Pierre Haski

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Pierre Haski

Pierre Haski (1953 – vivente), giornalista francese.

Citazioni di Pierre Haski[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Se è vero che andiamo verso un mondo dominato da tre uomini – Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping – a farne le spese potrebbe essere l'idea stessa della difesa dei diritti umani, almeno per qualche tempo.[1]
  • Nel conflitto con i jihadisti, gli occidentali si sono sempre preoccupati di distinguere tra la minoranza degli estremisti e il miliardo di musulmani di tutto il mondo. Donald Trump ha abbandonato questa importante precauzione. Il rischio è che lo "scontro di civiltà" teorizzato da Samuel Huntington diventi una profezia che si autoavvera e pone all'Europa una difficile sfida.[2]

Da Quando l'Albania era amica di Mao

Sull'Albania e la Repubblica Popolare Socialista d'Albania, tradotto in Internazionale.it, 11 agosto 2014.

  • C'è stato un tempo in cui l'Albania aveva ambizioni da grande potenza. Quanto meno per Pechino, visto che l'Albania socialista è stata per anni l'unico alleato della Cina di Mao e alcuni cinesi credevano che l'Albania fosse il paese più importante d'Europa. Ma questo periodo è ormai dimenticato da tempo e l'Albania ha ritrovato la sua posizione reale, quella di un paese povero dei Balcani, che a vent'anni dalla fine di uno dei regimi comunisti più ortodossi al mondo sta ancora cercando di ricostruire uno stato degno di questo nome.
  • Che cosa dice questa storia dell'Albania di oggi? Parla di un periodo che i giovani sotto i 20 anni non hanno conosciuto. Ma parla soprattutto della follia nel quale questo paese era caduto per tanto tempo, e di cui continua ancora oggi a pagare le conseguenze.
  • L'Albania, a lungo descritta in Europa come uno "stato mafioso", si rialza a fatica da questo marxismo-leninismo a tappe forzate che non bastava a nascondere la povertà. Una povertà che oggi si fa sentire duramente con gli stipendi più bassi d'Europa, con un'economia sommersa che corrisponde al 25 per cento del pil e una disoccupazione di massa.
  • La lingua albanese è sopravvissuta a cinque secoli di occupazione ottomana, durante i quali è stata vietata. Le persone istruite andavano a imparare il turco a Istanbul e alla fine dell’impero ottomano il 90 per cento degli albanesi era ancora analfabeta.

Da Benvenuti nell’era che non crede più ai fatti

Tradotto in Internazionale.it, 14 settembre 2016.

  • [Su Brexit] Ralph Keyes definisce la menzogna "un'affermazione falsa, fatta in piena cognizione di causa con l'obiettivo d'ingannare". Un esempio? La campagna referendaria per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea sosteneva che Londra versava all'Ue 350 milioni di sterline alla settimana e che tale denaro sarebbe potuto essere investito nel servizio sanitario nazionale in caso d'uscita dall’Unione europea. L'affermazione era chiaramente falsa: non erano vere né la cifra né la promessa. Ma una volta scritta sugli autobus britannici a due piani è diventata credibile.
  • Nel caso di Trump la cosa più stupefacente è che un paese moralista come gli Stati Uniti ha spesso considerato la menzogna una cosa più grave dei fatti che si volevano nascondere. Sono stati la bugia e lo spergiuro, più che il furto con scasso, a portare all'impeachment di Richard Nixon dopo lo scandalo Watergate.
  • [Su Donald Trump] Il candidato repubblicano non si è affatto opposto all'invasione dell'Iraq come ha sostenuto più volte. Tre mesi prima della guerra si era detto favorevole all'idea, per poi prenderne le distanze nel 2004 quando sono cominciati i problemi. Ma poco importa. Trump continua a dire quel che gli fa comodo, o che piace al suo elettorato, senza preoccuparsi della verità e neppure dei fatti.
  • Non si vota per la Brexit o per Trump perché dicono la verità, ma perché incarnano, a torto o a ragione, un rifiuto del "sistema". E i social network, grazie all'ambivalenza della tecnologia che fa gli interessi di chi la sa usare meglio, sono il campo di battaglia preferito di chi si crede poco rappresentato dai mezzi d'informazione tradizionali. La postverità è incompatibile con la democrazia. Se lasceremo che si radichi e si diffonda in maniera duratura, ne pagheremo tutti il prezzo.

Da L’irresistibile ascesa di Xi Jinping

Su Xi Jinping, tradotto in Internazionale.it, 12 ottobre 2017.

  • Xi Jinping, che incarna la quinta generazione di dirigenti della Repubblica popolare da quando la fondò Mao Zedong nel 1949, è a capo di un paese convinto che sia arrivato il suo momento e che sta ritrovando il suo ruolo centrale nel mondo dopo un’eclissi di un secolo e mezzo.
  • Il grande paradosso della nostra epoca è che questa ascesa della Cina avviene in contraddizione di tutte le teorie costruite nel corso degli ultimi 20 anni: quelle che affermavano che lo sviluppo economico avrebbe provocato automaticamente l’apertura del regime; quelle che pensavano che internet avrebbe portato la libertà; quelle che negavano a un paese, visto in passato solo come il subappaltatore dell’industria tessile o elettronica in oscuri sweat-shop, la possibilità di essere la culla di un settore innovativo; o quelle che rifiutavano di vedere in un regime autoritario del tutto privo di soft power la capacità di sviluppare una “diplomazia di influenza” in grado di competere con quella degli occidentali.
  • Dal suo arrivo a capo del partito e dello stato nel 2012, il numero uno cinese ha puntato sulla modernizzazione della Cina senza concedere nulla nel campo delle libertà.
  • Il 19° congresso del Pcc con la sua coreografia senza sorprese e con il suo culto della personalità del nuovo “Timoniere”, dovrebbe essere il simbolo di questa nuova epoca del “sogno cinese” di grandezza ritrovata. Poco tempo dopo, il vertice con Trump, patetico leader di un “mondo libero” che non sa più se esiste ancora, arriverà a confermare questo senso di potenza cinese.

Da In Cina si torna a una concezione imperiale del potere

Su Xi Jinping, tradotto in Internazionale.it, 26 ottobre 2017.

  • Al contrario dei suoi predecessori ha fatto inserire il suo “pensiero” accanto a quello di Mao e di Deng Xiaoping nella costituzione del partito mentre è ancora in carica.
  • Oggi la Cina è l’unica potenza in questo mondo multipolare a combinare un’economia in pieno sviluppo, innovativa e dinamica; un potere politico sicuro dei suoi mezzi e che non teme alcuna contestazione interna.
  • Senza cadere in definizioni razziste come “pericolo giallo”, c’è nella ridefinizione del mondo una “questione cinese” che si sta imponendo in modo crescente a tutti i suoi partner e rivali. Non riflettere su questo punto, come fa in genere un’Europa ancora troppo ripiegata su di sé, espone a dei risvegli potenzialmente dolorosi.

Da In un anno Donald Trump ha accelerato il declino degli Stati Uniti

Su Donald Trump, tradotto in Internazionale.it, 7 novembre 2017.

  • Dal suo arrivo alla Casa Bianca, Donald Trump ha esercitato il suo potere in chiave negativa, smontando una parte dei risultati ottenuti dal suo predecessore Barack Obama, al quale tributa un odio ammantato di gelosia.
  • Ha ritirato la partecipazione degli Stati Uniti al trattato di Parigi sul riscaldamento del clima, dando così una forte spinta agli scettici dei cambiamenti climatici, in barba ai dati scientifici e all’opinione del resto del mondo.
  • Ha rifiutato di confermare l’accordo nucleare con l’Iran, indebolendo senza tuttavia vanificare uno dei rari successi delle trattative multilaterali degli ultimi anni, rischiando così di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente ma anche di distruggere ogni possibilità di negoziato con una Corea del Nord già nuclearizzata e che ha tutte le ragioni, ormai, di diffidare della parola di un presidente degli Stati Uniti.
  • Questa capacità del capo dell’esecutivo di fare danni non è accompagnata da una strategia chiara. Questo isolazionista primordiale ha comunque deciso di rilanciare l’impegno militare statunitense in Afghanistan, ha bombardato la Siria perché sua figlia aveva visto delle immagini impressionanti su Fox News, e ha rischiato di provocare uno scontro tra il Qatar e i suoi vicini del Golfo autorizzando un’offensiva congiunta di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro il loro rivale di Doha.
  • È vero che ha contribuito in maniera decisiva alla sconfitta del gruppo Stato islamico (Is) nelle sue due roccaforti di Mosul e Raqqa. Ma è altrettanto chiaro che non possiede alcun piano per il dopo Is, né in Siria né in Iraq. La questione curda in Iraq lo dimostra in maniera evidente.
  • Invece di rendere l’America great again, trasmette ai suoi rivali l’immagine di un uomo che sta indebolendo il suo paese e la sua statura su scala mondiale. Chi crede ancora che gli Stati Uniti stiano diventando più “grandi” con Trump? Di sicuro non Xi Jinping.

Da Xi Jinping vuole diventare l’imperatore di un mondo postoccidentale

Su Xi Jinping, tradotto in Internazionale.it, 20 marzo 2018.

  • I precetti di Deng hanno funzionato bene fino a oggi, con direzioni collegiali, un limite di due mandati da cinque anni ciascuno e una relativa sobrietà ai vertici che segnava una rottura con lo statuto di dio vivente di Mao. Fino alla svolta avviata con l’arrivo alla testa del partito di Xi Jinping, nel 2012.
  • Xi ambisce a fare della Cina la prima potenza di un mondo che sta per diventare, agli occhi di Pechino, “postoccidentale”, nel quale cioè gli attori dominanti degli ultimi due secoli non avranno più i mezzi per realizzare le loro ambizioni.
  • È [...] riuscito, da vivo, a iscrivere il suo “pensiero” sul “socialismo della nuova era” all’interno della Carta del Partito comunista cinese e a farsi chiamare lingxiu, ovvero “il leader”, una formula che non veniva utilizzata dalla fine dell’epoca maoista, eliminando il principio della collegialità caro a Deng Xiaoping, a vantaggio di un potere personale assoluto.

Da In Brasile l’ambiente sarà la prima vittima di una presidenza di destra

Tradotto in Internazionale.it, 19 ottobre 2018.

  • Ci sono molte ragioni per temere una vittoria di Jair Bolsonaro, candidato dell'estrema destra alla presidenza del Brasile evidentemente razzista, sessista e omofobo. Ma ce n'è una il cui impatto va oltre il destino dei brasiliani che lo eleggeranno con ogni probabilità tra otto giorni: le sue idee catastrofiche per l'ambiente, o piuttosto contro l'ambiente.
  • Il programma di Bolsonaro non lascia spazio all'ambiguità: il candidato di destra vuole sopprimere il ministero dell'ambiente accorpandolo con quello dell'agricoltura, vuole dedicare altre aree boschive alla coltivazione della soia e all'allevamento e vuole negare qualsiasi ulteriore diritto sulla terra ai popoli indigeni.
  • Nonostante le sue ambivalenze, infatti, l'ex presidente Luiz Inácio Lula Da Silva aveva comunque messo un freno alla deforestazione. Ora però la tendenza si è invertita, soprattutto dopo che i conservatori sono tornati al potere due anni fa.

Da In Brasile la democrazia è stata sconfitta alle urne

Tradotto in Internazionale.it, 29 ottobre 2018.

  • I brasiliani hanno molti motivi per essere furenti: corruzione, incuria, criminalità... Tuttavia questa collera, cattiva consigliera, li ha spinti tra le braccia di un candidato che difficilmente si può evitare di definire fascista.
  • In Europa Lula resta un'icona della sinistra pragmatica, e anche in Brasile le elezioni avrebbero avuto un esito diverso se l'ex presidente avesse avuto la possibilità di candidarsi. Ma Lula è anche ritenuto responsabile per molti degli scandali di corruzione che hanno intaccato il suo mandato e per la tremenda recessione in cui è sprofondato il paese.
  • Jair Bolsonaro somiglia un po' a Donald Trump e molto a Rodrigo Duterte, il presidente delle Filippine, un uomo che si è paragonato a Hitler, la cui battaglia contro la droga è degenerata in migliaia di esecuzioni sommarie e che ha messo a tacere la stampa indipendente. Bolsonaro minaccia di fare lo stesso in Brasile.

Da Xi Jinping soffia sulle braci del nazionalismo cinese

Su Xi Jinping, tradotto in Internazionale.it, 19 dicembre 2018.

  • Xi ha ribadito senza ambiguità che lo stato resterà ai posti di comando dell’economia e che il Partito comunista cinese non ha intenzione di cedere nemmeno un grammo del suo potere. Una smentita clamorosa per tutti quelli che scommettevano su una democratizzazione della Cina derivata dallo sviluppo della sua economia.
  • Xi Jinping è chiaramente diventato il cantore di un modello di capitalismo autoritario cinese che si oppone al modello occidentale. Il presidente cinese è il primo leader ad averlo affermato dopo Mao, oltre che il primo ad aver sviluppato il piano cinese a colpi di miliardi di dollari investiti sui cinque continenti, Europa compresa.
  • Il mondo non ha ancora la misura della potenza che si sta costruendo in Cina.

Da La buona notizia dell’anno è arrivata dall’Etiopia

Tradotto in Internazionale.it, 31 dicembre 2018.

  • Abiy Ahmed ha cominciato liberando centinaia di prigionieri politici e giornalisti detenuti, e per la prima volta negli ultimi 15 anni non ce n’è più nemmeno uno in prigione. Una rondine non fa primavera, certo, ma si tratta comunque di un buon indicatore dello stato delle liberà in un paese.
  • Alla fine ha prevalso Abiy Ahmed, uomo che incarna una nuova generazione più in sintonia con la popolazione giovane che aspira a una società più aperta. Da quel momento è partita “l’Abiymania” che si è prolungata oltre l’entusiasmo iniziale.
  • Il primo ministro, ex militare che ha studiato informatica e filosofia, ha un padre musulmano e una madre cristiana. Sa bene che dovrà gestire conflitti etnici che ancora ci sono nell’ex impero di Haile Selassie e che dovrà superare il test della democratizzazione, coinvolgendo un’opposizione a lungo repressa.

Da La teoria razzista dietro la strage in Nuova Zelanda

Sugli attentati di Christchurch, tradotto in Internazionale.it, 18 marzo 2019.

  • Come Anders Breivik, l’assassino dei giovani socialdemocratici in Norvegia nel 2011, anche Tarrant ha fornito la chiave interpretativa della sua radicalizzazione con un testo apertamente razzista e carico di odio verso i musulmani, in cui ritroviamo un riferimento tristemente familiare in Francia grazie a una tesi sviluppata da uno scrittore francese. Parlo di Renaud Camus e della sua teoria sulla “grande sostituzione”.
  • Dietro le aggressioni contro ebrei e musulmani c’è la stessa logica, una logica di esclusione e superiorità razziale, un meccanismo di odio con una ricorrente matrice ideologica che pervade certe forme di antisemitismo e islamofobia.
  • Nel vortice di informazioni e indignazione, forse non riusciamo più a vedere le logiche in atto e fino a che punto un’azione più intensa delle altre riveli la piega verso cui ci vogliono spingere questi ideologhi: la piega dell’odio e della guerra civile. Pensiamoci prima della prossima polemica pavloviana che puzzi di “grande sostituzione”. Dietro ogni massacro c’è sempre un’idea.

Da La strage di Christchurch in diretta e i limiti delle aziende tecnologiche

Sugli attentati di Christchurch, tradotto in Internazionale.it, 19 marzo 2019.

  • A quanto pare le aziende tecnologiche non hanno imparato dal passato. I jihadisti del gruppo Stato islamico (Is) avevano infatti ottenuto gli stessi risultati, trasformando i loro massacri in spot pubblicitari sul teatro mondiale dei social network.
  • La trasmissione è durata 17 minuti. La premier neozelandese si è detta sorpresa dal fatto che Facebook non abbia bloccato prima quelle immagini atroci. Ma i controlli, su queste piattaforme, sono effettuati a posteriori, e solo dopo l’allerta è stato possibile agire. Ormai il danno era fatto e si stava propagando a grande velocità.
  • Da questo evento possiamo trarre due insegnamenti. Il primo è in realtà una constatazione: malgrado il loro impegno e l’assunzione di migliaia di moderatori, queste aziende sono incapaci di bloccare i contenuti carichi d’odio, illegali in tutti i paesi. Siamo davanti all’ennesimo scandalo che ha colpito le grandi aziende, già criticate per il disprezzo della privacy e l’elusione fiscale.
    Il secondo insegnamento è più complesso. A Christchurch ha agito un uomo di 28 anni abituato a usare la tecnologia e gli strumenti dell’informazione virale. Come già l’Is qualche anno fa, anche questa frangia estremista sa sfuggire alla sorveglianza e usa tecnologie accessibili a tutti. Questo aspetto rappresenta una sfida enorme per le nostre società aperte, i cui nemici sfuggono in pochi clic.

Da L’operazione turca in Siria dimostra che Trump ha abbandonato i curdi

Sull'offensiva turca nella Siria nordorientale del 2019, tradotto in Internazionale.it, 10 ottobre 2019.

  • Siamo davanti all’ennesima incarnazione della disfunzionalità del mondo, con il disimpegno statunitense che lascia campo libero a una potenza regionale predatrice che agisce difendendo i propri interessi.
  • Anche se l’amministrazione Trump ha dichiarato di non sostenere l’azione di Ankara, resta il fatto che all’inizio della settimana i soldati statunitensi si sono ritirati delle stesse zone che ora vengono invase dall’esercito turco.
  • I turchi vogliono prima di tutto cacciare i curdi dalla regione, non lasciandogli altra scelta se non quella di chiedere aiuto al regime di Damasco sostenuto da Russia e Iran. Se le cose andranno davvero così, l’autorizzazione concessa da Trump a Erdogan avrà un effetto paradossale.
  • Siamo davanti all’ennesimo episodio inquietante di una guerra che in Siria dura da oltre sette anni e ha portato solo morte e sofferenza. Il fatto che sia il presidente della prima potenza mondiale ad aggiungere guerra alla guerra, anziché contribuire alla pace, è un segno della deriva del mondo di oggi.

Da Per Boris Johnson la Brexit è solo uno strumento di potere

Su Boris Johnson, tradotto in Internazionale.it, 17 ottobre 2019.

  • Johnson ha maltrattato il suo partito conservatore cacciando alcuni deputati che gli si erano opposti; ha colpito le istituzioni britanniche al punto da incassare una dura condanna dalla corte suprema e ha forzato la mano degli unionisti nordirlandesi, grazie ai quali il suo partito ha potuto governare negli ultimi due anni.
    Ma per Johnson tutto questo non è importante. Il fine giustifica i mezzi. E in questo caso il fine non è mai stato la Brexit, ma il potere.
  • L’attuale primo ministro ha sempre vantato le virtù del mercato unico e in passato il suo sostegno alla Brexit non era affatto scontato. Johnson, in sostanza, si è schierato a favore dell’uscita dall’Ue solo al momento del referendum del 2016, spinto dal suo fiuto e da una buona dose di opportunismo e diventando una delle figure di punta del fronte della Brexit.
  • Il principale nemico di Boris Johnson è proprio lui stesso. L’ebbrezza del successo e l’assenza di princìpi, infatti, potrebbero trasformarsi negli ingredienti della sconfitta.

Da L’India resiste al programma nazionalista di Modi

Su Narendra Modi, tradotto in Internazionale.it, 18 dicembre 2019.

  • Il primo ministro Narendra Modi, nazionalista indù che quest’anno ha ottenuto facilmente la rielezione, ha suscitato le ire di parte del paese con una legge discriminatoria sulla nazionalità. La legge, adottata l’11 dicembre, concede la nazionalità indiana a tutte le persone che fuggono dai paesi vicini a causa di persecuzioni religiose. Con un’unica eccezione: i musulmani.
  • Narendra Modi appartiene a un gruppo nazionalista indù che assimila l’India alla maggioranza induista del paese. Quando era primo ministro dello stato del Gujarat, all’inizio del nuovo millennio, la provincia è stata teatro delle peggiori violenze contro i musulmani dalla separazione del 1947.
  • I conflitti religiosi coinvolgono altri paesi come il Bangladesh e il Pakistan, stati musulmani che sono regolarmente vittime dell’intolleranza integralista. Nel frattempo, la Cina sta cercando di eradicare la cultura islamica “rieducando” la sua popolazione uigura in grandi campi di detenzione.
    In questo contesto l’India avrebbe dovuto dare l’esempio, anziché adottare una politica di esclusione. Narendra Modi, invece, si è assunto il rischio di aprire le porte dell’odio nel suo paese.

Da Il coronavirus in Cina è un test di credibilità politica per Pechino

Sulla pandemia di COVID-19 in Cina, tradotto in Internazionale.it, 22 gennaio 2020.

  • Quando la Cina prende un raffreddore, il mondo intero ha paura di ammalarsi.
  • La questione, a questo punto, è semplice: le autorità cinesi hanno imparato la lezione della Sars e seguiranno la strada dell’informazione e della trasparenza, soprattutto in un momento segnato da massicci movimenti di persone a causa del capodanno cinese?
  • Dai tempi della Sars la Cina è diventata una potenza economica e politica di prima grandezza, che come tale vuole essere riconosciuta. Ma questo status prevede responsabilità che il sistema politico cinese non sembra sempre pronto ad accettare. Il coronavirus, in questo senso, sarà un test importante.

Da Il coronavirus si è diffuso grazie al segreto di stato cinese

Sulla pandemia di COVID-19 in Cina, tradotto in Internazionale.it, 28 gennaio 2020.

  • La tragedia dimostra che, nonostante il regime abbia imparato la lezione dell’epidemia di sars del 2003 e abbia reagito più rapidamente, mantiene ancora la lentezza di un sistema burocratico e autoritario, lontano dall’immagine di modernità tecnologica che la Cina vuole dare di sé.
  • Su internet, nonostante la censura, alcune critiche continuano a circolare: a proposito degli ospedali di Wuhan strapieni in attesa della costruzione di nuove unità, delle difficoltà nell’approvvigionamento o della confusione che circonda le informazioni. Questo dimostra che accanto all’aspetto medico e umano esiste una posta in gioco politica.
  • Negli ultimi giorni i leader cinesi si sono preoccupati per i riferimenti alla serie televisiva Chernobyl che circolano sui social network, tanto che la serie sulla catastrofe sovietica è stata ritirata da un sito specializzato dopo aver fatto nascere un intenso dibattito con inevitabili riferimenti alle menzogne di stato e ai fallimenti del sistema.

Da Il presidente brasiliano nella tempesta politica e sanitaria

Sulla pandemia di COVID-19 in Brasile, tradotto in Internazionale.it, 27 aprile 2020.

  • Il comportamento irresponsabile del presidente rispetto al virus è stato fortunatamente bilanciato dalla serietà dei governatori, che hanno imposto l’isolamento contro il parere del presidente.
  • L’atteggiamento del presidente di fronte alla pandemia alimenta un dibattito infuocato. Come Trump, anche Bolsonaro ha inizialmente paragonato il covid-19 a una semplice influenza, non risparmiando le strette di mano in pubblico e criticando i governatori che seguivano i consigli della comunità scientifica e decretavano l’isolamento. Bolsonaro ha addirittura rimosso il suo ministro della sanità perché tentava di convincerlo a cambiare rotta mentre l’epidemia dilagava in Brasile.
  • I passi falsi di Bolsonaro confermano la tendenza degli “uomini forti” del momento – Trump negli Stati Uniti, Erdoğan in Turchia e Putin in Russia – a minimizzare la minaccia del virus, prima di essere costretti ad affrontarla. Di sicuro questi leader non possono sostenere di essere stati più lungimiranti ed efficaci degli altri. Sopravvivono grazie all’autoritarismo, ma questo non cancella il bilancio negativo della loro attività. Forse, nel caso di Bolsonaro, questo accelererà la caduta di un uomo palesemente inadatto a guidare un grande paese come il Brasile.

Da In Amazzonia il virus rischia di sterminare i popoli indigeni

Sulla pandemia di COVID-19 in Brasile, tradotto in Internazionale.it, 4 maggio 2020.

  • Il virus potrebbe provocare un genocidio? A sollevare il dubbio è un appello firmato da diverse personalità internazionali che si interrogano sui rischi della pandemia per una delle popolazioni più fragili al mondo: gli ultimi indigeni dell’Amazzonia, in Brasile.
  • Inevitabilmente viene da pensare [...] a quello che è accaduto cinque secoli fa, quando i colonizzatori europei arrivarono nel continente americano portando con sé malattie contro le quali le popolazioni native non avevano alcuna difesa immunitaria. All’epoca gli indigeni dell’America meridionale e settentrionale furono decimati da vaiolo, influenza e tifo.
  • In Brasile, dove l’attuale epidemia di covid-19 ha già fatto più di seimila vittime, la posizione di Jair Bolsonaro fa molto discutere. Il presidente, infatti, sminuisce la minaccia del virus e si oppone all’azione dei governatori che hanno imposto l’isolamento nelle principali regioni del paese.

Da L’estrema destra guida la protesta contro le misure di distanziamento

Sulla disinformazione sul SARS-CoV-2, tradotto in Internazionale.it, 14 maggio 2020.

  • In diversi paesi le proteste contro l'isolamento e le restrizioni coinvolgono decine e a volte centinaia di persone, spesso troppo numerose rispetto ai limiti imposti nei luoghi pubblici e ancora più spesso sprezzanti di qualsiasi distanza di sicurezza.
  • Oggi in tutto il mondo si contano più di quattro milioni di malati e circa trecentomila decessi dovuti al covid-19. Non accettare queste cifre è ormai inammissibile. I manifestanti, però, trovano le loro motivazioni in un mix di strumentalizzazioni politiche, teorie complottiste e in un individualismo ostinato che non intende rispettare le istruzioni dello stato.
  • A quanto pare durante la pandemia la disinformazione e la manipolazione sono più attive che mai, nonostante sia in gioco la salute di tutti noi.

Da La deriva del populista Bolsonaro, dalle smentite al contagio

Sulla pandemia di COVID-19 in Brasile, tradotto in Internazionale.it, 8 luglio 2020.

  • Bolsonaro si è rifiutato di prendere le minime precauzioni e ha sostenuto attivamente i manifestanti che protestavano per le misure di isolamento imposte dai governatori e dai sindaci delle grandi città, trasformando questo rifiuto in un vanto.
    L’aspetto più incredibile è che Bolsonaro ha mantenuto la sua posizione anche quando il Brasile è diventato l’epicentro mondiale della pandemia, con più di 65mila morti e 1,6 milioni di contagi, secondo paese più colpito al mondo dopo gli Stati Uniti.
  • Molti paesi hanno “fallito” la risposta al virus per impreparazione o per incompetenza. Nel caso del Brasile la colpa è di un rifiuto su base ideologica. Il populismo si nutre dell’ostilità nei confronti della scienza, del complottismo e della sfida permanente che ha trasformato la mascherina in un simbolo disprezzato.
  • Se la sanità pubblica è un ambito chiaramente politico, i populisti hanno perso l’occasione di mostrare la loro competenza. Il caso di Bolsonaro è sicuramente il più emblematico.

Da La sorte degli uiguri è cruciale per i rapporti tra Cina e occidente

Sul genocidio culturale degli uiguri, tradotto in Internazionale.it, 18 settembre 2020.

  • Fino a poco tempo fa gli uiguri dello Xinjiang, regione della Cina occidentale, erano poco conosciuti fuori dalla cerchia degli esperti. Oggi questa minoranza musulmana e turcofona è diventata il simbolo della repressione messa in atto dal regime di Pechino, e di conseguenza un tema cruciale della politica internazionale.
  • Il governo di Xi Jinping si è lanciato in una campagna di "sinizzazione" delle religioni, mirata non solo contro l'islam ma anche contro il cristianesimo e il buddismo tibetano. Nelle aree popolate dagli uiguri – ma anche dagli hui, altra minoranza musulmana del paese – le moschee sono state rase al suolo perché considerate l’espressione di un'architettura troppo mediorientale. Io stesso ho potuto vedere l'anno scorso a Yinchuan, capoluogo della regione hui del Ningxia, caratteri arabi recentemente coperti nelle insegne dei ristoranti halal. Non molto tempo fa un’altra minoranza, quella dei mongoli, è stata repressa dopo una serie di proteste contro il divieto di insegnare la lingua locale nella Mongolia interna.
  • Un tempo i circa dodici milioni di uiguri rappresentavano la maggioranza nella regione, ma sono ormai diventati minoritari a causa dell’afflusso (incoraggiato) di contadini poveri dal resto della Cina, esponenti della popolazione dominante nel paese, gli han. I leader cinesi non amano la parola "colonizzazione", ma è sostanzialmente ciò che sta accadendo.

Da La sconfitta dell’Armenia ribalta gli equilibri nel Caucaso

Sulla guerra nell'Artsakh del 2020, tradotto in Internazionale.it, 11 novembre 2020.

  • La guerra è stata scatenata dall'Azerbaigian per mettere fine al "conflitto congelato" sul Nagorno Karabakh, territorio situato all'interno del paese ma popolato da armeni. Da trent’anni la situazione era ormai bloccata, in seguito a una guerra vinta dall'Armenia. Ma oggi il rapporto di forze è cambiato: l'Azerbaigian, forte delle ricchezze derivate dagli idrocarburi e di una popolazione tre volte più numerosa di quella armena, ha modernizzato il suo esercito e si è imposto sul campo. Le armi moderne in possesso degli azeri sono state fornite dalla Turchia, ma anche da Israele. E hanno fatto la differenza.
  • La vicenda ha suscitato la collera della popolazione armena, che si sente tradita e considera vane le migliaia di vittime del conflitto. Ma queste reazioni emotive ignorano il fatto che l'alternativa era portare avanti una guerra impossibile.
  • Questa guerra del ventesimo secolo, le cui radici sono antiche e profonde, ha ribaltato la situazione geopolitica di una regione strategica, senza che l'Europa o l'occidente abbiano proferito parola e senza che abbiano avuto la possibilità di giocare un ruolo attivo. È il simbolo di un mondo postoccidentale in cui le regole del gioco sono quelle della violenza.

Da In Etiopia una guerra brutale per scoraggiare le secessioni

Sulla guerra del Tigrè, tradotto in Internazionale.it, 13 novembre 2020.

  • È la guerra che non ci aspettavamo, o comunque non in un paese il cui primo ministro ha ricevuto l'anno scorso il premio Nobel per la pace.
  • Dopo una grave crisi politica, Abiy Ahmed si è ritrovato a capo del paese, a cui ha imposto una nuova direzione: ha svuotato le carceri, liberalizzato l'economia (9 per cento di crescita) e soprattutto ha trovato un accordo di pace con i vicini eritrei, un risultato che gli è valso il Nobel per la pace. [...] Ma alla fine le tensioni etniche e regionali hanno avuto ragione del giovane primo ministro.
  • Resta da capire se l'Etiopia sta vivendo il suo momento "jugoslavo", ovvero la ribellione di una serie di popoli che vogliono uscire da un matrimonio non esattamente felice.

Da La guerra nel Tigrai è una tragedia per tutta l’Africa

Sulla guerra del Tigrè, tradotto in Internazionale.it, 23 novembre 2020.

  • Il governo di Addis Abeba continua a parlare di una semplice operazione di polizia contro un territorio ribelle, ma in realtà lo scontro tra l'esercito federale etiope e le forze della regione del Tigrai, nel nord del paese, è una vera guerra, con lo spiegamento di mezzi blindati, aerei e decine di migliaia di soldati.
  • Il Tigrai ospita appena il 6 per cento dei cento milioni di abitanti del paese, ma ha sempre ricoperto un ruolo determinante. Dal Tigrai è partita la resistenza contro la sanguinosa dittatura di Mengistu Haile Mariam, l'uomo che nel 1974 aveva rovesciato l'imperatore Haile Selassie. Dopo aver vinto nel 1991 (insieme ad altre forze regionali), il Tplf è di fatto rimasto al potere per diciassette anni, guidato da un uomo forte, Meles Zenawi, che ha introdotto il federalismo nel paese. Nel 2012 la morte di Zenawi ha segnato l'inizio dei problemi per i tigrini, che sono stati progressivamente messi ai margini dopo l'arrivo di Abiy nel 2018.
  • [Su Abiy Ahmed Ali] Incensato per le sue misure progressiste, il primo ministro etiope è comunque un ex militare, dai metodi autoritari, ed è deciso a opporsi con ogni mezzo alle forze centrifughe che minacciano l'unità dell'ex impero.
  • Quella in corso è una tragedia per l'Etiopia ma anche per il resto dell'Africa. L'Etiopia, infatti, è il secondo paese africano per popolazione, ospita la sede dell'Unione africana e dovrebbe essere una delle locomotive dell'anelata rinascita del continente. L'Africa deve fare tutto il possibile per mettere fine a questa guerra fratricida che rischia di avere conseguenze devastanti.

Da L'attacco al congresso è l'ultimo fiasco del populismo di Trump

Sull'assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 2021, tradotto in Internazionale.it, 7 gennaio 2021.

  • Da quando si è lanciato in politica, Donald Trump ha avuto un vantaggio sui suoi avversari: nessuno lo prende sul serio. Ma la verità è che Trump è ciò che dice e fa ciò che dice, e nessuno può essere sorpreso da quanto è accaduto in Campidoglio. Si è trattato dell'insurrezione più annunciata della storia, anche se alla fine si è risolta con un fiasco patetico che non impedirà a Joe Biden di diventare il nuovo presidente il prossimo 20 gennaio.
  • Donald Trump è responsabile non solo degli eventi del 6 gennaio, giorno in cui Joe Biden doveva essere confermato presidente dal congresso, ma anche di tutti i danni inflitti alla democrazia statunitense e di quelli, sicuramente carichi di conseguenze, arrecati al Partito repubblicano, uno dei due grandi partiti di governo.
  • La lezione più importante che possiamo trarre dagli avvenimenti di Washington riguarda il fallimento di un “momento populista” negli Stati Uniti. Trump aveva incarnato una rivolta elettorale contro un sistema che genera fin troppe disuguaglianze, simboleggiato da Hillary Clinton nel 2016. Ma Trump non ha saputo trasformare questo capitale politico in una forza di progresso, facendone piuttosto uno strumento al servizio di un potere personale e incoerente. La sua radicalizzazione degli ultimi mesi gli lascia come alleate solo le frange più estremiste del nazionalismo bianco e tutti gli opportunisti che pensano esclusivamente alle prossime elezioni.

Da I massacri nascosti nella regione etiope del Tigrai

Sulla guerra del Tigrè, tradotto in Internazionale.it, 22 febbraio 2021.

  • Secondo le Nazioni Unite sessantamila abitanti del Tigrai sono scappati dall’Etiopia per rifugiarsi nel vicino Sudan, mentre in due milioni hanno abbandonato le loro case per spostarsi in altre aree del paese. Tre quarti dei cinque milioni di residenti nel Tigrai hanno bisogno di aiuti umanitari. Il numero di vittime del conflitto è stimato attorno alle 50mila persone, una cifra enorme.
  • A preoccupare è soprattutto la partecipazione di truppe arrivate dall'Eritrea, che stanno dando man forte all'esercito etiope e nel frattempo non esitano a regolare vecchi conti con gli abitanti del Tigrai, con cui si sono scontrati per vent'anni quando l'Eritrea era ancora occupata dall'Etiopia. La presenza degli eritrei non è ufficiale, ma è conclamata.
  • Oggi Ahmed combatte una delle province dell'Etiopia con l'aiuto proprio degli eritrei. La sua fama di modernista liberale ha sedotto il presidente francese Emmanuel Macron, ma nella gestione dei delicati equilibri etnici e politici dell'ex impero etiope Abiy sta usando il pugno di ferro.

Da Joe Biden mette fine alla più lunga guerra degli Stati Uniti

Sulla guerra in Afghanistan, tradotto in Internazionale.it, 14 aprile 2021.

  • Non è l’equivalente di Saigon nel 1975, quando gli elicotteri portarono via gli ultimi statunitensi dal tetto dell’ambasciata prima dell’arrivo dei nordvietnamiti, ma è comunque una ritirata senza vittoria che lascia gli afgani da soli ad affrontare un destino incerto.
  • Con il passare del tempo, infatti, il presidente ha maturato una convinzione che senza dubbio inizialmente non aveva: gli Stati Uniti non possono trasformare l’Afghanistan in una democrazia funzionale come sognavano di fare in un primo momento. Questa lezione, di fatto, si applica a tutti gli interventi occidentali degli ultimi due decenni.
  • Il problema è che la situazione che gli statunitensi lasceranno dietro di se è tutt’altro che risolta, con una forte crescita dei taliban. Il governo di Kabul ha costruito una società più aperta permettendo l’istruzione delle ragazze e concedendo maggiore libertà alle donne, ma rischia di essere emarginato dall’avanzata dei combattenti islamici.

Da L'Etiopia in guerra va alle urne ma il risultato è scontato

Sulla guerra del Tigrè, tradotto in Internazionale.it, 21 giugno 2021.

  • Il primo ministro aveva promesso un'operazione di breve durata e si è affrettato a cantare vittoria quando l'esercito ha conquistato il capoluogo regionale, cacciando il Fronte popolare per la liberazione del Tigrai (Tplf). Ma la guerra non si è conclusa: il Tplf, che per molti anni ha dominato la politica nazionale e non aveva accettato la prova di forza di Abiy, si è ritirato nelle montagne, da dove ha cominciato ad attaccare l’esercito etiope e soprattutto quello della vicina Eritrea, chiamato in aiuto da Addis Abeba.
  • Il governo federale si comporta come se nulla fosse, salvo poche eccezioni. Il problema è che il Tigrai è una zona di guerra, e in tutto il paese ci sono altri focolai di violenza. Anche gli oromo sono sotto pressione, e tra loro si sono state numerose vittime.
  • Abiy era stato elogiato all’inizio del suo mandato, nel 2018, per aver svuotato le carceri dai prigionieri politici, sbloccato l’economia e riequilibrato la diplomazia etiope. Ma ora deve affrontare il crollo del vecchio impero e il suo mosaico di popoli, e sta scivolando progressivamente verso un autoritarismo percepito come unico garante dell’unità nazionale.

Da I brasiliani in piazza contro Bolsonaro e la corruzione

Tradotto in Internazionale.it, 5 luglio 2021.

  • Jair Bolsonaro apprezzava di essere paragonato a Donald Trump quando quest’ultimo era al potere, e ha preso in prestito più di un elemento dal repertorio dell’ex presidente americano. Per esempio, la settimana scorsa ha dichiarato che non accetterebbe il risultato delle presidenziali dell’anno prossimo se ci fossero dei brogli (cioè se dovesse perdere).
  • Il fatto che il presidente eletto in un clima da “mani pulite” sia coinvolto in diversi scandali (legati non solo ai vaccini ma anche alla deforestazione dell’Amazzonia da parte dei grandi gruppi privati) ha un sapore paradossale che sorprende solo quelli che hanno creduto alle sue parole.
  • Jair Bolsonaro si è alienato il sostegno di ampi settori della popolazione, a cominciare da tutti quelli che hanno perso qualcuno durante la pandemia. È probabile che la mobilitazione continuerà a crescere fino al voto, previsto tra quindici mesi. In gioco c’è il futuro del Brasile, dopo gli anni perduti a causa di un apprendista dittatore che non ne aveva la stoffa.

Da Il ritiro dall’Afghanistan incrina la credibilità di Washington

Sulla guerra in Afghanistan, tradotto in Internazionale.it, 6 luglio 2021.

  • Prima di tutto si tratta di una sconfitta per gli afgani, a cominciare dalle donne sulle quali incombe la minaccia di un ritorno dell’oscurantismo patito quando i taliban erano al potere negli anni novanta.
    Ma è innegabile che la sconfitta sia anche degli Stati Uniti. Dopo vent’anni di presenza nel paese, infatti, gli americani partono senza aver minimamente raggiunto gli obiettivi prefissati, e perfino quello di tenere a distanza i jihadisti di al Qaeda è tutto fuorché assicurato, stando alle informazioni che provengono dal nord del paese.
  • La superpotenza statunitense è stata messa in scacco da uomini che non hanno un millesimo della potenza di fuoco del più grande esercito del mondo. Questa situazione ricorda il Vietnam, il grande trauma degli anni settanta. In quel caso gli Stati Uniti impiegarono parecchio tempo per riprendersi. L’immagine degli elicotteri che decollano in fretta e furia dal tetto dell’ambasciata di Saigon resta un ricordo umiliante.
    È possibile che la sconfitta afgana lasci le stesse tracce?
  • Come farà Biden a ristabilire la credibilità della protezione statunitense? Il “comandante in capo” che abbandona l’Afghanistan volerà in soccorso di Taiwan o dell’Ucraina se i due alleati degli Stati Uniti si trovassero in pericolo? È una domanda che si porranno sicuramente i leader dei paesi in questione, per parlare solo di due casi emblematici, e quelli dei paesi che rappresentano una minaccia, Russia e Cina, già convinti del declino dell’occidente.

Da La paura del vuoto ad Haiti dopo l’omicidio del presidente Moïse

Su Jovenel Moïse, tradotto in Internazionale.it, 6 luglio 2021.

  • Nella storia sono rari gli omicidi dei capi di stato che non siano stati seguiti da un tentativo di golpe. Jovenel Moïse, presidente di Haiti, è stato ucciso il 6 luglio in piena notte da un commando straniero probabilmente composto da mercenari. La moglie, Martine Marie Etienne Joseph, è stata gravemente ferita. Poi non è successo più nulla.
  • Resta il fatto che in oltre due secoli d’indipendenza – nel 1804 Haiti è stata la prima repubblica nera indipendente della storia, dopo una rivolta di schiavi contro l’esercito di Napoleone – il paese non ha mai trovato il suo equilibrio e il suo sistema di governo. Haiti non è stata aiutata né dalle potenze straniere – nel diciannovesimo secolo la Francia le ha fatto pagare fino all’ultimo centesimo la compensazione per i proprietari di schiavi, mentre gli Stati Uniti hanno occupato il paese per vent’anni del novecento – né dalla natura: ricordiamo il sisma del 2010 che ha provocato 230mila vittime e un milione e mezzo di sfollati, seguito sei anni dopo da un uragano devastante.
  • Paese più povero delle Americhe, Haiti ha conosciuto le dittature (come quelle dei Duvalier padre e figlio per trent’anni), i regimi pseudodemocratici e i governi incompetenti e corrotti, di cui Moïse è stato solo l’ultima incarnazione.
  • Cosa possono sperare oggi gli haitiani? Che l’elettroshock di quest’omicidio e la paura del vuoto permettano di “fare nazione” laddove nessuno ci crede più? È una speranza improbabile, soprattutto quando non si sa ancora chi abbia ucciso il presidente.

Note[modifica]

  1. Da L'Obs; tradotto in I tre uomini forti che vogliono cancellare i diritti umani, Internazionale.it, 18 gennaio 2016.
  2. Da L'Obs; tradotto in Donald Trump riaccende lo scontro di civiltà, Internazionale.it, 7 febbraio 2017.

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