Saverio Raimondo

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Saverio Raimondo (1984 – vivente), comico italiano.

Citazioni di Saverio Raimondo[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • [Circa la sua educazione scolastica dalle suore.] Non mi hanno neanche molestato: ma come le hanno scelte?[1]
  • Ci sono Paesi nel mondo, occidentali e vicinissimi al nostro, dove i comici satirici che fanno umorismo sulla religione li uccidono; mentre qui in Italia un comico blasfemo basta pagarlo quattro milioni di euro che diventa catechista in prima serata su RaiUno.[2]
  • [«Ti manca l'essere preso sul serio?»] No no, assolutamente no, anzi, è un rischio che cerco sempre di non correre e faccio di tutto per essere sempre ridicolo, ecco. Perché altrimenti il messaggio satirico non diventa più satirico. Nel momento in cui un comico viene preso sul serio, ha smesso di fare satira.[3]
  • [«Oggi spesso la realtà supera l'immaginazione. Per questo la satira fa fatica?»] No. Sono stanco di sentirlo dire. Non è vero: la realtà supera l'immaginazione mediocre. La realtà è sempre battibile, è banale e mediocre. La fantasia può sempre battere la realtà. Certo, bisogna averne i mezzi e la libertà per farlo.[4]
  • [«Come riassumeresti il tuo stile, il tuo approccio?»] Jazzistico: ho un tema, spesso standard; e ci entro e ci esco. E cerco di mettermi costantemente in ridicolo, alla berlina; di non avere alcuna autorità. Questo mi dà il patentino per mettere in ridicolo e togliere autorevolezza a qualunque altra cosa.[5]
  • Il generalismo è morto. Se dovessi fare una mia cosa sulla tv generalista, non sarebbe generalista. Non ha senso fare del generalismo oggi. Vale per ogni settore: si va sempre più a segmentare. Seguire un obiettivo generalista, dal punto di vista editoriale, è idiota. E io con l'idiozia non ci voglio avere a che fare.[6]
  • La stand-up comedy è come la musica: bello il disco, ma il live è molto meglio. La stand-up comedy vive del rapporto quasi intimo tra il comico e gli spettatori. La stand-up comedy più autentica è nei club, non nelle arene o nei teatri. La differenza è come tra il porno e il sesso vero: il porno è figo, ma il sesso vero è... vero![6]

I linguaggi della comicità

Intervista di Alessandro Gazoia, Internazionale.it, 14 febbraio 2015

  • Insomma, [per gli italiani] Luttazzi sta alla stand-up comedy come Fernanda Pivano sta alla letteratura dei grandi americani, con la differenza che Fernanda Pivano non andava a dire che Sulla strada l'aveva scritta lei. Questa è un po' una differenza etica, anche se Luttazzi non è riducibile a uno che copia. C'è sicuramente il problema della quantità e qualità di ciò che lui ha "tradotto", usiamo questo termine meno polemico. Perché il materiale che ha tradotto era proprio tanto e soprattutto era quello che faceva la differenza, la roba davvero geniale. Sai, sulla satira, come Luttazzi stesso ricorda, importa il tuo punto di vista ma quando il tuo punto di vista sull'aborto è quello di Bill Hicks, quando il tuo punto di vista sulla guerra è quello di George Carlin, allora... [...] Ma [...] se il suo valore artistico in qualche modo esce ridimensionato, la sua importanza culturale no. Luttazzi ha avuto in questo paese un valore culturale inestimabile.
  • Oggi il nostro immaginario collettivo è costruito nelle fondamenta, giorno dopo giorno, dalla pornografia. E stiamo pornificizzando tutto, dalla politica all'informazione. Lo vedi anche nei dettagli, nell'attacco dei primi piani schiacciati, feticisti. E questo immaginario diventa una forma mentis. Soprattutto se siamo sul web dobbiamo farci i conti. Perché la pornografia è stato il motore della rete, della stessa libertà della rete, e di Twitter e Facebook, alla fine. E se la pornografia è così forte, ovviamente, è perché c'è qualcosa di pornografico già dentro di noi.
  • Berlusconi [...] ha finito con il monopolizzare la satira in Italia, al punto tale che la satira è stata scambiata come la battuta sui politici. Mentre quella è solo una delle possibili possibilità — passami l'espressione — della satira e nemmeno la più stimolante.

L'importanza di essere ridicoli

Intervista di Davide Piacenza, Rivistastudio.com, 8 giugno 2015

  • In generale la comicità italiana ha preso una sorta di deriva, quella dell'animazione da villaggio — cosa nobilissima, intendiamoci, all'interno di un villaggio vacanze. Ma la comicità è un'altra cosa. Si è creato questo equivoco perché in questi anni in contenitori come Zelig la comedy ha sempre dovuto cercare il minimo comune denominatore per fare in modo di essere per tutti — ma proprio tutti tutti tutti, dal nonno al bambino — e non ha mai potuto perseguire la follia, la sorpresa, che dovrebbero essere le caratteristiche di base del comico. Di conseguenza si è finiti per riparare nel villaggio vacanze [...] proprio per non sperimentare, per non cercare forme che potessero creare qualche brivido in più.
  • Pensa a quei comici che quando viene data loro una vetrina importante — che so, Sanremo — fanno il loro pezzo più o meno buono e poi cercano la chiusa poetica. È una cosa terribile, mostruosa: questo paese è stato rovinato dalla poesia. Un comico deve far ridere, non deve né essere poetico né istituzionale.
  • [Sulla sua definizione di «battutismo compulsivo da social network»]. Prima esisteva soltanto qualche community [...], oggi uno la battuta la scrive direttamente su Facebook. Questo battutismo, però, non è satira, proprio perché è compulsivo, è come Dustin Hoffman in Rain Man. Il più delle volte è mero esercizio, è come fare le parole crociate o il sudoku. Una battuta satirica presuppone che ci sia comunque un'esigenza, un pensiero. E voglio dire: di esigenze di pensieri, nel corso dell'anno, quante ne abbiamo in tutto? Sei? Sette? È lecito fare battute tutti i giorni, ma io penso che sia una ginnastica mentale e non un'operazione artistica e critica come in teoria dovrebbe essere la satira. È il motivo per cui trovo poco interessante per un comico satirico di oggi affrontare l'attualità, intesa come la notizia del giorno: la battuta sul fatto del giorno la facciamo tutti, a tutte le ore e su tutti i social network. Da un prodotto televisivo mi aspetto qualcosa di più.

Saverio Raimondo è il nerd totale della comicità italiana

Intervista di Giacomo Stefanini, Vice.com, 20 giugno 2018

  • [«Come hai scoperto di voler far ridere?»] Fin da ragazzino ho sempre avuto un certo estro e una grande passione per la comicità. Da bambino amavo i film di Fantozzi, di Charlie Chaplin... Poi a 13 anni sono stato folgorato dai libri di Woody Allen, le sue raccolte di racconti, poi dai suoi film. Quella è un'età in cui si ha molto bisogno di riferimenti, e il mio era Woody Allen.
  • In Italia si è creato un equivoco molto provinciale, cioè che stand-up comedy voglia dire fare comicità scorretta su temi scorretti. Ma attenzione: ci sono casi come quello di Jerry Seinfeld, forse lo stand-up comedian con più successo della storia, che non è certo un comico scorretto. Bill Cosby, che è stato un bravissimo stupratore ma anche un ottimo comico, sul palco era molto corretto e pulito, mai una parolaccia. Carlin, nei suoi spettacoli, passava da un pezzo sulla morte a uno sulle scoregge, dall'estremamente reale al gioco di parole astratto.
  • La stand-up comedy esiste solo live. Cioè, certo, puoi filmare una serata e trasmetterla in televisione, ma per il pubblico a casa non è più stand-up comedy. Il bello è proprio la promiscuità che c'è tra il comico e la platea, siete insieme lì, in quel posto, spesso e volentieri talmente vicini che con un passo potresti trovarti sul palco e menare il comico, cosa che ogni tanto succede.
  • Il mio metodo [...] è il più stupido di tutti: mi siedo, [ride] e comincio a scrivere. Scrivere è molto importante se si parla di battute, perché la precisione anche terminologica è fondamentale per una battuta efficace. E mentre scrivo leggo a voce alta, perché deve funzionare all'orecchio, e tengo il tempo con il piede, come se fossi al pianoforte, perché la comicità è una questione di musicalità.

«Su Netflix così come in tour combatto l'ansia e diffondo il Movimento Pessimista»

Intervista di Simone Intermite, Domanipress.it, 14 marzo 2019

  • Per essere se stessi sul palco bisogna saper ironizzare sui propri difetti, per poterli superare e comprendere.
  • L'ansia può essere una qualità e che in alcune scelte di vita può anche essere d'aiuto, infatti dico spesso che solo chi vede l'aspetto negativo in tutte le cose continua a lottare per un mondo migliore.
  • Sono più ansioso nella vita che sulla scena, contrariamente a molti altri miei colleghi non sono scaramantico e non ho riti da seguire prima di uno spettacolo. Semplicemente mi limito ad annullare la sala, intesa come spazio fisico, concentrandomi sul pubblico ed entrando in empatia con chi mi ascolta ma anche con l'ambiente stesso. Certe volte, anche inconsapevolmente, osservo le luci, le pareti e gli arredi e faccio mio quel luogo che per un ora e mezza diventa il mio universo. Spesso c'è qualcosa che mi colpisce, o solo una suggestione sensoriale che mi attraversa e solitamente tendo a concentrarmi sul qui ed ora. Salgo sul palco e sono semplicemente me stesso senza costumi e maschere come un cantautore acustico che non utilizza l'amplificatore.
  • Ho sempre cercato di fare una satira indipendente dai personaggi politici, anche perchè se ci pensi è un tipo di comicità molto abusato. [...] Ho cercato di ritagliarmi una mia originalità, quindi [...] preferisco osservare il loro elettorato. Se ci pensi nessuno si concentra mai sugli elettori, che si sentono spesso protetti, anche quando compiono scelte poco coerenti... Io rivolgo il mio interesse e la mia indagine principalmente su di loro perché alla fine in democrazia il vero potere è costituito da chi vota.
  • La satira è un modo di affrontare la vita e non tratta di argomenti divertenti ma si occupa delle contraddizioni, anche scomode, della vita e sta al satiro sdrammatizzare questi contrasti ponendo spesso riflessioni importanti. Se ci pensi nella tragedia e nella satira convivono gli stessi elementi. Il modo in cui questi argomenti sono trattati è la differenza che li caratterizza.

Intervista a Saverio Raimondo

Intervista di Matteo Abrami, Prosperousnetwork.com, 23 maggio 2019

  • L'ansia, una volta raggiunto un traguardo, ti porta a guardare immediatamente oltre.
  • La stand-up comedy sicuramente non è un genere preciso, è un macro-mondo vasto e sfumato, che raccoglie cose tra loro distanti. All'interno di essa ci sono sia Jerry Seinfeld che Doug Stanhope, due persone con contenuti e linguaggio opposti, che arrivano a pubblici diversi. Seppur in zone confinanti con altri territori della comicità, all'interno della stand-up ci sono Emo Philips, Bo Burnham... [«O Adam Sandler.»] Assolutamente, ma pure Jim Carrey, anche se nel suo caso la definizione sarebbe un po' limitativa. Non è un genere netto, con regole precise e bordi ben segnati, bensì una tradizione comica molto sfumata. È un blob, un poligono irregolare.
  • La mia nerditudine si è sempre espressa nell'essere spettatore di molta comicità, attraverso film, libri, programmi e spettacoli live. Dico sempre che il miglior modo per imparare è assorbire, per essere grandi comici bisogna essere grandi spettatori.

Note[modifica]

  1. Da un'intervista a Il Venerdì di Repubblica; citato in Riccardo Staglianò, C'è vita prima della morte? Il genio comico di Saverio Raimondo, Stagliano.blogautore.repubblica.it, 30 novembre 2013.
  2. Da Ridicoli, Minimaetmoralia.it, 7 gennaio 2015.
  3. Da un'intervista a RadioBue; citato in Damiano Martin, Mai prendersi sul serio, Radiobue.it, 11 dicembre 2017.
  4. Dall'intervista di Massimo Galanto, "In tv italiana nulla di divertente, io censurato a CCN sul Papa ma non urlo allo scandalo", Tvblog.it, 7 giugno 2018.
  5. Dall'intervista di Adriano Ercolani, Saverio Raimondo, a proposito di Stand Up Comedy, Xl.repubblica.it, 21 febbraio 2019.
  6. a b Dall'intervista di Massimo Galanto, "La tv generalista è morta. In CCN mi trasformo in cartone animato per fare peggio di Adrian", Tvblog.it, 24 maggio 2019.

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