Cesare Pavese

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Cesare Pavese
Cesare Pavese

Indice

Cesare Pavese (1908 – 1950), scrittore italiano.

[modifica] Citazioni di Cesare Pavese

  • L'angoscia vera è fatta di noia. (da Il carcere, Einaudi)
  • L'ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa. (da La luna e i falò)
  • L'uomo è come una bestia, che vorrebbe far niente. (da Lavorare stanca, Einaudi)
  • Lavorare stanca. (da Lavorare stanca)[1]
  • Non fidarti delle donne quando ammettono il male. (da Paesi tuoi, Einaudi)
  • Per disprezzare il denaro bisogna appunto averne, e molto. (citato in Mauro Brusadin, Pier Vincenzo Mengaldo, Profili linguistici di prosatori contemporanei, Liviana Scolastica, 1973)[2]
  • Perché questo è l'ostacolo, la crosta da rompere: la solitudine dell'uomo – di noi e degli altri. (da Saggi letterari, Einaudi)
  • Si resiste a star soli finché qualcuno soffre di non averci con sé, mentre la vera solitudine è una cella intollerabile. (da Il carcere)
  • Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale. (da Terra d'esilio, in Racconti, Einaudi, Torino 1960)
  • Tu non sai le colline
    dove si è sparso il sangue.
    Tutti quanti fuggimmo
    tutti quanti gettammo
    l'arma e il nome.
    (9 novembre 1945, da La terra e la morte, in Poesie del disamore, Einaudi)
  • Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. (da La luna e i falò)
  • Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi. Cesare Pavese. [3]

[modifica] Dialoghi con Leucò

[modifica] Incipit

Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie americano-piemontesi, ci scopre in questi Dialoghi un nuovo aspetto del suo temperamento. Non c'è scrittore autentico, il quale non abbia i suoi quarti di luna, il suo capriccio, la musa nascosta, che a un tratto lo inducono a farsi eremita. Pavese si è ricordato di quand'era a scuola e di quel che leggeva: si è ricordato dei libri che legge ogni giorno, degli unici libri che legge. Ha smesso per un momento di credere che il suo totem e tabù, i suoi selvaggi, gli spiriti della vegetazione, l'assassinio rituale, la sfera mitica e il culto dei morti, fossero inutili bizzarrie e ha voluto cercare in essi il segreto di qualcosa che tutti ricordano, tutti ammirano un po' straccamente e ci sbadigliano un sorriso. E ne sono nati questi Dialoghi.

[modifica] Citazioni

  • La Nube. Ho paura. Ho veduto le cime dei monti. Ma non per me, Issione. Io non posso patire. Ho paura per voi che non siete che uomini. Questi monti che un tempo correvate da padroni, queste creature nostre e tue generate in libertà, ora tremano a un cenno. Siamo tutti asserviti a una mano più forte. I figli dell'acqua e del vento, i Centauri, si nascondono in fondo alle forre. Sanno di essere mostri. [...] La morte, ch'era il vostro coraggio, può esservi tolta come un bene. Lo sai questo? [...] Per te la morte è una cosa che accade, come il giorno e la notte. Tu sei uno di noi, Issione. Tu sei tutto nel gesto che fai. Ma per loro, gli immortali, i tuoi gesti hanno un senso che si prolunga. Essi tastano tutto da lontano con gli occhi, le narici, le labbra. Sono immortali e non san vivere da soli. (La nube)
  • Sarpedonte. Nessuno si uccide. La morte è destino. Non si può che augurarsela, Ippòloco. (La Chimera)
  • Tiresia. Che degli dèi si parla troppo. Esser cieco non è una disgrazia diversa da esser vivo. [...] Il mondo è più vecchio di loro. Già riempiva lo spazio e sanguinava, godeva, era l'unico dio – quando il tempo non era ancor nato. Le cose stesse, regnavano allora. Accadevano cose – adesso attraverso gli dèi tutto è fatto parole, illusione, minaccia. Ma gli dèi possono dar fastidio, accostare o scostare le cose. Non toccarle, non mutarle. Sono venuti troppo tardi. [...] È accaduto qualcosa – che non è bene né male, qualcosa che non ha nome – gli daranno poi un nome gli dèi. (I ciechi)
  • Ermete. Gli dèi nuovi di Tessaglia che molto sorridono, soltanto di una cosa non possono ridere: credi a me che ho veduto il destino. Ogni volta che il caos trabocca alla luce, alla loro luce, devono trafiggere e distruggere e rifare. (Le cavalle)
  • Tànatos. Che per nascere occorra morire, lo sanno anche gli uomini. Non lo sanno gli olimpici. Se lo sono scordato. Loro durano in un mondo che passa. Non esistono: sono. Ogni loro capriccio è una legge fatale. Per esprimere un fiore distruggono un uomo. (Il fiore)
  • Britomarti. o Saffo, non è questo il sorridere. Sorridere è vivere come un'onda o una foglia, accettando la sorte. È morire a una forma e rinascere a un'altra. È accettare, accettare, se stesse e il destino. [...]
    Saffo. Il desiderio schianta e brucia, come il serpe, come il vento. (Schiuma d'onda)
  • Meleagro. Non so. Ma ho sentito narrare di libere vite di là dai monti e dai fiumi, di traversate, di arcipelaghi, d'incontri con mostri e con dèi. Di uomini più forti anche di me, più giovani, segnàti da strani destini.
    Ermete. Avevano tutti una madre, Meleagro. E fatiche da compiere. E una morte li attendeva, per la passione di qualcuno. Nerssuno fu signore di sé né conobbe mai altro. (La madre)
  • Edipo. No, non capisci, non capisci, non è questo. Vorrei che fossero più atroci ancora. Vorrei essere l'uomo più sozzo e più vile purché quello che ho fatto l'avessi voluto. Non subìto così. Non compiuto volendo far altro. Che cosa è ancora Edipo, che cosa siamo tutti quanti, se fin la voglia più segreta del tuo sangue è già esistita prima ancora che nascessi e tutto quanto era già detto? [...]
    Mendicante. [...] Mendicare o regnare, che importa? Abbiamo entrambi vissuto. Lascia il resto agli dèi.
    Edipo. Non saprai mai se ciò che hai fatto l'hai voluto... (La strada)
  • Prometeo. Tutti avete una rupe, voi uomini. Per questo vi amavo. Ma gli dèi sono quelli che non sanno la rupe. Non sanno ridere né piangere. Sorridono davanti al destino. [...] Ma ricòrdati sempre che i mostri non muoiono. Quello che muore è la paura che t'incutono. Così è degli dèi. Quando i mortali non ne avranno più paura, gli dèi spariranno. (La rupe)
  • Orfeo. io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo. [...] Il mio destino non tradisce. Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo. [...] Visto dal lato della vita tutto è bello. Ma credi a chi è stato tra i morti... Non vale la pena. [...] E voi godetela la festa. Tutto è lecito a chi non sa ancora. È necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno. L'origine del mio destino è finita nell'Ade, finita cantando secondo i miei modi la vita e la morte.
    Bacca. E che vuol dire che un destino non tradisce?
    Orfeo. Vuol dire che è dentro di te, cosa tua; più profondo del sangue, di là da ogni ebbrezza. nessun dio può toccarlo. (L'inconsolabile)
  • Secondo cacciatore. Non conosci la strada del sangue. Gli dèi non ti aggiungono né tolgono nulla. Solamente, d'un tocco leggero, t'inchiodano dove sei giunto. Quel che prima era voglia, era scelta, ti si scopre destino. Questo vuol dire, farsi lupo. Ma resti quello che è fuggito dalle case, resti l'antico Licaone. (L'uomo-lupo)
  • Litierse. Non c'è dei sopra il campo. C'è soltanto la terra, la Madre, la Grotta, che attende sempre e si riscuote soltanto sotto il fiotto di sangue. Questa sera, straniero, sarai tu stesso nella grotta. (L'ospite)
  • Padre. E dunque. Se una volta bastava un falò per far piovere, bruciarci sopra un vagabondo per salvare un raccolto, quante case di padroni bisogna incendiare, quanti ammazzarne per le strade e per le piazze, prima che il mondo torni giusto e noi si possa dir la nostra? [...]
    Figlio. [...] Sono ingiusti, gli dèi. Che bisogno hanno che si bruci gente viva?
    Padre. Se non fosse così, non sarebbero dèi. Chi non lavora come vuoi che passi il tempo? Quando non c'erano i padroni e si viveva con giustizia, bisognava ammazzare ogni tanto qualcuno per farli godere. Sono fatti così. Ma ai nostri tempi non ne han più bisogno. Siamo in tanti a star male, che gli basta guardarci. (I fuochi)
  • Calipso. Immortale è chi accetta l'istante. Chi non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto?
    Odisseo. Io credevo immortale che non teme la morte.
    Calipso. Chi non spera di vivere. [...] Qualcuna di noi resisté ai nuovi dèi; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mutò e rimase uguale; non valeva la pena di contendere ai nuovi il destino. Ormai sapevo il mio orizzonte e perché i vecchi non avevano contesto con noialtri. [...] Non c'è vero silenzio se non condiviso. [...] Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, subito, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino. Devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo... [...] Che cos'è vita eterna se non questo accettare l'istante che viene e l'istante che va? L'ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos'è stato finora il tuo errare inquieto?
    Odisseo. Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
    Calipso. Dimmi.
    Odisseo. Quello che cerco l'ho nel cuore, come te. (L'isola)
  • Virbio. È felice il ragazzo che fui, quello che è morto. Tu l'hai salvato, e ti ringrazio. ma il rinato, il tuo servo, il fuggiasco che guarda la quercia e i tuoi boschi, quello non è felice, perché nemmeno sa se esiste. Chi gli risponde? chi gli parla? l'oggi aggiunge qualcosa al suo ieri? [...] Solamente altro sangue può calmare il mio. E che scorra inquieto, e poi sazio. [...] Ma ho bisogno di stringere a me un sangue caldo e fraterno. Ho bisogno di avere una voce e un destino. O selvaggia, concedimi questo.
    Diana. Pensaci bene, Virbio-Ippolito. Tu sei stato felice.
    Virbio. Non importa, signora. Troppe volte mi sono specchiato nel lago. Chiedo di vivere, non di essere felice. (Il lago)
  • Circe. Sì. Qualcuno di loro sa ridere davanti al destino, sa ridere dopo, ma durante bisogna che faccia sul serio o che muoia. Non sanno scherzare sulle cose divine, non sanno sentirsi recitare come noi. La loro vita è così breve che non possono accettare di far cose già fatte o sapute. Anche lui, l'Odisseo, il coraggioso, se gli dicevo una parola in questo senso, smetteva di capirmi e pensava a Penelope. [...] Sì ma vedi, io lo capisco. Con Penelope non doveva sorridere, con lei tutto, anche il pasto quotidiano, era serio e inedito – potevano prepararsi alla morte. Tu non sai quanto la morte li attiri. Morire è sì un destino per loro, una ripetizione, una cosa saputa, ma s'illudono che cambi qualcosa. [...] E il ritorno innumerevole dei giorni non gli parve mai destino, e correva alla morte sapendo cos'era, e arricchiva la terra di parole e di fatti. [...] L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Nomi e parole sono questo. Davanti al ricordo sorridono anche loro, rassegnàti. (Le streghe)
  • Teseo. Ci fu un tempo che l'Ida non conobbe che dee. Che una dea. Era il sole, era i tronchi, era il mare. E davanti alla dea gli dèi e gli uomini si sono schiacciati. Quando una donna sfugge l'Uomo, e si ritrova dentro al sole e alla bestia, non è colpa dell'uomo. È il sangue guasto, è il caos. (Il toro)
  • Iasone. C'è una verginità nelle cose, Mélita, che fa paura più del rischio. Pensa all'orrore delle vette dei monti, pensa all'eco. [...] Si fa male per essere grandi, per essere dèi.
    Mélita. E perché vostra vittima è sempre una donna? [...] Iasone. Ho imparato a Corinto, a non essere un dio. E conosco te, Mélita. (Gli argonauti)
  • Leucotea. Cara mia, ma gli dei sono il luogo, sono la solitudine, sono il tempo che passa. [...] Tutti gli dei sono crudeli. Che vuol dire? Ogni cosa divina è crudele. Distrugge l'essere caduco che resiste. Per svegliarti più forte, devi cedere al sonno. Nessun dio sa rimpiangere nulla. (La vigna)
  • Cratos. Ma tu sai cosa sono gli uomini? Miserabili cose che dovranno morire, più miserabili dei vermi o delle foglie dell'altr'anno che son morti ignorandolo. [...]
    Bia. Ma non ne segue che il suo cenno sia scaduto. Sono invece scaduti i signori del Caos, quelli che un tempo hanno regnato senza legge. Prima l'uomo la belva e anche il sasso era dio. Tutto accadeva senza nome e senza legge. Ci voleva la fuga del dio, la grossa empietà del suo confino tra gli uomini quando ancora era bimbo e poppava alla capra, e poi la crescita sul monte tra le selve, le parole degli uomini e le leggi dei popoli, e il dolore la morte e il rimpianto, per fare del figlio di Crono il buon Giudice, la Mente immortale e inquieta. [...] Il bambino rinato divenne signore vivendo tra gli uomini. [...] La parola dell'uomo, che sa di patire e si affanna e possiede la terra, rivela a chi l'ascolta meraviglie. [...] Si conosce la bestia, si conosce l'iddio, ma nessuno, nemmeno noialtri, sappiamo il fondo di quei cuori. C'è persino, tra loro, chi osa mettersi contro il destino. Soltanto vivendo con loro e per loro si gusta il sapore del mondo. (Gli uomini)
  • Dioniso. Non sarebbero uomini, se non fossero tristi. La loro vita deve pur morire. Tutta la loro ricchezza è la morte, che li costringe industriarsi, a ricordare e prevedere. [...] Ma che vuoi che gli diamo? Qualunque cosa ne faranno sempre sangue.
    Demetra. C'è un solo modo, e tu lo sai. [...] Dare un senso a quel loro morire. [...] Insegnargli la vita beata. [...] Insegnargli che ci possono eguagliare di là dal dolore e dalla morte. Ma dirglielo noi. Come il grano e la vite discendono all'Ade per nascere, così insegnargli che la morte anche per loro è nuova. [...] Moriranno e avran vinta la morte. Vedranno qualcosa oltre il sangue, vedranno noi due. Non temeranno più la morte e non avranno più bisogno di placarla versando altro sangue. (Il mistero)
  • Amadriade. Alle volte, non so. Mi chiedo che cosa sarebbe morire. Quest'è l'unica cosa che davvero ci manca. Sappiamo tutto e non sappiamo questa semplice cosa. Vorrei provare, e poi svegliarmi, si capisce.
    Satiro. Sentila. Ma morire è proprio questo – non più sapere che sei morta. Ed è questo il diluvio: morire in tanti che non resti più nessuno a saperlo. [...]
    Amadriade. Strana gente. Loro trattano il destino e l'avvenire, come fosse un passato.
    Satiro. Questo vuol dire, la speranza. Dare un nome di ricordo al destino. (Il diluvio)

[modifica] Il compagno

[modifica] Incipit

Mi dicevano Pablo perché suonavo la chitarra. La notte che Amelio si ruppe la schiena sulla strada di Avigliana, ero andato con tre o quattro a una merenda in collina – mica lontano, si vedeva il ponte – e avevamo bevuto e scherzato sotto la luna di settembre, finché per via del fresco ci toccò cantare al chiuso. Allora le ragazze si erano messe a ballare. Io suonavo – Pablo qui, Pablo là – ma non ero contento, mi è sempre piaciuto suonare con qualcuno che capisca, invece quelli non volevano che gridare più forte. Toccai ancora la chitarra andando a casa e qualcuno cantava. La nebbia mi bagnava la mano. Ero stufo di quella vita.

[modifica] Citazioni

  • Cara donna, vuoi che mettiamo il letto in negozio? Sono Pablo, e lavoro a giornata.
  • Il suo fianco era il mio. La sua voce era come abbracciarla.
  • L'acqua correva piano piano sotto il cielo.

[Cesare Pavese, Il compagno, Giulio Einaudi Editore, Torino]

[modifica] Il mestiere di vivere

Cesare Pavese
Cesare Pavese

[modifica] Incipit

Che qualcuna delle ultime poesie sia convincente, non toglie importanza al fatto che le compongo con sempre maggiore indifferenza e riluttanza. Nemmeno importa molto che la gioia inventiva mi riesca qualche volta oltremodo acuta. Le due cose, messe insieme, si spiegano con l'acquisita disinvoltura metrica, che toglie il gusto di scavare da un materiale informe, e insieme interessi miei di vita pratica che aggiungono un'esaltazione passionale alla meditazione su certune poesie. (6 ottobre 1935)

[modifica] Citazioni

  • La vita senza fumo è come il fumo senza l'arrosto. (20 dicembre 1935)
  • Un uomo non rimpiange per amore chi l'abbia tradito, ma per avvilimento di non avere meritato la fiducia. (13 novembre 1937)
  • Pensiero d'amore: ti voglio tanto bene che desidero esser nato tuo fratello, o averti messo al mondo io stesso. (30 novembre 1937)
  • La difficoltà di commettere suicidio sta in questo: è un atto di ambizione che si può commettere solo quando si sia superata ogni ambizione. (16 gennaio 1938)
  • Perché il veramente innamorato chiede la continuità, la vitalità (lifelongness) dei rapporti? Perché la vita è dolore e l'amore goduto è un anestetico, e chi vorrebbe svegliarsi a metà operazione? (17 gennaio 1938)
  • Consolante pensiero: non contano le azioni che facciamo, ma l'animo con cui le facciamo. Cioè: soffrano pure gli altri, tanto non c'è altro al mondo che sofferenza. Il problema è solo come portare una coscienza pura. E questa sarebbe la morale. (26 gennaio 1938)
  • Vendicarsi di un torto ricevuto è togliersi il conforto di gridare all'ingiustizia. (1 marzo 1938)
  • Non manca mai a nessuno una buona ragione per uccidersi. (23 marzo 1938)
  • Perché – quando si è sbagliato – si dice «un'altra volta saprò come fare», quando si dovrebbe dire «un'altra volta so già come farò»? (25 aprile 1938)
  • In fondo, l'unica ragione perché si pensa sempre al proprio io è che col nostro io dobbiamo stare più continuamente che non chiunque altro. (26 maggio 1938)
  • La morte è il riposo, ma il pensiero della morte è il disturbatore di ogni riposo. (7 giugno 1938)
  • Tanto poco un uomo s'interessa dell'altro, che persino il cristianesimo raccomanda di fare il bene per amore di Dio. (8 luglio 1938)
  • L'uomo d'azione non è l'ignorante che si butta allo sbaraglio dimenticandosi, ma l'uomo che ritrova nella pratica le cose che sa. (3 ottobre 1938)
  • L'offesa più atroce che si può fare a un uomo è negargli che soffra. (5 ottobre 1938)
  • La letteratura è una difesa contro le offese della vita. Le dice: Tu non mi fai fesso: so come ti comporti, ti seguo e ti prevedo, godo anzi a vederti fare e ti rubo il segreto componendoti in scaltrite costruzioni che arrestano il tuo flusso. (10 ottobre 1938)
  • Sciocco addolorarsi per la perdita di una compagnia: quella persona potevamo non incontrarla mai, quindi possiamo farne a meno (13 ottobre 1938)
  • Non si desidera possedere una donna, si desidera possederla noi soli. (13 novembre 1938)
  • Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi. (3 dicembre 1938)
  • Gli uomini che hanno una tempestosa vita interiore e non cercano sfogo o nei discorsi o nella scrittura, sono semplicemente uomini che non hanno una tempestosa vita interiore. (21 settembre 1938)
  • Date una compagnia al solitario e parlerà più di chiunque. (21 settembre 1938)
  • L'ozio rende lente le ore e veloci gli anni. L'operosità rapide le ore e lenti gli anni. (10 dicembre 1938)
  • La cosa più banale, scoperta in noi diventa interessantissima. Nasce da ciò, che non è più un'astratta cosa banale, ma un inaudito miscuglio di realtà e di nostra essenza. (29 gennaio 1939)
  • Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con altri. (4 maggio 1939)
  • Per libertario che sia un giovane, cerca sempre di modellarsi su di uno schema astratto, quale in sostanza deduce dall'esempio del mondo. E un uomo, per conservatore che sia, fa consistere il suo valore della deviazione individuale da quel modello. (5 marzo 1939)
  • La guerra imbarbarisce perché, per combatterla, occorre indurirsi verso ogni rimpianto e attaccamento a valori delicati, occorre vivere come se questi valori non esistessero; e, una volta finita, si è persa ogni elasticità di tornare a questi valori. (9 settembre 1939)
  • L'amore è la più a buon prezzo delle religioni. (21 dicembre 1939)
  • Le cose gratuite sono quelle che costano di più. Come? Costano lo sforzo per capire che sono gratuite. (21 gennaio 1940)
  • In genere è per mestiere disposto a sacrificarsi chi non sa altrimenti dare un senso alla sua vita. (9 febbraio 1940)
  • Se una vita libera assolutamente da ogni senso di peccato fosse realizzabile, sarebbe vuota da far spavento. (17 marzo 1940)
  • Le generazioni non invecchiano. Ogni giovane di qualunque tempo e civiltà ha le stesse possibilità di sempre. (19 aprile 1940)
  • Il sogno è una costruzione dell'intelligenza, cui il costruttore assiste senza sapere come andrà a finire. (22 luglio 1940)
  • Gli anacoreti si maltrattavano a quel modo, per farsi scusare presso la gente comune la beatitudine che avrebbero goduto in cielo. (27 luglio 1940)
  • Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi. (28 luglio 1940)
  • Non bisogna mai dire per gioco che si è scoraggiati, perché può accadere che ci pigliamo in parola. (5 agosto 1940)
  • La vita non è ricerca di esperienze, ma di se stessi. Scoperto il proprio strato fondamentale ci si accorge che esso combacia col proprio destino e si trova la pace. (8 agosto 1940)
  • Riesce a compiere un'opera soltanto chi valga più di quest'opera. (14 agosto 1940)
  • La vera genialità non è conquistare una donna già desiderata da tutti, ma scovarne una preziosa in un essere ignoto (7 ottobre 1940)
  • L'amore ha la virtù di denudare non i due amanti l'uno di fronte all'altro, ma ciascuno dei due davanti a sé. (12 ottobre 1940)
  • I grandi amanti saranno sempre infelici, perché per loro l'amore è grande e quindi esigono dalla bien-aimée la stessa intensità di pensieri ch'essi hanno per lei – altrimenti si sentono traditi. (14 ottobre 1940)
  • Le cose si ottengono quando non si desiderano più. (15 ottobre 1940)
  • Una decisione, un atto, sono infallibili presagi di ciò che faremo un'altra volta, non per qualche mistica ragione astrologica, ma perché escono da un automatismo che si riprodurrà. (4 aprile 1941)
  • Nessuna donna fa un matrimonio d'interesse: tutte hanno l'accortezza, prima di sposare un milionario, di innamorarsene (14 aprile 1941)
  • Quando una donna si sposa appartiene a un altro; e quando appartiene a un altro non c'è più nulla da dirle. (Inverno 1941-1942)
  • Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno. Ricordare una cosa significa vederla – ora soltanto – per la prima volta. (28 gennaio 1942)
  • Nell'inquietudine e nello sforzo di scrivere, ciò che sostiene è la certezza che nella pagina resta qualcosa di non detto. (4 maggio 1942)
  • Viene un giorno che per chi ci ha perseguitato proviamo soltanto indifferenza, stanchezza della sua stupidità. Allora perdoniamo. (6 settembre 1942)
  • Il problema non è la durezza della sorte, poiché tutto quello che si desidera con bastante forza, si ottiene. Il problema è piuttosto che ciò che si ottiene disgusta. E allora non deve mai accadere di prendersela con la sorte, ma con il proprio desiderio. (3 febbraio 1943)
  • Nel sogno sei autore e non sai come finirà. (8 ottobre 1943)
  • Raccontare le cose incredibili come fossero reali – sistema antico; raccontare le reali come fossero incredibili – moderno. (11 ottobre 1943)
  • La ricchezza della vita è fatta di ricordi, dimenticati. (13 febbraio 1944)
  • Non è bello essere bambini: è bello da anziani pensare a quando eravamo bambini. (6 settembre 1945)
  • Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola. (22 novembre 1945)
  • Come si può aver fiducia in una persona che non si arrischia ad affidarti tutta la sua vita, giorno e notte? (28 novembre 1945)
  • È bello scrivere perché riunisce le due gioie: parlare da solo e parlare a una folla. (4 maggio 1946)
  • Le lezioni non si danno, si prendono. (18 agosto 1946)
  • Aspettare è ancora un'occupazione. È non aspettar niente che è terribile. (15 settembre 1946)
  • C'è un solo piacere, quello di essere vivi, tutto il resto è miseria. (16 settembre 1946)
  • Si aspira ad avere un lavoro, per avere il diritto di riposarsi. (21 luglio 1947)
  • I problemi che agitano una generazione si estinguono per la generazione successiva non perché siano stati risolti ma perché il disinteresse generale li abolisce. (10 agosto 1947)
  • Non è che accadano a ciascuno cose secondo un destino, ma le cose accadute ciascuno le interpreta, se ne ha la forza, disponendole secondo un senso – vale a dire, un destino. (25 gennaio 1948)
  • Nulla si assomma al resto, al passato. Ricominciamo sempre. (16 agosto 1950)
  • Un chiodo tira un altro, ma quattro fanno una croce. (16 agosto 1950)
  • I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo. (17 agosto 1950)

[modifica] Citazioni non datate

  • Amore è desiderio di conoscenza.
  • Far poesie è come far l'amore: non si saprà mai se la propria gioia è condivisa.
  • Il futuro verrà da un lungo dolore e da un lungo silenzio.
  • L'arte di vivere è l'arte di saper credere alle bugie.
  • L'innamorato e l'odiatore si fanno dei simboli, come il superstizioso. È della passione conferire unicità alle cose. Chi non conosce simboli è un ignavo di Dante. Ecco perché l'arte si rispecchia nei riti dei primitivi o nelle passioni forti: cerca dei simboli. E vertendo sul primitivo gode del selvaggio. Cioè dell'irrazionale.
  • L'origine di tutti i peccati è il senso d'inferiorità – detto altresì ambizione.
  • L'unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità, – si vorrebbe morire.
  • La fantasia umana è immensamente più povera della realtà.
  • La tua modernità sta tutta nel senso dell'irrazionale.
  • Non bastano le disgrazie a fare di un fesso una persona intelligente.
  • Non c'è vendetta più bella di quella che gli altri infliggono al tuo nemico. Ha persino il pregio di lasciarti la parte del generoso.
  • Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualsiasi amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.
  • Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un'altra riva, e arriverò.
  • Quei filosofi che credono all'assoluto logico della verità, non hanno mai avuto a discorrere a ferri corti con una donna.
  • Siccome Dio poteva creare una libertà che non consentisse il male ne viene che il male l'ha voluto lui. Ma il male lo offende. È quindi un banale caso di masochismo. (1938)
  • Tutti gli "affetti più sacri" non sono che una pigra abitudine.

[modifica] Explicit

  • Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più. (18 agosto 1950)[4]

[modifica] La bella estate

[modifica] Incipit

A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era cosí bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all'improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. – Siete sane, siete giovani, – dicevano, – siete ragazze, non avete pensieri, si capisce –. Eppure una di loro, quella Tina che era uscita zoppa dall'ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, si era fermata e si era messa a piangere perché dormire era una stupidaggine e rubava tempo all'allegria.

[modifica] Citazioni

  • È bello svegliarsi e non farsi illusioni. Ci si sente liberi e responsabili. Una forza tremenda è in noi, la libertà. Si può toccare l'innocenza. Si è disposti a soffrire.
  • La vera confidenza è sapere quel che desidera un altro, e quando piacciono le stesse cose una persona non dà più soggezione.
  • Non c'è niente che sappia di morte più del sole in estate della gran luce, della natura esuberante. Tu fiuti l'aria e senti il bosco e ti accorgi che piante e bestie se ne infischiano di te. Tutto vive e si macera in se stesso. La natura è la morte.
  • Non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.
  • Pieretto diceva che la vecchia pretesa di trovare intatta la donna era un residuo dello stesso gusto – la sciocca mania di arrivare primo. Diceva che il gusto dell'intatto e del selvaggio era il gusto di spargere il sangue. Si fa all'amore per ferire, per spargere sangue. Il borghese che si sposa e pretende una vergine, vuole cavarsi anche lui questa voglia.
  • Un padre va sempre aiutato. Bisogna insegnargli che la vita è difficile. Se poi, com'è giusto, tu arrivi dove lui voleva, devi convincerlo che aveva torto e che l'hai fatto per il suo bene.

[modifica] La casa in collina

  • Conta quello che si fa, non che si dice.
  • È religione anche non credere in niente.
  • Inutile piangere. Si nasce e si muore da soli.
  • Nelle parole c'è qualcosa d'impudico.
  • Ora che ho visto cos'è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: "E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?" Io non saprei cosa rispondere. Non adesso almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

[modifica] La spiaggia

[modifica] Incipit

Da parecchio tempo eravamo intesi con l'amico Doro che sarei stato ospite suo. A Doro volevo un gran bene, e quando lui per sposarsi andò a stare a Genova ci feci una mezza malattia. Quando gli scrissi per rifiutare di assistere alle nozze, ricevetti una risposta asciutta e baldanzosa dove mi spiegava che, se i soldi non devono neanche servire a stabilirsi nella città che piace alla moglie, allora non si capisce più a che cosa devano servire. Poi, un bel giorno, di passaggio a Genova, mi presentai a casa sua e facemmo la pace. Mi riuscì molto simpatica la moglie, una monella che mi disse graziosamente di chiamarla Clelia e ci lasciò soli quel tanto ch'era giusto, e quando alla sera ci ricomparve innanzi per uscire con noi, era diventata un'incantevole signora cui, se non fossi stato io, avrei baciato la mano.

[modifica] Citazioni

  • Che cosa non sonnecchia sotto la scorza di noialtri. Bisognerebbe avere il coraggio di svegliarsi e trovare se stessi. O almeno parlarne. Si parla troppo poco a questo mondo.
  • Nulla è volgare di per sé, ma siamo noi che facciamo la volgarità secondo che parliamo o pensiamo.

[modifica] Vita attraverso le lettere

  • C'è qualcosa di più assurdo dell'amore? Se lo godiamo fino all'ultimo, subito ce ne stanchiamo, disgustiamo; se lo teniamo alto per ricordarlo senza rimorsi, un giorno rimpiangeremo la nostra sciocchezza e viltà di non aver osato.
  • Con qualunque persona io parli, insomma, ho bisogno di farmi una faccia speciale adatta a una qualche particolare debolezza di detta persona, con evidente pregiudizio di quella che potrebbe essere la mia faccia vera. Sono così anche riuscito a non saper più quale sia questa mia faccia. Che magari non c'è neanche.
  • È triste, è triste: vai a sapere che cosa sono e cosa sarò.
  • La paura di innamorarsi non è forse già un po' d'amore?
  • La vita non è forse più bella perché da un momento all'altro si può perderla?
  • Non so più dove cacciare gli occhi per trovare un me stesso che sia un po' meno misero.
  • Non va bene esagerare in beneficenza, perché ad un certo punto non si guadagna più che l'odio del beneficiato.
  • Per vivere bisogna aver forza e capire, scegliere.

[modifica] Incipit di alcune opere

[modifica] Feria d'agosto

Chi fossero i miei compagni di quelle giornate, non ricordo. Vivevano in una casa del paese, mi pare, di fronte a noi, dei ragazzi scamiciati – due – forse fratelli. Uno si chiamava Pale, da Pasquale, e può darsi che attribuisca il suo nome all'altro. Ma erano tanti i ragazzi che conoscevo di qua e di là.
Questo Pale – lungo lungo, con una bocca da cavallo – quando suo padre gliene dava un fracco scappava da casa a mancava per due o tre giorni; sicché, quando ricompariva, il padre era già all'agguato con la cinghia e tornava a spellarlo, e lui scappava un'altra volta e sua madre lo chiamava a gran voce, maledicendolo, da quella finestra scrostata che guardava sui prati, sui boschi del fiume, verso lo sbocco della valle.

[Cesare Pavese, Feria d'agosto, Giulio Einaudi Editore, Torino]

[modifica] La casa in collina

Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere. Per esempio, non vedevo differenza tra quelle colline e queste antiche dove giocai bambino e adesso vivo: sempre un terreno accidentato e serpeggiante, coltivato e selvatico, sempre strade, cascine e burroni. Ci salivo la sera come se anch'io fuggissi il soprassalto notturno degli allarmi, e le strade formicolavano di gente, povera gente che sfollava a dormire magari nei prati, portandosi il materasso sulla bicicletta o sulle spalle, vociando e discutendo, indocile, credula e divertita.

[Cesare Pavese, La casa in collina, Giulio Einaudi Editore, Torino]

[modifica] La luna e i falò

C'è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c'è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch'io possa dire «Ecco cos'ero prima di nascere». Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto?

[Cesare Pavese, La luna e i falò, Giulio Einaudi Editore, Torino]

[modifica] Citazioni su Cesare Pavese

  • E Cesare, perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina. (Francesco De Gregori)
  • Pavese è riuscito a condensare in una sintesi narrativa tutti gli elementi della propria personalità spirituale facendo dimenticare l'impegno dello scrittore nella naturalezza della creazione, come in questo suo ultimo libro [La luna e i falò]. (Piero Jahier)

[modifica] Note

  1. È anche il titolo di una poesia presente nella raccolta eponima.
  2. Erroneamente attribuita anche a Catherine Deneuve.
  3. Parole d'addio riportate sul frontespizio di una copia dei Dialoghi con Leucò, ritrovata su un tavolino accanto al suo corpo senza vita (Immagine dell'autografo). Il 27 agosto 1950, Pavese si suicidò con una dose eccessiva di barbiturici in una camera al terzo piano dell'Hotel Roma in piazza Carlo Felice, a Torino. Lo indussero a compiere questo «atto di ambizione» (vedi anche la pagina di diario del 16 gennaio 1938) la delusione amorosa per la fine del rapporto sentimentale con l'attrice americana Constance Dowling – cui dedicò gli ultimi versi di Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi – e il disagio esistenziale che per tutta la vita aveva cercato di vincere.
  4. Nove giorni dopo si suicidò.

[modifica] Bibliografia

  • Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Giulio Einaudi Editore, Torino.
  • Cesare Pavese, La bella estate, Giulio Einaudi Editore, Torino.
  • Cesare Pavese, La spiaggia, Giulio Einaudi Editore, Torino.
  • Cesare Pavese, Vita attraverso le lettere, Giulio Einaudi Editore, Torino.
  • Cesare Pavese, Il compagno, Giulio Einaudi Editore, Torino.

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