Fernanda Pivano

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Fernanda Pivano

Fernanda Pivano (1917 – 2009), giornalista, scrittrice, poetessa, traduttrice e critica musicale italiana.

Citazioni di Fernanda Pivano[modifica]

  • [Su Walt Whitman] Centocinquant'anni sono passati da quando questo ragazzaccio scamiciato, col cappello da cowboy, fascinoso di un'ambigua bellezza, giornalista e tipografo, figlio di un falegname, detestato dai professori e adorato dai ragazzi del suo tempo, capace di abbracciare tutti e di lasciarsi abbracciare da tutti, ricco di un vibrante ritmo americano, diretto e sincero, capace di affrontare il problema della situazione del Nuovo mondo, ha pubblicato a sue spese un libretto piccolino chiamandolo Leaves of Grass (Foglie d'erba). Questo ragazzaccio, capace in una ventina di anni di diventare il poeta più importante della letteratura americana di tutti i tempi, quel suo po' di educazione rudimentale l'ha ricevuta nei sei anni che ha frequentato la scuola pubblica, cominciando nel 1825 e finendo a undici anni, quando si è impiegato come fattorino in un ufficio di avvocati.[1]
  • [Riferito agli attentati terroristici dell'11 settembre 2001] Con molto dolore per i morti e per la tragedia devo dichiararmi perdente e sconfitta perché ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue. (Dall'homepage del suo sito personale).
  • Così cominciano le definizioni dei biografi: Whitman come hegeliano, come trascendentalista, come profeta del personalismo o del governo del mondo o del Cristo del nostro tempo, e chissà quante altre che ora non mi vengono in mente ma a me piace una definizione un po' patetica, un po' amorosa: «Whitman è il poeta americano, più genuinamente americano».[1]
  • [Parlando della traduzione dell'Antologia di Spoon River] Era superproibito quel libro in italia. Parlava della pace, contro la guerra, contro il capitalismo, contro in generale tutta la carica del convenzionalismo. Era tutto quello che il governo non ci permetteva di pensare [...], e mi hanno messo in prigione e sono molto contenta di averlo fatto. (dalla trasmissione La Storia siamo noi, Raitre, 25 febbraio 2008)
  • Ernest Hemingway, pochi giorni prima di spararsi in bocca, mi aveva chiamata e mi aveva detto: «Non posso più bere, non posso più mangiare, non posso più andare a caccia, non posso più fare l'amore. Non posso più scrivere». La morte di cui Hemingway aveva condensato la tragedia della sua vita e aveva fatto visualizzare i molti piccoli preavvisi, le impalpabili previsioni, a chi lo aveva conosciuto; ma il dolore, l' orrore, lo spavento per il vuoto in cui ci aveva gettato ci aveva colti lo stesso di sorpresa.[2]
  • Forse il libro [Fight Club] aprirà una nuova vena narrativa; forse il linguaggio del futuro sarà questo revival di ripetizioni nel tentativo di raggiungere una tensione che va al di là perfino dell'anarchia fondamentale dell'autore.[3]
  • Ho per lei [Laurie Anderson‎] la stima che si deve avere per una grandissima artista multimediale, ma Lou è un' altra cosa. Lui con la sua musica ha cambiato il mondo, non so se mi spiego. Peccato che a casa mia non possa sentire i suoi dischi: non sono capace di usare lo stereo. (citato in Corriere della Sera , 29 giugno 2005)
  • I giovani di oggi hanno bisogno di un blue print, che qualcuno dica loro cosa fare, perché oggi le situazioni politiche sono così drammatiche, le situazioni sociali sono così perverse che non sanno che cosa pensare, che cosa cosa fare. (dall'intervista rilasciata nel 1997 in occasione dell'ottantesimo compleanno, trasmessa da Radio Tre il 19 agosto 2009).
  • Il libro, [Fight Club] tra il sadico e il noir, è ispirato dalla disperazione, dalla alienazione, dalla violenza che conducono la Generazione X alla più completa anarchia, affondata nell'angoscia, dei giovani contemporanei.
    Ne risulta un esempio di nichilismo quasi psicopatico, o se si vuole di fondamentalismo anarchico, realizzato con invenzioni contenutistiche del tutto inconsuete e una struttura vagamente alla William Burroughs, dove associazioni e gruppi perversi vengono presentati in un linguaggio basato su ripetizioni fin troppo letterarie, su espressioni vernacolari del più recente slang e su termini medici a volte esoterici.[3]
  • [Alla domanda: Cosa pensa di quei ragazzi che affollano i concerti e parlano a modo loro?] Mi guardano smarriti, aspettando il blue print, un modello di comportamento che io non posso dare. E ogni volta dico loro la stessa cosa: tocca a voi mostrare la strada dell'integrità e dell'onestà, sperando che gli adulti la seguano [...] Sono i giovani che devono riportare la realtà all'innocenza originaria. (da un'intervista rilasciata nel settembre 1998 e citata in Il Messaggero)
  • [Ernest Hemingway] Mi prese per mano, mi condusse alla sua tavola, mi fece sedere accanto a sé e mi disse in quel suo bisbiglio così difficile da capire finché non ci si era abituati: «Raccontami dei Nazi».
    Fu l'inizio di un'amicizia che non finì mai, perché la mia devozione continuò anche dopo la sua morte.[4]
  • Nel suo stile massimalista, reazione al minimalismo caro a Raymond Carver, David Foster Wallace si abbandona a frasi lunghe, complesse, a volte sonore, a volte satiriche, e passa da monologhi analfabeti dei poverissimi alle spiegazioni tecniche ad esempio di certi medicinali, con un linguaggio base che è casuale e complesso, ricco di slang e anche di erudizione, capace di alternare precisione e imprecisione a proposito di uno stesso argomento.[2]
  • Pavese voleva che lo leggessi [Addio alle armi] per farmi capire la differenza tra la letteratura inglese e quella americana. Gli altri libri che mi lasciò quella sera con questa intenzione furono l'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, l'Autobiografia di Sherwood Anderson e i Fili d'erba di Walt Whitman.[5]
  • Quando la Beauvoir scrisse tutto di loro con tanto di nomi e cognomi e lettere d'amore a beneficio del pubblico, Algren, il grande, che aveva inventato la letteratura proletaria, si vergognò tanto che si ritirò dalla sua Chicago per andare a vivere altrove. (citato in Corriere della Sera, 17 settembre 1994)
  • Quella sera aveva inghiottito la sua polvere assassina; nessuno di noi gliela aveva tolta dalle mani. Ci ha perdonato, ci ha chiesto perdono. Di che cosa, Pavese? Che cosa le avevo fatto, che cosa mi aveva fatto, che cosa ci aveva fatto dopo aver aiutato decine di scrittori a farsi conoscere, con quel suo viso tragico che aveva dimenticato il sorriso, quella sua vita segreta che non aveva svelato a nessuno, quella sua infinita conoscenza del mondo che non le è bastata per sopportarlo.[2]
  • Se ho sbagliato perdonatemi: i sogni sono quasi sempre sbagliati, mi dicono. Eppure io non riesco a dimenticare la lezione forse più importante che mi ha dato il mio indimenticabile maestro Ernest Hemingway: "Ho fatto una pace separata". (da Ho fatto una pace separata, Dreams creek Production)
  • Si dice che Fabrizio sia il Dylan italiano, perché non dire che Dylan è il Fabrizio americano? (citata in Corriere della Sera, 19 ottobre 2008)

La mia kasbah[modifica]

Incipit[modifica]

Nella mia Kasbah, qui a Trastevere, venni a vivere quindici anni fa. Era un antichissimo palazzone diviso in due ali, ciascuna con un suo giardinetto e ciascuna suddivisa a sua volta in due ali. Ogni ala aveva una decina di appartamenti allineati, piccolini, non più di cento metri quadrati, tre stanze disposte su tre piani collegati da una scala a chiocciola che terminava su un terrazzino coi muri color ocra, quel rosato che ritorna su turri i vecchi muri romani sotto il sole del tramonto.

Citazioni[modifica]

  • Un modello immaginato per una taglia piccola diventa ridicolo su una donna grassa. (p. 97)
  • [...] è proprio impossibile varcare il muro della vita privata della gente. (p. 104)
  • Qualunque ragazzina potrebbe darci lezioni di sesso e di comportamento sessuale. Noi siamo solo delle gran cretine. Non siamo al passo con i tempi. (p. 116)
  • Quello che per me è verità, se a lei non sta bene, può essere bugia. Insomma, un'invenzione. (pp. 116-117)
  • Ricordai una lettera di Pavese a Gisella, dove diceva che quando si è innamorati si vuole vedere le fotografie dell'anima da bambina, si vuol sapere se piangeva o no, se dormiva o no, tutto. Ero innamorata io? Mi pareva proprio di sì. (pp. 138-139)
  • Se dobbiamo avere dei segreti, lascia che a me restino segreti almeno i pensieri. (p. 139)

Citazioni su Fernanda Pivano[modifica]

  • Con la Nanda ho fatto il libro The Beat Goes On: credevo di dover solo fotografare e assemblare documenti, fotografie, lettere, invece lei mi mise alla macchina da scrivere. Dettava e raccontava aneddoti meravigliosi. Anche se a volte aggiungeva: Ti è piaciuto, chissà se è vero?. (Guido Harari)

Note[modifica]

  1. a b Da Dai versi di Whitman rinacque l'America, Corriere della Sera, 24 dicembre 2005, p. 41.
  2. a b c Da Foster Wallace : addio al mago della giovane prosa, Corriere della Sera, 15 settembre 2008.
  3. a b Dalla postfazione a Chuck Palahniuk, Fight Club, Mondadori, 2013, pp. 189-191. ISBN 978-88-04-50835-9
  4. dalla postfazione ad Addio alle armi, op. cit., p. 317
  5. dalla postfazione ad Addio alle armi, op. cit., p. 316

Bibliografia[modifica]

  • Ernest Hemingway, Addio alle armi (A Farewell to Arms), traduzione e postfazione di Fernanda Pivano, prefazione di Ernest Hemingway, Oscar Mondadori, 2007. ISBN 978-88-04-56710-3
  • Fernanda Pivano, La mia kasbah, Rusconi, Milano, 1988.

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