Henry Miller

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Henry Miller

Henry Valentine Miller (1891 – 1980), scrittore statunitense.

Citazioni di Henry Miller[modifica]

  • Agli inizi era la Parola. L'uomo ne dà rappresentazione. Ma l'attore non è lui; lui è solo la rappresentazione. (da Il mondo del sesso)
  • Confusione è parola inventata per indicare un ordine che non si capisce. (da Tropico del Capricorno, in Opere)
  • [Sull'ispirazione] Direi che succede tutto negli attimi di calma, di silenzio, mentre cammini o ti radi o giochi a qualcosa, persino mentre parli con qualcuno che non ti suscita grande interesse. Lavori tutto il tempo, la tua mente lavora, a quel problema nel retro del tuo cervello. (citato in Corriere della sera, 30 marzo 2010)
  • In un giorno come oggi capisco quel che vi ho già ripetuto cento volte: che non c'è niente di sbagliato al mondo. Quel che è sbagliato è il nostro modo di guardarlo.[1]
  • In una sala di specchi non c'è modo di voltare le spalle a te stesso. (da Tropico del Capricorno)
  • Ogni uomo con la pancia piena di classici è un nemico della razza umana. (da Tropico del Cancro, in Opere)

Il colosso di Maroussi[modifica]

Incipit[modifica]

Non sarei mai andato in Grecia se non fosse stato per una ragazza chiamata Betty Rayan, che abitava nella mia stessa casa, a Parigi. Una sera, davanti a una coppa di vino bianco, cominciò a parlare di ciò che aveva visto nei suoi vagabondaggi per il mondo. Io la ascoltavo sempre con molta attenzione, non solo perché le sue esperienze erano insolite, ma perché quando parlava dei suoi vagabondaggi pareva dipingerli: tutto ciò che descriveva mi restava nella memoria come tele di un maestro. Quella sera, fu una conversazione piuttosto speciale, la nostra: avevamo cominciato a parlare della Cina e della lingua cinese, che ella s'era accinta a studiare. In breve fummo nell'Africa Settentrionale, nel deserto, fra popolazioni di cui fino a quella sera avevo sempre ignorato l'esistenza.

Citazioni[modifica]

  • In Grecia le rocce sono eloquenti: gli uomini possono cadere morti, ma le rocce mai. (p. 53)
  • Dovremo sapere un giorno che cosa voglia dire avere vita eterna: quando avremo cessato di assassinare. (p. 87)
  • Il crimine contiene l'enigma, così profondo come la salvezza medesima. (p. 87)
  • Gli uomini che non credono in nulla scrivono tomi su divinità che non sono mai esistite. (p. 87)

Il giudizio del cuore[modifica]

  • L'arte non insegna nulla se non il significato della vita. (Riflessioni sulla scrittura)
  • L'ideale americano è la gioventù – una gioventù avvenente e vuota. (Raimu)
  • Lo scopo della vita è vivere, e vivere significa essere consci, gioiosamente, ebbramente, serenamente, divinamente consci. (Morte creatrice)
  • Occorre dare un senso alla vita per il semplice fatto che essa non ha senso. (Morte creatrice)

Il tempo degli assassini[modifica]

Incipit[modifica]

Fu nel 1927, nel seminterrato di una squallida casa di Brooklyn; là per la prima volta ho sentito pronunciare il nome di Rimbaud. Avevo allora trentasei anni ed ero negli abissi della mia personale e prolungata Stagione all'Inferno. Un adescante libro su Rimbaud si trascinava per casa, ma io non l'avevo mai degnato di uno sguardo. Per il motivo che odiavo la donna a cui esso apparteneva, la quale viveva allora con noi. Nell'aspetto, nel temperamento e nel contegno, come più tardi scopersi, era difficile immaginare qualcuno che somigliasse più davvicino a Rimbaud.

Citazioni[modifica]

  • Rimbaud dalla letteratura passò alla vita: io ho fatto il contrario.
  • Per quanto avventuriero, Rimbaud era tuttavia ossessionato dall'idea di raggiungere la libertà, che egli traduceva in termini di sicurezza economica.
  • Un altro spettro lo ossessionò giorno e notte: il servizio militare.
  • Sin dall'infanzia, egli [Rimbaud] era stato un fanatico, un tipo a cui toccava andare a fondo, o di morire. In ciò consiste la sua purezza, la sua innocenza.
  • Rimbaud è più vicino al matematico e allo scienziato che al poeta del nostro tempo.
  • Il solo di cui la tragedia si apparenti strettissimamente con quella di Rimbaud è Vincent Van Gogh.
  • C'è un passo di Una Stagione all'Inferno (il capitolo intitolato «L'Impossibile») che offre, si direbbe, la chiave per caratterizzare la lancinante tragedia descritta dalla vita di Rimbaud. [...] Come Lucifero, Rimbaud arriva a farsi scacciare dal Paradiso, il Paradiso della Giovinezza. E non è debellato da un Arcangelo, bensì dalla propria madre, che per lui impersona l'autorità.
  • «Quando andremo?» domanda. «Quando andremo... a salutare la nascita del lavoro nuovo, la nuova saggezza, la fuga dei titani e dei demoni, la fine della superstizione, ad adorare – per primi! – il Natale sulla terra?» Come ricordano, queste parole, il contemporaneo che egli non conobbe mai: Nietzsche!
    Quale rivoluzionario ha proclamato la via del dovere in modo più chiaro e incisivo?
  • [Rimbaud] non tentava di instaurare una nuova scuola artistica [...] indicava l'unione tra l'arte e la vita, componeva lo scisma, risanava la ferita mortale.
  • Nel fulcro di questa ruota che dardeggia luce sugli spazi deserti, Blake e Nietzsche regnano come sfavillanti stelle doppie; il loro messaggio è ancora così nuovo che pensiamo ad essi in termini di pazzia. Nietzsche ricombina tutti i valori esistenti; Blake plasma una nuova cosmogonia. Per molti aspetti Rimbaud è vicino a entrambi.
  • Rimbaud fu un suicida vivente. Tanto più insopportabile per noi.
  • Col rifiutarsi di nominare, definire o delimitare il vero Iddio, stava sforzandosi di creare quella che potrebbe chiamarsi la plenitudine del vuoto, dove l'immaginazione di Dio possa mettere radici. Non ha la grossolanità o la familiarità del prete che conosce Dio e gli parla tutti i giorni. Rimbaud sapeva che c'è una più alta comunione dello spirito con lo spirito.

L'incubo ad aria condizionata[modifica]

  • I ciechi guidano i ciechi. È il sistema democratico.
  • L'artista è, in primo luogo, uno che ha fiducia in se stesso.
  • La musica è un ottimo narcotico, se non la prendi troppo sul serio.
  • Un prigioniero non ha sesso. È l'eunuco particolare di Dio.

Primavera nera[modifica]

Incipit[modifica]

Sono un patriota: della 14a Sezione Brooklyn, dove sono cresciuto. Per me il resto degli Stati Uniti non esiste se non come idea, o storia, o letteratura. A dieci anni, fui sradicato dalla mia terra natia e trapiantato in un cimitero, un cimitero luterano, con le tombe sempre in ordine e le corone che non appassivano mai.
[Henry Miller, Primavera nera, traduzione di Attilio Veraldi, Oscar Mondadori, 2000]

Citazioni[modifica]

  • Ciò che non è in mezzo alla strada è falso, derivato, vale a dire: letteratura. (1968)
  • Il mondo è lo specchio di me morente. (1968)
  • Svuotare la vescica gonfia è una delle grandi gioie umane. (1968)
  • Come essere umano che va in giro al crepuscolo, all'alba, a strane ore, a ore impossibili, il senso di essere solo e unico mi fortifica a un punto tale che quando cammino in mezzo alla folla e non mi sento più un essere umano ma una semplice macchia, uno sputo, comincio a pensare a me stesso solo nello spazio, creatura unica e sola circondata dalle più belle strade vuote, bipede umano che s'aggira tra grattacieli quando tutti gli abitanti della città sono fuggiti, e sono solo allora e cammino e canto e regno sulla terra. (2000; p. 25)
  • Che importa? Se un ritratto comincia male è perché non stai descrivendo la donna che hai in mente: stai pensando a quelli che vedranno il ritratto anziché alla donna che posa per te. Prendi Van Norden — già, lui è un altro caso. Sono due mesi che tenta di cominciare quel suo romanzo. Ogni volta che lo vedo ha pronto un nuovo inizio. (2000; p. 36)
  • Ciò che mi colpì, lì nell'orinatoio dalle parti dei giardini del Lussemburgo, fu quanto poca importanza ha il contenuto del libro. E il momento in cui lo si legge che importa, è il momento che contiene il libro, il momento che definitivamente e per sempre colloca il libro nell'ambiente vivo di una stanza. (2000; p. 43)
  • Oh i meravigliosi intervalli al gabinetto! A essi devo la mia conoscenza di Boccaccio, Rabelais, Petronio, dell'Asino d'Oro. Tutte le mie valide letture, si può dire, furono fatte al gabinetto. Nel peggiore dei casi, Ulisse o un romanzo giallo. Ci sono passi nell'Ulisse che si possono leggere soltanto al gabinetto, se si vuole gustare appieno il piacere che essi danno. (2000; p. 45)
  • Proprio sotto al culo del cavallo, là dove la groppa inizia e termina, e là dove Salvador Dalì molto probabilmente avrebbe piazzato una sedia Louis Quinze o una molla d'orologio, comincio a disegnare con tratti liberi e disinvolti una paglietta, un chapeau melon. (2000; p. 62)
  • La stalla sta sui cavalli e i cavalli stanno nell'urina calda, e ogni tanto fremono e agitano la coda e scorreggiano e nitriscono. La stufa brilla come un rubino, l'aria è azzurra di fumo. Le bottiglie stan sotto al tavolo, sulla credenza, nel lavandino. George lo Scemo cerca di grattarsi il collo con una manica vuota. (2000; p. 101)
  • L'intera mia vita si dispiega in una mattina ininterrotta. Scrivo dal nulla ogni giorno. Ogni giorno un mondo nuovo è creato, nuovo e separato e completo, e lì sono io, tra le costellazioni, dio così pazzo di sé da non far nulla se non cantare e plasmare nuovi mondi. Intanto il vecchio universo se ne va in pezzi. Il vecchio universo somiglia a un laboratorio di sartoria nel quale si stirano pantaloni e si smacchiano brachette e si cuciono bottoni. Il vecchio universo odora come una cucitura bagnata che riceve il bacio di un ferro rovente. (2000; p. 109)
  • Non è né giorno né notte. È l'alba che viaggia a brevi onde al battito delle ali di un albatro. I suoni che mi giungono sono attutiti, rimbombanti, smorzati, come se i travagli dell'uomo si svolgessero sott'acqua. Sento la marea che si ritrae ma non ho paura di essere risucchiato, sento le onde che sciabordano ma non ho paura d'affogare. Cammino tra i relitti e i rottami del mondo, ma i miei piedi non sono contusi. Non c'è limite al cielo né divisione tra terra e mare. Mi muovo tra chiusa e orifizio con piede instabile, che scivola. Non annuso niente, non odo niente, non vedo niente, non avverto niente. Supino o prono, di fianco come il granchio o a spirale come un uccello, tutto è beatitudine vellutata e indifferenziata. (2000; p. 152)
  • Il locale era molto angusto e c'erano cartelli dappertutto: «Il Signore è il Mio Pastore, io non mancherò di niente» eccetera. Quello che saltava agli occhi più di tutti stava sopra al pulpito: «Non sputate sul pavimento». (2000; p. 202)
  • E lo scopo di tutto questo? Dimostrare ciò che non è stato ancora dimostrato, e cioè che
IL GRANDE ARTISTA È COLUI CHE VINCE
IL SUO IO ROMANTICO.

     Catalogato sotto VT come veleno per topi. (2000; p. 213)

  • Avanzando verso la cima della montagna, studio le sagome rigide dei vostri edifici che domani crolleranno e stramazzeranno tra nubi di fumo. Studio i vostri programmi di pace che si concluderanno in una grandine di pallottole. Studio le vostre lucenti vetrine piene zeppe d'invenzioni di cui domani non sapremo che farcene. Studio le vostre facce consunte intaccate dal lavoro, i vostri piedi piatti, i vostri stomaci collassati. Vi studio individualmente e presi nello sciame – e come puzzate, tutti quanti! Puzzate come Dio e il suo amore pietoso e la sua saggezza. Dio il divoratore di uomini! Dio lo squalo che guizza con i suoi parassiti! (2000; pp. 225-226)

Explicit[modifica]

Domani potrete completare la distruzione del vostro mondo. Domani potrete cantare in paradiso sopra le rovine fumanti delle vostre città terrene. Stasera però vorrei pensare a un uomo, a un individuo solitario, a un uomo senza nome né paese, un uomo che io rispetto perché non ha assolutamente niente in comune con voi: me stesso. Stasera mediterò su ciò che io sono.
Louvecienne – Clichy – Villa Seurat 1934-35

Sexus[modifica]

  • Il sesso è una delle nove ragioni della reincarnazione. [...] Le altre otto sono prive di importanza.
  • L'uomo eternamente turbato dai problemi dell'umanità, o non ha problemi suoi o si è rifiutato di affrontarli.
  • Le critiche sincere non significano nulla: quello che occorre è una passione senza freni, fuoco per fuoco. (cap. II)
  • Nessuno metterebbe una sola parola sulla carta se avesse il coraggio di vivere ciò in cui crede.
  • Parole, frasi, idee, non importa quanto sottili o ingegnose, i voli più folli della poesia, i sogni più profondi, le visioni più allucinanti, non sono altro che rozzi geroglifici cesellati nella sofferenza e nel dolore per commemorare un evento non comunicabile.
  • Arrendersi nel modo più assoluto e incondizionato alla donna che si ama significa spezzare ogni legame tranne il desiderio di non perderla, ed è quello il legame più terribile di ogni altro.
  • [...] mi sentivo completamente riposato, puro di cuore, e ossessionato da un'dea fissa... possederla ad ogni costo.
  • Le ambizioni che potevo aver avuto un tempo si erano dileguate; non esisteva più nulla che io volessi fare.
  • L'assenza di lei mi cancella.
  • Voglio leccarle la carne dalle ossa.
  • Conversammo liberamente e in modo comprensivo. Non seppi di lei, e della sua vita, nulla di più di quanto avessi saputo prima, non a causa di una qualsiasi segretezza da parte sua, ma perchè il momento era troppo pieno e né il passato né il futuro sembravano importanti.

Tropico del Cancro[modifica]

Incipit[modifica]

Abito a villa Borghese. Non un granello di polvere, non una sedia fuori posto. Siamo soli, e siamo morti.
Ieri sera Boris si è accorto di avere i pidocchi. Gli ho dovuto radere le ascelle, ma il prurito non ha smesso. Come si fa a prendere i pidocchi in un posto bello come questo? Ma non pensiamoci. Non ci saremmo mai conosciuti cosí intimamente, Boris ed io, se non fosse stato per i pidocchi.
Boris mi ha fornito poco fa un compendio di come la vede. È un profeta del tempo. Farà brutto ancora, dice. Ci saranno ancora calamità, ancora morte, disperazione. Non c'è il minimo indizio di cambiamento. Il cancro del tempo ci divora. I nostri eroi si sono uccisi, o s'uccidono. Protagonista, dunque, non è il Tempo, ma l'Atemporalità. Dobbiamo metterci al passo, passo serrato, verso la prigione della morte. Non c'è scampo. Non cambierà stagione.
[Henry Miller, Tropico del Cancro, traduzione di Luciano Bianciardi, Feltrinelli, 1987]

Citazioni[modifica]

  • Voi mi dareste fastidio? No, beati scarafaggi, non mi date fastidio. Voi mi nutrite. State seduti l'uno accanto all'altro e io so che fra voi c'è un abisso. La vostra vicinanza è la vicinanza dei pianeti. Io sono il vuoto in mezzo a voi. Se io me ne vado, non vi resta più vuoto in cui nuotare. (p. 39; 1987)
  • La madama è in piedi accanto al bidet e impreca e sputa. Ci sono anche le ragazze, con le salviette in mano. Ci siamo tutti e cinque, a guardare il bidet. Nell'acqua galleggiano due stronzi enormi. La madama si china e ci mette sopra una salvietta. "Terribile! Terribile!" geme. "Mai visto una cosa cosí! Maiale. Sporco porcello!"
    Il ragazzo indù mi guarda con aria di rimprovero. "Dovevi dirmelo!" fa. "Non sapevo che non sarebbe passata. Ti ho chiesto dove andare e tu mi hai detto di farla lí." Sta quasi per piangere. (p. 97; 1987)
  • Il mondo deve diventare carne; l'anima ha sete. Su qualunque crosta mi si fermi l'occhio, io voglio piombarci sopra, e divorare. Se vivere è il meglio che ci sia, allora voglio vivere, a costo di diventare cannibale. Finora ho cercato di salvare la mia pellaccia preziosa, ho cercato di conservare i pochi pezzi di carne che mi nascondono le ossa. Ne ho abbastanza. Ho raggiunto i limiti della sopportazione. Son con la schiena al muro; non posso ritrarmi più indietro. Per ciò che riguarda la storia sono morto. Se c'è qualcosa rimasto alle mie spalle, dovrà balzare all'indietro. Ho trovato Dio, ma è insufficiente. Io sono morto solo spiritualmente. Fisicamente sono vivo. Moralmente sono libero. Il mondo da cui mi son staccato è un serraglio. Erompe l'alba su di un mondo nuovo, una giungla in cui gli spiriti magri vagano con artigli aguzzi. Se io sono una iena, sono una iena magra e affamata: vado a ingrassarmi. (p. 103; 1987)
  • "Va bene, se è così, la chiavo, se non la vuoi chiavare tu. Diglielo. Ma sii accorto però. Con una donna così bisogna andarci piano. Portami da quelle parti e lascia che le cose si combinino da sé. Fammi un mucchio di elogi. Fai anche il geloso... Merda, magari la si chiava insieme… andiamo nei bei posti e si mangia insieme... si va in macchina e a caccia, coi bei vestiti addosso. Se vuole andare al Borneo, facciamoci portare. Nemmeno io so sparare, ma questo non conta. Non importa nemmeno a lei. Lei vuole soltanto farsi chiavare, e basta. Tu seguiti a parlare delle sue braccia. Mica c'è bisogno di guardarle di continuo le braccia, no? […]." (p. 117; 1987)
  • In Whitman tutto il mondo americano prende vita, il passato e il futuro, la nascita e la morte. Tutto quel che c'è di valido in America, l'ha espresso Whitman, e non c'è altro da dire. Il futuro appartiene alla macchina, ai robot. Egli, Whitman, fu il Poeta del Corpo e dell'Anima. Il primo e l'ultimo poeta. Oggi è quasi indecifrabile, un monumento coperto di rozzi geroglifici, per i quali non c'è chiave. (p. 227; 1987)
  • Goethe era un rispettabile cittadino, un pedante, un noioso, uno spirito universale, ma segnato col marchio di fabbrica tedesco, l'aquila bicipite. La serenità di Goethe, la sua tranquilla, olimpica disposizione, non è altro che il sonnolento stupore di una divinità borghese tedesca. (p. 228; 1987)
  • Pure, non riesco levarmi di mente lo scarto che c'è fra idee e vita. Uno scarto permanente, per quanto noi cerchiamo di celarlo con lucida tenda. E non va. Le idee debbono sposarsi all'azione; se in loro non vi è sesso, non vita, non c'è azione. Le idee non possono esistere da sole nel vuoto del pensiero. Le idee sono in rapporto con la vita: idee di fegato, idee di reni, idee interstiziali, ecc. Se fosse stato sol per amore di un'idea, Copernico non avrebbe infranto il macrocosmo esistente e Colombo non avrebbe dato alla fonda nel Mar dei Sargassi. L'estetica dell'idea produce vasi di fiori e i fiori si mettono alla finestra. Ma se non c'è né pioggia né sole a che serve mettere i fiori alla finestra? (p. 230; 1987)
  • Se un umano mai osasse tradurre tutto quello che ha nel cuore, mettere giù quella che è la sua vera esperienza, quel che è veramente verità, io credo che allora il mondo andrebbe infranto, che si sfascerebbe in frantumi, e né dio, né accidente, né volontà potrebbe mai radunare i pezzi, gli atomi, gli elementi indistruttibili che componevano il mondo. (p. 236; 1987)
  • Una volta pensavo che essere umano fosse la maggior meta dell'uomo, ma oggi vedo che questo significa distruggermi. Oggi mi vanto di poter dire che sono disumano, che appartengo non agli uomini e ai governi, che non ho nulla a che fare coi credi e coi principî. Non ho nulla a che fare con la cigolante macchina dell'umanità – io non appartengo alla terra! (p. 240; 1987)

Explicit[modifica]

Le creature umane formano una strana fauna, una strana flora. Da lontano paiono trascurabili; da vicino possono sembrare brutte e cattive. Ma soprattutto occorre che abbiano intorno aria, spazio sufficiente – spazio, anche più che tempo.

Il sole tramonta. Sento questo fiume che scorre dentro di me, il suo passato, la terra antica, il clima mutevole. Le colline gli fan dolce corona: il suo corso è stabilito.

Incipit di alcune opere[modifica]

Il mondo del sesso[modifica]

Il grosso dei miei lettori, ho spesso notato, si divide in due distinte fazioni: nel primo gruppo quelli che sostengono di essere respinti e disgustati dalla dose troppo generosa di sesso nei miei libri, e nell'altro coloro che sono ben lieti di scoprire che il sesso costituisce una componente importante della mia opera.
[traduzione di Valerio Riva, citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Nexus[modifica]

Uàu!... Uàu-uàu!... Uàu-uàu!...
Abbaiare. Abbaiare nella notte. Ululo, ma nessuno mi risponde. Urlo, ma non c'è neppure un'eco.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Opus pistorum[modifica]

Dio lo sa che ormai ci abito, a Parigi, da tanto di quel tempo, che non dovrei più stupirmi di niente. Non occorre che vai in cerca di avventure, qui, come invece a Nuova York, macché, basta aver un tantino di pazienza, e aspettare. La vita ti scova nei posti più strani e reconditi. E te ne capitano, di cose! Ma questa però... La situazione in cui mi trovo adesso ha dell'incredibile, via!

Paradiso perduto[modifica]

"CONRAD MORICAND
NATO A PARIGI, IL 17 GENNAIO 1887,
ALLE SETTE O ALLE SETTE E UN QUARTO POMERIDIANE
MORTO A PARIGI, IL 31 AGOSTO 1954."

Fu Anaïs Nin che mi presentò a Conrad Moricand. Lo portò nel mio studio alla Villa Seurat un giorno d'autunno del 1936. La mia prima impressione non fu in complesso favorevole. L'uomo sembrava tetro, pedante, egocentrico, troppo sicuro di sé. Si portava appresso una sorta di alone fatalistico.
Era il tardo pomeriggio, quando arrivò, e dopo aver fatto quattro chiacchiere andammo a mangiare in un piccolo ristorante della avenue d'Orléans. Da come esaminò il menu capii subito che era un tipo meticoloso. Chiacchierò senza interruzione per tutto il pasto, pur continuando a mangiare di gusto. Ma era una conversazione, la sua, di quelle che non si fanno a tavola, di quelle che rovinano la digestione.

Plexus[modifica]

Nella sua veste persiana attillata, col turbante uguale, era incantevole. Portava un paio di guanti lunghi e una bella sciarpa di pelliccia gettata negligentemente intorno al collo rotondo come una colonna. Era venuta primavera e avevamo scelto Brooklyn Heights per cercarvi un appartamento, volendo allontanarci il più possibile da tutta la gente che si conosceva, specialmente da Kronski e da Arturo Raymond. Ulric era l'unico a cui pensavamo di dare il nostro indirizzo. Doveva cominciare per noi una vera «vita nuova», senza intrusioni del mondo esterno.

Tropico del Capricorno[modifica]

Una volta mollata l'anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos. Dal principio non fu mai altro che caos: un fluido che mi avviluppava, e io vi respiravo per branchie. Nei substrati, dove la luna brillava ferma e opaca, era liscio e fecondo; sopra era frastuono e discordanza. In tutte le cose io vedevo subito l'opposto, la contraddizione, e fra il reale e l'irreale l'ironia, il paradosso. Ero io il mio peggior nemico. Nulla c'era che volessi fare e potessi anche non fare. Anche bambino, quando nulla mi mancava, io volevo morire; volevo arrendermi perché non vedevo senso nella lotta.

Citazioni su Henry Miller[modifica]

  • Entro un cerchio ristretto (la vita familiare e forse anche i sindacati e la politica locale) egli si sente padrone del proprio destino, benché di fronte ad eventi più grandi sia inerme come contro gli elementi. Ben lungi dal tentare di plasmare il futuro egli lascia semplicemente che le cose accadano. (George Orwell)

Note[modifica]

  1. Citato in Laura Quieti, Il segreto di Gaia, Pierre Congress, Pescara 1994.

Bibliografia[modifica]

  • Henry Miller, Il colosso di Maroussi (The Colossus of Maroussi), traduzione di Giorgio Monicelli, Oscar Mondadori, 1976.
  • Henry Miller, Il giudizio del cuore, traduzione di Fiorelsa Iezzi, Christian Marinotti Edizioni.
  • Henry Miller, Il mondo del sesso, traduzione di Valerio Riva, Mondadori, 1999.
  • Henry Miller, Il tempo degli assassini, a cura e traduzione di Giacomo Debenedetti, SugarCo 1964.
  • Henry Miller, L'incubo ad aria condizionata, traduzione di Vincenzo Mantovani, Einaudi, 1962.
  • Henry Miller, Opere, a cura di Guido Almansi, traduzione di Luciano Bianciardi, Attilio Veraldi, Salvatore Rosati, Vincenzo Mantovani, Mondadori, 1992.
  • Henry Miller, Opus pistorum, traduzione di Pier Francesco Paolini, Feltrinelli, 2002. ISBN 8807814730
  • Henry Miller, Paradiso perduto, traduzione di Vincenzo Mantovani, Einaudi, 1961.
  • Henry Miller, Plexus, traduzione di Henry Furst, Mondadori, 1992.
  • Henry Miller, Primavera nera, Traduzione di Attilio Veraldi, Feltrinelli, 1968.
  • Henry Miller, Primavera nera, traduzione di Attilio Veraldi, Oscar MOndadori, 2000.
  • Henry Miller, Sexus, traduzione di Bruno Oddera, Mondadori, 1992.
  • Henry Miller, Tropico del Cancro, traduzione di Luciano Bianciardi, Feltrinelli, 1987.
  • Henry Miller, Tropico del Capricorno, traduzione di Luciano Bianciardi riveduta da Guido Almansi, Mondadori, 1993. ISBN 880437652X

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]