Baruch Spinoza

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Baruch Spinoza

Baruch Spinoza (in ebraico ברוך שפינוזה, Baruch; in italiano Benedetto Spinoza; in latino Benedictus de Spinoza; in portoghese Bento de Espinosa; in spagnolo Benedicto De Espinoza), noto come Spinoza (1632 – 1677), filosofo olandese.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Ethica.

Citazioni di Baruch Spinoza[modifica]

  • Chi parla così, parla sotto l'influsso di un pregiudizio determinato dalle passioni, oppure teme a tal punto di essere confutato dai filosofi e di essere quindi esposto alla pubblica derisione, da cercar rifugio nell'ambito del sacro.[1]
  • Chi se non un disperato o un folle, sarebbe disposto a separarsi alla leggera dalla ragione e a spregiare le arti e le scienze negando a quella la possibilità di raggiungere la certezza?[1]
  • Con quanta imprudenza molti cercano di levar di mezzo un tiranno senza essere in grado di eliminare le cause che fanno del principe un tiranno... (da Adriano Sofri, Tiranno: quando si mette a morte il despota, in la Repubblica del 7 novembre 2006, p. 53)
  • .. dopo aver immaginato l'essenza dello spirito, non posso immaginarlo quadrato..[1]
  • È dunque il timore la causa che genera, mantiene ed alimenta la superstizione.[1]
  • Falso è il vanto di chi pretende di possedere, all'infuori della ragione, un altro spirito che gli dia la certezza della verità.[1]
  • Gli uomini sono soliti formare idee universali tanto delle cose naturali, quanto di quelle artificiali, idee che considerano come modelli, ai quali credono che la natura (che stimano non faccia nulla senza un fine) guardi e si proponga anch'essa come modello. Quando, dunque, vedono che accade qualcosa in natura che non concorda con il modello che hanno concepito di tale cosa credono allora che la natura abbia fallito o peccato e abbia lasciato quella cosa imperfetta.[1]
  • La perfezione e l'imperfezione sono in realtà soltanto modi del pensare, cioè nozioni che siamo soliti inventare per il fatto che confrontiamo gli uni agli altri individui della stessa specie o genere.[1]
  • La superstizione è sostenuta esclusivamente dalla speranza, dall'Odio, dall'ira e dall'inganno, dato che essa trae la sua origine non dalla ragione, ma dalla sola sensibilità e per di più da una appassionata sensibilità.[1]
  • La stessa cosa può essere al tempo stesso buona, cattiva o indifferente.[1]
  • Le cose che per accidente sono causa di speranza o di paura si chiamano buoni o cattivi presagi.[1]
  • Ogni cosa, sia essa più perfetta o meno perfetta, potrà perseverare sempre nell'esistere con la stessa forza con la quale comincia a esistere, così che, sotto questo aspetto, tutte le cose sono uguali.[1]
  • Per Bene intendo ogni genere di Gioia e qualunque cosa inoltre conduce ad essa e soprattutto ciò che soddisfa un desiderio, qualunque esso sia.[1]
  • Per natura siamo così fatti che facilmente crediamo alle cose nelle quali speriamo e difficilmente a quelle che temiamo, così che di esse sentiamo più o meno del giusto.[1]
  • Per quanto attiene al Bene e al Male, neanch'essi indicano alcunché di positivo nelle cose, in sé considerate, e non sono altro che modi del pensare, ossia nozioni che formiamo mediante il confronto delle cose tra loro.[1]
  • Quando dico che qualcuno passa da una minore a una maggiore perfezione, e viceversa, non intendo che da una essenza o forma sia mutato in un'altra.[1]
  • Se gli uomini fossero in grado di governare secondo un preciso disegno tutte le circostanze della loro vita, o se la fortuna fosse loro sempre favorevole, essi non sarebbero schiavi della superstizione.[1]
  • Se i filosofi vogliono chiamare spettri le cose che ignoriamo, io non avrò nulla in contrario, perché vi è un'infinità di cose che mi sono nascoste.[1]
  • Se qualcuno vede una certa opera, della quale non ne aveva vista una simile, e non conosce l'intenzione dell'artefice, egli senza dubbio non potrà sapere se quell'opera sia perfetta o imperfetta [...] ma, dopo che gli uomini hanno cominciato a formare idee universali e a escogitare modelli di case, edifici, torri ecc. e a preferire certi modelli delle cose ad altri, è accaduto che ciascuno ha chiamato perfetto quel che vedeva concordare con l'idea universale che egli si era formato e, al contrario, imperfetto quello che vedeva concordare di meno con il modello da lui concepito, sebbene secondo il parere del suo artefice fosse completamente compiuto.[1]

Trattato sull'emendazione dell'intelletto[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

1. Postquam me experientia docuit, omnia, quae in communi vita frequenter occurrunt, vana et futilia esse ; cum viderem omnia, a quibus et quae timebam, nihil neque boni neque mali in se habere, nisi quatenus ab iis animus movebatur ; constitui tandem inquirere, an aliquid daretur, quod verum bonum et sui communicabile esset, et a quo solo reiectis ceteris omnibus animus afficeretur ; imo an aliquid daretur, quo invento et acquisito continua ac summa in aeternum fruerer laetitia.

Traduzione[modifica]

[1] Dopo che l'esperienza mi ebbe insegnato che tutte le cose che frequentemente si incontrano nella vita comune sono vane e futili; e quando vidi che tutti i beni che temevo di perdere e tutti i mali che temevo di ricevere non avevano in sé nulla né di bene né di male, se non in quanto l'animo ne era turbato, decisi infine di ricercare se si desse qualcosa che fosse un bene vero e condivisibile, e dal quale soltanto, respinti tutti gli altri, l'animo fosse affetto; anzi, se esistesse qualcosa grazie al quale, una volta scoperto e acquisito, godessi in eterno una gioia continua e suprema.

Citazioni[modifica]

Citazioni con testo originale[modifica]

  • Godere dei piaceri quanto basta a conservare la salute. (p. 30)
Deliciis in tantum frui, in quantum ad tuendam valetudinem sufficit.
  • Cercare il denaro, o qualunque altra cosa, nella misura sufficiente a sostenere vita e salute e a conformarci a quei costumi della società che non si oppongono al nostro scopo. (p. 30)
Denique tantum nummorum, aut cuiuscumque alterius rei quaerere, quantum sufficit ad vitam, et valetudinem sustentandam, et ad mores civitatis, qui nostrum scopum non oppugnant, imitandos.
  • Forma le idee positive prima delle negative. (p. 68)
Ideas positivas prius format, quam negativas.
  • Le idee, quanta più perfezione esprimono di un oggetto, tanto più sono perfette. Infatti non ammiriamo l'architetto che ha concepito una cappella, come quello che ha concepito un magnifico tempio. (p. 68)
Ideae quo plus perfectionis alicuius obiecti exprimunt, eo perfectiores sunt. Nam fabrum, qui fanum aliquod excogitavit, non ita admiramur, ac illum, qui templum aliquod insigne excogitavit.

Explicit[modifica]

Originale[modifica]

109. Reliqua, quae ad cogitationem referuntur, ut amor, laetitia etc. nihil moror ; nam nec ad nostrum institutum praesens faciunt, nec etiam possunt concipi, nisi percepto intellectu. Nam perceptione omnino sublata ea omnia tolluntur.
110. Ideae falsae et fictae nihil positivum habent (ut abunde ostendimus), per quod falsae aut fictae dicuntur ; sed ex solo defectu cognitionis ut tales considerantur. Ideae ergo falsae et fictae, quatenus tales, nihil nos de essentia cogitationis docere possunt ; sed haec petenda ex modo recensitis proprietatibus positivis, hoc est, iam aliquid commune statuendum est, ex quo hae proprietates necessario sequantur, sive quo dato hae necessario dentur, et quo sublato haec omnia tollantur.

Reliqua desiderantur.

Traduzione[modifica]

[109] Non mi trattengo sulle altre cose che si riferiscono al pensiero, come l'amore, la gioia ecc., perché non rientrano nel nostro presente obiettivo e non possono neppure essere concepite, se non viene percepito l'intelletto. Infatti, tolta completamente la percezione, tutte esse vengono tolte.
[110] Le idee false e finte non hanno nulla di positivo (come abbiamo mostrato abbondantemente) per cui si dicono false o finte; ma si considerano tali per solo difetto di conoscenza. Perciò le idee false e finte, in quanto tali, non possono insegnarci nulla intorno all'essenza del pensiero. Questa si deve ricavare dalle proprietà positive appena elencate; ossia, ora si deve stabilire qualcosa di comune da cui tali proprietà seguano necessariamente o che, dato, esse necessariamente si diano, tolto, tutte si tolgano.

Il resto manca.

[Spinoza, Opere. Trattato sull'emendazione dell'intelletto, traduzione di Filippo Mignini, Mondadori, Milano 2007]

Breve trattato su Dio, l'uomo e il suo bene[modifica]

Incipit[modifica]

PARTE PRIMA
DI DIO E DI CIÒ CHE GLI È PROPRIO
CAPITOLO I
Che Dio esiste.
[1] Riguardo alla prima questione, cioè se un Dio esista, diciamo che ciò può essere dimostrato anzitutto a priori, così:
1. Tutto ciò che intendiamo chiaramente e distintamente appartenere alla natura di una cosa possiamo affermare con verità anche di quella cosa;
ma che l'esistenza competa alla natura di Dio possiamo intendere in modo chiaro e distinto; dunque...
[2] Altrimenti anche così:
2. Le essenze delle cose sono da tutta l'eternità e resteranno immutabili in tutta l'eternità;
l'esistenza è essenza di Dio, dunque...
[3] A posteriori così:
Se l'uomo ha un'idea di Dio, Dio deve esistere formalmente;
ma l'uomo ha un'idea di Dio; dunque...

[Spinoza, Opere. Breve trattato su Dio, l'uomo e il suo bene, traduzione di Filippo Mignini, Mondadori, Milano 2007]

Citazioni[modifica]

  • Dio per Spinoza è un essere del quale viene affermato tutto, cioè infiniti attributi, ciascuno dei quali è infinitamente perfetto nel suo genere.
  • La Natura unisce in se tutte le cose; quindi la Natura unisce in se Dio e l'uomo.
  • L'amore è il mezzo attraverso il quale l'uomo può elevarsi al sommo bene.
  • L'amore può e deve fare da tramite ai fini della perfezione. Che resta sempre Dio.
  • L'uomo non è che una parte della natura.
  • Nessuna cosa potrebbe tendere alla propria distruzione per sua natura, ma, al contrario, ciascuna cosa possiede in sé un conato sia a conservarsi nel suo stato, sia a portarsi ad uno [stato] migliore.
  • Sia la Natura che l'uomo tendono al costante perfezionamento.
  • Temo l'odio dei teologi, perché sostengo in quest'opera che Dio coincide con la natura, e attribuisco a Dio cose che nella tradizione filosofica sono state sempre considerate effetti o creature, mentre io, ritengo che queste cose appartengano alla stessa natura di Dio.
  • Tutte le cose e le azioni esistenti nella Natura sono perfette.
  • Tutto ciò che Dio fa è compiuto e prodotto da lui come dalla causa sommamente libera. Dunque, se prima Dio avesse fatto le cose diversamente da come sono adesso, allora dovrebbe certamente seguire che egli, in qualche tempo, è stato imperfetto; ma questo è falso. Infatti, visto che Dio è la causa prima di tutto, deve esserci in lui qualcosa attraverso cui fa ciò che fa e non omette di farlo. Poiché diciamo che la libertà non consiste nel fare o non fare qualcosa, e poiché abbiamo anche mostrato che ciò che fa compiere a Dio qualcosa non può essere altro che la sua stessa perfezione, concludiamo che se non ci fosse la sua perfezione a farglielo compiere, le cose non esisterebbero o non sarebbero potute arrivare ad essere, per essere ciò che sono.

Explicit[modifica]

[17] Infine, poiché ora abbiamo spiegato che cos'è la sensazione, possiamo facilmente vedere come da ciò abbia origine un'idea riflessiva o la conoscenza di sé stessi, l'esperienza e il ragionamento. E si può anche vedere chiaramente da tutto ciò (come pure dal fatto che la nostra mente è unita a Dio ed è una parte dell'idea infinita che nasce immediatamente da Dio) l'origine della conoscenza chiara e l'immortalità della mente. Ma per ora ci basterà ciò che si è detto.

[Spinoza, Opere. Breve trattato su Dio, l'uomo e il suo bene, traduzione di Filippo Mignini, Mondadori, Milano 2007]

Principi della filosofia di Cartesio[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

Antequam ad ipsas propositiones, earumque demonstrationes accedamus, visum fuit in antecessum succinctè ob oculos ponere, cur Cartesius de omnibus dubitaverit, quâ viâ solida scientiarum fundamenta eruerit, ac tandem quibus mediis se ab omnibus dubiis liberaverit : quae omnia quidem in ordinem mathematicum redegissemus, nisi prolixitatem, quae ad id praestandum requireretur, impedire judicavissemus, quominùs haec omnia, quae uno obtutu, tanquam in picturâ, videri debent, debitè intelligerentur.
Cartesius itaque, ut quàm cautissimè procederet in rerum investigatione, conatus fuit
1°. Omnia praejudicia deponere,
2°. Fundamenta invenire, quibus omnia superstruenda essent,
3°. Causam erroris detegere,
4°. Omnia clarè, et distinctè intelligere.

Traduzione[modifica]

Prima di accedere alle preposizioni stesse e alle loro dimostrazioni, sembrato opportuno mostrare brevemente, in anticipo, perché Cartesio abbia dubitato di ogni cosa, per quale via abbia gettato solide fondamenta alle scienze e infine con quali mezzi si sia liberato da ogni dubbio. Avrei redatto tutto ciò con ordine matematico, se non avessi giudicato che la prolissità richiesta per farlo avrebbe impedito di intendere debitamente tutte queste cose, che devono essere viste con un solo sguardo, come in un quadro.
Per procedere dunque nel modo più cauto nell'indagine delle cose, Cartesio si sforzò di:
1. deporre tutti i pregiudizi;
2. trovare i fondamenti sui quali tutto dovesse essere costruito;
3. scoprire la causa dell'errore;
4. intendere tutto in modo chiaro e distinto.

Citazioni[modifica]

Citazioni con testo originale[modifica]

  • La sostanza che intendiamo essere per sé sommamente perfetta e nella quale non concepiamo assolutamente nulla che implichi un qualche difetto o limite di perfezione, si chiama Dio. (p. 255, Parte I, Def. VIII)
Substantia, quam per se summè perfectam esse intelligimus, et in quâ nihil planè concipimus, quod aliquem defectum sive perfectionis limitationem involvat, Deus vocatur.
  • Io sono non può essere la prima cosa conosciuta se non in quanto pensiamo. (p. 257, Parte I, Prop. IV)
Ego sum non potest esse primum cognitum, nisi quatenus cogitamus.
  • L'esistenza di Dio è conosciuta dalla sola considerazione della sua natura. (p. 264, Parte I, Prop. V)
Dei existentia ex solâ ejus naturae consideratione cognoscitur.

Explicit[modifica]

Originali[modifica]

Propositio 2
Vis, quae effecit, ut materiae particulae circa propria centra moverentur, simul effecit, ut particularum anguli mutuo occursu attererentur.
Demonstratio : Tota materia in initio in partes aequales (per Postulat.) atque angulosas (per Prop. 1 hujus) fuit divisa. Si itaque, simulac coeperint moveri circa propria centra, anguli earum non attristi fuissent, necessariò (per Ax. 2) tota materia majus spatium occupare debuisset, quàm cùm quiescebat : atqui hoc est absurdum (per Prop. 4 Part. II) : ergo earum anguli fuerunt attriti, simulac moveri coeperint, qed.

Reliqua desiderantur

Traduzione[modifica]

PROPOSIZIONE II
La forza che fece sì che le particelle si muovessero intorno ai propri centri fece anche sì che gli angoli delle particelle fossero limitati dall'urto reciproco.
Dimostrazione
Tutta la materia all'inizio fu divisa in parti uguali (3Post) e angolose (3P1); se dunque, non appena iniziarono a muoversi intorno ai propri centri i loro angoli non fossero stati smussati, necessariamente (3Ax2) tutta la materia avrebbe dovuto occupare uno spazio maggiore di quando era in quiete; ma questo è assurdo (2P4); dunque i loro angoli furono smussati non appena cominciarono a muoversi, c.d.d.

Il resto manca.

[Spinoza, Opere. Principi della filosofia di Cartesio, traduzione di Filippo Mignini, Mondadori, Milano 2007]

Riflessioni metafisiche[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

CAPUT I
De ente reali, ficto, et rationis
De definitione hujus scientiae nihil dico, nec etiam circa quae versetur ; sed tantùm ea, quae obscuriora sunt, et passim ab authoribus in metaphysicis tractantur, explicare hîc est animus. Entis definitio
Incipiamus igitur ab ente, per quod intelligo id omne, quod, cum clarè, et distinctè percipitur, necessariò existere, vel ad minimùm posse existere reperimus.
Chimaera, ens fictum, et ens rationis non esse entia
Ex hac autem definitione, vel, si mavis, descriptione sequitur, quod chimaera, ens fictum, et ens rationis nullo modo ad entia revocari possint. Nam chimaera ex suâ naturâ existere nequit. Ens verò fictum claram, et distinctam perceptionem secludit, quia homo ex solâ merâ libertate, et non, ut in falsis, insciens, sed prudens, et sciens connectit, quae connectere, et disjungit, quae disjungere vult. Ens denique rationis nihil est praeter modum cogitandi, qui inservit ad res intellectas faciliùs retinendas, explicandas, atque imaginandas. Ubi notandum, quod per modum cogitandi intelligimus id, quod jam Schol. Propos. 15 Part. I explicuimus, nempe omnes cogitationis affectiones, videlicet intellectum, laetitiam, imaginationem, etc.

Traduzione[modifica]

CAPITOLO I
L'ente reale, l'ente finito e l'ente di ragione.
Non dico niente sulla definizione di questa scienza e neppure sul suo oggetto; qui ho intenzione di spiegare soltanto le cose che sono più oscure e che gli autori trattano comunemente in metafisica.
Cominciamo dunque dall'ente: con tale nozione intendo tutto ciò che troviamo esistere necessariamente o, quanto meno, che può esistere, quando lo percepiamo in modo chiaro e distinto.
Ora, da questa definizione o, se preferisci, descrizione, segue che la chimera, lente finito e lente di ragione non possono in alcun modo essere annoverati tra gli enti. Infatti la chimera non può esistere per sua natura. Lente finto esclude una percezione chiara e distinta perché l'uomo, per la sola libertà – non all'insaputa come nel falso, ma di proposito e sapendo – congiunge e disgiunge ciò che vuole. Infine lente di ragione non è che un modo di pensare, che serve a ricordare, spiegare e immaginare più facilmente le cose conosciute. E qui si deve notare che per "modo di pensare" intendiamo ciò che abbiamo già spiegato in PPC1P15S, ossia tutte le affezioni del pensiero, come l'intelletto, la gioia, l'immaginazione ecc.

Citazioni[modifica]

Citazioni con testo originale[modifica]

  • Dio intende sé stesso e tutte le altre cose, cioè ha in sé tutte le cose anche oggettivamente. (p. 348, Parte I, Cap. II)
Deum seipsum, atque omnia alia intelligere, hoc est, omnia objectivè etiam in se habere.
  • Dio è causa di tutte le cose e agisce per assoluta libertà della volontà. (p. 348, I, II)
Deum esse omnium rerum causam, eumque ex absolutâ libertate voluntatis operari.
  • La volontà di Dio, con la quale vuole amare sé stesso, segue necessariamente dal suo intelletto infinto, con il quale intende sé stesso. (p. 380, II, VIII)
Voluntas Dei, quâ se vult amare, necessario sequitur ex infinito ejus intellectu, quo se intelligit.

Explicit[modifica]

Originale[modifica]

Denique ne opus sit, hîc plura argumenta recensere, moneo tantùm, adversarios, quia voluntatem non intellexerunt, nec ullum clarum, et distinctum mentis conceptum habuerunt, mentem cum rebus corporeis confudisse : quod inde ortum duxit, quia verba, quae ad res corporeas usurpare solent, ad res spirituales, quas non intelligebant, significandas usurparunt ; assueti enim fuerunt, corpora illa, quae à causis externis aequipollentibus, et planè contrariis, versus contrarias partes propelluntur, quâpropter in aequilibrio sunt, indeterminata vocare. Cùm igitur voluntatem indeterminatam statuunt, ipsam etiam, ut corpus in aequilibrio positum, videntur concipere ; et quia illa corpora nihil habent, nisi quod à causis externis acceperunt (ex quo sequitur illa semper à causâ externâ determinari debere), idem in voluntate sequi putant. Sed quomodo res se habeat, jam satis explicuimus, quare hîc finem facimus.
De substantiâ verò extensâ jam antehac satis etiam locuti sumus, et praeter has duas nullas alias agnoscimus. Quod ad accidentia realia attinet, et alias qualitates, satis illa explosa sunt; nec opus est, iis refellendis, tempus impendere, quare, hîc manum de tabulâ tollimus.
Finis

Traduzione[modifica]

Infine, affinché qui non sia necessario passare in rassegna molti argomenti, avverto soltanto che gli avversari, non avendo inteso la volontà e non avendo avuto alcun concetto chiaro e distinto della mente, hanno confuso la mente con le cose corporee. E questo ha tratto origine dal fatto che impiegarono le parole, che sogliono utilizzare per le cose corporee, a significare le cose spirituali che non intendevano. Erano infatti abituati a chiamare indeterminati quei corpi che sono in equilibrio, in quanto spinti da cause esterne equipollenti e contrarie verso direzioni contrarie. Pertanto, quando stabiliscono la volontà come indeterminata, sembrano concepire anche questa come un corpo posto in equilibrio; e poiché quei corpi non hanno se non ciò che hanno ricevuto da cause esterne (dal che segue che essi devono sempre determinati da una causa esterna), pensano che la stessa cosa debba seguire nella volontà. Ma in che modo stia la cosa ho già spiegato abbastanza, per cui termino qui.
Della sostanza estesa ho già sufficientemente parlato in precedenza e, oltre a queste due, non ne conosco altre. Quel che attiene agli accidenti reali e ad atre qualità è stato confutato a sufficienza e non è necessario perdere tempo per respingerlo; perciò qui alzo la mano dal foglio.

[Spinoza, Opere. Riflessioni metafisiche, traduzione di Filippo Mignini, Mondadori, Milano 2007]

Trattato teologico-politico[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

PRAEFATIO
Si homines res omnes suas certo consilio regere possent, vel si fortuna ipsis prospera semper foret, nulla superstitione tenerentur. Sed quoniam eo saepe angustiarum rediguntur, ut consilium nullum adferre queant, et plerumque ob incerta fortunae bona, quae sine modo cupiunt, inter spem metumque misere fluctuant, ideo animum ut plurimum ad quidvis credendum pronissimum habent ; qui dum in dubio facili momento huc, atque illuc pellitur, et multo facilius, dum spe, et metu agitatus haeret, praesidens alias, jactabundus, ac tumidus.

Traduzione[modifica]

PREFAZIONE
[1] Se gli uomini potessero dirigere con fermo proposito tutte le loro vicende o se la fortuna fosse sempre benigna nei loro confronti, non sarebbero preda di alcuna superstizione. Ma spesso finiscono in situazioni così difficili da non poter formulare nessun piano d'azione e, di solito, per amore dei beni incerti della fortuna (che desiderano senza alcuna moderazione), oscillano miseramente tra la speranza e il timore: così il loro animo è, quasi sempre, totalmente incline a credere qualunque cosa. Quando è nel dubbio, un piccolo impulso basta a spingerlo nell'una o nell'altra direzione; e ciò accade ancor più facilmente quando, agitato di speranza o timore, si arresta, irretito; se, in circostanze diverse, confida eccessivamente in qualcosa, diviene arrogante e gonfio d'orgoglio.

[Spinoza, Opere. Trattato teologico-politico, traduzione di Filippo Mignini, Mondadori, Milano 2007]

Citazioni[modifica]

  • Certamente felice sarebbe la nostra età, se potessimo vedere la religione stessa libera anche da ogni superstizione. (XI cap., traduzione di Franco Fergnani e Salvatore Rizzo, 1980)
  • Chi dà quello che spetta a ciascuno per timore della pena capitale agisce dietro comando altrui e costretto dalla paura di un male, né può chiamarsi giusto; mentre chi attribuisce a ciascuno il suo perché conosce la vera ragione delle leggi e la loro necessità agisce con coerenza e secondo decisione propria, non altrui, e perciò è a buon diritto chiamato giusto. (IV, traduzione di Antonio Droetto ed Emilia Giancotti Boscherini, 2007)
  • Ciascuno ha il sovrano diritto di pensare liberamente in materia religiosa e poiché non è dato di supporre che si possa recedere da tale diritto, deterrà ciascuno il sovrano diritto e la sovrana autorità di giudicare liberamente in materia di religione e conseguentemente di spiegarsela e interpretarsela. (VII, 1980)
  • «Democrazia»: regime politico definibile come unione di tutti i cittadini, che possiede ed esercita collegialmente un diritto sovrano su tutto ciò che è in suo potere. (XVI, 1980)
  • E certamente felice sarebbe la nostra età, se potessimo vedere la religione stessa libera anche da ogni superstizione. (XI, 1980)
  • È impossibile che l'animo di un uomo possa rientrare sotto la giurisdizione di un altro. (XX, 1980)
  • Gli uomini sono ben lungi dal poter essere facilmente guidati dalla ragione; ciascuno è sospinto dai suoi personali impulsi al piacere e gli animi spessissimo sono a tal punto dominati dall'invidia, dalla collera che nessun posto resta per la capacità di riflettere e giudicare. (XVI, traduzione di Franco Fergnani e Salvatore Rizzo, UTET, 1980)
  • Il credo di ognuno va ritenuto santo o empio solo in ragione dell'obbedienza o della riottosità e non in ragione della verità o della falsità. (XIV, 1980)
  • Il miracolo è un vero e proprio assurdo. (VI, 1980)
  • Il termine "legge", preso in senso assoluto, indica quel principio in base a cui ciascun individuo, o tutti gli appartenenti ad una stessa specie o alcuni di essi, agiscono secondo una norma unica, fissa e determinata. (IV, 1980)
  • Il volgo chiama miracoli o opere di Dio gli eventi straordinari della natura. (VI, 1980)
  • La forma costituzionale dello Stato ve necessariamente mantenuta e che essa non può venir mutata se non col pericolo della rovina totale. (XVIII, 1980)
  • La pace non è assenza di guerra: è una virtù, uno stato d'animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia. (Einaudi, 2007)
  • Lo stolto è felice e infelice allo stesso modo che il saggio. (III, Einaudi, 2007)
  • La teologia non è ancella della ragione, né la ragione della filosofia. (XVI, 1980)
  • L'uomo mantiene la possibilità di essere libero qualunque sia il tipo di comunità politica in cui vive, in quanto egli è libero nella misura in cui si fa guidare dalla ragione. (XVI, 1980)
  • Nessuno può alienare a favore d'altri il proprio diritto naturale, inteso qui come facoltà di pensare liberamente.
  • Nessuno può essere costretto dalla violenza o dalle leggi ad essere felice; per conseguire tale stato sono invece necessari un'amorevole e fraterna esortazione, una buona educazione e soprattutto un personale e libero giudizio. (VII, 1980)
  • Niente accade in contrasto con la natura. (VI, 1980)
  • Noi dubitiamo dell'esistenza di Dio e di conseguenza di tutto, finché abbiamo di Dio non un'idea chiara e distinta, ma un'idea confusa. (VI, 1980)
  • Per legge umana intendo la condotta di vita che è utile solamente alla sicurezza della vita e dello Stato, per legge divina intendo quella che si propone come fine esclusivo il sommo Bene, cioè la conoscenza e l'Amore di Dio. (IV, 1980)
  • Perciò la facilità con cui gli uomini si lasciano irretire da ogni genere di superstizione è pari soltanto alla difficoltà di renderli costanti in uno solo di tali generi; anzi, poiché l'uomo del volgo vive sempre in uno stato di infelicità, esso non trova mai durevole soddisfazione e soltanto lo seduce ciò che ha sapore di novità e che non si è ancora rivelato illusorio. (Pref., 1980)
  • Poiché dunque l'amor di Dio è la felicità e la beatitudine somma dell'uomo, nonché il fine ultimo e lo scopo di ogni azione umana, ne viene che osserva la legge divina solo chi si preoccupa di amare Dio. (IV, 1980)
  • Quale altare potrà procurarsi a propria difesa chi offende la maestà della ragione? (XV, 1980)
  • Sarà più sicura e salda e meno sottoposta alla fortuna quella società che è fondata e governata da uomini saggi ed attenti. Viceversa quella che è costituita da uomini rozzi ed incapaci dipende in massima parte dalla fortuna ed è meno salda. (III, 1980)
  • Se a qualcuno venisse in mente di affermare che Dio può in qualche modo agire contro le leggi di natura, costui sarebbe al tempo stesso costretto ad ammettere che Dio può agire contro la sua stessa natura: cosa di cui nulla è più assurdo. (VI, 1980)
  • Se ciascuno avesse la libertà di interpretare a proprio arbitrio il diritto pubblico, nessuno Stato potrebbe sussistere. (VII, traduzione di Franco Fergnani e Salvatore Rizzo, UTET, 1980)
  • Se è vero che la religione, nella forma in cui gli apostoli la esponevano nelle loro predicazioni, cioè mediante la semplice narrazione della vita di Cristo, non rientra nell'ambito della ragione, è vero anche che con l'ausilio del lume naturale ogni uomo può facilmente comprenderne l'essenza, la quale, come tutta la dottrina di Cristo, consiste soprattutto in insegnamenti morali. (XI, 1980)
  • Se fosse altrettanto facile comandare agli animi quanto alle lingue, ogni sovrano regnerebbe in piena tranquillità e nessuna autorità avrebbe bisogno di ricorrere a mezzi violenti. (XX, 1980)
  • Se qualcosa dovesse accadere in natura che non conseguisse dalle leggi naturali, necessariamente contraddirebbe a quell'ordine che Dio per l'eternità stabilì in natura mediante le universali leggi naturali; sarebbe perciò contro la natura e contro le sue leggi, e di conseguenza la credenza in esso ci porterebbe all'ateismo. (VI, 1980)

Explicit[modifica]

Originale[modifica]

Quapropter hic, ut supra cap. XVIII., concludimus nihil reipublicae tutius, quam ut pietas, et Religio in solo Charitatis, et Aequitatis exercitio comprehendatur, et jus summarum potestatum tam circa sacra, quam profana ad actiones tantum referatur, caeterum unicuique et sentire, quae velit, et quae sentiat, dicere concedatur.
His, quae in hoc Tractatu agere constitueram, absolvi. Superest tantum expresse monere, me nihil in eo scripsisse, quod non libentissime examini, et judicio summarum Potestatum Patriae meae subjiciam : Nam si quid horum, quae dixi, patriis legibus repugnare, vel communi saluti obesse judicabunt, id ego indictum volo : scio me hominem esse, et errare potuisse; ne autem errarem, sedulo curavi, et apprime, ut quicquid scriberem, legibus patriae, pietati, bonisque moribus omnino responderet.
Finis

Traduzione[modifica]

[17] Perciò qui, come già sopra, nel capitolo XVIII, concludiamo asserendo che nulla è più sicuro per lo Stato se non ricondurre la pietà e la religione alla sola pratica della carità e della giustizia, e riferire alle sole azioni il diritto dei poteri sovrani, che esso riguardi gli affari sacri o quelli profani. Per il resto, si conceda a ciascuno di sentire ciò che vuole e di dire ciò che sente.
[18] Con questo ho terminato quanto mi ero proposto in questo trattato. Non resta altro che avvertire espressamente il lettore che io qui non ho scritto nulla che non possa sottoporre assai di buon grado all'esame e al giudizio dei poteri sovrani della mia patria. Se infatti ho detto qualcosa che essi giudicheranno contrario alle leggi della patria e nocivo al bene comune, lo riterrò come non detto. So di essere un uomo e di aver potuto errare, ma per evitare di errare fu mia prima e massima cura che tutto ciò che ho scritto corrispondesse alle leggi della patria, alla pietà e ai buoni costumi.

[Spinoza, Opere. Trattato teologico-politico, traduzione di Filippo Mignini, Mondadori, Milano 2007]

Trattato politico[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

I. Affectus, quibus conflictamur, concipiunt Philosophi veluti vitia, in quae homines sua culpa labuntur; quos propterea ridere, flere, carpere, vel (qui sanctiores videri volunt) detestari solent. Sic ergo se rem divinam facere, et sapientiae culmen attingere credunt, quando humanam naturam, quae nullibi est, multis modis laudare, et eam, quae revera est, dictis lacessere norunt. Homines namque, non ut sunt, sed, ut eosdem esse vellent, concipiunt: unde factum est, ut plerumque pro Ethica Satyram scripserint, et ut nunquam Politicam conceperint, quae possit ad usum revocari, sed quae pro Chimaera haberetur, vel quae in Utopia, vel in illo Poëtarum aureo saeculo, ubi scilicet minime necesse erat, institui potuisset. Cum igitur omnium scientiarum, quae usum habent, tum maxime Politices Theoria ab ipsius Praxi discrepare creditur, et regendae Reipublicae nulli minus idonei aestimantur, quam Theoretici, seu Philosophi.

Traduzione[modifica]

I. I filosofi considerano le passioni che ci travagliano come vizi dei quali gli uomini cadono vittime per propria colpa; ed è per questo che hanno l'abitudine a deriderle, deplorarle, biasimarle, o (se vogliono essere considerati più devoti) di maledirle. Essi si ritengono pertanto di fare opera divina e di toccare il vertice della saggezza, quando riescono a lodare in ogni modo una natura umana che non esiste in nessun luogo e a fustigare con le parole quella che realmente esiste. E infatti essi considerano gli uomini, non come sono, ma come vorrebbero che fossero: è per questo che per lo più, invece di un'etica, hanno scritto una satira, e non hanno mai concepito una politica che potesse essere messa in pratica, ma teorie da considerare chimeriche o che avrebbero potuto trovare realizzazione nel paese di Utopia, o nell'età dell'oro dei poeti, ovvero lì dove n'era bisogno alcuno.

[I testi di Lelia Pezzillo, p. 356, in Spinoza, libro inserito nella collana I Grandi filosofi a cura di Armando Massarenti, Il Sole 24 Ore, Ozzano Emilia 2007]

Citazioni[modifica]

  • La religione ha forza, sicuramente, in punto di morte, una volta che la malattia ha vinto le passioni e l'uomo giace estenuato. (I, V, 1992)
  • La superbia è propria di chi comanda. (VII, XXVII, traduzione di Lelia Pezzillo, BUL, 1992)
  • Né ridere, né piangere, ma capire. (Ozzano Emilia 2007)
  • Quanto più concepiamo l'uomo libero tanto più siamo obbligati a concludere che egli debba necessariamente conservare se stesso e rimanere padrone della sua Mente, come facilmente concederà chiunque non confonda libertà e contingenza. (II, VII, 1992)
  • Se riguardo alla natura umana le cose fossero disposte in modo tale che gli uomini desiderassero soprattutto ciò che è particolarmente utile, non vi sarebbe bisogno di artificio alcuno per ottenere concordia e lealtà. (VI, 1992)
  • La libertà è una virtù, ossia una perfezione: e dunque tutto ciò che nell'uomo è indizio di impotenza non può essere posto in relazione con la sua libertà. Perciò l'uomo non può affatto dirsi libero perché può non esistere ma solo in quanto ha il potere di esistere e di operare secondo le leggi della natura umana. Quanto più libero noi consideriamo l'uomo, tanto meno possiamo attribuirgli il potere di non usare la ragione e di preferire il male al bene. (II, VII)

Citazioni con testo originale[modifica]

  • [...] Le azioni umane non vanno derise, compiante o detestate: vanno comprese [...].
[...] humanas actiones, non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere [...]. (I cap., § IV, in Opera posthuma, Volume 2, p. 434)
  • Ciascuno, per quanto è in suo potere, cerca sempre di conservare il suo essere. (II cap., VIII art., 1992)
Concludimus itaque, in potestate uniuscujusque hominis non esse ratione semper uti, et in summo humanae libertatis fastigio esse
  • Dal momento che gli uomini sono guidati dalle passioni più che dalla ragione, ne segue che una moltitudine si unisce naturalmente e desidera essere guidata come da una sola mente, non per una spinta razionale, ma per qualche comune passione, o appunto per una comune speranza, o timore, o desiderio di vendicare un danno. (VI, I, 1992)
Quia homines, uti diximus, magis affectu, quam ratione ducuntur, sequitur multitudinem non ex rationis ductu, sed ex communi aliquo affectu naturaliter convenire, et unâ veluti mente duci velle, nempe (ut art. 9 cap. 3 diximus) vel ex communi spe, vel metu, vel desiderio commune aliquod damnum ulciscendi.
  • È certamente stolto pretendere da altri ciò che nessuno può ottenere da se stesso, di essere attento, appunto, più agli altri che a sé, di non essere avaro, né invidioso, né ambizioso ecc., soprattutto per chi sia ogni giorno esposto alle fortissime spinte di tutte le passioni. (VI, III, 1992)
Et sane stultitia est ab alio id exigere, quod nemo a se ipso impetrare potest, nempe, ut alteri potius, quam sibi vigilet, ut avarus non sit, neque invidus, neque ambitiosus, etc., praesertim is, qui omnium affectuum incitamenta maxima quotidie habet.
  • Gli uomini non nascono civili, lo diventano. (V, II, 1992)
Homines enim civiles non nascuntur, sed fiunt.
  • Il fatto che il silenzio sia spesso di utilità al potere nessuno può negarlo, ma che senza di esso il potere non possa conservarsi, nessuno potrà mai provarlo. (VII, XXIX, 1992)
Quod silentium imperio saepe ex usu sit, negare nemo potest, sed quod absque eodem idem imperium subsistere nequeat, nemo unquam probabit.
  • La libertà è una virtù, ossia una perfezione: qualunque cosa, pertanto, denunci l'impotenza dell'uomo, non può venir imputata alla sua libertà. (II, VII, 1992)
Est namque libertas virtus, seu perfectio quicquid igitur hominem impotentiae arguit, id ad ipsius libertatem referri nequit.
  • La migliore costituzione per qualsivoglia potere, si comprende facilmente a partire dal fine dello stato civile: che non è niente altro che la pace e la sicurezza della vita. (V, II, 1992)
Qualis autem cujuscunque imperii optimus (14) sit status, facile ex fine status civilis cognoscitur: qui scilicet nullus alius est, quam pax, vitaeque securitas.
  • L'uomo non si può dire libero per il fatto che possa non esistere o per il fatto che possa non fare uso della ragione, ma solo in quanto ha potestà di esistere e di agire secondo le leggi della natura umana. (II, VII, 1992)
Quare homo minimè potest dici liber, propterea quòd potest non existere, vel quòd potest non uti ratione, sed tantùm quatenus potestatem habet existendi, et operandi secundum humanae naturae leges.

Epistolario[modifica]

Incipit[modifica]

Lettere di alcuni dotti a Benedictus de Spinoza e Risposte dell'autore. Di non poca importanza per il chiarimento delle altre sue opere.
Carteggio Spinoza-Oldenburgh – Ep. 1-28
Carteggio Spinoza-De Vries – Ep. 29-31
Carteggio Spinoza-Meijer – Ep. 32-34
Carteggio Spinoza-Balling – Ep. 35
Carteggio Spinoza-Van Blijenbergh – Ep. 36-43
Carteggio Spinoza-Bouwmeester – Ep. 44-45
Carteggio Spinoza-Hudde – Ep. 46-48
Carteggio Spinoza-Van Der Meer – Ep. 49
Carteggio Spinoza-Jelles – Ep. 50-57
Carteggio Spinoza-Van Velthuysen – Ep. 58-60
Carteggio Spinoza-Stensen – Ep. 61
Carteggio Spinoza-Leibniz – Ep. 62-63
Carteggio Spinoza-Fabritius, Elettore Palatino – Ep. 64-65
Carteggio Spinoza-Graevius – Ep. 66
Carteggio Spinoza-Boxel – Ep. 66-72
Carteggio Spinoza-Schuller-Tschirnhaus – Ep. 73-86
Carteggio Spinoza-Burgh – Ep. 87-88


CARTEGGIO SPINOZA-OLDENBURG
agosto 1661-febbraio 1676
1. OLDENBURG A SPINOZA (I OP/NS – I G)

Illustrissimo signore e stimato amico,
così malvolentieri mi sono allontanato dal tuo fianco, quando, or non è molto, ero con te nel tuo ritiro di Rijnsburg, che sono appena tornato in Inghilterra e già provo, per quanto possibile, a ricongiungermi con te, almeno con una relazione epistolare. La scienza di cose importanti, congiunta con la raffinatezza e l'eleganza dei costumi (di tutte queste cose la natura e l'operosità ti hanno ampiamente dotato), ha in sé stessa un tale fascino da acquistare al suo amore tutti gli uomini onesti ed educati in modo libero. Orsù dunque, uomo eccellentissimo, stringiamo le destre in una sincera amicizia e coltiviamola assiduamente con ogni tipo di impegno e di servizio. Considera pertanto come tuo quel che può provenire dalla mia pochezza e permettimi di considerare mie, almeno in parte, le doti del tuo ingegno, se ciò può avvenire senza tuo danno.

[Spinoza, Opere. Epistolario, traduzione di Filippo Mignini e Omero Proietti, Mondadori, Milano 2007]

Citazioni[modifica]

  • Filosoficamente parlando, io non so cosa significhi essere accetto a Dio. (XXIII epistola, 1974)
  • Gli atei sogliono aspirare oltre misura agli onori e alle ricchezze, che io ho sempre disprezzato, come sanno tutti quelli che mi conoscono. (XLIII, 1974)
  • Gli effetti dell'immaginazione derivano dalla costituzione o del Corpo o della Mente. (XVII, 1974)
  • Gli scismi non nascono tanto dall'Amore ardente della religione, quanto dalla varietà degli affetti umani, dallo spirito di contraddizione che tutto suole guastare e condannare, anche se è ben detto. (XLVIII, 1974)
  • Gli uomini non si creano, ma soltanto si generano, e i loro corpi esistono già in precedenza, sia pure sotto altra forma. (IV, 1974)
  • Il vezzo diffuso tra gli uomini di narrare le cose, non come sono realmente, ma come vogliono che siano, si manifesta più che in ogni altra cosa nei racconti di spiriti e di spettri. (LII, 1974)
  • In qualunque Chiesa sono numerosi gli uomini di specchiata onestà, i quali onorano Dio nella giustizia e nella carità. (LXXVI, 1974)
  • Io dico che, non solo il peccato non è alcunché di positivo, ma affermo anche che noi non possiamo dire, se non impropriamente e parlando umanamente, che noi pecchiamo contro Dio, come quando diciamo che gli uomini offendono Dio. (XIX, 1974)
  • Io dico che tutti gli effetti dell'immaginazione che procedono dalle cose corporee non possono giammai essere presagi di cose future. (LVII, 1974)
  • Io ho di Dio e della Natura un'opinione ben diversa da quella che i cristiani moderni sembrano professare. (LXXIII, 1974)
  • Io non attribuisco alla natura né bellezza né bruttezza, né ordine né confusione, giacché le cose non si possono dire belle o brutte, ordinate o confuse, se non relativamente alla nostra immaginazione. (XXIII, 1974)
  • Io non nego che le preghiere siano a noi utili. (XXI, 1974)
  • Io non presento Dio come giudice. (XXI, 1974)
  • La perfezione consiste nell'essere e l'imperfezione nella privazione dell'essere. (XXXVI, 1974)
  • La vera definizione di ciascuna cosa non comprende altro se non la semplice natura della cosa definita. (XXXIV, 1974)
  • Le stesse sanzioni morali, ricevano o non da Dio la forma di legge o di diritto, sono comunque divine e salutari. (LXXV, 1974)
  • Nessuna delle cose che non sono in mio potere mi è tanto cara quanto stringere amicizia con uomini sinceramente amanti della verità. (XIX, 1974)
  • Noi non possiamo immaginare Dio, ma soltanto comprenderlo.
  • Non presumo di aver trovato la filosofia migliore, ma so di intendere quella che è vera. (LXXVI, 1974)
  • Noi sperimentiamo che le febbri e le altre alterazioni del corpo sono causate da deliri, e coloro che hanno il sangue tenace non immaginano che alterchi, risse, stragi e simili. (XVII, 1974)
  • Quanto più uno è ignorante tanto più è audace e pronto a scrivere. (L, 1974)
  • Quanto più l'uomo si lascia guidare dalla ragione, cioè quanto più è libero, tanto più fermamente osserverà le leggi del corpo politico ed eseguirà gli ordini del potere sovrano di cui è suddito. (XVI, 1974)
  • Quanto poi a ciò che alcune Chiese aggiungono, e cioè che Dio ha assunto forma umana, io ho espressamente dichiarato che non so cosa vogliano dire; anzi, a voler dire il vero, mi sembra che esse parlino un linguaggio non meno assurdo di chi mi dicesse che il cerchio ha rivestito la natura del quadrato. (LXXIII, 1974)
  • Se il Bene rispetto a Dio implica che l'uomo giusto produca in Dio una certa soddisfazione e il ladro un certo disgusto, né l'uno né l'altro possono produrre in Dio né Gioia né dispiacere. (XXIII, 1974)
  • Se il triangolo avesse la possibilità di parlare, direbbe allo stesso modo che Dio è eminentemente triangolare. (LVI, 1974)
  • Se qualcuno si accorgesse che potrebbe vivere più a suo agio infisso in croce che a tavola, sarebbe il più stolto degli uomini se non si facesse crocifiggere. (XXIII, 1974)
  • Se risulta che anche Maometto abbia insegnato la legge divina e abbia fornito prove non dubbie del suo mandato, come fecero gli altri profeti, proprio non vi è motivo di negare che sia stato anch'egli un profeta. (XLIII, 1974)
  • Strano che coloro, i quali hanno avuto la visione di spettri nudi, non abbiano dato un'occhiata ai loro genitali! (LIV, 1974)
  • Tra finito ed infinito non vi è proporzione, sicché la differenza che passa tra Dio e la più nobile delle creature è la medesima che passa tra lui e la più umile. (LIV, 1974)
  • Voi dite che io pongo gli uomini in tale dipendenza da Dio da renderli simili agli elementi, alle piante e alle pietre, ciò è sufficiente che avete frainteso completamente la mia opinione e che confondete ciò che è proprio dell'intelletto con l'immaginazione. (XXI, 1974)

Explicit[modifica]

Originale[modifica]

Caeterùm Tractatûs Theologico-Politici fundamentum, quòd scilicet Scriptura per solam Scripturam debeat exponi, quodque tam proterve absque ullâ ratione falsum esse clamas, non tantùm supponitur ; sed ipsum verum, seu firmum esse apodicticè demonstratur, praecipuè cap. 7 ubi etiam adversariorum opiniones confutantur ; quibus adde, quae in fine cap. 15 demonstrantur. Ad haec si attendere velis, et insuper Ecclesiae Historias (quarum te ignarissimum video) examinare, ut videas, quàm falso Pontificii plurima tradunt, et quo fato, quibusque artibus ipse Romanus Pontifex post sexcentos demum annos à Christo nato Ecclesiae principatum adeptus est, non dubito, quin tandem resipiscas ; Quod ut fiat tibi ex animo opto. Vale, etc.

Traduzione[modifica]

Per il resto, il fondamento del Trattato teologico-politico, ossia che la Scrittura si deve interpretare con la stessa Scrittura, fondamento che tu dichiari falso in modo così protervo e senza alcuna ragione, non soltanto è da me supposto, ma è anche dimostrato come vero e solido, in particolare nel capitolo VII, dove sono confutate le opinioni degli avversari. E aggiungi ciò che è dimostrato alla fine del capitolo XV. Se vorrai prestare attenzione a queste cose e poi esaminare le storie della Chiesa (di cui sei ignorantissimo) per vedere quante cose i pontefici tramandino falsamente, e in che modo e con che arti il pontefice di Roma conquistò il principato ecclesiastico seicento anni dopo la nascita di Cristo, non dubito che alla fine tornerai sui tuoi passi. E ti auguro di cuore che ciò avvenga. Stai bene ecc.
B. de Spinoza
settembre 1675

[Spinoza, Opere. Epistolario, traduzione di Filippo Mignini e Omero Proietti, Mondadori, Milano 2007]

Lettere sugli spiriti[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

Epistola LI.
Acutissimo Philosopho
B.d.s.
HUGO BOXEL.
Versio.
Clarisse Vir,
Causa, cur hanc tibi scribam, est, quòd tuam de apparitionibus, & Spectris, vel Lemuribus sententiam scire desiderem, & si dentur, quid de illis tibi videatur, & quamdiu illorum duret vita; eò quòd alii ea immortalia, alii verò mortalia esse opinantur. In hac mea dubitatione, an nimirùm ea dari conces, ulteriùs non pergam [...].

Epistola LII.
Amplissimo, Prudentissimoque Viro,
HUGONI BOXEL
B.d.S.
Responsio ad Praecedentem.
Versio.
Amplissime Vir,
Tua, quam heri accepi, mihi fuit acceptissima, tam quòd aliquod de te nun cium audire, desiderabam, quàm quòd te mei penitùs non oblitum esse video. Quamvis fortè alii malum esse omen putarent, vel Lemures causam ad me scribendi fuisse; ego tamen econtra majus quid in eo noto, res non tantùm veras; sed & nugas, atque imanationes mihi usui esse posse perpendo.

Traduzione[modifica]

Lettera LI
Hugo Boxel. All'acutissimo filosofo Baruch Spinoza
Eccellentissimo signore,
La ragione per la quale vi scrivo è la seguente: vorrei conoscere la vostra opinione in merito alle apparizioni, agli spettri e agli spiriti. Pensate esistano realmente? E se esistono, qual è la durata della loro vita? Alcuni riengono che siano immortali, secondo altri invece sarebbero soggetti a morte. Non voglio insistere oltre, dal momento che non so se per voi sia lecito parlare di queste cose [...].

Lettera LII
Baruch Spinoza. All'illustrissimo signor Hugo Boxel (risposta alla precedente)
Illustrissimo signore,
La vostra lettera, ricevuta ieri, mi ha fatto grande piacere, sia perché desideravo avere vostre notizie, sia perché mi accorgo che non vi siete del tutto dimenticato di me. Qualcuno potrebbe forse interpretare come cattivo augurio il fatto che siano stati gli spiriti a indurvi a scrivermi. Io al contrario la considero un'occasione propizia, e penso che non soltanto le cose vere, ma anche le chimere e le bazzecole possano risultarmi utili in qualche modo.

Citazioni[modifica]

  • È il desiderio che spinge la maggior parte degli uomini a raccontare cose, non come esse sono in realtà, ma come si vorrebbe che fossero, nella speranza che sia molto più facile farsi conoscere attraverso storie di spettri che non raccontano fatti reali. (da un inciso presente sul retro del libro, traduzione di Francesco Chiossone, il melangolo, Recco 2007)

Citazioni con testo originale[modifica]

  • Quello che so, è che tra il finito e l'infinito non esiste alcuna proporzione; cosicché la differenza che può sussistere tra la più grande e la più eminente delle creature e Dio è esattemente la stessa che c'è tra Dio e il più infimo degli esseri. (p. 48-49)
Hoc scio, inter finitum, & infinitum nullam esse proportionem: adeò ut discimen inter maximam, & præstantissimam, creaturam, atque inter Deum non aliud sit discrimen, quàm quòd inter Deum, ac minimam creaturam est.
  • Il mondo è un effetto necessario della natura divina, e non è stato fatto per caso.
Mundum Divinae Naturae necessarium effectum eumque fortuitò non esse factum.

Explicit[modifica]

Originale[modifica]

Si iis fidem adhibere animus est, quas rationes habes ad miracula Divæ Virginis, & omnium Sanctorum negandum, quæ à tot Celeberrimis Philosophis, Theologis, ac Historicis concscripta sunt, ut horum vel centum, illorum verò vix unum producere queam?
Denique, Amplissime Vir, longiùs quàm volebam, processi; nec te diutiùs iis rebus, quas, (scio) non concedes, molestias creare volo, quia alia, longè à meis diversa, sequeris pincipia, &c.

Traduzione[modifica]

Se siamo disposti a credere all'esistenza degli spiriti, come faremo a negare i miracoli della Vergine Maria e di tutti i santi, prodigi riferiti da filosofi autorevolissimi, e da tanti di quegli storici e teologi, che potrei citarne più di un centinaio, contro uno appena in favore degli spettri?
Infine, signore, mi sono già dilungato più di quanto volessi, e non intendo annoiarvi ulteriormente con argomenti che – ne sono certo – voi non acceterete, in quanto seguite principi che sono troppo lontani dai miei, ecc.

[Spinoza, Lettere sugli spiriti, a cura di Francesco Chiossone, il melangolo, Recco 2007]

Compendio di grammatica della lingua ebraica[modifica]

  • [...] presso gli Ebrei le vocali non sono lettere, e perciò presso gli Ebrei le vocali son chiamate anima delle lettere, e le lettere senza vocali corpi senz'anima. Invero, affinche la differenza tra lettere e vocali sia compresa più chiramente, la si può spiegare più comodamente mediante l'esempio del flauto regolato dalle dita perché suoni. E infatti il suono del flauto sono le vocali di quella musica, i fori invece tappati dalle dita sono le sue lettere. Ma di ciò tanto basta. (Capitolo 1, Sulle lettere, e sulle vocali in genere, p. 2297)
[...] vocale apud Hebræos non esse literas; & ideo apud Hebræos vocales literarum animæ appellantur, & literæ sine vocalibus corpora sine anima. Verum, ut differentia literarum, & vocalium clarius intelligatur, explicari ea commodius potest exemplo fistulæ digitis ad canendum pulsatæ. Sonus namque fistulæ vocales illius musicæ sunt, foramina vero digitis pulsata ejus literæ. Sed de his satis.
  • [...] gli uomini, e in particolare gli Ebrei, sono soliti assegnare attributi umani a tutte le cose, come la terra ascoltò, fu ascoltata, ecc. (Capitolo 5, Sul nome, p. 2321)
[...] homines, & præcipue Hebræi rebus omnibus humana attributa dare, ut terra audivit, auscultata est, &c.

[Spinoza, Compendio di grammatica della lingua ebraica, in Tutte le opere, testi originali a fronte, a cura di A. Sangiacomo, Bompiani "Il Pensiero Occidentale", Milano 2010 (traduzione dell'edizione curata da Carl Gebhardt nel 1925).]

Citazioni su Spinoza[modifica]

Lo studio del filosofo
  • C'è un ebreo ad Amsterdam che è stato espulso dagli altri ebrei [...] poiché non riconosce alcun altro maestro a parte la luce. (William Ames)
  • Che la sostanza di Spinoza significhi qualcosa d'altro, lo si vede facilmente; perché la sua sostanza è una necessità interna, nella quale per l'appunto ciò ch'è casuale (l'accidentale) svanisce perciò continuamente. Insomma la sostanza di Spinoza è l'espressione metafisica per la verità cristiana della Provvidenza la quale a sua volta corrisponde al destino in quanto esso è unità di necessità e casualità in modo che il caso c'è certamente, ma anche in modo che per essa il caso non esista. (Søren Kierkegaard)
  • Credo nel Dio di Spinoza che si rivela nell'armonia di tutto ciò che esiste [...]. (Albert Einstein)
  • Da Socrate in poi nessuna vita di filosofo può pareggiarsi a quella del solitario olandese, dove tanto più appare maestoso l'accordo tra pensiero ed essere, quanto più stridente è il contrasto tra l'ira velenosa dei suoi accusatori e la serena intrepidezza dell'accusato. (Felice Tocco)
  • Differenza tra un santo e un filosofo. Il ragno che cattura mosche affascinava Sant'Agostino; Spinoza gliele metteva apposta. (Guido Ceronetti)
  • [La filosofia spinoziana] è il documento di una nuova alleanza tra il presente e il passato. Alla fine del XVIII secolo, quando il cartesianesimo, come scuola filosofica in senso stretto, sarà già tramontato da un pezzo, il pensiero spinoziano, appena riscoperto, avrà ancora qualcosa di nuovo e di vivo da dire al mondo. Esso darà alle insopprimibili esigenze metafisiche dello spirito umano, prima e dopo di Kant, quel fervore religioso, quell'afflato panico, quell'indirizzo unitario, senza i quali ogni metafisica inevitabilmente languisce. E darà ancora in una trasparente formulazione cartesiana, alcuni dei risultati più vitali di un secolare travaglio speculativo, come segno, e insieme come pegno, di una più larga collaborazione umana, al di sopra dei tempi. (Guido De Ruggiero)
  • Ecco perché l'eretico fiolosofo ebreo del Seicento insegnerà a tutti la via della libertà che aveva trovato e nei secoli futuri l'uomo colto che passerà sul Paviliongracht, ad Aja, dove s'erge il monumento a Baruch Spinoza, dirà a se stesso: «È qui forse che Dio fu veduto più da vicino». (Ernest Renan)
  • Era di temperamento ascetico e malinconico. Snello di carnagione scura, con lunghi capelli ricciuti e occhi grandi, scuri e lucenti, non mangiava praticamente nulla, eccetto una zuppa di fiocchi d'avena con un po' di burro e farinata d'avena mischiata a uvetta. È incredibile, scrisse uno dei suoi primi biografi, il pastore luterano Colerus che alloggiava nella stessa casa, di quanto poco cibo o bevande sembra essersi accontentato. (Paul Johnson)
  • I Bacone, gli Spinoza, gli Hume, gli Schelling, i Kant e chiunque altro vi proponga una filosofia della mente, sono soltanto traduttori più o meno adeguati di cose che esistono nella vostra coscienza, che anche voi avete modo di vedere, e forse anche di esprimere. (Ralph Waldo Emerson)
  • I Signori del Mahamad rendono noto che, venuti a conoscenza già da tempo delle cattive opinioni e del comportamento di Baruch Spinoza, hanno tentato in diversi modi e anche con promesse di distoglierlo dalla cattiva strada. Non essendovi riusciti e ricevendo, al contrario, ogni giorno informazioni sempre maggiori sulle orribili eresie che egli sosteneva e insegnava e sulle azioni mostruose che commetteva – cose delle quali esistono testimoni degni di fede che hanno deposto e testimoniato anche in presenza del suddetto Spinoza – questi è stato riconosciuto colpevole. Avendo esaminato tutto ciò in presenza dei Signori Rabbini, i Signori del Mahamad hanno deciso, con l'accordo dei Rabbini, che il nominato Spinoza sarebbe stato bandito (enhermado) e separato dalla Nazione d'Israele in conseguenza della scomunica (cherem) che pronunciamo adesso nei termini che seguono: «Con l'aiuto del giudizio dei santi e degli angeli, con il consenso di tutta la santa comunità e al cospetto di tutti i nostri Sacri Testi e dei 613 comandamenti che vi sono contenuti, escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamo Baruch Spinoza. Pronunciamo questo herem nel modo in cui Giosuè lo pronunciò contro Gerico. Lo malediciamo nel modo in cui Eliseo ha maledetto i ragazzi e con tutte le maledizioni che si trovano nella Legge. Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l'Eterno non lo perdoni mai. Che l'Eterno accenda contro quest'uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel libro della Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele affliggendolo con tutte le maledizioni contenute nella Legge. E quanto a voi che restate devoti all'Eterno, vostro Dio, che Egli vi conservi in vita. Sappiate che non dovete avere con Spinoza alcun rapporto né scritto né orale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più di quattro gomiti. Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti». (dichiarazione rabbinica del 27 luglio 1656, firmata da Saul Levi Morteira ed altri)[2]
  • Il filosofare moderno inizia con un consapevole ritorno allo stile razionale dei greci, con una critica religiosa a tutte le letture irrazionalistiche della Bibbia e con una critica politica a tutte le forme di dispotismo. Sono questi i tre elementi portanti del pensiero di Spinoza. (Costanzo Preve)
  • Il grandioso sforzo di Spinoza è quello di guardare la realtà non con occhi umani, ma con quelli stessi della realtà se essa ne possedesse. Un realismo, la cui intrepidità non è mai stata oltrepassata; un perfetto ateismo, «merum Atheismum», come bene avevano visto i contemporanei (Ep. 42), se ci si rappresenta Dio secondo il concetto comune delle religioni, cosicché si corre rischio di equivocare profondamente nella comprensione dell'Etica se la parola «Dio» mentalmente non vi si cancella, e Johannes Clericus riferiva la voce che, in una presunta redazione originale olandese di essa, quella parola non figurava neppure e solo vi figurava la parola «Natura»; una qualche inclinazione materialistica, e (nonostante l'abituale opinione) un radicale irrazionalismo e un'ampia venatura di scetticismo: questi sono i tratti caratteristici dell'eroico pensiero spinoziano. (Giuseppe Rensi)
  • Il sublime spirito del mondo lo penetrò, l'infinito fu il suo principio e il suo fine, l'universale il suo unico ed eterno amore; vivendo in una santa innocenza e in una profonda umiltà, egli si specchiò nel mondo eterno e vide che lui stesso era per il mondo uno specchio d'amore; fu pieno di religione e di spirito santo. (Friedrich Schleiermacher)
  • L'assiduo manoscritto | aspetta, già pregno d'infinito. | Qualcuno costruisce Dio nella penombra. | Un uomo genera Dio. È un ebreo | di tristi occhi e di pelle olivastra | [...]. Il mago insiste e foggia | Dio con geometria raffinata; | dalla sua debolezza, dal suo nulla, | seguita a modellare Dio con la parola. | Il più generoso amore gli fu largito, | l'amore che non chiede di essere amato. (Jorge Luis Borges)
  • L'ideale della ragione che si era affacciato nel mondo moderno con Grozio e Cartesio ha trovato in Spinoza una delle sue prime determinazioni tipiche. (Nicola Abbagnano)
  • La vita di un filosofo è irta di Spinoza. (Guido Ceronetti)
  • Meno ambizioso di quello di Hegel, in quanto non pretende di render conto della religione né di comprenderla sulla base dei suoi propri concetti, il sistema di Spinoza è però ancor più ambizioso in quanto intende collocarsi al posto di essa, aprendo al filosofo una via che gli permetta di prescinderne. (Ferdinand Alquié)
  • Mi sono messo a leggere Spinoza da un paio di mesi circa. Non capirò forse tutto, ma mi dà una grande esaltazione. È come atterrare con un aeroplano su un grande altipiano in montagna. Solitudine, un'aria così pura che sale al cervello come il vino; un completo benessere... (William Somerset Maugham)
  • Non era soltanto inondato di una gioia segreta e profonda; la gioia era, per lui, l'attuazione di una qualità superiore dell'essere e la tristezza il sentimento di una diminuzione dell'essere; ma attribuiva, altresì, gran pregio e quasi un valore filosofico alla gaiezza (hilaritas). (Paul Hazard)
  • Nonostante Spinoza ci abbia insegnato che per raggiungere la felicità è bene vivere secondo ragione, senza lasciarsi «trasportare» mai dalle passioni, da quelle emozioni sempre cangianti che, costituendo altrettante reazioni passive e affettive al mondo che ci circonda, ci fanno sbandare di qua e di là, nonostante tutto questo, è difficile non appassionarsi alla filosofia di Spinoza, fino a diventarne ossessionati. Il suo è un sistema ricco e variegato, che richiede uno studio lungo e accurato. Lo stesso Spinoza lo vedeva come un che di compiuto. (Steven Nadler)
  • Spinoza è contro coloro che dicono che Dio fa tutto sub ratione boni. Sembra che costoro ammettano qualcosa al di fuori di Dio, che non sia dipendente da Dio, e su cui Dio si regoli nel suo agire come su un modello, o a cui Dio miri come a un fine. Ciò significa in effetti assoggettare Dio al destino, che è la più grande assurdità. (Friedrich Nietzsche)
  • Spinoza è la chiarezza di Bruno; quel che in Bruno è oscuro, in Spinoza è chiaro (sebbene non assolutamente chiaro, ma solo immediatamente). In Bruno è oscura la indifferenza, e in Spinoza si fa chiara, in quanto il punto della unione è il pensiero, e il pensiero non è tale che in quanto contiene o pone immediatamente o intuitivamente il suo contrario, l'essere. (Bertrando Spaventa)
  • Un giorno mio padre nominò Spinoza – il suo nome sia cancellato – e la sua teoria secondo la quale Dio è il mondo e il mondo è Dio. Parole che mi provocarono un tumulto nella mente. Se il mondo è Dio, allora io, il ragazzo Aaron, il mio gabbiano, il mio berretto di velluto, i miei capelli rossi, le mie scarpe partecipavano della Natura Divina. (Isaac Bashevis Singer)

Giorgio Colli[modifica]

  • In Spinoza non vi sono fratture: la sua vita fu in armonia con il suo pensiero. L'uomo non si distingue dalla sua opera. E ancora, il problema della conoscenza non si divide dal problema morale. Così in ogni parte della sua opera.
  • Ogni filosofo vuol trovare un senso – ossia un'unità – del mondo; ma gli oggetti che deve considerare sono infiniti, e i nessi concettuali che deve stabilire tra di essi sono, se possibile, ancora più infiniti. Il vigore di un filosofo è misurato dall'ampiezza di questa rete, che egli getta sulle cose, tentando di afferrarle e di stringerle. Ma ciò che conta ugualmente, è la quantità del tessuto di questa rete. La bava del ragno dev'essere rilucente e uniforme, e tenue abbastanza da ingannare la preda. È la forza dello sguardo, che stabilisce questa unità, lucida e avvolgente. Per profondità di un filosofo, si intende appunto ciò, e, dopo i greci, nessun filosofo è stato profondo nella misura di Spinoza.
  • Spinoza è un'unità, mentre il mondo moderno è una molteplicità frantumata. La voce di Spinoza giunge a noi da lontano, sommessa; non chiede di essere ascoltata. L'Etica ha la fermezza di un tempio, in un paesaggio disabitato: se sapremo contemplarlo, penetrare devoti il suo interno, conosceremo il divino.

Gilles Deleuze[modifica]

  • Esistono senza dubbio passioni tristi che hanno un'utilità sociale, ad esempio la paura, la speranza, l'umiltà, il pentimento, ma solo quando gli uomini non vivono sotto la guida della ragione. Rimane comunque il fatto che ogni passione, dal momento che implica tristezza, è cattiva in quanto tale: anche la speranza e la sicurezza. Lo Stato è tanto più perfetto quanto più poggia su affetti di gioia: l'amore della libertà deve prendere il sopravvento sulla speranza, la paura e la sicurezza. L'unico dettame della ragione [...] consiste nel concatenare il maggior numero di gioie passive col maggior numero di gioie attive. Infatti, la gioia è un'affezione passiva che aumenta la nostra potenza di agire, e solo la gioia può essere un'affezione attiva. [...] Il sentimento della gioia è il sentimento propriamente etico.
  • In tutta la sua opera Spinoza non cessa di denunciare tre generi di personaggi: l'uomo dalle passioni tristi; l'uomo che sfrutta queste passioni tristi, che ha bisogno di esse per stabilire il suo potere; infine, l'uomo che si rattrista per la condizione umana e per le passioni dell'uomo in generale.
  • Spinoza: è il filosofo assoluto, e l'Etica è il grande libro del concetto. Ma nello stesso tempo il più puro dei filosofi è quello che si rivolge rigorosamente a tutti: chiunque può leggere l' Etica, purché si lasci sufficentemente trasportare dal suo vento, dal suo fuoco.
  • Spinoza si distingue nettamente da tutti i filosofi di cui si occupa la storia della filosofia: è senza uguali il modo in cui fa tremare il cuore a quelli che si avventurano nei suoi testi.

Kuno Fischer[modifica]

  • Giammai si ebbe una vita indipendente vissuta come la vita di quest'uomo, che dovette romperla coi suoi genitori, col suo popolo, con le forme ordinarie di felicità, per poter vivere del suo pensiero; egli accettò questa necessità, e la sopportò senza che la calma del suo spirito ne soffrisse.
  • La religione dei suoi antenati lo ripudiò ed egli ancora quella religione respinse; e non si vincolò ad alta credenza e non appartenne più ad alcuna delle religioni che esistono nel mondo, neanche nelle forme esteriori, per l'apparenza, perché egli disdegna l'apparenza. Egli rinunziò ai principi che sono le basi della comunità umana, e visse indipendente e solo.

Friedrich Hegel[modifica]

  • È [...] inesatto chiamare ateo Spinoza soltanto perché non distingue Dio dal mondo. Con altrettanta e più ragione lo spinozismo potrebbe piuttosto definirsi acosmismo, in quanto in esso non il sistema cosmico, l'essenza finita, l'universo, ma soltanto Dio è considerato sostanziale e gli si attribuisce vita perenne. Spinoza afferma che ciò che si chiama mondo non esiste affatto: è soltanto una forma di Dio, non è niente in sé e per sé. L'universo non ha vera realtà: tutto è gettato nell'abisso dell'unica identità. Non c'è quindi nulla nella realtà finita; questa non ha verità alcuna; secondo Spinoza, quello che è è soltanto Dio. È adunque vero tutto il contrario di quanto si sostiene da coloro che incolpano Spinoza di ateismo: semmai in lui c'è troppo Dio.
  • Essere spinoziani è l'inizio essenziale del filosofare.
  • Spinoza è un punto talmente importante della filosofia moderna, che in realtà si può dire: o tu sei spinoziano, o non sei affatto filosofo.

Vincenzo Iannuzzi[modifica]

  • Baruch Spinoza si potrebbe definire il filosofo puro, perché in pochissimi ricercatori della verità si attuò in una maniera così piena e chiara una perfetta unità di pensiero e di vita come nel solitario e pacato pensatore olandese.
  • Ben pochi uomini hanno consacrato con maggiore ardore e sincerità la propria vita in servigio del genere umano. Non ebbe ambizioni, né di onori, né di ricchezze, mai.
  • Non fu ambizioso, non fu avaro, non fu dominato da alcuna passione. Egli era padrone di se stesso in modo assoluto: la verità non si raggiunge, egli pensa, che a questa condizione.
  • Se il nostro Bruno lo superò per l'impeto e lo slancio del suo eroico furore, gli restò inferiore per la estemporaneità e rapsodicità della sua dottrina.
  • Tra i pensatori della filosofia moderna Spinoza è, senza dubbio, uno dei più importanti, dei più profondi, dei più originali.
    Egli è come una colonna miliare sull'itinerario dello spirito umano; e il suo pensiero è interessantissimo, non soltanto per le ripercussioni, le risonanze, gli effetti esercitati sulla speculazione posteriore, ma anche per tutti i contatti, tutti i legami, molteplici e concreti, avuti con i sistemi e le correnti antecedenti.

Vito Mancuso[modifica]

  • Spinoza non è un ateo che nega l'esistenza di Dio: non avrebbe mai approvato una campagna a favore dell'ateismo. Spinoza è un filosofo che dice: «Dio è diverso». Affermando che Dio e natura coincidono, sostiene che la natura è divina, il mondo è divino, e anche noi, in quanto frammento di mondo, siamo divini. Non dice che Dio non c'è, ma che è dentro il mondo, dentro ogni cosa del mondo. (Disputa su Dio e dintorni)
  • Si tratta di capire perché Spinoza, scrivendo un libro intitolato Etica, parli in continuazione di Dio, iniziando con il darne una definizione [...] e concludendo col dire che la più alta virtù è «l'amore intellettuale della mente verso Dio» (libro V, proposizione 36). Perché tanto parlare di Dio, per parlare di etica? Non sarebbe bastato parlare appunto solo di etica, di etica rigorosamente laica, tale da sussistere «etsi Deus non daretur» (anche se Dio non ci fosse) come aveva proposto solo qualche anno prima un altro grande olandese, Ugo Grozio? Invece no, Spinoza insiste sulla teologia, come aveva già fatto scrivendo, prima dell'Etica, opere come il Breve trattato su Dio, l'uomo e il suo bene e il più noto Trattato teologico-politico. Il fatto è che Spinoza sa bene che, senza un adeguato discorso su Dio, cioè sul fondamento razionale dell'essere, non si dà alcuna possibilità di stabilire un'etica. (Disputa su Dio e dintorni)

Filippo Mignini[modifica]

  • Spinoza è in grado di indicare a tutti un percorso di illuminazione e di libertà.
  • Spinoza è stato il primo grande illuminista. L'iniziatore dell'emancipazione moderna dalla tradizione creazionista e metafisica. Da collocare a pieno titolo nella schiera dei liberatori. Quelli veri. E perciò abbastanza esigua.
  • Spinoza è una voce mite e ferma che l'Occidente offre alla storia del mondo.
  • Sotto il profilo ontologico l'Etica può essere considerata come il più rigoroso documento filosofico, nell'età moderna, della dottrina storica del principio indeterminato.

Bertrand Russell[modifica]

  • È il più nobile ed il più degno di amore dei grandi filosofi. Se qualcun altro lo ha superato per intelletto, dal punto di vista etico è superiore a tutti. Di conseguenza fu considerato, durante la sua vita e per un secolo dopo la sua morte, un uomo di spaventosa malvagità. Era nato ebreo, ma gli ebrei lo sconfessarono. Nello stesso modo lo respinsero i cristiani: benché tutta la sua filosofia sia dominata dall'idea di Dio, gli ortodossi lo accusarono di ateismo.
  • Spinoza diceva ciò che direbbe un cristiano, ed anche qualcosa di più. Per lui ogni peccato è dovuto all'ignoranza; voleva cioè «perdonare loro perché non sanno quello che fanno». Ma Spinoza indicava come evitare i limitati orizzonti da cui, secondo lui, nasce il peccato, e spingeva, anche dopo le peggiori disgrazie, a non chiudersi nel mondo del proprio dolore. Lo faceva capire mostrando le cose in rapporto alle loro cause e come parti dell'intero ordine della natura. Come abbiamo visto, Spinoza credeva che l'odio potesse essere superato dall'amore.
  • Spinoza intende liberare gli uomini della tirannide della paura. «Un uomo libero pensa alla morte meno che a qualsiasi altra cosa; e la sua saggezza è una meditazione non sulla morte, ma sulla vita.» Spinoza visse completamente in accordo con il suo precetto. L'ultimo giorno della sua vita era del tutto calmo, non esaltato come Socrate nel Fedone, ma conversava, come avrebbe fatto in qualsiasi altro giorno, intorno a questioni che interessavano il suo interlocutore. A differenza di altri filosofi, non solo credeva alle proprie dottrine, ma le metteva in pratica; non so di nessuna occasione in cui, malgrado le più forti provocazioni, Spinoza si sia abbandonato a quell'animosità o a quell'ira che la sua etica condannava. Nelle controversie era cortese e ragionevole, non insultava mai, e faceva del suo meglio per persuadere.

Eugenio Scalfari[modifica]

  • La pubblicazione avvenuta di recente nei Meridiani Mondadori dell'opera completa di Baruch Spinoza è un evento importante nella cultura italiana e non soltanto per la vastità degli apparati, la completezza critica dei testi, la qualità dei commenti e in particolare per le introduzioni alle singole opere e per quella generale, dovuta a Filippo Mignini. L'evento sta nel fatto stesso della pubblicazione. Qui ed ora, viene in mente di dire. Perché qui ed ora la filosofia di Spinoza attraversa di nuovo una fase attraente, direi in sintonia con i modi di sentire dell'epoca in cui viviamo; ma sintonia però non consapevole e perciò inadeguata, neppure nella società dei colti e dei filosofi, con alcune importanti eccezioni tra le quali va segnalata quella di Emanuele Severino che di Spinoza è stato da sempre attento e acuto cultore.
  • La radicalità del pensiero spinoziano nei confronti della salvezza, dell'antropomorfismo e della centralità dell'uomo nel mondo. Non c'è stata finora filosofia più lontana, più indifferente, anzi più impegnata nella dimostrazione che la nostra specie non può vantare alcun privilegio e alcuna posizione dominante nell'universo. Non solo: non può appellarsi né sperare in alcun Dio che possa assicurarci la salvezza e indicarne il percorso. Ma, nello stesso tempo, una filosofia dedicata alla dimostrazione che "Dio c'è" come si direbbe oggi, ed anzi è presente in tutto e dovunque, eterno e assoluto, unica sostanza esistente, della quale tutto l'universo è pervaso fin nelle sue più intime particelle.
  • Un pensiero radicale e per questo molto avversato che cancellava ogni tentazione antropomorfica nella concezione del mondo e della sua creazione. Convivono nei suoi scritti un aspetto distruttivo e uno costruttivo, intrecciati l'uno con l'altro. Nietzsche si imbatté in lui negli anni '80 del suo secolo e ne rimase sconvolto: ecco il mio precursore. L'incontro decisivo che egli ebbe e che lo aiutò a definire il suo pensiero fu quello con Descartes.

Arthur Schopenhauer[modifica]

  • Presso di me, come presso Spinoza, il mondo esiste per interna forza e da se stesso.
  • L'uomo sposato porta sulle spalle tutto il peso della vita, quello non sposato solo la metà: chi si dedica alle muse deve far parte dell'ultima classe. Perciò si troverà che quasi tutti i veri filosofi sono rimasti scapoli, come Descartes, Leibniz, Malebrance, Spinoza, e Kant.

Note[modifica]

  1. a b c d e f g h i j k l m n o p q r Citato in Breviario di Spinoza, fogliospinoziano.it, a cura di Giovanni Croce
  2. Citato in Emilia Giancotti Boscherini, Baruch Spinoza 1632-1677, Editori Riuniti, Roma, 1985, p. 13.

Bibliografia[modifica]

  • Spinoza, Tutte le opere, testi originali a fronte, a cura di A. Sangiacomo, Bompiani "Il Pensiero Occidentale", Milano 2010 (traduzione dell'edizione curata da Carl Gebhardt nel 1925).
  • Spinoza, Opere, a cura e con un saggio introduttivo di Filippo Mignini, traduzioni e note di Filippo Mignini e Omero Proietti, I Meridani – Classici dello Spirito, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2007.
  • Spinoza, Spinoza, collana I Grandi filosofi a cura di Armando Massarenti, Il Sole 24 Ore, Ozzano Emilia 2007.
  • Spinoza, Breve trattato su Dio, l'uomo e il suo bene, a cura di Filippo Mignini, Japadre, 1986.
  • Spinoza, Trattato teologico-politico, traduzione e commenti di Antonio Droetto ed Emilia Giancotti Boscherini, Einaudi, 2007.
  • Spinoza, Trattato teologico-politico, traduzione di Franco Fergnani e Salvatore Rizzo, UTET, 1980.
  • Spinoza, Trattato politico, La Ginestra Editrice, 2006.
  • Spinoza, Trattato politico, traduzione di Lelia Pezzillo, BUL, 1992.
  • Spinoza, Epistolario, traduzione di Antonio Droetto, Reprints Einaudi, 1974.
  • Filippo Mignini, Introduzione a Spinoza, collana "I filosofi", Laterza, 2006.
  • Filippo Mignini, Dio, l'uomo, la libertà. Studi sul «Breve trattato» di Spinoza, Japrade, 1990.
  • Saccaro Del Buffa, Giuseppa, Alle origini del panteismo. Genesi dell'Etica di Spinoza e delle sue forme di argomentazione, FrancoAngeli, Milano 2004.
  • Smilevski, Goce, Conversation with SPINOZA, Chicago: Northwestern University Press, 2006.
  • Steven Nadler, Baruch Spinoza e l'Olanda del Seicento, Einaudi, Torino 1977.

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