Valentino Rossi

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Valentino Rossi (2010)

Valentino Rossi (1979 – vivente), pilota motociclistico, pilota automobilistico e dirigente sportivo italiano.

Citazioni di Valentino Rossi[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Quando giro vicino agli altri piloti mi trasformo, ma credo sia così per tutti. A Jerez, per un filmato pubblicitario, io, Capirossi e Harada dovevamo fare tre giri lenti dietro Lucchi che aveva la telecamera: tanto per cominciare Loris è uscito dai box con una gomma nuova, poi abbiamo iniziato a curarci e, alla fine, ci siamo sfidati come se fosse stato l'ultimo giro del mondiale. Capirossi ha girato in 1'45"2, tempo quasi da record, e Harada si picchiava il dito sulla tempia come per dire: "Ma siete matti".[1]
  • In pista non si può pretendere che ci sia amicizia. Posso aiutare un compagno spontaneamente. Però, se mi chiedono di far passare qualcuno, dico sì e poi non lo faccio. Mi capitò una volta nelle minimoto e si incavolarono di brutto, ma è stata una soddisfazione enorme. Così come mi arrabbierei se sapessi che fanno fermare un altro per favorire me. Il vero gioco di squadra è andare d'accordo fuori.[1]
  • Sono stato crocifisso e condannato prima delle necessarie verifiche. Sono stato sui giornali più in questi ultimi giorni che non quando ho vinto i miei sette mondiali. Ho la coscienza pulita, questa storia si chiarirà al più presto. I professionisti che mi fanno la denuncia dei redditi mi hanno assicurato, come ho sempre chiesto di rispettare le regole, che questo hanno fatto. Da sette anni ho la mia residenza a Londra, in questa bella casa. Londra, non Paperopoli o un paradiso fiscale su qualche isoletta. L'ho scelta perché mi piace e per le esigenze del mio mestiere. Sono stato strumentalizzato, probabilmente perché il fisco italiano non è d'accordo con quello di altri paesi, come l'Inghilterra. Però la soluzione devono trovarla fra loro, senza prendersela con me. Mi hanno sbattuto come un mostro in prima pagina, prima con la storia completamente inventata con la Canalis, una persona che conosco appena. Poi, con un fascicolone pieno di numeri e numerini che è stato consegnato quasi prima alla stampa che a me.[2]
  • Sulle tasse ho sbagliato. Se ho rivisto la cassetta del mio monologo estivo? Sì, certo che l'ho rivista quella cassetta; era davvero un brutto momento e di sicuro oggi una cosa così non la rifarei. Non in quel modo. Era la trovata di uno che aveva molta pressione addosso. Avrei voluto farmi intervistare ma in quel momento non trovavo le persone di cui mi fidavo e, comunque, dovevo reagire perché i media mi stavano massacrando. Ho la coscienza a posto. E se ho commesso qualche piccolo errore è solo per superficialità o perché ho trascurato alcuni aspetti della mia vita. Quello che è accaduto è stata una vera e propria lezione di vita. E tra le lezioni metterei anche un bel pensiero: tra un mito indistruttibile e un mostro sbattuto in prima pagina c'è un ragazzo che ama correre in moto. Ecco, quello sono io.[3]
  • Io sono Valentino Rossi, non mi sembra giusto che io debba correre con la moto più lenta e che per giunta si rompe sempre. L'unica cosa che mi manca è mettermi la divisa da meccanico che usano in Giappone e vedere cosa fare per far andare più forte la moto... Il guaio di oggi proprio non ci voleva, meritavo di fare due o tre punti e quindi arrivare al secondo posto.[4]
  • La moto non è solo un pezzo di ferro, anzi, penso che abbia un'anima perché è una cosa troppo bella per non avere un'anima. La moto è come una bella donna, delle volte è arrabbiata, delle volte ti dà grandi soddisfazioni, ma devi sempre stare attento a non farla arrabbiare.[5]
  • Come regalo di Natale vorrei indietro il Sic.[6]
  • I miei tweet nel corso di Inter-Novara? È successo un gran casino. Lo hanno detto ai giocatori e mi sono vergognato da matti. Io sono un grande tifoso dell'Inter e vedere perdere la mia squadra in casa contro una sulla carta più debole fa male, ma erano critiche costruttive.[7]
  • Se avete problemi a prendere sonno vi consiglio la conferenza stampa di Zeman in versione integrale.[8]
  • Senna è stato un'ispirazione e, anche se sono passati 20 anni, il suo spirito sopravvive in tutti i piloti da corsa.[9]
  • Perché sono stato così forte? Questa è una buona domanda. Io sono mancino, ma un mancino molto particolare. Sono più un ambidestro, riesco a fare le cose anche con la destra. Tanti piloti sono molto bravi a sinistra, avendo più problemi nelle pieghe a destra. A destra diventa più difficile, perché hai l'acceleratore. Il mio punto forte è che sono più forte a destra che a sinistra, ho quel poco di feeling in più che mi permette di entrare più veloce in curva. Penso che il mio segreto sia questo.[10]

Vale punta il dito sulla MotoGP: "Troppo noiosa, deve cambiare"

Da un'intervista alla BBC; citato in gazzetta.it, 23 ottobre 2012.

  • La mia sensazione è che si debba cambiare molto per il futuro, perché questo è il peggior momento da quando ci sono io.
  • È il momento peggiore perché le gare sono abbastanza brutte, anche se il livello è fantastico e le moto e i piloti velocissimi. Ma tutto è troppo perfetto.
  • A 20 anni si ha un'idea diversa dei trentenni: si tende a pensare che siano già vecchi, ma per fortuna non è così, soprattutto se di mezzo c'è una moto. Questo non è uno sport estremo a livello di sforzo fisico, quindi si può rimanere al top per tanto tempo.
  • Quando arriva il weekend di gara sono felicissimo e non vedo l'ora di salire in moto: finché provo queste sensazioni, è giusto andare avanti. Quando cambierò atteggiamento, sarà il momento di dire basta.

Pensa se non ci avessi provato[modifica]

Incipit[modifica]

Quando abbiamo scollinato verso sinistra, piegatissimi, in terza piena, a 170 all'ora, dalla mia Honda vedevo solo le marmitte superiori della sua Yamaha. Perché lui era ancora davanti a me, all'ingresso della curva che scavalca la collina. Nel punto in cui non hai più un orizzonte. Ero incollato a lui. Eravamo alla fase finale di un duello iniziato da otto piloti e finito con due. Noi due. Io e Biaggi. Alla resa dei conti del campionato 2001. Ultimo giro. Ultimo punto difficile. Ultimo attacco. Ultima possibilità, per me.

Citazioni[modifica]

La Honda VTR 1000 usata nel 2001 da Rossi e Colin Edwards alla 8 Ore di Suzuka: «Si corre in due, ma si guida per quattro ore. Sono quattro gran premi in uno [...] Arrivi al box, lasci la moto al tuo compagno che ti sta aspettando sulla pit-lane: lui parte, tu vieni preso in consegna da uno staff del team che ti denuda, togliendoti tuta, guanti, casco, stivali. Nudo, ti portano nel retrobox, dove ci sono delle piccole piscine piene di enormi blocchi di ghiaccio, pensi che i giapponesi vogliano ucciderti provocandoti un collasso, invece poi scopri che quello shock ti aiuta a riprenderti; e la cosa buffa è che a metà del tuo turno di guida ti sogni quella piscina come fosse un miraggio nel deserto».
  • [Sul circuito di Phillip Island] [...] una pista fantastica, alla quale sono legatissimo. Dopo il lungo rettilineo di partenza raggiungi il mare con una serie di curve a volte ampie, a volte strette, con cambi di velocità e pendenza. Raggiungi e poi abbandoni il mare due volte, prima di imboccare la lunga rampa che ti fa salire verso l'alto, cioè al curvone a sinistra che scollina. Ma prima, c'è una variante velocissima: arrivi in quarta, a 200 all'ora, ti butti nel cambio di direzione "destra-sinistra" in terza marcia, a 170, e finalmente affronti quel lungo curvone in salita [...]. Quella è una delle curve in cui resti maggiormente in piega continuando a viaggiare ad alta velocità, senza poter guardare cosa c'è alla fine. È uno dei tratti più belli, veloci, difficili di tutto il Mondiale. Devi essere estremamente preciso e sensibile. Quello è un punto in cui il pilota fa la differenza. (cap. I, p. 9)
  • Mi piace sconfiggere un avversario veloce nell'ultimo giro. È un modo esaltante per vincere una gara. Certo, a volte sarebbe meglio togliersi dai guai cercando di andare in fuga, ma quando capisci che non potrai scappare non ti resta che aspettare l'ultimo giro. Che è una specie di ultima sfida. Ti sei preparato, hai studiato le traiettorie del tuo avversario, giro dopo giro hai capito dove lui è forte e dove è più debole, sai dove potrai attaccarlo. È uno dei momenti più emozionanti. Nell'ultimo giro puoi cogliere di sorpresa un pilota una volta sola, poi non ci casca più. Dopo è tutto più difficile. (cap. I, p. 10)
  • L'hotel del circuito di Motegi è situato su una collina, ed è immerso nel verde. Isolatissimo. È un luogo un po' inquietante, mi ricorda l'Overlook Hotel del film Shining. È fatto uguale. Quando vado lì, mi viene in mente Jack Nicholson che diventa pazzo stando in quell'hotel. Perché lì, a Motegi, passi quattro giorni facendo sempre, esattamente, le stesse cose, in base a orari e regole fissi e immutabili. La mattina esci dalla tua stanza, scendi, vedi la gente del paddock, vai al tuo tavolo, quello che ti è stato assegnato. Già, perché il tavolo va prenotato per i quattro giorni della gara, non è come un ristorante normale dove arrivi e chiedi un tavolo in base alla gente che c'è con te; se i camerieri giapponesi, all'interno dello schema della sala, che portano sempre con sé, non vedono il tuo nome sul tavolo, non mangi. Anche se è vuoto. Quindi, scendi, vedi la stessa gente, vai allo stesso tavolo, mangi le stesse cose; esci, prendi lo scooter, fai la stessa strada per entrare in circuito, vai sempre nell'ufficio che ti hanno assegnato, fai le prove, finita la giornata di lavoro risali sullo stesso scooter, rifai la stessa strada, torni nella tua stanza, poi scendi e ti metti a cenare allo stesso tavolo, mentre rivedi di fianco a te le stesse persone... Ecco, in Giappone, a Motegi, passi quattro giorni così. (cap. II, p. 45)
  • [...] in Honda la cosa più importante è l'affermazione della propria tecnologia, da sviluppare attraverso le corse per poi trasferirla sul prodotto di serie. In Honda, l'importante è dimostrare che si vince per merito della moto, quindi è necessario chiudere le gare col primo, il secondo e il terzo posto. [...] durante la stagione 2003, cioè all'apice del nostro successo, nel momento in cui eravamo difficilmente battibili, ho iniziato ad avere la sensazione che, vincendo, facevo soltanto il mio dovere. E basta. Non li vedevo mai pazzi di gioia, felici, esaltati. Se vincevo io andava bene, ma se lo facevano Gibernau o Biaggi andava bene lo stesso. Forse erano anche più contenti, in questo caso, perché in quel modo potevano far vedere che la loro moto "clienti" era una moto vincente. Io l'ho capito da solo, ma per togliermi ogni dubbio me lo sono fatto dire da loro. Dai vertici del team. "Eh, si, in effetti il nostro obiettivo è che si faccia primo, secondo, terzo in tutte le gare. Noi vogliamo che ci siano tre Honda sul podio, sempre!" E l'hanno detto con grande tranquillità. Anche perché era una cosa che capitava spesso, alla Honda. (cap. III, pp. 60-61)
  • La RC211V, nella sua prima versione, l'ho provata per la prima volta a Suzuka, dopo la Otto Ore dell'agosto 2001. Mi apparve subito stranissima: era molto piccola, per nulla protetta dalle carene. Che erano ridotte al minimo, ed estremamente avvolgenti. Sembrava un giocattolo. Quando, poi, l'hanno fatta scendere dal cavalletto, la RCV mostrava un assetto inusuale: era molto alta dietro, quindi era nettamente inclinata sull'anteriore, molto più basso rispetto alla zona posteriore. Salendoci sopra, poi, appariva ancora più piccolina. [...] appena l'ho provata ho notato subito che aveva anche dei grandi problemi. Quando la gomma posteriore si scaldava, la RCV scivolava moltissimo: la mancanza di trazione era tale che la ruota posteriore sgommava anche nella corsia dei box! Aveva già un gran motore, si capiva subito che aveva una grande potenza, nonché margini di sviluppo enormi, ma in quella prima versione non riusciva a usarlo. [...] Però stiamo parlando della Honda, quindi già nel mio secondo test, svolto a Jerez in novembre, la RCV era molto cambiata. E andava già forte. (cap. III, pp. 62-63)
  • A scuola, i professori si lasciano spesso andare a giudizi clamorosi, frasi a effetto che rimbombano tra le pareti dell'aula per poi scorrere lungo i corridoi. Amano sentenziare, soprattutto quando tu sei molto giovane e non riesci ancora a manifestare una vera attitudine per qualcosa. Io, in realtà, avevo già dimostrato attitudine e passione, ma non propriamente in sintonia con il sistema scuola. Dei miei professori conservo frasi clamorose, previsioni catastrofiche che poi non si sono rivelate azzeccate. Per fortuna... Una, la più bella, la più incredibile perché è anche la più clamorosamente sbagliata, è stata pronunciata dalla professoressa di storia dell'arte. Che un giorno disse: "Ma tu pensi che ad andare in giro, a fare lo stupido con le moto, un giorno ti pagherai da vivere?". Quella frase, decisamente avventata, oggi fa sorridere. All'epoca sembrava invece una terribile minaccia. Ci ho pensato diverse volte, durante le varie fasi della mia carriera. Perché, in effetti, a guadagnarmi da vivere almeno ci sono riuscito... (cap. V, p. 95)
  • [Su Jorge Martínez] Con lui è nata una grande rivalità, ai tempi della 125. E già dai miei esordi internazionali, cioè ai tempi dell'Europeo. Grande staccatore, Martínez. E anche molto furbo. Usava un sacco di malizie. All'inizio non ci sopportavamo molto, abbiamo trovato il modo di apprezzarci solo dopo, quando lui ha concluso la carriera. Martínez ha molti anni più di me; all'inizio io ero veramente un ragazzino inesperto e lui un veterano. Tra le cose che più detestavo, nel repertorio dei suoi trucchetti, c'era l'abitudine di mettersi in mezzo alla mia traiettoria nel giro veloce; e comunque, mi ostacolava appena poteva, mi faceva un sacco di dispetti. Nel 1995, agli Open Ducados, eravamo a Cartagena e venivamo da Jerez, dove avevamo corso una gara molto combattuta: io sono andato in testa, ho preso del vantaggio, poi ho finito la gomma e lui mi ha ripreso, quindi ha vinto lui. A Cartagena eravamo affiancati, sulla griglia. Lui è venuto da me e mi ha detto: "In bocca al lupo, ma mi raccomando, vai piano, cerca di non cadere...". Gli avrei tirato il cavalletto della moto nella schiena! [...] Siamo partiti male tutti e due. Eravamo indietro, ma abbiamo iniziato a recuperare. Io ho passato tutti e dopo tre giri ero in testa. Ma poco dopo sono caduto... E Martínez ha vinto. (cap. VI, pp. 116-117)
  • [Sul circuito di Suzuka] Quella pista [...] è molto particolare. È un tracciato bellissimo, estremamente tecnico, che nasconde molti segreti. Non è una di quelle piste disegnate al computer. Riesci ad andare un po' più forte solo se hai percorso molti chilometri. Devi conoscere quell'asfalto metro per metro, ogni singola buchetta, ogni curva e ogni staccata. (cap. VIII, p. 154)
  • Negli anni della 500 la Honda NSR rappresentava un punto di arrivo. Il sogno di una intera carriera. Io avevo 20 anni, quando sono arrivato a quel punto. Quando ho realizzato quel sogno. [...] Mi ero immaginato il mio debutto su una Honda 500 ufficiale come una sorta di iniziazione che avviene attraverso una cerimonia di grande importanza e suggestione. [...] "All'arrivo vedrò i camion della Honda, la moto che sarà bellissima, lucida, curatissima; entrerò in un'organizzzazione impeccabile, con gli ingegneri giapponesi che gireranno attorno a me, i meccanici con i guanti bianchi mi assisteranno in ogni mia esigenza". Bene, non è andata esattamente così. Sono entrato in un paddock semideserto, mi sono guardato intorno e ho visto arrivare un furgone verde dell'Europcar: sui sedili c'erano Jeremy [Burgees, suo capotecnico], Bernard (un meccanico del Team HRC) e, in mezzo a loro, un meccanico giapponese. Jeremy non aveva badato ai formalismi: aveva ai piedi delle scarpe tipo le Timberland dei paninari milanesi degli anni Ottanta, e soprattutto un maglione orrendo, di lana scura con rettangoli disegnati nella parte bassa. Maglioni così, pensai subito, non se ne vedono più! [...] Proprio perché Jeremy e quelli della Honda non si erano voluti far mancare nulla, avevano anche preso una cassetta degli attrezzi. E poi basta, finito. Era come se dovessimo andare a fare una scampagnata con una moto del concessionario. A proposito: la NSR era nera, con i cerchi color arancio e il serbatorio grigio; le carene non avevano nulla. L'insieme era davvero poco curato. "Ma come, questa è la moto più importante del mondo, la provo per conto della più potente Casa del mondo, col capotecnico numero uno, e questi fanno scendere da un furgone a noleggio verde una roba conciata in questo modo?!" mi sono chiesto immediatamente. Ero allibito. Non potevo crederci. "E poi loro, ma guarda come sono conciati..." mi ripetevo, quasi scandalizzato. [...] Non riuscivo a smettere di pensare: "E questa sarebbe la massima espressione del motociclismo?!". [...] Ma la moto funzionava bene [...]. Una volta in sella, non ho avuto molto tempo per preoccuparmi di come eravamo ridotti. [...] La NSR 500 è la moto più emozionante cu cui sia mai salito. Una moto estremamente selettiva, la più difficile da guidare; al minimo errore cadevi, non c'era niente che tu potessi fare. Ecco perché dico che era adatta a pochi piloti. (cap. IX, pp. 181-188)
  • Oggi la 500 non c'è più, e con essa sono spariti sicuramente tanti problemi, ma anche una marea di emozioni. Perché nessuna moto al mondo ha il fascino di una 500 due tempi, quel carattere così violento che ti trasmetteva scariche di adrenalina a ogni cambio marcia. [...] Con la 500 è meglio che pensi solo a guidare, e me ne accorsi subito. [...] Credevo di essermi preparato, guardando i piloti in televisione oppure da bordo pista, ma non ci si prepara mai abbastanza alla 500. Va più del doppio di una 250, ed è soprattutto una moto molto rabbiosa. Incute terrore e pretende rispetto. In televisione vedevo sempre che i piloti della 500 dopo essere usciti dalla curva non andavano mai veramente dritti: si spostavano molto, a destra e a sinistra, e non capivo perché. [...] Con una 500 non si poteva uscire dalla curva e aprire il gas, così, come si fa con un'altra moto: la 500 non stava mai per terra con la ruota anteriore, e con la posteriore scalciava continuamente. Ho capito, quindi, che bisognava cercare di mantenerla inclinata, per impedirle di alzarsi troppo; ecco perché era obbligatorio usare quelle traiettorie così strane. Ho realizzato insomma che tenere la moto piegata era l'unico modo per farla andare dritta. [...] La 500 aveva una tale erogazione che se ruotavi la manopola del gas troppo in fretta non avevi nessun margine di recupero: non ti perdonava, volavi via! E spesso incappavi nella caduta che ti fa male, quella causata dall'accelerazione, quando la ruota posteriore scivola e poi riprende aderenza all'improvviso: la moto ti lancia in aria come se fossi spinto da una fionda. [...] La 500 completava l'apprendimento di un pilota. E non perdonava: o la guidavi come ti imponeva lei, o finivi per terra. [...] la 500 non ti permetteva di darle troppa confidenza. Dovevi stare sempre attentissimo. (cap. IX, pp. 182-190)
Tavullia, paese natale di Rossi: «Ti accorgi che sei arrivato perché inizi a vedere, appese ai lampioni della luce, oppure alle case, le bandiere con il 46 impresso sulla stoffa. Il 46 lo vedi anche nelle vetrine dei negozi, dei bar, sugli scooter o sulle auto».
  • Sono un italiano orgoglioso di esserlo, sono fiero per i nostri pregi e spesso mi rammarico per i nostri difetti. L'italiano è un personaggio eccezionale. In tutto. Anche quando inizia a volerti bene. Perché è da lì che possono iniziare i tuoi problemi, se è di te che gli italiani si innamorano. Gli italiani sono commoventi, coinvolgenti, esaltanti. Ma anche eccessivi, opprimenti, invadenti, irrispettosi. Non so chi sia quel tale che ha detto che gli italiani ti perdonano tutto tranne il successo, però so che è così. Questa cosa è assolutamente vera. (cap. X, pp. 196-197)
  • Tavullia è adagiata su una piccola collina, lunga e stretta, 165 metri sul livello del mare. Sorge dove la provincia di Pesaro si congiunge con quella di Rimini. È nelle Marche, quindi, ma è praticamente incollata alla Romagna. [...] è un insieme di case appollaiate sulla punta del colle. Davanti, il terreno assomiglia a una serie di onde lunghe che raggiungono la costa, peraltro molto vicina. C'è un punto in cui, nelle giornate senza nuvole, si può vedere charamente il mare Adriatico. Ti accorgi che sei arrivato perché inizi a vedere, appese ai lampioni della luce, oppure alle case, le bandiere con il 46 impresso sulla stoffa. Il 46 lo vedi anche nelle vetrine dei negozi, dei bar, sugli scooter o sulle auto. A Tavullia ci sono solo case basse, o villette. È un paese tranquillo, in cui si fa tesoro di alcuni valori importanti: l'amicizia, il rispetto, la solidarietà. Chi cambia macchina paga da bere. E ci si saluta quando ci si incontra, anche se si è in auto, in moto o in scooter. È tutto un suono di clacson, insomma. (cap. X, p. 212)
  • [Sull'esperienza alla 8 Ore di Suzuka 2001] La VTR mi piaceva moltissimo. [...] una moto gustosa, docile, facile da guidare: andava dove volevo, faceva tutto quello che le chiedevo. E derapava tanto, quindi mi ci divertivo un mondo. [...] La dimensione nella quale entri, alla Otto Ore, è surreale. [...] Si corre in due, ma si guida per quattro ore. Sono quattro gran premi in uno [...] Arrivi al box, lasci la moto al tuo compagno che ti sta aspettando sulla pit-lane: lui parte, tu vieni preso in consegna da uno staff del team che ti denuda, togliendoti tuta, guanti, casco, stivali. Nudo, ti portano nel retrobox, dove ci sono delle piccole piscine piene di enormi blocchi di ghiaccio, pensi che i giapponesi vogliano ucciderti provocandoti un collasso, invece poi scopri che quello shock ti aiuta a riprenderti; e la cosa buffa è che a metà del tuo turno di guida ti sogni quella piscina come fosse un miraggio nel deserto. [...] andavo fortissimo. Davo un secondo a Colin [Edwards, compagno di squadra], con la VTR che era in pratica la moto con la quale lui correva nel Mondiale Superbike. Colin ogni tanto andava a guardare i tempi sul monitor e pronunciava frasi sconnesse che a noi suonavano così: "Fucking italian fast mafioso!". Insomma, era contento di avere un buon compagno di squadra ma si sentiva anche un po' ferito nell'orgoglio. [...] Questa volta [rispetto all'anno precedente] ho scelto di partire io, quindi di fare la prima ora. Un po' perché mi piaceva l'esperienza e un po' perché non volevo fare l'ultima ora, che si corre di notte. La Otto Ore infatti inizia alle undici di mattina e si conclude alle sette di sera: in Giappone fa buio sempre alle sei, anche in estate. L'ultima mezz'ora si corre di notte. E per me era troppo pericoloso. [...] La partenza è molto suggestiva. Del tutto inusuale per chi corre nel Mondiale. Tu sei a piedi di fronte alla tua moto; un addetto te la tiene ferma. Devi restare immobile, dentro un piccolo cerchio segnato sull'asfalto. I motori sono spenti: sono ottanta moto in fila, spente. E fanno impressione. Non senti niente, fino a quando la gente sulla tribuna non inizia a scandire il conto alla rovescia [...]. Quando arriva lo "zero" corri verso la tua moto, accendi il motore usando il pulsante che aziona l'avviamento elettrico, poi parti. Nel mio turno mi sono ritrovato contro Okada, Kato, Ryo, Isutzu. Colin aveva Barros, che era il nostro avversario più pericoloso. [...] Okada girava un po' più piano di me, Barros andava più forte di Colin [...]. Ero terrorizzato dalla sconfitta, ma non solo per motivi d'orgoglio: avevo paura che poi quelli della HRC mi chiedessero di tornare l'anno seguente. [...] Quando Colin, al termine della sesta ora, mi ha passato la VTR io mi sono detto: "Adesso tiro più che posso, rischio ma non mi interessa: dobbiamo vincere e non tornare mai più!". E ho rischiato parecchio. [...] sono riuscito a demolire la resistenza di Okada, gli ho inflitto quindici secondi. [...] Ma è durato poco. Ho visto arrivare un ingegnere verso di me, con uno sguardo poco confortante. "[...] per il modo in cui hai guidato tu, in quest'ultima ora, siamo stati fortunati che la moto non si sia ancora rotta!" mi ha sgridato. [...] "Se si rompe la moto adesso, ci tocca tornare qui il prossimo anno. Nooo!" continuavo a ripetere mentre seguivo Colin. Ma la VTR ha resistito. Certo, Colin prendeva tre secondi al giro, nell'ora finale, quella che si corre di notte, però è riuscito a controllare la situazione. E abbiamo vinto. Sono andato al traguardo ad aspettarlo, gli ho fatto una gran festa. "Non torneremo più, non torneremo più!" gli urlavo. E lui urlava con me. Perché eravamo tutti felici di non dover tornare. (cap. XII, pp. 243-259)
  • [...] Harada andava forte, con la 250. Aveva una guida particolare, ma in certe condizioni era molto redditizio: se lo lasciavi da solo, libero di fare le sue traiettorie, diventava davvero difficle tenere il suo ritmo. Quando aveva la moto a posto, oppure era lui a essere in forma, era un pilota molto difficile da sorprendere. Ecco perché non volevo mai lasciarlo scappare. Il problema è che molte volte, per tenere il suo ritmo, sono caduto. (cap. XIII, p. 265)
  • [...] a un certo punto della mia carriera ho iniziato ad andare forte sempre, su ogni pista, più o meno in ogni condizione. Ma ci sono stati giorni, e piste, in cui mi è capitato di andare fortissimo. Sono le gare, pochissime, nelle quali per un determinato motivo ho avvertito all'improvviso un senso di rabbia interiore tale da farmi reagire esprimendo una forza ancora superiore. Non riesco a prevederlo. Non so perché la tiro fuori. È qualcosa che conservo dentro di me e che a volte riesco a esprimere. Non è quello che in gergo si chiama "margine". Il margine si può avere spesso: significa che un pilota riesce ad andare forte ma può permettersi, all'occorrenza, di spingere ancora di più. Perché ha la moto a posto, oppure adora quella pista, o si trova in una condizione di forma eccellente. O magari per tutti e tre questi elementi. Non è neppure lo stato di grazia, cioè quella condizione che ho vissuto a Welkom nel 2004 [vincendo al debutto con Yamaha]. Anche quello può arrivare passo dopo passo. No, sto parlando di un momento che dura poco e che esplode all'improvviso. Un momento nel quale inizio a viaggiare a un livello superiore, e non so perché. Mi viene così. E quando quella condizione si esaurisce, dopo la gara, non so spiegarmi come succeda, tutto torna come prima. È uno stato temporaneo, insomma. Sono già al limite, almeno a quello che penso sia il limite in quelle condizioni e in quel momento, eppure mi riescono cose incredibili: posso fare molti sorpassi in pochi giri, recuperare uno svantaggio che sembrava irrecuperabile, oppure imprimere alla gara un ritmo impensabile. (cap. XIII, pp. 272-273)
  • Ogni pilota che guida una moto da corsa, in pista, ha paura. Non ci sono eccezioni. Anche perché in questo sport, o in un'attività di questo genere, la paura è la cosa che può salvarti. Si fa afidamento sulle proprie capacità, naturalmente, e soprattutto su quella importantissima "amica" — la fortuna — che ogni pilota spera resti sempre al suo fianco, ma bisogna saper usare la paura. Perché può diventare una preziosa alleata. È un elemento fondamentale, per un pilota. Si sentono dire spesso, frasi come: "Voi che andate in moto siete tutti matti!". [...] questo è il tipico commento dell'ignorante, cioè di chi non conosce questo sport; oppure di chi non è appassionato, quindi pensa che il pilota di moto sia soltanto uno scemo. Ma questo non è assolutamente vero. Perché, fatto ad alto livello, questa è una forma d'arte. Sì, è come suonare il pianoforte, comporre una canzone, scrivere una poesia, dipingere un quadro. Oppure, è come giocare a calcio come Ronaldo. Guidare una moto da corsa è un'arte. Una cosa che si fa perché si prova un'attrazione irresistibile, perché si sente qualcosa dentro. Insomma, c'è chi è portato a guidare una moto da corsa. Se poi arriva a vincere un titolo mondiale, e un po' come quando un cantante riesce a scrivere una canzone di successo. Certo, posso capire che dall'esterno uno si possa fare certe idee, su chi va a correre in circuito. Perfino a me capita di restare sorpreso quando vado a vedere girare le moto, a bordo pista. "Ma questi sono matti!" mi viene da dire, a volte. perché dall'esterno e tutta un'altra cosa. percepisci la velocità in modo completamente diverso, e soprattutto non ti capaciti di come si possa gestire una moto a quei ritmi. Sulla moto, invece, il feelling è del tutto differente. Ti sembra che ogni cosa si svolga più lentamente, che si vada molto più piano. Perché ci si abitua, alla velocità. (cap. XIV, pp. 278-279)
  • Nel 2002 è iniziata l'era della MotoGP. È stato un cambio enorme, anzi radicale, rispetto all'epoca delle 500. È arrivata nuova tecnologia, si è cominciato a respirare un'aria diversa. C'era molto entusiasmo, perché si sono aperti nuovi orizzonti: la 500 era ormai in stallo, non aveva più uno sviluppo apprezzabile da diversi anni. Con l'arrivo dei motori a quattro tempi, invece, è stata attuata una vera e propria rivoluzione: sono aumentati notevolmente gli investimenti da parte delle Case, si è iniziato a vedere molti ingegneri nel box, si è spinto pesantemente sullo sviluppo tecnologico, i costruttori di gomme poi hanno fatti altri, enormi, investimenti; ha cominciato a dilagare l'elettronica, che si è messa al servizio dei motori, e nella competizione si sono buttate praticamente tutte le Case più importanti. Quindi, siamo entrati in un circolo vizioso, abbiamo provocato un'incontrollabile escalation: sempre più test, più investimenti, moto sempre più veloci, prestazioni sempre più alte. Tutto più forte, tutto di più, sempre di più. In modo vertiginoso. (cap. XIV, p. 284)
  • Io sono Valentino Rossi. E voglio essere una persona, non un'icona. (cap. XVI, p. 303)

Explicit[modifica]

Sì, è vero, andavo bene a scuola. Certo, facevo bene un sacco di altre cose. Ma io volevo correre. Forte, fortissimo. Con la moto. E l'ho fatto. Pensa se non ci avessi provato.

Citazioni su Valentino Rossi[modifica]

Rossi (a destra) e Jorge Lorenzo nel 2014: «Per giudicare chi sia stato Valentino, bisognerebbe fare una gara immaginaria con tutti i rivali che ha incontrato in questi 25 anni. E allora capiremmo bene che pilota sia stato».
  • C'è stato molto di più, nella leggenda del ragazzo di Tavullia. Non possiamo comprendere il fenomeno Valentino se ci limitiamo alla contabilità della statistica. [«Tradotto?»] Rossi è stato per un quarto di secolo ciò che Coppi, Bartali e il Grande Torino furono per i nostri antenati. Cioè un punto di riferimento oltre lo sport. La domenica pomeriggio anche le nonne si fermavano per ascoltare le telecronache di Guido Meda e non è un modo di dire. Valentino è stato un idolo trasversale, una cosa che in tempi più recenti era riuscita solo a Pietro Mennea nell'atletica e ad Alberto Tomba sulla neve. (Leo Turrini)
  • C'è un dispiacere speciale nell'apprendere che Valentino Rossi è accusato di avere sottratto al fisco italiano (cioè alla comunità dei suoi tifosi, tra i quali noi) sessanta milioni di euro. È il dispiacere di scoprire che anche un ragazzo giovane, fortunato, geniale nel suo campo, il più fresco e irrituale tra i personaggi emersi negli ultimi anni, è invischiato nella solita, vecchia, insopportabile melma che rende invivibile questo Paese. Come se niente di davvero "nuovo" potesse mai capitare, dalle nostre parti. (Michele Serra)
  • Credo abbia dimostrato e abbia fatto vedere – perché è parte del suo carattere, non per una strategia – che si può essere altamente professionali e vincere anche con leggerezza e divertendosi. A volte il fatto di ridere o scherzare viene visto come poco serio, invece lui ha dimostrato che si può essere molto professionali quando bisogna allenarsi e quando si scende in pista. In quei momenti c'è la massima concentrazione e si spinge al massimo. Poi quando è finita la gara, si va a cena la sera e ci si può anche divertire senza che questo vada a influenzare l’altra parte. È stato per me un grande insegnamento. (Davide Brivio)
  • Credo che nessuno sia in grado di ripetere quello che ha fatto Valentino perché è cambiato il mondo del motorsport e lo scenario. Valentino è stato clamorosamente geniale in qualsiasi tipo di azione, cose che sono state ancora più apprezzate in quell'epoca. Lui è stato genuino e spontaneo in ogni sua manifestazione, poi abbiamo visto anche tanti tentativi di scimmiottarlo. Valentino non è replicabile [...]. (Massimo Rivola)
  • Fa uno sport che adoro, compie gesti estremi, è fuori dagli schemi, quasi mi mette un po' soggezione. (Igor Cassina)
  • Gli attriti passano e si va avanti, ognuno guarda le proprie cose, ma Valentino è stato per me, per anni, comunque, il mio Coppi o il mio Bartali. (Max Biaggi)
  • [Dopo la vittoria a Misano nel 2014] Mi fa ridere che c'è qualcuno che, qualche mese fa, qualche anno fa, pensava che questo ragazzo avesse completato una carriera più unica che rara. In nome dello sport italiano dico grazie a Valentino, perché è veramente unico. (Giovanni Malagò)
  • [Dopo il ritiro] La legge dello sport vale anche per i più grandi, calano le prestazioni e il tempo esce vittorioso, anche se lui è stato bravissimo ad allungare la propria carriera. Per giudicare chi sia stato Valentino, bisognerebbe fare una gara immaginaria con tutti i rivali che ha incontrato in questi 25 anni. E allora capiremmo bene che pilota sia stato. (Jorge Lorenzo)
  • La strategia di cui si serviva Rossi non era quella di essere il più veloce, che era ad esempio la mia mentalità. La sua era: "Vado e se riesco a rallentarlo, lo rallento". Ti bloccava fino a quando non ti innervosivi e commettevi degli errori. Lo ha fatto con Stoner e molto spesso con me. (Daniel Pedrosa)
  • Nessuno potrà sostituirlo, Rossi non è clonabile, non è replicabile. Non dico per il suo talento in sella, che è enorme. Dico per il carisma, per la capacità di essere personaggio oltre la bandiera a scacchi. Rossi è stato un comunicatore straordinario e ha usato la notorietà per fare del bene all'intero motomondiale. (Luca Cadalora)
  • Quello che [...] ha fatto Valentino — avvicinando così tante persone, rendendo il motociclismo uno degli sport più seguiti al mondo, il modo in cui ha interpretato le corse e la sua felicità — è molto difficile che venga superato da qualcun altro. [...] Per me è stato incredibile correre con lui. Lui è il Michael Jordan delle moto e lo sarà sempre. Sarebbe stato più bello se si fosse ritirato da vincente, ma il suo amore per le moto lo ha portato a ritirarsi occupando posizioni che non gli rendono giustizia. (Aleix Espargaró)
  • Rossi è stato una benedizione per tutti, italiani, spagnoli, è impossibile dire il contrario. Ha dato a questo sport [il motociclismo] una visibilità e una popolarità mai raggiunta prima [...] il problema è che è impossibile risultare protagonisti se c'è anche lui in pista. Prima viene lui, poi tutti gli altri. (Andrea Dovizioso)
  • Siamo personaggi pubblici, non dovremmo avere idoli da venerare. Io ne ho uno che sta sopra a tutti gli altri: Valentino Rossi. Darei tutto per essere come lui. Quel ragazzo è un vero mago. Sarebbe capace di ipnotizzarmi. Non credi sia possibile perché sembra pesi appena trenta chili, eppure ha dentro di sè velocità ed equilibrio. È capace di sdraiarsi sull'asfalto a fianco della moto, senza però cadere. È un balletto, è arte pura. Rossi ha vinto l'ottavo titolo senza riempire la bocca di paroloni. Rimane calmo pervaso da un senso di equilibrio interiore che non sembra neppure umano, sfugge alla mortalità. Per me guardarlo in azione è come leggere una poesia. (Brad Pitt)
  • Specialmente in questi ultimi anni, con mezzo paese che sgobba per pagare fino all'ultimo euro quelle tasse che un altro mezzo paese rifiuta di pagare, non c'è pretesto o scusa o arzigogolo che tenga: se davvero il giovane Rossi di Tavullia, o perché mal consigliato o perché furbo in proprio, ha ingannato il fisco italiano, la sua immagine (almeno agli occhi di mezza Italia) ne esce offuscata in modo irreparabile. L'altra mezza, magari, aggiungerà all'ammirazione per il campione spavaldo anche la complice simpatia per il businessman disinvolto, perché niente eccita gli umori più bassi di questo paese quanto uno che "sa fare bene gli affari propri". Ma Valentino Rossi, se le pesantissime accuse del fisco saranno confermate, gli affari propri li ha fatti malissimo. (Michele Serra)
  • Tu puoi essere simpaticissimo, ma se non sei così veloce come Valentino non è abbastanza. La gente non ti viene a vedere perché sei simpatico. Valentino ha fatto delle cose straordinarie, come altri piloti, ma il valore del pilota è la sua capacità di guidare, di vincere e di fare delle cose. La gente ha riscoperto con lui il motociclismo. (Carmelo Ezpeleta Peidro)
  • [Sugli ultimi anni di carriera] Tutti sappiamo che Valentino è stato un grande grande pilota. Lui non vince non perché non ha le forze o le competenze, lui non vince perché è più "anziano" e comprende di più il pericolo, inconsciamente, senza neanche accorgersene. I giovani piloti non vedono il pericolo, loro vedono solo la bandiera a scacchi. (Steve Parrish)
  • Un personaggio come lui tende a schiacciarti, ma senza Vale la MotoGP non sarebbe diventata ciò che è. (Andrea Dovizioso)
  • Uno dei miei idoli è Valentino Rossi, perché trova sempre il modo di ridere e scherzare quando esce dal circuito. (Oscar Pistorius)
  • Valentino è stato cruciale per noi per tanti anni, ha avvicinato al nostro mondo persone che prima non si erano mai interessate. (Carmelo Ezpeleta Peidro)
  • Valentino è stato il mio esempio, il mio modello quando ero piccolo. Ricordo con nitidezza avevo sei anni e lui ha vinto a Jerez, ecco io in quel momento ho deciso che anche io avrei voluto essere esattamente come lui, avrei voluto vincere e vincere ancora, senza mai perdere la passione e la motivazione. Lui è stato per me il migliore esempio in assoluto. (Fabio Quartararo)
  • Valentino è stato talmente grande, che nessuno sarà mai come lui. (Francesco Bagnaia)
  • Valentino Rossi? Sì, ci intendiamo. Una volta la polizia ci ha beccato fuori da un locale, a Milano, che ballavamo sul tetto di una macchina mentre ci frustavano con delle rose appena comprate per strada. (Gianmarco Pozzecco)
  • Valentino Rossi è il trascinatore di folle. Quando divenne l'assoluto riferimento della MotoGP, attorno al 2005, se non eri simile a lui, così estroverso, non venivi visto bene. O forse la gente non era interessata. (Daniel Pedrosa)
  • Vero, sono un tifoso di Valentino. Lui è esattamente ciò di cui questo sport ha bisogno. Porta entusiasmo e possiede una grandissima carica di energia. Ogni volta che ci troviamo nello stesso circuito è un piacere incontrarlo e passare del tempo con lui. È un vero campione, ce l'ha nel sangue. (Michael Jordan)

Carlo Pernat[modifica]

  • È un pilota di altri tempi, non lo si può paragonare a quelli di oggi e neanche all'era di Marquez e Stoner. È di una generazione diversa. La prima volta che l'ho visto mi era sembrato molto forte, un po' pazzo, uno che faceva delle traiettorie abbastanza allucinanti. Quindi o era un campione o era un pazzo. Guidava un po' alla Schwantz, tirava giù la moto come se fosse una bicicletta. Al di là di questo, mi avevano colpito la sua freschezza, la simpatia e la spontaneità. Era un piacere, anche quando era ragazzino, stare con lui. Era curioso come una scimmia, gli piaceva sapere tutto di tutti, era allegro, comunicativo, con una simpatia innata... e non è cambiato affatto. È rimasto quello che era: se lo incontri al bar beve con te, si fa insieme due risate e due battute. [«Bastò la simpatia per ingaggiarlo?»] Questo mi aveva colpito e ci credevo. Poi che da lì riuscisse a vincere nove titoli, non potevo saperlo, non ero un mago. Ma che diventasse qualcuno sì, perché il talento era a fiumi. Poi Valentino ha quelle quattro o cinque caratteristiche che gli altri non hanno: talento, comunicazione, simpatia, allegria e il gusto di stare insieme. Di eredi Valentino non ne ha, perché nessuno ha tutte queste cose.
  • Gente come Valentino nasce ogni trent'anni. Lui è uno degli sportivi più famosi al mondo, ha un carisma che nessun altro avrà in futuro. Ce l'aveva un po' Simoncelli che sotto quel lato era molto simile a Vale. Potrebbe esserci Marquez che è un puro fenomeno però il carisma di Valentino non lo avrà neanche se vincerà, perché l'empatia e la spontaneità sono una cosa che hai o non hai ed è appunto su queste doti, al di là dei risultati, che Valentino ha creato qualcosa che nessuno ricreerà. Passiamo da Agostini a Valentino, nel mezzo pur avendo avuto grandissimi campioni e fenomeni puri nessuno è riuscito a fare quello che sono riusciti a fare loro due.
  • Graziano Rossi, suo padre, mi disse: "Vieni a vedere mio figlio". Era il '95 e capii subito che era un matto, faceva delle traiettorie... Firmò per tre anni, 30, 90 e 180 milioni. Ti ho mai raccontato quella volta di Villeneuve? Nel 97 vinsero entrambi il mondiale, Valentino in 125 e Jacques con la Renault in Formula Uno. Siccome Valentino sbavava per Villeneuve, decisi di farli incontrare sul palco dei Caschi d'Oro. Era tutto organizzato, c'era la stampa, diecimila Tv... Solo che Valentino andò a ballare con gli amici. Che figura! Provai a rintracciarlo ovunque, ma niente. Non gli parlai per un paio di giorni, poi mi passò. Non gli ho mai chiesto dove fosse stato, non lo voglio sapere, è meglio.
  • Ha rappresentato un'epoca, ha fatto innamorare del motociclismo gente che non sa neanche cosa sono i pistoni: donne, nonne, figlie, bambini, ragazzi, di tutto. Di questo dobbiamo tenerne conto, dal 97 in poi Valentino è stato l'icona. Ti racconto questa: quando ero in Texas dall'aeroporto ho preso un taxi, il taxista mi inizia a parlare, mi chiede se fossi italiano e poi ha citato la MotoGP e Valentino Rossi. Queste sono state le prime cose che mi ha detto. è qualcosa che non ha mai fatto nessuno. Gli dobbiamo molto, ci ha fatto "mangiare" tutti di più. La parola moto è arrivata in tutto il mondo grazie a lui, e nessuno ci era mai riuscito.

Note[modifica]

  1. a b Dall'intervista di Gianluca Gasparini, Rossi prenota cinque mondiali, La Gazzetta dello Sport, 28 febbraio 1998.
  2. Citato in Valentino Rossi si difende "Sono stato crocifisso", repubblica.it, 14 agosto 2007.
  3. Citato in Il Secondo Valentino "Sulle tasse ho sbagliato", repubblica.it, 3 novembre 2007.
  4. Citato in Rossi: "Ho sofferto per nulla Non è giusto correre così", repubblica.it, 4 novembre 2007.
  5. Citato in Motomondiale, Rossi: La moto è come una bella donna, repubblica.it, 2 settembre 2009.
  6. Citato in Valentino: Come regalo di Natale vorrei indietro il Sic, lapresse.it, 26 dicembre 2011.
  7. Citato in Valentino Rossi festeggia 33 anni e pensa all'Inter: 'Ci manca Mourinho', virgilio.it, 16 febbraio 2012.
  8. Citato in Rossi: "Aragon controprova Zeman? Fa addormentare", gazzetta.it, 25 settembre 2012.
  9. Citato in Rossi: «Senna, il suo spirito è vivo in tutti i piloti», tuttosport.com, 1º maggio 2014.
  10. Dall'intervista di Suzi Perry a BT Sports; citato in Stefano Ollanu, Rossi, il segreto del successo: "Essere ambidestro", formulapassion.it, 31 agosto 2021.

Bibliografia[modifica]

  • Valentino Rossi con Enrico Borghi, Pensa se non ci avessi provato. L'autobiografia, Mondadori, 2005. ISBN 8804547383

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