Leo Turrini

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Leo Turrini (2008)

Leonildo Turrini detto Leo (1960 – vivente), giornalista e scrittore italiano.

Citazioni di Leo Turrini[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Ho parlato con Dio. Si, proprio con Lui. No, non sono andato a Gerusalemme. Non ho scalato il Monte Sinai. [...] Ho parlato con Dio, si. Con il nostro "God", il Signore delle Palestre, il Più Grande Giocatore dell'Era Moderna e poi basta maiuscole, altrimenti chi mi legge fa indigestione. Però chiedo scusa all'inizio, chiedo scusa anticipatamente: frequento i teatri e i teatrini della pallavolo da quasi vent'anni, diciamo dal 1975. Ho visto cialtroni e buffoni, cani e porci, Campioni e bidoni. Ho visto Savin giovane e Zaytsev vecchio. Ho visto fuoriclasse e giovani promesse, devastanti bombardieri ed eccezionali difensori, centrali iper efficaci e palleggiatori sopraffini. Ma Dio no, non l'avevo mai visto sul parquet. Fino ad una sera tiepida d'ottobre, era il 1986 e a Parigi-Bercy si giocava la finale mondiale tra Usa e Urss. In campo c'era un certo Kiraly. Se ne parlava e se ne scriveva, si: ma fino a quella notte sotto sotto eravamo tutti convinti che a Los Angeles [1984] gli americani avessero conquistato l'oro solo perché non c'erano i sovietici. Credo che Karch avesse avvertito il clima, le perplessità, i sospetti. Non era bastata nemmeno l'impresa di Coppa del Mondo, nel 1985, a spese dei sovietici. Ci voleva il trionfo iridato. Kiraly fornì una prestazione sensazionale. In tribuna facevamo la bocca a culo di gallina: stupiti, sbalorditi, persino sbigottiti. Era troppo grande, quell'americano di origini ungheresi.[1]
  • [Nel 2006] Non faremo a Michael Schumacher il torto di proclamarlo il più grande pilota di tutti i tempi, anche se questo dicono le statistiche. Non gli faremo questo torto perché ricordiamo la sua reazione quando gli misero sotto il naso le macchine con le quali Ciccio Ascari e Manuel Fangio vincevano corse e mondiali. Io, disse il tedesco con un filo di voce, non sarei mai stato capace di rischiare la vita ad ogni gara, come invece facevano loro. L'onestà intellettuale dell'uomo lo ha reso, invece, il Migliore per l'era della modernità. Davvero: nell'epoca dell'elettronica, dei computer, delle gomme, delle strategie sofisticate e della esasperazione tecnologica, Schumi è diventato il Campionissimo. Nessuno come lui sa creare la differenza, miscelando e reinterpretando le leggi della telematica applicate alla automobile. [...] ha firmato imprese enormi, sulla pioggia come sull'asciutto, degne della leggenda dei predecessori antichi, non quando ha avuto in mano la Ferrari dei record [...]. No: Schumacher si è imposto come Lider Maximo nei momenti in cui guidava vetture non irresistibili. Sembra un controsenso, eppure non lo è: chi scrive lo ha visto conquistare mondiali con una Benetton che andava più piano della Williams e con una Rossa che non valeva la McLaren di Häkkinen. Di più: sbalordiscano pure gli ingenui, ma il Michelone supremo è stato quello del 1997, l'anno della famigerata collisione di Jerez con Villeneuve. Perché aveva una monoposto troppo inferiore però, fino alla curva fatale, stava davanti. [...] A questo talento ha aggiunto la qualità umana: con chi gli sta accanto, Michael è diversissimo da come appare in pubblico. Non è scostante, distaccato, algido, presuntuoso, inavvicinabile. Ci occupassimo di calcio, disciplina da lui amatissima, diremmo che è il classico «uomo da spogliatoio»: affidabile, mai disposto a scaricare su altri le responsabilità. Nel 1999 un errore del team lo ha quasi ammazzato, a Silverstone: mai se ne è lamentato. Da fuori, lo abbiamo ammirato e rispettato, senza riuscire a venerarlo. Colpa di una identità rigorosamente estranea a qualunque forma di popolarità gratuita.[2]
  • [Sull'esperienza interista di Pietro Anastasi] Il furbo Boniperti non si era sbagliato: Anastasi ha ormai finito la benzina. [...] Mazzola si danna l'anima pur di restituire fiducia al compagno che aveva atteso per otto lunghe stagioni: inutile, tutto inutile. Lentamente ma inesorabilmente, Pietruzzu si intristisce.[3]
  • [Su María de Villota] Non l'ho conosciuta, questa ragazza che sognava di essere al volante di una Formula Uno [...]. Non commentai il suo sconcertante incidente in un test con la Marussia [...]. Nello schianto Maria perse un occhio e poi ci eravamo abituati a vederla con una benda da pirata sulla fronte. Non svaniranno con lei i sogni e magari un giorno lontano, quando una ragazza vincerà il mondiale di Formula Uno, ecco, ripenseremo alla De Villota, figlia d'arte che si immaginò come pioniera verso una frontiera tutta da esplorare.[4]
  • [Su Luca Furbatto] Uno di quegli ingegneri che vengono dalla scuola italiana che insegna ad amare l'automobile da competizione, a prescindere dalle risorse, dalle ambizioni, dai risultati da podio.[5]
  • Ho un rimorso. Noi dell'ambiente eravamo pervenuti alla conclusione, clamorosamente fallace, che ormai [nel 1994] non ci fosse più il rischio estremo nei Gran Premi. Il sabato [del Gran Premio di San Marino] perse la vita questo ragazzo semi sconosciuto Roland Ratzenberger. Quando morì pensammo che in fondo se l'era cercata, perché era un principiante, era arrivato tardi anagraficamente alla Formula 1. Non riuscimmo a sospettare che quelle macchine erano davvero pericolose. Mi ricordo che l'unico tra tutti i suoi colleghi che si precipitò sul luogo dell'incidente fu Ayrton Senna [...] Lui aveva proprio voluto rendersi conto di persona di quello che era capitato. Il mio rimorso è che quando incrociai Ayrton nel paddock, quando ormai si era diffusa la notizia che per Ratzenberger non c'era nulla da fare, avrei voluto parlargli ma lui mi fece capire con lo sguardo che non se la sentiva. Io rispettai questa sua decisione. Naturalmente non sarebbe cambiato nulla, ma rimane il rammarico di non aver, per l'ultima volta, scambiato quattro chiacchiere con lui in un momento così drammatico. Me lo sono sempre portato dentro.[6]
  • [Su Fernando Alonso] Sul driver, niente da dire. Uno dei migliori che ho visto dal vivo. Un racer. Uomo da gara. Fortissimo. Sul personaggio, mi sono espresso tante volte. Pure troppo. Se hai 25 anni nel 2006, hai già vinto due titoli e arrivi a quaranta e i titoli sono sempre due, insomma, qualche domanda te la dovresti fare. [...] So che non è facile per nessuno esercitare l'arte dell'auto critica. A maggior ragione se sei circondato da adulatori. Spesso sciocchi. Dirò, paradossalmente, che l'Alonso migliore in pista è stato quello del 2007, quello che pareggiò il duello con Lewis Hamilton, in un contesto ambientale, dentro la McLaren, a lui progressivamente ostile. E dirò anche che il coinvolgimento nella spy story resta una macchia, anche se in circolazione ci sono sempre tanti... smacchiatori.[7]
  • [Su Valentino Rossi] C'è stato molto di più, nella leggenda del ragazzo di Tavullia. Non possiamo comprendere il fenomeno Valentino se ci limitiamo alla contabilità della statistica. [«Tradotto?»] Rossi è stato per un quarto di secolo ciò che Coppi, Bartali e il Grande Torino furono per i nostri antenati. Cioè un punto di riferimento oltre lo sport. La domenica pomeriggio anche le nonne si fermavano per ascoltare le telecronache di Guido Meda e non è un modo di dire. Valentino è stato un idolo trasversale, una cosa che in tempi più recenti era riuscita solo a Pietro Mennea nell'atletica e ad Alberto Tomba sulla neve.[8]
  • [Su Antonia Terzi] La conobbi per errore all'alba del millennio. Nel box Ferrari, in piena era Schumi, aveva fatto la sua apparizione una ragazza bionda. In un mondo maschilista, pensai si trattasse della ennesima addetta alle comunicazioni. Fu meraviglioso scoprire che invece si trattava di un ingegnere aerodinamico. Una donna dentro e dietro le imprese di Michael! Le dedicai un articolo sui miei giornali. Il primo su Antonia, che aveva rotto in F1 un tabù.[9]

"Senna campione unico e inimitabile"

Intervista di Dario Pelizzari, panorama.it, 3 aprile 2014.

  • [...] credo che con la scomparsa di Senna la Formula 1 abbia perso definitivamente l'innocenza. Non dobbiamo dimenticare che fino a quel drammatico fine settimana di Imola erano 12 anni che non si moriva più al volante di una monoposto. Sembrava ormai che fosse stato lasciato alle spalle un periodo nerissimo, nel quale le tragedie in pista erano quasi all'ordine del giorno. Ecco, in quel maledetto weekend di Imola ci rendiamo improvvisamente conto di quanto fossero fragili le nostre certezze. Per questo sostengo che la tragedia di Senna rappresentò la fine di un'epopea. Perché molto probabilmente Ayrton, insieme con altri illustri colleghi di allora, da Prost a Piquet, da Mansell a Schumacher, è stato uno degli ultimi mohicani. Dopo di loro, la F.1 è cambiata completamente. Lo choc fu talmente violento che vennero rifatti i circuiti in una notte o poco più. Le macchine stesse furono oggetto di un ripensamento strutturale e filosofico assoluto. La cultura della sicurezza in F.1 nasce proprio in quei giorni. Nulla è stato più come prima.
  • [Su Ayrton Senna] Era un personaggio straordinario, ma come tutti gli esseri umani aveva anche quello che in Guerre stellari viene definito il lato oscuro della forza. La mossa che Senna fa a Suzuka nel 1990, quando il destino gli offre l'opportunità di rivalersi su Prost, dal quale lui pensava di essere deliberatamente ingannato un anno prima, è di una violenza inaudita. Un anno dopo, nel giorno della conquista del suo terzo titolo mondiale, confermò quello che già tutti sapevano. Ecco, Senna era un pilota con un'umanità fuori dal comune, ma aveva anche un lato B, certamente meno nobile, come tutti.
  • L'ostilità che Senna dimostrò a più riprese nei confronti di Schumacher, che all'epoca era un debuttante della F.1, la dice lunga sulle sensazioni che provava il pilota brasiliano. Senna aveva capito che quel tedesco lì l'avrebbe detronizzato presto o tardi. Poi, il caso. Il 1° maggio del 1994 era Schumacher l'unico avversario in pista di Senna, che morì quando era in testa alla corsa. Forse, un segno del destino.

«Cosa resta di Schumacher in questa F1»

Intervista di Fabrizio Corgnati, diariodelweb.it, 29 dicembre 2017.

  • [«Che tipo di eredità ha lasciato Schumi alla Formula 1 moderna?»] Sicuramente è stato il pilota della svolta. Anche per via dello sviluppo tecnologico, è con lui che cambia completamente il modo di guidare. Già con Senna e Prost ci eravamo avvicinati, ma dalla seconda metà degli anni '90 il pilota di un'auto da Gran Premio diventa qualcosa di molto diverso dalla figura che immaginavamo: quasi uno scienziato nell'abitacolo. Pensa, solo per fare un esempio banale, alla quantità di manettini e pulsanti che ci sono sul volante oggi. Dall'era di Schumacher in poi, un pilota deve avere anche una componente intellettuale, ingegneristica, che in precedenza non era richiesta, perché le macchine erano diverse. Lui è stato il primo, il più abile, il più bravo a intuire questo cambiamento.
  • Per capire Schumacher, secondo me, bisogna rendersi conto che viveva per fare il pilota da corsa. Era nato per quello, aveva quel culto maniacale, quasi ossessivo, per il suo lavoro. Per esempio, fa parte della leggenda del personaggio che, quando arrivò in Ferrari, in occasione dei test a Fiorano che allora erano liberi veniva messo a dormire in un hotel nei paraggi del circuito, come tutti gli altri piloti. Fu lui che, visto che era sempre lì, chiese di poter dormire all'interno della pista. E per anni rimase nell'appartamento fatto costruire nei paraggi del box da Enzo Ferrari.
  • [Su Michael Schumacher] Nel salire in macchina, provare, testare in continuazione, evidentemente trovava la realizzazione, il completamento di se stesso. [«Il senso della sua vita»] Bravo. Lo faceva sentire vero, felice. Attraverso gli anni aveva guadagnato delle cifre enormi, battuto ogni record, e mi meravigliavo di come non gli mancasse mai la voglia di restare in pista con i suoi.

Note[modifica]

  1. Da Bello e possibile, Pallavolo Supervolley, giugno 1991; citato in Amarcord 1991: Il personaggio Karch Kiraly, volleyball.it, 30 marzo 2020.
  2. Da Schumacher, 16 anni da Re, blogquotidiani.net, 11 settembre 2006.
  3. Da Pazza Inter, Milano, Mondadori, 2007, ISBN 978-88-04-56701-1.
  4. Da Adios, Maria, quotidiano.net, 11 ottobre 2013.
  5. Da Il mio amico Furbatto e il motore Mercedes, quotidiano.net, 3 ottobre 2015.
  6. Da Formula 1, Turrini: "Ho un rimorso: non aver parlato per l'ultima volta con Ayrton Senna", sport.sky.it, 24 aprile 2019.
  7. Da Alonso e la favola incompiuta, quotidiano.net, 7 luglio 2020.
  8. Dall'intervista di Daniela Bertoni, Turrini a CM: "Valentino Rossi come Coppi, Bartali e il Grande Torino. L'Italia si è piantata, lui no", calciomercato.com, 22 ottobre 2021.
  9. Da Addio ad Antonia Terzi, la donna che cambiò la F1, quotidiano.net, 1º novembre 2021.

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