cap. VI)
  • Poiché, in uno Stato libero, qualunque individuo che si presume abbia lo spirito libero deve governarsi da se medesimo, bisognerebbe che il corpo del popolo avesse il potere legislativo. Ma siccome ciò è impossibile nei grandi Stati, e soggetto a molti inconvenienti nei piccoli, bisogna che il popolo faccia per mezzo dei suoi rappresentanti tutto quello che non può fare da sé. (libro XI, cap. VI)
  • Il potere legislativo verrà affidato e al corpo dei nobili e al corpo che sarà scelto per rappresentare il popolo, ciascuno dei quali avrà le proprie assemblee e le proprie deliberazioni a parte, e vedute e interessi distinti. Dei tre poteri di cui abbiamo parlato, quello giudiziario è in qualche senso nullo. Non ne restano che due; e siccome hanno bisogno di un potere regolatore per temperarli, la parte del corpo legislativo composta di nobili è adattissima a produrre questo effetto.
La puissance législative sera confiée, et au corps des nobles, et au corps qui sera choisi pour représenter le peuple, qui auront chacun leurs assemblées et leurs délibérations à part, et des vues et des intérêts séparés. Des trois puissances dont nous avons parlé, celle de juger est en quelque façon nulle. Il n'en reste que deux; et comme elles ont besoin d'une puissance réglante pour les tempérer, la partie du corps législatif qui est composée de nobles est très propre à produire cet effet. (libro XI, cap. VI)
  • Il potere esecutivo deve essere nelle mani d'un monarca perché questa parte del governo, che ha bisogno quasi sempre d'una azione istantanea, è amministrata meglio da uno che da parecchi; mentre ciò che dipende dal potere legislativo è spesso ordinato meglio da parecchi anziché da uno solo. Infatti, se non vi fosse monarca, e il potere esecutivo fosse affidato a un certo numero di persone tratte dal corpo legislativo, non vi sarebbe più libertà, perché i due poteri sarebbero uniti, le stesse persone avendo talvolta parte, e sempre potendola avere, nell'uno e nell'altro. Se il corpo legislativo rimanesse per un tempo considerevole senza riunirsi, non vi sarebbe più libertà. Infatti vi si verificherebbe l'una cosa o l'altra: o non vi sarebbero più risoluzioni legislative, e lo Stato cadrebbe nell'anarchia; o queste risoluzioni verrebbero prese dal potere esecutivo, il quale diventerebbe assoluto.
La puissance exécutrice doit être entre les mains d'un monarque, parce que cette partie du gouvernement, qui a presque toujours besoin d'une action momentanée, est mieux administrée par un que par plusieurs; au lieu que ce qui dépend de la puissance législative est souvent mieux ordonné par plusieurs que par un seul. Que s'il n'y avait point de monarque, et que la puissance exécutrice fût confiée à un certain nombre de personnes tirées du corps législatif, il n'y aurait plus de liberté, parce que les deux puissances seraient unies; les mêmes personnes ayant quelquefois, et pouvant toujours avoir part à l'une et à l'autre. Si le corps législatif était un temps considérable sans être assemblé, il n'y aurait plus de liberté. Car il arriverait de deux choses l'une: ou qu'il n'y aurait plus de résolution législative, et l'État tomberait dans l'anarchie; ou que ces résolutions seraient prises par la puissance exécutrice, et elle deviendrait absolue. (libro XI, cap. VI)
  • Se il corpo legislativo fosse riunito in permanenza, potrebbe capitare che non si facesse che sostituire nuovi deputati a quelli che muoiono; e in questo caso, una volta che il corpo legislativo fosse corrotto, il male sarebbe senza rimedio. Quando diversi corpi legislativi si susseguono gli uni agli altri, il popolo, che ha cattiva opinione del corpo legislativo attuale, trasferisce, con ragione, le proprie speranze su quello che succederà. Ma se si trattasse sempre dello stesso corpo, il popolo, una volta vistolo corrotto, non spererebbe più niente dalle sue leggi, s'infurierebbe o cadrebbe nell'apatia.
Si le corps législatif était continuellement assemblé, il pourrait arriver que l'on ne ferait que suppléer de nouveaux députés à la place de ceux qui mourraient; et, dans ce cas, si le corps législatif était une fois corrompu, le mal serait sans remède. Lorsque divers corps législatifs se succèdent les uns aux autres, le peuple, qui a mauvaise opinion du corps législatif actuel, porte, avec raison, ses espérances sur celui qui viendra après. Mais si c'était toujours le même corps, le peuple, le voyant une fois corrompu, n'espérerait plus rien de ses lois; il deviendrait furieux, ou tomberait dans l'indolence. (libro XI, cap. VI)
  • Il potere esecutivo, come dicemmo, deve prender parte alla legislazione con la sua facoltà d'impedire di spogliarsi delle sue prerogative. Ma se il potere legislativo prende parte all'esecuzione, il potere esecutivo sarà ugualmente perduto. Se il monarca prendesse parte alla legislazione con la facoltà di statuire, non vi sarebbe più libertà. Ma siccome è necessario che abbia parte nella legislazione per difendersi, bisogna che vi partecipi con la sua facoltà d'impedire. La causa del cambiamento del governo a Roma fu che il senato, il quale aveva una parte del potere esecutivo, e i magistrati, i quali avevano l'altra, non avevano, come il popolo, la facoltà d'impedire. Ecco dunque la costituzione fondamentale del governo di cui stiamo parlando. Il corpo legislativo essendo composto di due parti, l'una terrà legata l'altra con la mutua facoltà d'impedire. Tutte e due saranno vincolate dal potere esecutivo, che lo sarà a sua volta da quello legislativo. Questi tre poteri dovrebbero rimanere in stato di riposo, o di inazione. Ma siccome, per il necessario movimento delle cose, sono costretti ad andare avanti, saranno costretti ad andare avanti di concerto.
La puissance exécutrice, comme nous avons dit, doit prendre part à la législation par sa faculté d'empêcher; sans quoi elle sera bientôt dépouillée de ses prérogatives. Mais si la puissance législative prend part à l'exécution, la puissance exécutrice sera également perdue. Si le monarque prenait part à là législation par la faculté de statuer, il n'y aurait plus de liberté. Mais, comme il faut pourtant qu'il ait part à la législation pour se défendre, il faut qu'il y prenne part par la faculté d'empêcher. Ce qui fut cause que le gouvernement changea à Rome, c'est que le Sénat, qui avait une partie de la puissance exécutrice, et les magistrats, qui avaient l'autre, n'avaient pas, comme le peuple, la faculté d'empêcher. Voici donc la constitution fondamentale du gouvernement dont nous parlons. Le corps législatif y étant composé de deux parties, l'une enchaînera l'autre par sa faculté mutuelle d'empêcher. Toutes les deux seront liées par la puissance exécutrice, qui le sera elle-même par la législative. Ces trois puissances devraient former un repos ou une inaction. Mais comme, par le mouvement nécessaire des choses, elles sont contraintes d'aller, elles seront forcées d'aller de concert. (libro XI, cap. VI)
  • Siccome tutte le cose umane hanno una fine, lo Stato di cui parliamo perderà la sua libertà, perirà. Roma, Sparta e Cartagine sono pur perite. Perirà quando il potere legislativo sarà più corrotto di quello esecutivo. Non sta a me di esaminare se gli Inglesi godono attualmente di questa libertà, o no. Mi basta dire che essa è stabilita dalle loro leggi, e non chiedo di più. Non pretendo con ciò di avvilire gli altri governi, né dichiarare che questa libertà politica estrema debba mortificare quelli che ne hanno soltanto una moderata. Come potrei dirlo io, che credo che non sia sempre desiderabile nemmeno l'eccesso della ragione; e che gli uomini si adattino quasi sempre meglio alle istituzioni di mezzo che a quelle estreme? (De l'esprit des lois)
Comme toutes les choses humaines ont une fin, l'État dont nous parlons perdra sa liberté, il périra. Rome, Lacédémone et Carthage ont bien péri. Il périra lorsque la puissance législative sera plus corrompue que l'exécutrice. Ce n'est point à moi à examiner si les Anglais jouissent actuellement de cette liberté, ou non. Il me suffit de dire qu'elle est établie par leurs lois, et je n'en cherche pas davantage. Je ne prétends point par là ravaler les autres gouvernements, ni dire que cette liberté politique extrême doive mortifier ceux qui n'en ont qu'une modérée. Comment dirais-je cela, moi qui crois que l'excès même de la raison n'est pas toujours désirable, et que les hommes s'accommodent presque toujours mieux des milieux que des extrémités? (libro XI, cap. VI)
  • Non bisogna mai esaurire un argomento a un punto tale da non lasciar niente da fare al lettore. Non si tratta di far leggere, ma di far pensare. (libro XI, cap. XX)
  • Lo spionaggio sarebbe forse tollerabile se potesse essere esercitato da gente onesta, ma l'infamia necessaria della persona può far giudicare dell'infamia della cosa. (XIII, XXIII; 2014)
  • Se toccasse a me di sostenere il diritto che abbiamo avuto di rendere schiavi i negri, ecco quello che direi:
    I popoli dell'Europa, avendo sterminato quelli dell'America, hanno dovuto mettere in schiavitù quelli dell'Africa onde servirsene per coltivare tante terre. (libro XV, cap V)
  • Non ci si può capacitare che Dio, il quale è un essere saggissimo, abbia messo un'anima, soprattutto un'anima buona, in un corpo nerissimo. (libro XV, cap V)
  • La ragione vuole che la potestà del padrone non si estenda oltre le cose pertinenti al servizio; bisogna che la schiavitù sia fatta per l'utilità, e non per la voluttà. Le leggi della pudicizia appartengono al diritto naturale, e devono essere riconosciute da tutte le nazioni del mondo. (libro XV, cap XII)
  • Il possesso di molte dinne non sempre impedisce il desiderio per quella di un altro: avviene della lussuria come dell'avarizia: aumenta la propria sete con l'acquisto di nuovi tesori. (libro XVI, cap. VI)
  • Non bisogna meravigliarsi [...] se la viltà dei popoli dei climi caldi li ha resi quasi sempre schiavi, e se il coraggio dei popoli dei climi freddi li ha mantenuti liberi. È un effetto che deriva dalla sua causa naturale. (libro XVII, cap. II)
  • Qualche elemosina fatta a un uomo nudo per le strade non basta ad adempiere agli obblighi dello Stato, il quale a tutti i cittadini la sussistenza assicurata, il nutrimento, un abbigliamento decente, e un genere di vita che non sia dannoso alla salute. (libro XXIII, cap. XXIX)
  • Molte cose governano gli uomini: il clima, la religione, le leggi, le massime del governo, gli esempi dell'antichità, i costumi, le usanze; se ne forma uno spirito generale che ne è il risultato. A misura che, in ogni nazione, una di queste cause agisce con maggior forza, le altre le cedono in proporzione. La natura e il clima dominano quasi esclusivamente i selvaggi; le usanze governano i Cinesi; le leggi tiranneggiano il Giappone; i costumi davano un tempo il tono in Sparta, i principi del governo e i costumi antichi lo davano in Roma. (libro XIX, cap. IV)
  • Le leggi inutili indeboliscono le leggi necessarie. (libro XXIX, cap XVI)

Pensieri[modifica]

  • Abitualmente, chi ha un grande ingegno l'ha ingenuo.[10]
  • Bisognerebbe convincere gli uomini della felicità ch'essi ignorano, anche quando ne godono.
  • Ci sono molte persone che considerano necessario soltanto il superfluo.
  • Difficoltà di tradurre. Occorre innanzitutto conoscere bene il latino; poi bisogna dimenticarlo.
  • È assai sorprendente che le ricchezze degli ecclesiastici abbiano tratto origine dal principio di povertà.
  • È indubbio che l'amore abbia un carattere diverso dall'amicizia: quest'ultima non ha mai mandato nessuno in manicomio.
  • Ho la malattia di scriver libri e di vergognarmene una volta che li ho scritti.
  • Ho sempre visto che, per riuscire al meglio nel mondo, bisognava avere un'aria stupida, ma esser saggi.
  • L'amicizia è un contratto con il quale c'impegniamo a rendere piccoli favori a qualcuno perché ce li contraccambi con favori grandi.
  • L'amore vuol ricevere quanto dà: è il più personale di tutti gli interessi: si fanno confronti e conti; la vanità è diffidente e mai abbastanza sicura.
  • La guerra di Spartaco fu la più legittima che mai sia stata intrapresa.
  • La libertà, bene che fa godere degli altri beni. (1943)
  • Lo studio è stato per me il rimedio sovrano contro i dispiaceri della vita, giacché non ho mai avuto un dolore tale che non mi sia passato con un'ora di lettura.
  • Lodiamo le persone in proporzione alla stima ch'esse hanno per noi.
  • Omero è stato teologo soltanto per essere poeta.
  • Non stupisce che si provi tanta antipatia per le persone che hanno troppa considerazione di sé: non c'è gran differenza fra lo stimar molto se stessi e il disprezzare molto gli altri.
  • Per scriver bene, occorre tralasciare le idee intermedie, al fine di non apparire noiosi, ma senza esagerare, onde non incorrere nel rischio di non essere intesi.
  • Quello che agli oratori manca nel senso della profondità, ve lo dànno in lunghezza.[10]
  • Se sapessi d'una cosa utile alla mia nazione che fosse dannosa ad un'altra, non la proporrei al mio Principe, perché sono uomo prima d'essere Francese, o, meglio, perché sono necessariamente uomo, e Francese soltanto per caso.[10]
  • Se sapessi di qualcosa che potesse giovare a me, e riuscire dannoso alla mia famiglia, lo respingerei dall'animo mio. Se sapessi di qualcosa che giovasse alla mia famiglia, non giovando invece alla mia patria, cercherei di dimenticarlo. Se sapessi qualcosa che giovasse alla mia patria e nuocesse all'Europa, ovvero che giovasse all'Europa e nuocesse al genere umano, lo considererei come un delitto.[10]
  • Si vorrebbe non morire. Ogni essere umano è propriamente un susseguirsi d'idee che non si vorrebbe interrompere.
  • Tutte le persone timorose minacciano con facilità: sentono che le minacce avrebbero un grande effetto su di loro.
  • Un uomo non è infelice perché ha dell'ambizione, ma perché ne è divorato.
  • Una prova dell'incostanza degli uomini è stata la necessità d'istituire il matrimonio.

Saggio sulle cause che possono agire sugli spiriti e sui caratteri[modifica]

  • I viaggi arricchiscono moltissimo lo spirito: si esce dal cerchio dei pregiudizi del proprio paese, e non si è certo disposti a farsi carico di quelli degli stranieri.
  • L'educazione [...] consiste nel procurarci delle idee, e la buona educazione nel disporle proporzionatamente.
  • L'ignoranza [...] è la madre delle tradizioni.
  • Meno si ha da riflettere, più si parla.
  • Un insegnante può diventare facilmente testardo, poiché esercita il mestiere di uno che non ha mai torto.

Viaggio in Italia[modifica]

  • La città, vista dal mare, è molto bella. Il mare penetra nella terra, e fa un arco, intorno al quale è la città di Genova. (p. 99)
  • Il giardino del principe Doria è piccolo, ma in una posizione incantevole: si vede tutta la città, i due moli e il mare.
    Al centro del giardino c'è un laghetto degno di Versailles, con un Nettuno trainato da tre cavalli marini che lancia il tridente: è un bel gruppo. Tutt'intorno ci sono degli uccelli, arrampicati su tartarughe, delfini, tritoni, dai quali l'acqua zampilla. (p. 100)
  • I Genovesi sono molto paurosi, anche se orgogliosissimi.
    Le signore sono molto altezzose [...] (p. 101)
  • La chiesa dell'Annunziata è la più bella di Genova. Sul portale, all'interno, c'è un quadro di Procaccini, molto bello. È una chiesa tutta dorata, d'un'architettura abbastanza bella. (p. 101)
  • La chiesa di San Siro è anch'essa abbastanza bella, ma nel soffitto ci sono pitture assai brutte: a parte che è una grande sciocchezza aver rappresentato delle case in cielo, e persone che vi soffrono il martirio. (p. 102)
  • Il Palazzo del Doge comprende anche le sale in cui si riuniscono i Consigli e l'Arsenale. La bellezza di queste sale è ben lontana da quella delle sale di Venezia. Ce n'è una in cui sono tre quadri del Solimena. La sala del Gran Consiglio è affrescata da Franceschini da Bologna. (p. 102)
  • Ed io dicevo che mettere le signore di Genova al rango delle principesse di Francia era come mettere dei pipistrelli sullo stesso piano delle aquile. (p. 103)
  • I Genovesi non sono affatto socievoli; e questo carattere deriva piuttosto dalla loro estrema avarizia che non da un'indole forastica: perché non potete credere fino a che punto arriva la parsimonia di quei principi. Non c'è niente di più bugiardo dei loro palazzi: di fuori, una casa superba, e dentro una vecchia serva, che fila. Se nelle case più illustri vedete un paggio, è perché non ci sono domestici. Invitare qualcuno a pranzo è a Genova una cosa inaudita. Quei bei palazzi sono in realtà, fino al terzo piano, magazzini per le merci. Tutti esercitano il commercio, e il primo mercante è il Doge. Tutto questo rende gli animi della gente assai bassi, anche se molto vani. Hanno palazzi non perché spendano, ma perché il luogo fornisce loro il marmo. Come ad Angers, dove tutte le case sono coperte di ardesia. Hanno tuttavia dei piccoli casini lungo il mare, abbastanza belli; ma la bellezza è dovuta alla posizione e al mare, che non costano nulla. (p. 108)
  • I Genovesi di oggi sono tardi quanto gli antichi Liguri. Non voglio dire con questo che non intendano i loro affari: l'interesse apre gli occhi a tutti. (p. 108)
  • C'è sempre un nobile Genovese in viaggio per chiedere perdono a qualche sovrano delle sciocchezze che fa la sua repubblica. (p. 109)
  • C'è ancora una cosa, che i Genovesi non si raffinano in nessun modo: sono pietre massicce che non si lasciano tagliare. Quelli che sono stati inviati nelle corti straniere, ne son tornati Genovesi come prima. (p. 109)
  • San Pier d'Arena è abbastanza fortificata, perché i Genovesi non hanno voluto lasciare indifeso ciò che hanno di meglio. (p. 109)
  • Napoli ha una bellissima posizione. Le strade sono larghe e ben pavimentate con grossi e larghi massi di pietra squadrata. Le case, tutte grandi e pressappoco della stessa altezza. Molte piazze grandi e belle; e cinque castelli o fortezze, che non si finisce di ammirare. [...]
    Da quando hanno pensato di costruire le fortezze dentro le città, non si ha più bisogno di avere popoli fedelissimi: li hanno resi obbedienti. Perciò prima scoppiava una rivoluzione al giorno, come in Italia. È quasi impossibile che i Napoletani si ribellino, con le cinque cittadelle che hanno. (pp. 212-213)

Citazioni su Montesquieu[modifica]

  • Come uomo il Montesquieu non è personaggio molto caratteristico, però, direi, che nell'uomo sono gli stessi contrasti che nei suoi libri. È un aristocratico e feudale, non solo di nobiltà ereditaria di toga, ma signore di castelli, ed in pari tempo professa dottrine emancipatrici e liberali; è un monarchico e inclina alla repubblica, alla repubblica bensì di tipo classico, ateniese, spartano o romano, ma non pare che creda possibile nessuna virtù cittadina all'infuori di questi modelli; si dichiara a più riprese felice di vivere sotto la monarchia francese e ne fa la satira più acerba. (Ernesto Masi)
  • In questo secolo la face della filosofia incominciò a rischiarare le tenebre del foro. Il primo si fu l'autore dello Spirito delle leggi, cioè il celebre Presidente di Montesquieu a gittare lo sguardo filosofico sulla giurisprudenza criminale. (Francesco Mario Pagano)
  • Mentre di Voltaire e di Diderot sopravvive, presso i comuni lettori, una specie di antologia dei loro lavori più personalmente incisivi, di Montesquieu l'opera intera galleggia ancora sui marosi dei tempi. (Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

Note[modifica]

  1. a b Da Addio a Genova, traduzione di Pier Luigi Pinelli, Sagep Editrice, Genova, 1993, p. 10. ISBN 88-7058-491-7
  2. Citato in Il Cardinale e il Magistrato, Corriere della sera, 24 agosto 1998.
  3. Da una lettera a Madame de Lambert; citato in Giuseppe Marcenaro, Viaggio in Liguria, Sagep Editrice, Genova, 1983, p. 25
  4. Citato in AA.VV., Il libro della sociologia, traduzione di Martina Dominici, Gribaudo, 2018, p. 21. ISBN 9788858015827
  5. Da Viaggio in Italia, a cura di Giovanni Macchia e Massimo Colesanti, Laterza, Roma-Bari, 1990. ISBN 88-420-3586-6. Citato in Antonino De Francesco, La palla al piede: Una storia del pregiudizio antimeridionale, Feltrinelli, Milano, 2012, p. 30. ISBN 978-88-58-80855-9
  6. Da Fragment sur le Goût; de la sensibilité. Citato in Giacomo Leopardi, Operette morali. Il Parini, ovvero Della Gloria, cap. V, in Tutte le opere, a cura di Walter Binni e Enrico Ghidetti, vol. I, Sansoni, Firenze, 1969.
  7. Citato in Klaus Davi, Porca Italia. Cosa dicono (e pensano) di noi nel mondo, prefazione di Gian Antonio Stella, Garzanti 2011, p. 6. ISBN 978-88-11-13245-5
  8. Citato in Quotations by Gottfried Leibniz; la citazione è attribuita anche alla duchessa di Orléans
  9. Citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Italo Sordi, BUR, 1992. ISBN 88-17-14603-X
  10. a b c d Da Riflessioni e pensieri inediti (1716-1755).

Bibliografia[modifica]

  • Montesquieu, Considerazioni sulle cause della grandezza e decadenza dei Romani, traduzione di Gigliola Pasquinelli, Boringhieri, 1960.
  • Charles-Louis de Montesquieu, Lettere persiane, a cura di Chiara Agostini, traduzione di Adolfo Ruata, Feltrinelli, 1981.
  • Charles-Louis de Montesquieu, Lettere persiane, a cura di Lanfranco Binni, Garzanti, 2012.
  • Montesquieu, Lettera su Genova, in Addio a Genova, traduzione di Pier Luigi Pinelli, Sagep Editrice, Genova, 1993. ISBN 88-7058-491-7
  • Montesquieu, Lo spirito delle leggi (1748), traduzione di Betrice Boffito Serra, Rizzoli, Milano, 1967.
  • Montesquieu, Pensieri, a cura di Domenico Felice e ‎Davide Monda, BUR, 2013.
  • Montesquieu, Riflessioni e pensieri inediti (1716-1755), traduzione di Leone Ginzburg, Einaudi, Torino, 1943.
  • Montesquieu, Saggio sulle cause che possono agire sugli spiriti e sui caratteri, a cura di Domenico Felice, ETS, 2004.
  • Montesquieu, Tutte le opere (1721-1754), a cura di Domenico Felice, Bompiani, 2014.
  • Montesquieu, Viaggio in Italia, traduzione di Massimo Colesanti, Laterza, Bari, 1995. ISBN 88-420-4713-9
  • Charles-Louis Montesquieu, Oeuvres complètes, a cura di Roger Caillois, 2 voll., Gallimard, Paris, 1949-51.

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