Giovanni Papini

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Giovanni Papini (1881 – 1956), poeta, narratore e saggista italiano.

Citazioni di Giovanni Papini[modifica]

  • Aforisma: una verità detta in poche parole – epperò detta in modo da stupire più di una menzogna. (da Dizionario dell'Omo Selvatico)
  • Ci son di quelli che non dicon nulla ma lo dicono bene – ce n'è altri che dicono molto ma lo dicon male. I peggio son quelli che non dicono nulla e lo dicon male. (da Schegge)
  • Finalmente è arrivato il giorno dell'ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell'anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidume di latte materno e lacrime fraterne. Ci voleva una bella annaffiatura di sangue per l'arsura dell'agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre. (da Amiamo la guerra!, Lacerba, II, 20, 1° ottobre 1914)
  • [Alfredo Oriani] Io non l'ho conosciuto. Ebbi l'onore, nel 1905, di pubblicare un capitolo inedito della sua Ideale Rivolta nel Leonardo ma non lo vidi mai. Forse è stato meglio: non avremmo avuto il tempo di limare le punte delle nostre persone scontrose colla consuetudine lunga e familiare dell'intimità. (da G. Papini, Alfredo Oriani. La lotta politica, in Scrittori e artisti)[1]
  • La modestia è la forma più insulsa dell'orgoglio. (da Schegge)
  • Nel mondo dell'arte c'è una guerra sola: quella tra Circe e Orfeo. Tra Circe che trasforma gli uomini in bestie e Orfeo che trasforma i bruti in uomini. (da Pillole di Minerva, II Frontespizio; ora in Mostra personale, Morcelliana, 1947)
  • [Carlo Michelstaedter] Egli, al pari di pochissimi e rarissimi pensatori che lo hanno preceduto, s'è ucciso per accettare fino all'ultimo, onestamente e virilmente, le conseguenze delle sue idee — s'è ucciso per ragioni metafisiche. (da Un suicidio metafisico, Il Resto del Carlino, 5 novembre 1910; anche in 24 cervelli: saggi non critici, Facchi, 1919)
  • Se Roma ti ha fatto scrivere l' Ora di Barabba, Parigi t'ispirerebbe l' Ora di Lucifero — o forse l' Ora d'Iddio. Perché Parigi, in fondo, è più morale e cattolica di quel che non si creda da lontano. La maggior parte della gente è massa borghese che lavora dalla mattina alla sera per guadagnar soldi — l'Industria del Vizio fa parte dell'Industria dello Straniero ed è esercitata in gran parte da stranieri. (lettera a Domenico Giuliotti, Parigi, 19 maggio 1928, carteggio Giuliotti-Papini)
  • Un delitto vien punito quand'è piccolo ed esaltato e premiato quand'è grande. (da Il tragico quotidiano)
  • Un uomo verrà certamente, fra molti anni, in una calma sera d'estate, a chiedermi come si può vivere una vita straordinaria. Ed io gli risponderò certamente con queste parole: Rendendo abituali le azioni e le sensazioni straordinarie e facendo rare le sensazioni e le azioni ordinarie. (da Il tragico quotidiano)

Il diavolo[modifica]

Incipit[modifica]

V'è, ne mondo delle grandi religioni, un Essere a parte, che non è bruto, né uomo, né tanto meno Dio.

Citazioni[modifica]

  • Dio è ateo.
  • L'imbecillità dei filosofi «profondi» è così immensa che è superata soltanto dall'infinita misericordia di Dio.
  • L'Inferno non è che il Paradiso capovolto. Una spada riflessa nell'acqua prende figura di croce.
  • Si può entrare nel regno di Dio anche dal nero portale del peccato.

Il sacco dell'orco[modifica]

  • Anche la giovinezza è una malattia ma chi non ha sofferto questo male sacro non ha vissuto.
  • Il vecchio è indicibilmente solo, come il nascituro.
  • Quando capita una grande amnistia v'è chi si pente di non aver commesso a suo tempo un delittuccio che non sarebbe costato nulla.
  • Se gli scrittori non leggessero e i lettori non scrivessero, gli affari della letteratura andrebbero straordinariamente meglio.

La spia del mondo[modifica]

Incipit[modifica]

L'UNIVERSO COME RIVELAZIONE

Fratellanza col sole
È questo il momento presegnato, credetemi, per verificare i nostri rapporti col sole. Poiché non siamo, insomma, che bruscoli intiepiditi provenienti dal sole non sapremo bene ciò che sia il sole e che cosa sia l'uomo se non dimentichiamo il legame che unisce il primo dei primati al patriarca della famiglia solare.
I moralisti credono di conoscere l'uomo; gli astronomi credono di conoscere il sole. I secondi s'illudono meno dei primi. Molto sanno, in verità, del sole ma soltanto della sua apparenza, della sua sostanza e della sua attività, cioè della sua vita fisica, esteriore.

Citazioni[modifica]

  • L'uomo, fra tutti gli esseri che sono in terra, è il solo che si sforzi d'imitare il suo padre antico, che tenti di tornare, nei suoi più vivi ed alti momenti, allo stato del sole o almeno di assomigliarsi a lui. (pag. 23)
  • La Luna, per colui che pensa in termini di eternità, è il fulgente memento mori che Dio ripete ogni giorno alla «gran madre antica». (pag. 27)
  • Quando noi camminiamo, indifferenti o frenetici, sulla superficie della terra, noi calpestiamo, in verità, quel che fu, un giorno, carne sensibile di esseri vivi. (pag. 29)
  • Il mare è un nemico che gli uomini si sforzano di amare. (pag. 30)
  • Nell'universo rinnovato da Cristo secondo spirito e verità non c'è posto per il mare; il mare era un di più; un avanzo della prima creazione, ora obliterata. La terra sarà tutta terra e tutta umana e gli uomini cercheranno l'infinito e la libertà soltanto nello splendore senza confine del cielo rifatto. (pag. 35)
  • La falena è innamorata di ciò che fa paura alla tigre. Ma l'uomo – fiera destinata a diventar farfalla angelica – è nello stesso tempo sbigottito e attirato dal fuoco. (pag. 42)
  • Quando il diavolo di Goethe dice: «se non mi fossi riservata la fiamma non avrei nulla per me» mentisce come sempre. Neppure la fiamma appartiene all'eterno Diseredato. Come Dio s'è riservato, tra i giorni, quello del riposo e tra i liquori della vita il sangue Egli ha preso per sé, tra gli elementi, l'amorosa tremendità del fuoco. (pag. 44)
  • L'incendiario è l'ateo che non ha saputo trovar Dio in se stesso e che lo cerca, per la via del delitto, nel simbolo fisico ed esteriore. Forsennato a somiglianza del mistico, di cui è l'antitesi, e non potendo incendiar d'amore l'anima sua per ricongiungerla al fuoco supremo, egli dà fuoco alle cose consumabili e gode in cuor suo nel contemplare le fiamme nate dalla sua vendetta. E come tutti gl'idolatri adora l'apparenza e non la sostanza d'Iddio. (pagg. 48-49)

Il mondo visto dal poeta[modifica]

  • È certo la primavera la stagione più triste dell'anno. Ondeggia, incespicante e trasognata tra la bianca severità dell'inverno e la focosa maestà dell'estate, come una «donzelletta» acerba che non è più vera bambina e non è ancora donna fatta. È ridotta, perciò, alle malfide risorse del doppio gioco. In certi giorni un baccanale di sole indora e accende tutte le cime e tutte le superfici, e un'improvvisa afosità simula ipocritamente la gialla offensiva del giugno. Ma poi, il giorno dopo, sipari di nuvolone seppiacee si calano sugli orizzonti come gramaglie, il vento settentrionale uggiola e morde, i piovaschi impazziscono in furori diluviali, i fiumi aprono brecce nelle ripe, sui monti si ammonta un'altra volta la neve, tardiva ed intempestiva, e le prime erbe dei prati, stupite e strapazzate, vorrebbero rientrare sotto la terra. Passata la furia boreale, tornano le giornate grigie e accidiose, con qualche golfo di azzurro che subito si richiude, le strade fradice e sudice, i muri bollati di gore umide, i fossi colmi d'acqua lotosa. Eppoi, in pochi meriggi, tutto s'asciuga, tutto s'infiamma, tutto arde, tutto si riscalda e ci s'accorge, con mortificante sorpresa, che la primavera è finita, senza aver potuto godere, meno che pochi istanti, le sue incantate e decantate meraviglie. (pagg. 55-56)
  • Era la primavera, secondo le favole antiche, la stagione de' rinnovati o comincianti amori: e anche questa è leggenda. Gli uomini, più insaziabili delle bestie, non hanno più, e forse non hanno mai avuto, una sola stagione per la cocenza dell'amore. E semmmai l'hanno trasferita all'incandescente estate: già l'antichissimo Esiodo aveva notato che nell'agosto son più lascive le donne. Ma tutti i mesi, per l'uomo, sono ugualmente propizi, tanto più che l'amore entusiasmo, l'amore passione, l'amore pazzia, ai quali si riferivano i poeti e i trattati di Eros, vanno velocemente scomparendo dagli animi e dai costumi dei nostri popoli inciviliti fino all'imbecillità e oltre. (pag. 59)
  • L'ardente solitudine non annulla la possibilità degli amori. (pag. 61)
  • La vampa favorisce la caparbia volontà sella specie. Sembra che ogni vivente non abbia altro fine che quello di generare viventi simili a sé, senza curarsi se gli intervalli tra le successive creazioni siano odiosi o portentosi. (pag. 61)
  • I giorni di settembre sono, fino all'ultimo meriggio, ariose e melodiose strofe classiche che all'avvicinarsi della notte diventano troppo buiosamente romantiche. (pag. 64)

I figli del quinto giorno[modifica]

  • [...] La pelle di Simba, del superbo imperatore della foresta africana, fu inondata e lordata dalla bava di quei due cuccioli dell'uomo di città. Finché divenuta troppo sordida e putente perfino per il non delicato olfatto della portinaia, fu sdegnosamente buttata sopra un monte di spazzatura, dove ebbe finalmente termine la sciagurata e immeritata infamia del re prigioniero.
    Tale è spesso la miseranda sorte degli esseri migliori e non soltanto fra queli che nacquero, leoni, sulle sponde erbose di un gran fiume. (pag. 88)
  • Nel nostro mondo nulla muore o sparisce interamente e definitivamente e così un rito magico preistorico è contemporaneo, presso un popolo civile, delle più ardite applicazioni della fisica modernissima. (pag. 90)
  • L'omicidio, come tutti possono osservare leggendo le storie recenti e i giornali di ogni mattina, è sempre più fiorente tra i popoli di razza bianca. Qualunque motivo o pretesto è buono per sopprimere i nostri simili: la gelosia o la politica, la vendetta o il lucro, la punizione dei delinquenti o l'amore non corrisposto, la speranza di un premio o l'accecamento del furore, l'assillo del guadagno sognato o il sadismo sessuale, senza contare le carneficine di massa delle insurrezioni, delle fucilazioni e delle invasioni e neppure quegli omicidi gratuiti e perfetti venuti di moda attraverso la letteratura europea negli ultimi decenni.
    Si vedono ogni giorno innamorati che uccidono le amanti, mogli che uccidono i mariti, mariti che uccidono le mogli, padre che uccidono i figli, figli che uccidono i genitori, fratelli che ammazzano i fratelli, ladri che ammazzano i derubati, criminali che sopprimono i polizziotti, polizziotti che sopprimono i criminali e perfino fanciulli e adolescenti che per gioco o per gola di pochi soldi strangolano e sgozzano i loro coetanei. Gli stati non sono meno risolutamente omicidi dei cittadini che li compomgono: le guerre di sterminio sono ancora frequenti e in quasi tutti i paesi cristiani i codici ammettono solennemante il diritto di contravvenire a uno dei più antichi e perentori comandamenti di Dio. Anche ai tempi nostri come in quelli delle «Soirées de St. Petersbourg» di Giuseppe de Maistre c'è sulla terra un perenne «ruissellement de sang». (pagg. 92-93)
  • [...] le fiere selvatiche e i mammiferi giganti son vendicati, sempre dagli animali più microscopici che esitano, da quei microbi che prosperano nel corpo umano e che, ala fine, nella maggior parte dei casi, lo intossicano, lo divorano e lo spengono. Strano e singolare contrappasso, gli esseri infinitesimi e invisibili puniscono con la morte gli uccisori dei loro fratelli colossi. Gli umili, che son legione, fanno giustizia dei mediocri che ammazzano i potenti. (pag. 93)

Gli ultimogeniti[modifica]

  • L'uomo non è che un quadrupede riottoso e maligno che, a forza di superbia, riesce a star ritto sulle zampe di dietro. (pag. 97)
  • – Chi aspira ad innalzarsi al di sopra della terra [...] è segno che in altri tempi ebbe le ali oppure che è destinato, in un lontano futuro, ad averle. (pag. 98)
  • Medievali debbono essere i versicoli latini che trovai, non so più dove, e che mi sono rimasti, non so come nella memoria.

    Homo? Humus
    Fama? Fumus
    Finis? Cinis.

    Con terribile brevità qui è contenuta la storia terrena di tutti gli uomini, anche dei sommi e dei gloriosi. [...] Nella poesia moderna non conosco nulla che sia ugualmente laconico e pauroso, all'infuori dei quattro versicoli popolari che da qualcuno sono attribuiti a Verlaine:
    Les marionettes
    Font, font, font
    Trois petits tour
    Et puis s'en vont
    .
    Più profondamente e crudelmente è incisa l'umana sorte nei versi latini che mettono sotto gli occhi, con spietata evidenza, l'umiltà originaria e la distruzione finale, mentre nei versi francesi c'è qualcosa del teatrino bambinesco e soprattutto un senso comico ed ironico. Nel medioevale c'è il solenne epitaffio sul gran cimitero del mondo; nel moderno un semplice scherzo funebre sul palcoscenico dei burattini che si credono vivi. (pagg. 98-99)
  • L'uomo può esser più bestiale delle bestie, più porcino dei porci, più tigresco delle tigri, più velenoso dei serpenti, più flaccido dei vermi, più appestante di una carogna, ma è pur capace di spaziare con la mente fino agli ultimi confini del mondo, di misurare le stelle più remote, di scoprire i principi che reggono la natura, di assoggettare le forze della materia, di giudicare con la stessa morale gli stessi dei, di creare il Partenone e la cattedrale di Chartres, la Cappella Sistina e la Quinta Sinfonia, l'Odissea e la Divina Commedia, l'Amleto e il Faust. (pag. 100)
  • L'esistenza dell'uomo è una delle più sicure prove dell'esistenza di Dio. (pag. 101)
  • Umano progresso
    In principio erano i mezzomini, cioè mezze bestie che però, con l'andar del tempo, diventarono, almeno in parte, grandi uomini, cioè eroi.
    Nei tempi moderni sono spariti via via i gentiluomini, i galantuomini, e finalmente son quasi scomparsi perfino gli uomini.
    Ora son rimasti sulla scena i sottomini che stanno fantasticando intorno ai superuomini. (pag. 101)
  • Ogni uomo, anche celebre, anche famoso, anche glorificato in vita, è uno sconosciuto e rimane per sempre sconosciuto a tutti, a quelli che lo procrearono, a quelli che lo amarono, a quelli che lo odiarono, a quelli che lo ammiravano e perfino – ed è la più grave sentenza del destino – rimane quasi ignoto anche a se stesso. (pag. 102)
  • Nella chiesa orientale alcuni teologi moderni, tra i quali Berdiaef, hanno proclamato che la figura dell'uomo è coeva di quella di Dio, in quanto la Seconda Persona, cioè Cristo, ha sempre avuto in sé l'immagine umana, ed è anzi l'uomo perfetto ab aeterno. Ma questo non vuol dire che il genere umano al quale apparteniamo non abbia avuto principio e non sia il frutto di un atto creativo.
    Non voglio finire senza riferire la curiosa dichiarazione di un mio vecchio amico scultore, eccellente scultore ed eccellente amico. Tutte le volte che egli discorre con me o con altri, sulla vita e sulla morte, conclude sempre con queste apocalittiche parole: io non morirò mai per la semplice ragione che non sono mai nato. (pagg. 104-105)
  • I medici sono più pericolosi delle malattie, ma le medicine sono ancor più pericolose dei medici. (pag. 107)
  • L'uomo si vendica col riso di coloro dei quali non può fare a meno nei giorni del tremore, del dolore e del terrore. (pag. 109)
  • La bellezza è un dono della pietà divina. (pag. 110)
  • Tùndalo, filosofo impossibilista, scandagliava un giorno il suo viso nella specchiera di una locanda e diceva fra sé: «Vedo due sopraccigli, due occhi, due narici, e due orecchi. Perché mai Dio ci ha dato una sola bocca? Eppure io penso che ci vorrebbe una bocca per divorare, per mordere, per vomitare e per urlare e un'altra bocca per sorridere, per baciare e per cantare». (pag. 112)
  • Il Renouvier – filosofo assai noto nel passato secolo – immaginò che Dio avesse creato un mondo perfetto e che gli uomini, stolti e perversi, l'abbiano ridotto come ora si vede.
    Fantasia poco persuadente e molto irriverente ma che oggi – scendendo dall'ordine teologico a quello storico – appare meno fantastica che a prima vista non sia. (pag. 113)

Ave Eva[modifica]

  • La vita umana si riduce tutta a errori e rinunzie. Finché siamo giovani gli errori son più numerosi delle rinunzie; nella vecchiaia aumentano le rinunzie ma non per questo diminuiscono gli errori. (pag. 135)
  • Ogni idea, per quanto assurda sembri al primo suo apparire, è una favilla che, con l'andar del tempo, incendia il mondo. (pag. 139)
  • La vita non è illusione né finzione ma i sogni e le illusioni fanno parte della vita, son elementi essenziali della realtà; sono la più alta e degna e nobile espressione della vita.
    Il sogno non è sogno ma è vita. (pag. 146)
  • [...] E si potrebbe con eguale approssimazione affermare che nulla nel mondo umano è permesso, perché non c'è azione o manifestazione degli uomini che non sia vietata da qualche legge divina o umana, scritta o tacita, giuridica o rituale, filosofica o politica.
    Se uno di noi fosse scrupoloso, guardingo e remissivo fino al punto di osservare fedelmente tutte le norme e le regole dei codici, dei decaloghi, dei galatei e simili, costui non potrebbe mai muovere foglia perché anche negli atti considerati più innocenti correrebbe il rischio di infrangere un antico precetto sacerdotale o di contravvenire a un semplice regolamento municipale. (pag. 158)
  • Se i cristiani credessero effettivamente a Cristo farebbero il più delle volte il contrario di ciò che fanno e sarebbero l'opposto di quel che sono in quasi tutte le ore della vita cioè superbi, avidi, avari, vendicativi, violenti, carnali e bestiali.
  • La felicità non accompagna mai né la potenza né il genio né la bellezza, benché questi tre doni siano i più desiderati dalle creature umane. Eppure la felicità è uno dei sogni più comuni degli uomini e molti credono conseguirla attraverso quei tre beni che invece la fanno impossibile. E siccome la felicità può essere difficilmente ottenuta dai deformi, dagli imbecilli e dai deboli risulta chiaramente che la chasse au bonheur che, secondo Stendhal, era la grande occupazione della vita, equivale alla caccia del liocorno o della fenice. (pagg. 164-165)
  • Se consideriamo tutta la terra abitata si vedrà che le moltitudini di quelli che vivono a spese del male – cioè della sventura e del peccato – sono, contando anche quelli che fanno parte della loro cerchia, sterminate e immense. Ho calcolato per mio conto che un quarto almeno dell'umanità vive alle spalle della malattia e del delitto. (pag. 166)
  • Non è vero che la sventura genera sventura; molte volte essa non è che il pagamento anticipato di un dono che vale assai più della caparra. (pag. 166)
  • Ridere significa aver paura. L'uomo è «l'animale che ride» perché lui solo sa di dover morire.
  • Tutto ciò che è davvero desiderabile è per gli uomini impossibile; tutto ciò che è possibile abbassa o delude, cioè non è desiderabile. (pag. 182)
  • La riconoscenza del beneficato arriva difficilmente fino al punto di perdonare al suo benefattore. (pag. 187)
  • L'adulatore è colui che dice – senza pensarle – le cose medesime che l'adulato pensa di sé – senza avere il coraggio di dirle. (pag. 187)
  • Disgraziatamente coloro che dicono male di noi lo dicono quasi sempre assai bene mentre coloro che dicono bene di noi lo dicono quasi sempre piuttosto male. (pag. 187)
  • La malizia è una musa più efficacemente ispiratrice che non l'amicizia. (pag. 187)

[Giovanni Papini, La spia del mondo, Vallecchi Editore Firenze, 1955.]

Storia di Cristo[modifica]

Incipit[modifica]

Da cinquecent'anni queli che si dicono «spiriti liberi» perché hanno disertato la Milizia per gli Ergastoli smaniano per assassinare una seconda volta Gesù. Per ucciderlo nei cuori degli uomini.
Appena parve che la seconda agonia di Cristo fosse ai penultimi rantoli vennero innanzi i necrofori. Bufoli presuntuosi che avevan preso le biblioteche per stalle; cervelli aerostatici che credevano di toccare le sommità del cielo montando nel pallon volante della filosofia; professori insatiriti da fatali sbornie di filologia e di metafisica si armarono – l'Uomo vuole! – come tanti crociati contro la Croce. Certi frottolanti svolazzatoi fecero vedere in candela, con una fantasia da far vergogna alla famosa Radeliffe, che la storia degli Evangeli era una leggenda attraverso la quale si poteva tutt'al più ricostruire una vita naturale di Gesù, il quale fu per un terzo profeta, per un terzo un negromante e per quell'altro terzo arruffapopoli; e non fece miracoli, fuor della guarigione ipnotica di qualche ossesso, e non morì sulla croce ma si svegliò nel freddo della tomba e riapparve con arie misteriose per far credere d'esser risuscitato. Altri dimostravano, come quattro e quattro fa otto, che Gesù è un mito creato ai tempi d'Augusto e di Tiberio e che tutti gli Evangeli si riconducono a un intarsio inabile di testi profetici. Altri rappresentarono Gesù come un eclettico venturiero, ch'era stato a scuola dai Greci, dai Buddisti e dagli Esseni e aveva rimpastato alla meglio i suoi plagi per farsi credere il Messia d'Israele. Altri ne fecero un umanitario maniaco, precursore di Rousseau e della divina Democrazia: uomo eccellente, per i suoi tempi, ma che oggi si metterebbe sotto la cura d'un alienista. Altri, infine, per farla finita per sempre, ripresero l'idea del mito e a forza di almanaccamenti e comparizioni conclusero che Gesù non era mai nato in nessun luogo del mondo.

Citazioni[modifica]

  • La non resistenza al male repugna profondamente alla nostra natura. (pag. 144)
  • Nulla è più comune tra gli uomini che della bramosia delle ricchezze. (pag. 145)
  • Tutta la storia degli uomini non è che il terrore della secondità. (pag. 145)
  • L'avarizia degli uomini è tanto grande che ciascuno s'ingegna quanto può di prender molto dagli altri e di render poco. (pag. 147)
  • L'odio verso sé stessi e l'amore verso i nemici è il principio e la fine del Cristianesimo. (pag. 148)
  • Amare i nemici è l'unica via perché non resti sulla terra neanche un nemico. (pag. 148)
  • Il mondo antico non conosce l'Amore. Conosce la passione per la donna, l'amicizia per l'amico, la giustizia per il cittadino, l'ospitalità per il forestiero. (pag. 161)
  • Nel più nobile mondo eroico dell'antichità non c'è posto per l'amore che distrugge l'odio e piglia il posto dell'odio, per l'amore più forte della forza dell'odio, più ardente, più implacabile, più fedele; per l'amore che non è oblio del male ma amore del male – perché il male è una sventura per chi lo commette più che per noi – non c'è posto per l'amore dei nemici.
    Di questo amore nessuno parlò prima di Gesù: nessuno di quelli che parlarono d'amore. Non si conobbe quest'amore fino al Discorso sulla montagna. (pag. 163)
  • L'idea di Gesù è una sola, questa sola: trasformare gli Uomini da Bestie in Santi per mezzo dell'Amore. Circe, la maga, la consorte satanica delle belle mitologie, convertiva gli eroi in bestie per mezzo del piacere. Gesù è l'antisatana, l'anticirce, colui che salva dall'animalità con una forza più potente del piacere. (pag. 165)
  • La tristezza del discendere è il prezzo pattuito della gioia del salire. (pag. 178)
  • Il matrimonio è una promessa di felicità e un'accettazione di martirio. (pag. 198)

[Giovanni Papini, Storia di Cristo, Vallecchi Editore Firenze, 1935.]

Incipit di Un uomo finito[modifica]

Io non sono mai stato bambino. Non ho avuto fanciullezza.
Calde e bionde giornate di ebbrezza puerile; lunghe serenità dell'innocenza; sorprese della scoperta quotidiana dell'universo: che cosa son mai? Non le conosco e non le rammento. L'ho sapute soltanto dai libri, dopo.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni su Giovanni Papini[modifica]

  • Agostino non è un autore qualsiasi. In lui si trova tutto: c'è il giovanotto che conosce un'esistenza brillante e c'è il santo; è un cittadino del mondo e non soltanto un colto, inoltre è moderno perché le sue pagine lo fanno sentire ancora vivo nelle idee. Papini sosteneva che è uno degli uomini che non riescono a morire. (Agostino Trapè)
  • Che cos'è Papini? Non lo so. Alle volte mi pare un arcangelo, gli s'illuminano gli ochhi e ci sono riflessi d'oro sui suoi capelli ricciuti, come un'aureola. Alle volte mi pare uno gnomo, storto, maligno, unghioso. (Giuseppe Prezzolini)
  • Papini, padre dello scandalo, del poeta cicerone che le dolcezze finocchie di ... condusse per gli orti del bene e del male tra famigliari serponi e coccodrilli, macabro spaventapasseri, impuro ciarlatano di piazza della poesia. Chi più tollererà le sue delicatezze di sbirro? (Dino Campana)
  • Quando mi domandano che cosa mi ha colpito di più nel mio ritorno in Italia, rispondo senza esitazione: Papini. Papini è la cosa più grande che ci ho trovato. (Giuseppe Prezzolini)
  • Sospetto che Papini sia stato immeritatamente dimenticato. (Jorge Louis Borges)

Note[modifica]

  1. citato in Sandro Gentili, Carteggio Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Vol. I, 2003, ISBN 88-8498-115-8

Bibliografia[modifica]

  • Giovanni Papini, Il tragico quotidiano, Lunachi, Firenze, 1903.
  • Giovanni Papini, Dizionario dell'Omo Selvatico, con Domenico Giuliotti, Vallecchi, Firenze, 1923.
  • Giovanni Papini, Storia di Cristo, Vallecchi Editore Firenze, 1935.
  • Giovanni Papini, Il diavolo, Vallecchi, Firenze, 1953.
  • Giovanni Papini, La spia del mondo, Vallecchi Editore Firenze, 1955.
  • Giovanni Papini, Schegge, Vallecchi, Firenze, 1971.
  • Giovanni Papini, Il sacco dell'orco, Vallecchi.

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