Pierre Haski

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Pierre Haski

Pierre Haski (1953 – vivente), giornalista francese.

Citazioni di Pierre Haski[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

2014[modifica]

Da Quando l'Albania era amica di Mao

Sull'Albania e la Repubblica Popolare Socialista d'Albania, tradotto in Internazionale.it, 11 agosto 2014.

  • C'è stato un tempo in cui l'Albania aveva ambizioni da grande potenza. Quanto meno per Pechino, visto che l'Albania socialista è stata per anni l'unico alleato della Cina di Mao e alcuni cinesi credevano che l'Albania fosse il paese più importante d'Europa. Ma questo periodo è ormai dimenticato da tempo e l'Albania ha ritrovato la sua posizione reale, quella di un paese povero dei Balcani, che a vent'anni dalla fine di uno dei regimi comunisti più ortodossi al mondo sta ancora cercando di ricostruire uno stato degno di questo nome.
  • Che cosa dice questa storia dell'Albania di oggi? Parla di un periodo che i giovani sotto i 20 anni non hanno conosciuto. Ma parla soprattutto della follia nel quale questo paese era caduto per tanto tempo, e di cui continua ancora oggi a pagare le conseguenze.
  • L'Albania, a lungo descritta in Europa come uno "stato mafioso", si rialza a fatica da questo marxismo-leninismo a tappe forzate che non bastava a nascondere la povertà. Una povertà che oggi si fa sentire duramente con gli stipendi più bassi d'Europa, con un'economia sommersa che corrisponde al 25 per cento del pil e una disoccupazione di massa.
  • La lingua albanese è sopravvissuta a cinque secoli di occupazione ottomana, durante i quali è stata vietata. Le persone istruite andavano a imparare il turco a Istanbul e alla fine dell’impero ottomano il 90 per cento degli albanesi era ancora analfabeta.

2016[modifica]

Da Benvenuti nell’era che non crede più ai fatti

Tradotto in Internazionale.it, 14 settembre 2016.

  • [Su Brexit] Ralph Keyes definisce la menzogna "un'affermazione falsa, fatta in piena cognizione di causa con l'obiettivo d'ingannare". Un esempio? La campagna referendaria per l'uscita del Regno Unito dall'Unione europea sosteneva che Londra versava all'Ue 350 milioni di sterline alla settimana e che tale denaro sarebbe potuto essere investito nel servizio sanitario nazionale in caso d'uscita dall’Unione europea. L'affermazione era chiaramente falsa: non erano vere né la cifra né la promessa. Ma una volta scritta sugli autobus britannici a due piani è diventata credibile.
  • Nel caso di Trump la cosa più stupefacente è che un paese moralista come gli Stati Uniti ha spesso considerato la menzogna una cosa più grave dei fatti che si volevano nascondere. Sono stati la bugia e lo spergiuro, più che il furto con scasso, a portare all'impeachment di Richard Nixon dopo lo scandalo Watergate.
  • [Su Donald Trump] Il candidato repubblicano non si è affatto opposto all'invasione dell'Iraq come ha sostenuto più volte. Tre mesi prima della guerra si era detto favorevole all'idea, per poi prenderne le distanze nel 2004 quando sono cominciati i problemi. Ma poco importa. Trump continua a dire quel che gli fa comodo, o che piace al suo elettorato, senza preoccuparsi della verità e neppure dei fatti.
  • Non si vota per la Brexit o per Trump perché dicono la verità, ma perché incarnano, a torto o a ragione, un rifiuto del "sistema". E i social network, grazie all'ambivalenza della tecnologia che fa gli interessi di chi la sa usare meglio, sono il campo di battaglia preferito di chi si crede poco rappresentato dai mezzi d'informazione tradizionali. La postverità è incompatibile con la democrazia. Se lasceremo che si radichi e si diffonda in maniera duratura, ne pagheremo tutti il prezzo.

Da Trump, Putin e Xi Jinping sono i nuovi signori del mondo

Tradotto in Internazionale.it, 15 novembre 2016.

  • Che ci piaccia o meno, sono questi tre uomini che faranno il mondo nel quale vivremo nei prossimi anni. Gli europei hanno perso il treno della storia: collettivamente non sono più abbastanza influenti nell’attuale partita geopolitica globale; individualmente gli stati-nazione del continente (Francia, Germania, Italia e il Regno Unito del dopo Brexit) sono delle medie potenze in declino.
  • Reagan aveva attorno a sé una solida équipe di vecchie volpi della diplomazia e della sicurezza, come Alexander Haig, Caspar Weinberger, George Shultz, Robert McFarlane, dei nomi che ancora oggi suscitano rispetto. Un gruppo di “guardie del corpo”, secondo la formula utilizzata da Sérina, che nonostante i disaccordi talvolta violenti, ha influito sulle scelte di questo presidente atipico. [...] Per ora tra i collaboratori di Trump non ci sono personalità di politica estera di questo calibro. I “professionisti” repubblicani di questioni strategiche si sono accuratamente tenuti a distanza dal candidato a causa delle sue strambe dichiarazioni sul nucleare e sulla Nato, e alcuni hanno addirittura chiesto di votare Clinton.
  • In un mondo ideale si potrebbe sperare che un presidente statunitense che rinunci al “messianesimo” dei neoconservatori, decisi a imporre anche con la forza la democrazia occidentale nel resto del mondo, possa tranquillizzare un contesto sempre più inquietante. Ma per farlo sarebbe necessario che i “signori del mondo” siano animati dalla stessa volontà di pacificare le relazioni internazionali e di stabilire una guida globale più consensuale. Tuttavia siamo ben lontani da tutto ciò, sia per il freddo realismo geopolitico, sia per la natura autoritaria di questi regimi.

2017[modifica]

  • Nel conflitto con i jihadisti, gli occidentali si sono sempre preoccupati di distinguere tra la minoranza degli estremisti e il miliardo di musulmani di tutto il mondo. Donald Trump ha abbandonato questa importante precauzione. Il rischio è che lo "scontro di civiltà" teorizzato da Samuel Huntington diventi una profezia che si autoavvera e pone all'Europa una difficile sfida.[2]

Da L’irresistibile ascesa di Xi Jinping

Su Xi Jinping, tradotto in Internazionale.it, 12 ottobre 2017.

  • Xi Jinping, che incarna la quinta generazione di dirigenti della Repubblica popolare da quando la fondò Mao Zedong nel 1949, è a capo di un paese convinto che sia arrivato il suo momento e che sta ritrovando il suo ruolo centrale nel mondo dopo un’eclissi di un secolo e mezzo.
  • Il grande paradosso della nostra epoca è che questa ascesa della Cina avviene in contraddizione di tutte le teorie costruite nel corso degli ultimi 20 anni: quelle che affermavano che lo sviluppo economico avrebbe provocato automaticamente l’apertura del regime; quelle che pensavano che internet avrebbe portato la libertà; quelle che negavano a un paese, visto in passato solo come il subappaltatore dell’industria tessile o elettronica in oscuri sweat-shop, la possibilità di essere la culla di un settore innovativo; o quelle che rifiutavano di vedere in un regime autoritario del tutto privo di soft power la capacità di sviluppare una “diplomazia di influenza” in grado di competere con quella degli occidentali.
  • Dal suo arrivo a capo del partito e dello stato nel 2012, il numero uno cinese ha puntato sulla modernizzazione della Cina senza concedere nulla nel campo delle libertà.
  • Il 19° congresso del Pcc con la sua coreografia senza sorprese e con il suo culto della personalità del nuovo “Timoniere”, dovrebbe essere il simbolo di questa nuova epoca del “sogno cinese” di grandezza ritrovata. Poco tempo dopo, il vertice con Trump, patetico leader di un “mondo libero” che non sa più se esiste ancora, arriverà a confermare questo senso di potenza cinese.

Da In Cina si torna a una concezione imperiale del potere

Su Xi Jinping, tradotto in Internazionale.it, 26 ottobre 2017.

  • Al contrario dei suoi predecessori ha fatto inserire il suo “pensiero” accanto a quello di Mao e di Deng Xiaoping nella costituzione del partito mentre è ancora in carica.
  • Oggi la Cina è l’unica potenza in questo mondo multipolare a combinare un’economia in pieno sviluppo, innovativa e dinamica; un potere politico sicuro dei suoi mezzi e che non teme alcuna contestazione interna.
  • Senza cadere in definizioni razziste come “pericolo giallo”, c’è nella ridefinizione del mondo una “questione cinese” che si sta imponendo in modo crescente a tutti i suoi partner e rivali. Non riflettere su questo punto, come fa in genere un’Europa ancora troppo ripiegata su di sé, espone a dei risvegli potenzialmente dolorosi.

Da In un anno Donald Trump ha accelerato il declino degli Stati Uniti

Su Donald Trump, tradotto in Internazionale.it, 7 novembre 2017.

  • Dal suo arrivo alla Casa Bianca, Donald Trump ha esercitato il suo potere in chiave negativa, smontando una parte dei risultati ottenuti dal suo predecessore Barack Obama, al quale tributa un odio ammantato di gelosia.
  • Ha ritirato la partecipazione degli Stati Uniti al trattato di Parigi sul riscaldamento del clima, dando così una forte spinta agli scettici dei cambiamenti climatici, in barba ai dati scientifici e all’opinione del resto del mondo.
  • Ha rifiutato di confermare l’accordo nucleare con l’Iran, indebolendo senza tuttavia vanificare uno dei rari successi delle trattative multilaterali degli ultimi anni, rischiando così di destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente ma anche di distruggere ogni possibilità di negoziato con una Corea del Nord già nuclearizzata e che ha tutte le ragioni, ormai, di diffidare della parola di un presidente degli Stati Uniti.
  • Questa capacità del capo dell’esecutivo di fare danni non è accompagnata da una strategia chiara. Questo isolazionista primordiale ha comunque deciso di rilanciare l’impegno militare statunitense in Afghanistan, ha bombardato la Siria perché sua figlia aveva visto delle immagini impressionanti su Fox News, e ha rischiato di provocare uno scontro tra il Qatar e i suoi vicini del Golfo autorizzando un’offensiva congiunta di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro il loro rivale di Doha.
  • È vero che ha contribuito in maniera decisiva alla sconfitta del gruppo Stato islamico (Is) nelle sue due roccaforti di Mosul e Raqqa. Ma è altrettanto chiaro che non possiede alcun piano per il dopo Is, né in Siria né in Iraq. La questione curda in Iraq lo dimostra in maniera evidente.
  • Invece di rendere l’America great again, trasmette ai suoi rivali l’immagine di un uomo che sta indebolendo il suo paese e la sua statura su scala mondiale. Chi crede ancora che gli Stati Uniti stiano diventando più “grandi” con Trump? Di sicuro non Xi Jinping.

2018[modifica]

Da Xi Jinping vuole diventare l’imperatore di un mondo postoccidentale

Su Xi Jinping, tradotto in Internazionale.it, 20 marzo 2018.

  • I precetti di Deng hanno funzionato bene fino a oggi, con direzioni collegiali, un limite di due mandati da cinque anni ciascuno e una relativa sobrietà ai vertici che segnava una rottura con lo statuto di dio vivente di Mao. Fino alla svolta avviata con l’arrivo alla testa del partito di Xi Jinping, nel 2012.
  • Xi ambisce a fare della Cina la prima potenza di un mondo che sta per diventare, agli occhi di Pechino, “postoccidentale”, nel quale cioè gli attori dominanti degli ultimi due secoli non avranno più i mezzi per realizzare le loro ambizioni.
  • È [...] riuscito, da vivo, a iscrivere il suo “pensiero” sul “socialismo della nuova era” all’interno della Carta del Partito comunista cinese e a farsi chiamare lingxiu, ovvero “il leader”, una formula che non veniva utilizzata dalla fine dell’epoca maoista, eliminando il principio della collegialità caro a Deng Xiaoping, a vantaggio di un potere personale assoluto.

Da La Cina ripete gli errori del passato contro gli uiguri

Sul genocidio culturale degli uiguri, tradotto in Internazionale.it, 11 settembre 2018.

  • Sembra di essere tornati ai tempi della rivoluzione culturale in Cina negli anni sessanta. Nella provincia dello Xinjiang, nel nordovest del paese, il popolo uiguro subisce una repressione e un indottrinamento simili a quelli dell’epoca maoista, pratiche da cui si pensava che il governo cinese si fosse definitivamente allontanato.
  • La radicalizzazione di una parte della popolazione è incontestabile, e le autorità cinesi la usano per giustificarsi davanti a chi denuncia la loro politica. [...] Ma davvero una repressione cieca contro un’intera comunità potrà proteggere la Cina dalla violenza e dal terrorismo? Quello che succede in altre parti del mondo porta a pensare che sia vero il contrario, e che Pechino stia favorendo la radicalizzazione.
  • La Cina rivendica il suo ruolo di potenza di primo piano nel mondo, in considerazione della sua storia e della sua importanza. Ma come pensa di ottenere il rispetto generale se ripeterà i peggiori eccessi della sua storia recente? La sofferenza degli uiguri non è degna della potenza emergente del ventunesimo secolo.

Da In Brasile l’ambiente sarà la prima vittima di una presidenza di destra

Tradotto in Internazionale.it, 19 ottobre 2018.

  • Ci sono molte ragioni per temere una vittoria di Jair Bolsonaro, candidato dell'estrema destra alla presidenza del Brasile evidentemente razzista, sessista e omofobo. Ma ce n'è una il cui impatto va oltre il destino dei brasiliani che lo eleggeranno con ogni probabilità tra otto giorni: le sue idee catastrofiche per l'ambiente, o piuttosto contro l'ambiente.
  • Il programma di Bolsonaro non lascia spazio all'ambiguità: il candidato di destra vuole sopprimere il ministero dell'ambiente accorpandolo con quello dell'agricoltura, vuole dedicare altre aree boschive alla coltivazione della soia e all'allevamento e vuole negare qualsiasi ulteriore diritto sulla terra ai popoli indigeni.
  • Nonostante le sue ambivalenze, infatti, l'ex presidente Luiz Inácio Lula Da Silva aveva comunque messo un freno alla deforestazione. Ora però la tendenza si è invertita, soprattutto dopo che i conservatori sono tornati al potere due anni fa.

Da In Brasile la democrazia è stata sconfitta alle urne

Tradotto in Internazionale.it, 29 ottobre 2018.

  • I brasiliani hanno molti motivi per essere furenti: corruzione, incuria, criminalità... Tuttavia questa collera, cattiva consigliera, li ha spinti tra le braccia di un candidato che difficilmente si può evitare di definire fascista.
  • In Europa Lula resta un'icona della sinistra pragmatica, e anche in Brasile le elezioni avrebbero avuto un esito diverso se l'ex presidente avesse avuto la possibilità di candidarsi. Ma Lula è anche ritenuto responsabile per molti degli scandali di corruzione che hanno intaccato il suo mandato e per la tremenda recessione in cui è sprofondato il paese.
  • Jair Bolsonaro somiglia un po' a Donald Trump e molto a Rodrigo Duterte, il presidente delle Filippine, un uomo che si è paragonato a Hitler, la cui battaglia contro la droga è degenerata in migliaia di esecuzioni sommarie e che ha messo a tacere la stampa indipendente. Bolsonaro minaccia di fare lo stesso in Brasile.

Da Vladimir Putin riaccende la tensione in Ucraina

Sull'incidente dello stretto di Kerč' del 2018, tradotto in Internazionale.it, 29 ottobre 2018.

  • Dal 2014 Putin ha trasformato l’Ucraina nel luogo in cui fermare l’avanzata dell’occidente nell’ex mondo sovietico.
  • Vladimir Putin sta mettendo in atto con grande abilità un’escalation calcolata della tensione. Sa che gli occidentali protesteranno, ed effettivamente le rimostranze sono arrivate domenica e si sono ripetute lunedì alle Nazioni Unite. La Nato è solidale con l’Ucraina e Kiev ha decretato la legge marziale. Ma nei fatti, nessuno in occidente è pronto a morire per il mar d’Azov.
  • La soluzione a questa instabilità non può essere militare, questo lo sanno (più o meno) tutti. Al contempo, la via della diplomazia e della concertazione non ha mai dato frutti, e gli sforzi franco-tedeschi per trovare una soluzione diplomatica in Ucraina sono a un punto morto. Non resta che la via della de-escalation.

Da Xi Jinping soffia sulle braci del nazionalismo cinese

Su Xi Jinping, tradotto in Internazionale.it, 19 dicembre 2018.

  • Xi ha ribadito senza ambiguità che lo stato resterà ai posti di comando dell’economia e che il Partito comunista cinese non ha intenzione di cedere nemmeno un grammo del suo potere. Una smentita clamorosa per tutti quelli che scommettevano su una democratizzazione della Cina derivata dallo sviluppo della sua economia.
  • Xi Jinping è chiaramente diventato il cantore di un modello di capitalismo autoritario cinese che si oppone al modello occidentale. Il presidente cinese è il primo leader ad averlo affermato dopo Mao, oltre che il primo ad aver sviluppato il piano cinese a colpi di miliardi di dollari investiti sui cinque continenti, Europa compresa.
  • Il mondo non ha ancora la misura della potenza che si sta costruendo in Cina.

Da La buona notizia dell’anno è arrivata dall’Etiopia

Tradotto in Internazionale.it, 31 dicembre 2018.

  • Abiy Ahmed ha cominciato liberando centinaia di prigionieri politici e giornalisti detenuti, e per la prima volta negli ultimi 15 anni non ce n’è più nemmeno uno in prigione. Una rondine non fa primavera, certo, ma si tratta comunque di un buon indicatore dello stato delle liberà in un paese.
  • Alla fine ha prevalso Abiy Ahmed, uomo che incarna una nuova generazione più in sintonia con la popolazione giovane che aspira a una società più aperta. Da quel momento è partita “l’Abiymania” che si è prolungata oltre l’entusiasmo iniziale.
  • Il primo ministro, ex militare che ha studiato informatica e filosofia, ha un padre musulmano e una madre cristiana. Sa bene che dovrà gestire conflitti etnici che ancora ci sono nell’ex impero di Haile Selassie e che dovrà superare il test della democratizzazione, coinvolgendo un’opposizione a lungo repressa.

2019[modifica]

Da La teoria razzista dietro la strage in Nuova Zelanda

Sugli attentati di Christchurch, tradotto in Internazionale.it, 18 marzo 2019.

  • Come Anders Breivik, l’assassino dei giovani socialdemocratici in Norvegia nel 2011, anche Tarrant ha fornito la chiave interpretativa della sua radicalizzazione con un testo apertamente razzista e carico di odio verso i musulmani, in cui ritroviamo un riferimento tristemente familiare in Francia grazie a una tesi sviluppata da uno scrittore francese. Parlo di Renaud Camus e della sua teoria sulla “grande sostituzione”.
  • Dietro le aggressioni contro ebrei e musulmani c’è la stessa logica, una logica di esclusione e superiorità razziale, un meccanismo di odio con una ricorrente matrice ideologica che pervade certe forme di antisemitismo e islamofobia.
  • Nel vortice di informazioni e indignazione, forse non riusciamo più a vedere le logiche in atto e fino a che punto un’azione più intensa delle altre riveli la piega verso cui ci vogliono spingere questi ideologhi: la piega dell’odio e della guerra civile. Pensiamoci prima della prossima polemica pavloviana che puzzi di “grande sostituzione”. Dietro ogni massacro c’è sempre un’idea.

Da La strage di Christchurch in diretta e i limiti delle aziende tecnologiche

Sugli attentati di Christchurch, tradotto in Internazionale.it, 19 marzo 2019.

  • A quanto pare le aziende tecnologiche non hanno imparato dal passato. I jihadisti del gruppo Stato islamico (Is) avevano infatti ottenuto gli stessi risultati, trasformando i loro massacri in spot pubblicitari sul teatro mondiale dei social network.
  • La trasmissione è durata 17 minuti. La premier neozelandese si è detta sorpresa dal fatto che Facebook non abbia bloccato prima quelle immagini atroci. Ma i controlli, su queste piattaforme, sono effettuati a posteriori, e solo dopo l’allerta è stato possibile agire. Ormai il danno era fatto e si stava propagando a grande velocità.
  • Da questo evento possiamo trarre due insegnamenti. Il primo è in realtà una constatazione: malgrado il loro impegno e l’assunzione di migliaia di moderatori, queste aziende sono incapaci di bloccare i contenuti carichi d’odio, illegali in tutti i paesi. Siamo davanti all’ennesimo scandalo che ha colpito le grandi aziende, già criticate per il disprezzo della privacy e l’elusione fiscale.
    Il secondo insegnamento è più complesso. A Christchurch ha agito un uomo di 28 anni abituato a usare la tecnologia e gli strumenti dell’informazione virale. Come già l’Is qualche anno fa, anche questa frangia estremista sa sfuggire alla sorveglianza e usa tecnologie accessibili a tutti. Questo aspetto rappresenta una sfida enorme per le nostre società aperte, i cui nemici sfuggono in pochi clic.

Da Donald Trump, il presidente inossidabile

Tradotto in Internazionale.it, 24 settembre 2019.

  • È uno dei misteri della vita politica nell’epoca del populismo: perché gli elettori di questo universo chiudono gli occhi davanti ad atti che segnerebbero la fine della carriera di qualsiasi politico tradizionale?
  • Seminando la discordia nell’opinione pubblica, il presidente degli Stati Uniti ha fatto in modo che i suoi sostenitori non credano più a nessuna parola proveniente dallo schieramento “nemico”. La logica è semplice: se il New York Times o la Cnn attaccano Trump, vorrà dire che lui dice la verità.
  • Andrà sempre così? Questa fiducia cieca permetterà a Trump di farsi rieleggere? Per il momento non ci sono segnali che lascino pensare il contrario. Come se non bastasse, l’esempio dato dal presidente della prima potenza mondiale sta creando imitatori nel resto del mondo. A quanto pare, il populismo contiene il gene dell’impunità.

Da L’operazione turca in Siria dimostra che Trump ha abbandonato i curdi

Sull'offensiva turca nella Siria nordorientale del 2019, tradotto in Internazionale.it, 10 ottobre 2019.

  • Siamo davanti all’ennesima incarnazione della disfunzionalità del mondo, con il disimpegno statunitense che lascia campo libero a una potenza regionale predatrice che agisce difendendo i propri interessi.
  • Anche se l’amministrazione Trump ha dichiarato di non sostenere l’azione di Ankara, resta il fatto che all’inizio della settimana i soldati statunitensi si sono ritirati delle stesse zone che ora vengono invase dall’esercito turco.
  • I turchi vogliono prima di tutto cacciare i curdi dalla regione, non lasciandogli altra scelta se non quella di chiedere aiuto al regime di Damasco sostenuto da Russia e Iran. Se le cose andranno davvero così, l’autorizzazione concessa da Trump a Erdogan avrà un effetto paradossale.
  • Siamo davanti all’ennesimo episodio inquietante di una guerra che in Siria dura da oltre sette anni e ha portato solo morte e sofferenza. Il fatto che sia il presidente della prima potenza mondiale ad aggiungere guerra alla guerra, anziché contribuire alla pace, è un segno della deriva del mondo di oggi.

Da Per Boris Johnson la Brexit è solo uno strumento di potere

Su Boris Johnson, tradotto in Internazionale.it, 17 ottobre 2019.

  • Johnson ha maltrattato il suo partito conservatore cacciando alcuni deputati che gli si erano opposti; ha colpito le istituzioni britanniche al punto da incassare una dura condanna dalla corte suprema e ha forzato la mano degli unionisti nordirlandesi, grazie ai quali il suo partito ha potuto governare negli ultimi due anni.
    Ma per Johnson tutto questo non è importante. Il fine giustifica i mezzi. E in questo caso il fine non è mai stato la Brexit, ma il potere.
  • L’attuale primo ministro ha sempre vantato le virtù del mercato unico e in passato il suo sostegno alla Brexit non era affatto scontato. Johnson, in sostanza, si è schierato a favore dell’uscita dall’Ue solo al momento del referendum del 2016, spinto dal suo fiuto e da una buona dose di opportunismo e diventando una delle figure di punta del fronte della Brexit.
  • Il principale nemico di Boris Johnson è proprio lui stesso. L’ebbrezza del successo e l’assenza di princìpi, infatti, potrebbero trasformarsi negli ingredienti della sconfitta.

Da L’India resiste al programma nazionalista di Modi

Su Narendra Modi, tradotto in Internazionale.it, 18 dicembre 2019.

  • Il primo ministro Narendra Modi, nazionalista indù che quest’anno ha ottenuto facilmente la rielezione, ha suscitato le ire di parte del paese con una legge discriminatoria sulla nazionalità. La legge, adottata l’11 dicembre, concede la nazionalità indiana a tutte le persone che fuggono dai paesi vicini a causa di persecuzioni religiose. Con un’unica eccezione: i musulmani.
  • Narendra Modi appartiene a un gruppo nazionalista indù che assimila l’India alla maggioranza induista del paese. Quando era primo ministro dello stato del Gujarat, all’inizio del nuovo millennio, la provincia è stata teatro delle peggiori violenze contro i musulmani dalla separazione del 1947.
  • I conflitti religiosi coinvolgono altri paesi come il Bangladesh e il Pakistan, stati musulmani che sono regolarmente vittime dell’intolleranza integralista. Nel frattempo, la Cina sta cercando di eradicare la cultura islamica “rieducando” la sua popolazione uigura in grandi campi di detenzione.
    In questo contesto l’India avrebbe dovuto dare l’esempio, anziché adottare una politica di esclusione. Narendra Modi, invece, si è assunto il rischio di aprire le porte dell’odio nel suo paese.

2020[modifica]

Da Il coronavirus in Cina è un test di credibilità politica per Pechino

Sulla pandemia di COVID-19 in Cina, tradotto in Internazionale.it, 22 gennaio 2020.

  • Quando la Cina prende un raffreddore, il mondo intero ha paura di ammalarsi.
  • La questione, a questo punto, è semplice: le autorità cinesi hanno imparato la lezione della Sars e seguiranno la strada dell’informazione e della trasparenza, soprattutto in un momento segnato da massicci movimenti di persone a causa del capodanno cinese?
  • Dai tempi della Sars la Cina è diventata una potenza economica e politica di prima grandezza, che come tale vuole essere riconosciuta. Ma questo status prevede responsabilità che il sistema politico cinese non sembra sempre pronto ad accettare. Il coronavirus, in questo senso, sarà un test importante.

Da Il coronavirus si è diffuso grazie al segreto di stato cinese

Sulla pandemia di COVID-19 in Cina, tradotto in Internazionale.it, 28 gennaio 2020.

  • La tragedia dimostra che, nonostante il regime abbia imparato la lezione dell’epidemia di sars del 2003 e abbia reagito più rapidamente, mantiene ancora la lentezza di un sistema burocratico e autoritario, lontano dall’immagine di modernità tecnologica che la Cina vuole dare di sé.
  • Su internet, nonostante la censura, alcune critiche continuano a circolare: a proposito degli ospedali di Wuhan strapieni in attesa della costruzione di nuove unità, delle difficoltà nell’approvvigionamento o della confusione che circonda le informazioni. Questo dimostra che accanto all’aspetto medico e umano esiste una posta in gioco politica.
  • Negli ultimi giorni i leader cinesi si sono preoccupati per i riferimenti alla serie televisiva Chernobyl che circolano sui social network, tanto che la serie sulla catastrofe sovietica è stata ritirata da un sito specializzato dopo aver fatto nascere un intenso dibattito con inevitabili riferimenti alle menzogne di stato e ai fallimenti del sistema.

Da Vladimir Putin vuole restare al potere fino al 2036

Tradotto in Internazionale.it, 23 marzo 2020.

  • Gli uomini della provvidenza hanno la tendenza a presentarsi come insostituibili, e a forza di spazzare via tutti i potenziali rivali finiscono per diventarlo davvero. Vladimir Putin, ormai da vent’anni alla guida della Russia, è uno di loro.
  • Il 10 marzo si è verificato un colpo di scena al parlamento di Mosca, quando un deputato ha proposto un emendamento che azzererebbe il conteggio dei mandati, consentendo dunque a Putin di ottenerne altri due da più di sei anni, restando in carica fino al 2036. A quel punto il presidente avrà 83 anni e avrà governato più a lungo di Stalin, ma sempre meno di Pietro il Grande, di cui Putin aveva appeso il ritratto nel suo ufficio quando era sindaco di San Pietroburgo.
  • Putin si considera insostituibile perché è lui, e solo lui, a decidere di bombardare la Siria, negoziare con la Turchia, giocare con i nervi degli occidentali e restituire alla Russia lo status di potenza temuta. E pazienza se il paese resta un attore di secondo piano in campo economico.
  • Cosa possiamo aspettarci dal presidente russo nei prossimi anni? Di sicuro sappiamo cosa non possiamo aspettarci, ovvero la liberalizzazione del sistema.
  • Certo, c’è sempre il rischio di un mandato di troppo e di perdere quell’autorità fatta di rispetto e paura che ha permesso a Putin di diventare un Brežnev post-sovietico, a sua volta fossilizzato.

Da Il coronavirus svela il declino dell’occidente

Sulla pandemia di COVID-19, tradotto in Internazionale.it, 23 marzo 2020.

  • In un momento in cui 169 paesi di tutti i continenti sono colpiti dal coronavirus la più grande sorpresa agli occhi del mondo è il crollo dell’occidente. [...] L’occidente è caduto dal piedistallo, e la sua supremazia – che si basava anche sull’immagine di società efficiente, con tecnologie avanzate e governi più trasparenti che altrove – ha subìto un duro colpo. Dopo la vecchia Europa, anche gli Stati Uniti sono stati investiti dal virus, rivelando tutta la disfunzionalità dell’amministrazione Trump. Anziché la via della leadership, l’America di Trump ha scelto prima la negazione della realtà e successivamente la risposta nazionalista. Oggi gli Stati Uniti non sembrano diversi da un qualsiasi paese del mondo che scopre le sue vulnerabilità e i suoi cortocircuiti.
  • L’Italia, colpita duramente dall’epidemia, sta ricevendo aiuti medici dalla Cina, dalla Russia e persino da Cuba, rivelando l’incapacità dell’Europa di assistere il governo italiano. Tutto questo, inevitabilmente, lascerà tracce durature.
  • Qualche anno fa i cinesi si sono appassionati allo studio sul declino dei grandi imperi, probabilmente nella speranza di riscontrare un segnale dell’indebolimento di quello che ha dominato il ventesimo secolo. A questo punto è probabile che considerino il virus, paradossalmente emerso in Cina e inizialmente nascosto da Pechino al resto del mondo, come la prova che è finalmente arrivato il loro momento.

Da Il virus incrina i sogni di gloria di Vladimir Putin

Sulla pandemia di COVID-19 in Russia, tradotto in Internazionale.it, 22 aprile 2020.

  • La Russia è attualmente isolata, con più di 50mila casi e quattrocento decessi. Le cifre sono in aumento ed è probabile che il picco dell’epidemia non arriverà prima di alcune settimane. Negli ospedali di Mosca la situazione è la stessa che si ripresenta altrove nel mondo, con un sistema sanitario indebolito dall’economia, la corsa ai respiratori, operatori sanitari esausti, un primo medico deceduto e gli aiuti in arrivo dalla Cina.
  • Il problema di Putin non riguarda tanto l’economia mondiale, quanto la situazione interna. Con il blocco dell’economia russa gli ammortizzatori sociali si sono indeboliti, e malgrado il presidente abbia promesso di versare tutti gli stipendi, il denaro arriva con il contagocce. Il malcontento sociale è un problema evidente.
  • Putin si trova in una situazione paradossale. Da un lato la sua onnipotenza è confermata dal fatto che i suoi critici devono accontentarsi di manifestazioni virtuali senza alcun impatto, mentre il prolungamento del suo mandato è stato già approvato dal parlamento. Al contempo, però, il virus sta mettendo in discussione il suo potere assoluto, più di quanto Putin voglia ammettere.

Da Il presidente brasiliano nella tempesta politica e sanitaria

Sulla pandemia di COVID-19 in Brasile, tradotto in Internazionale.it, 27 aprile 2020.

  • Il comportamento irresponsabile del presidente rispetto al virus è stato fortunatamente bilanciato dalla serietà dei governatori, che hanno imposto l’isolamento contro il parere del presidente.
  • L’atteggiamento del presidente di fronte alla pandemia alimenta un dibattito infuocato. Come Trump, anche Bolsonaro ha inizialmente paragonato il covid-19 a una semplice influenza, non risparmiando le strette di mano in pubblico e criticando i governatori che seguivano i consigli della comunità scientifica e decretavano l’isolamento. Bolsonaro ha addirittura rimosso il suo ministro della sanità perché tentava di convincerlo a cambiare rotta mentre l’epidemia dilagava in Brasile.
  • I passi falsi di Bolsonaro confermano la tendenza degli “uomini forti” del momento – Trump negli Stati Uniti, Erdoğan in Turchia e Putin in Russia – a minimizzare la minaccia del virus, prima di essere costretti ad affrontarla. Di sicuro questi leader non possono sostenere di essere stati più lungimiranti ed efficaci degli altri. Sopravvivono grazie all’autoritarismo, ma questo non cancella il bilancio negativo della loro attività. Forse, nel caso di Bolsonaro, questo accelererà la caduta di un uomo palesemente inadatto a guidare un grande paese come il Brasile.

Da In Amazzonia il virus rischia di sterminare i popoli indigeni

Sulla pandemia di COVID-19 in Brasile, tradotto in Internazionale.it, 4 maggio 2020.

  • Il virus potrebbe provocare un genocidio? A sollevare il dubbio è un appello firmato da diverse personalità internazionali che si interrogano sui rischi della pandemia per una delle popolazioni più fragili al mondo: gli ultimi indigeni dell’Amazzonia, in Brasile.
  • Inevitabilmente viene da pensare [...] a quello che è accaduto cinque secoli fa, quando i colonizzatori europei arrivarono nel continente americano portando con sé malattie contro le quali le popolazioni native non avevano alcuna difesa immunitaria. All’epoca gli indigeni dell’America meridionale e settentrionale furono decimati da vaiolo, influenza e tifo.
  • In Brasile, dove l’attuale epidemia di covid-19 ha già fatto più di seimila vittime, la posizione di Jair Bolsonaro fa molto discutere. Il presidente, infatti, sminuisce la minaccia del virus e si oppone all’azione dei governatori che hanno imposto l’isolamento nelle principali regioni del paese.

Da L’estrema destra guida la protesta contro le misure di distanziamento

Sulla disinformazione sul SARS-CoV-2, tradotto in Internazionale.it, 14 maggio 2020.

  • In diversi paesi le proteste contro l'isolamento e le restrizioni coinvolgono decine e a volte centinaia di persone, spesso troppo numerose rispetto ai limiti imposti nei luoghi pubblici e ancora più spesso sprezzanti di qualsiasi distanza di sicurezza.
  • Oggi in tutto il mondo si contano più di quattro milioni di malati e circa trecentomila decessi dovuti al covid-19. Non accettare queste cifre è ormai inammissibile. I manifestanti, però, trovano le loro motivazioni in un mix di strumentalizzazioni politiche, teorie complottiste e in un individualismo ostinato che non intende rispettare le istruzioni dello stato.
  • A quanto pare durante la pandemia la disinformazione e la manipolazione sono più attive che mai, nonostante sia in gioco la salute di tutti noi.

Da Vladimir Putin ha sottovalutato la forza politica del virus

Sulla pandemia di COVID-19 in Russia, tradotto in Internazionale.it, 4 giugno 2020.

  • Mentre i sondaggi rivelano il profondo disincanto dei russi, dovuto alla gestione approssimativa dell’epidemia e ai problemi finanziari causati dal crollo del prezzo degli idrocarburi, Putin spinge sull’acceleratore del patriottismo e di una continuità che sarebbe garanzia di stabilità.
  • La popolarità incontestabile del presidente si basa su due pilastri. Per prima cosa Putin è considerato l’architetto della ripresa della Russia dopo gli anni di Eltsin, e in secondo luogo ha saputo restituire un certo orgoglio ai russi riportando l’ex impero al ruolo di potenza magari non rispettata, ma sicuramente temuta. E pazienza se questo orgoglio nasce da avventure militari insanguinate, in Siria come in Ucraina.
  • Il mondo, o comunque una parte del mondo, è diventato il teatro della rinascita militare della Russia, considerata ben più importante di quella economica o sociale, parenti povere del "putinismo". La popolazione si rende conto di questo squilibrio nei momenti difficili, come quello portato dal covid-19.

Da La deriva del populista Bolsonaro, dalle smentite al contagio

Sulla pandemia di COVID-19 in Brasile, tradotto in Internazionale.it, 8 luglio 2020.

  • Bolsonaro si è rifiutato di prendere le minime precauzioni e ha sostenuto attivamente i manifestanti che protestavano per le misure di isolamento imposte dai governatori e dai sindaci delle grandi città, trasformando questo rifiuto in un vanto.
    L’aspetto più incredibile è che Bolsonaro ha mantenuto la sua posizione anche quando il Brasile è diventato l’epicentro mondiale della pandemia, con più di 65mila morti e 1,6 milioni di contagi, secondo paese più colpito al mondo dopo gli Stati Uniti.
  • Molti paesi hanno “fallito” la risposta al virus per impreparazione o per incompetenza. Nel caso del Brasile la colpa è di un rifiuto su base ideologica. Il populismo si nutre dell’ostilità nei confronti della scienza, del complottismo e della sfida permanente che ha trasformato la mascherina in un simbolo disprezzato.
  • Se la sanità pubblica è un ambito chiaramente politico, i populisti hanno perso l’occasione di mostrare la loro competenza. Il caso di Bolsonaro è sicuramente il più emblematico.

Da La sorte degli uiguri è cruciale per i rapporti tra Cina e occidente

Sul genocidio culturale degli uiguri, tradotto in Internazionale.it, 18 settembre 2020.

  • Fino a poco tempo fa gli uiguri dello Xinjiang, regione della Cina occidentale, erano poco conosciuti fuori dalla cerchia degli esperti. Oggi questa minoranza musulmana e turcofona è diventata il simbolo della repressione messa in atto dal regime di Pechino, e di conseguenza un tema cruciale della politica internazionale.
  • Il governo di Xi Jinping si è lanciato in una campagna di "sinizzazione" delle religioni, mirata non solo contro l'islam ma anche contro il cristianesimo e il buddismo tibetano. Nelle aree popolate dagli uiguri – ma anche dagli hui, altra minoranza musulmana del paese – le moschee sono state rase al suolo perché considerate l’espressione di un'architettura troppo mediorientale. Io stesso ho potuto vedere l'anno scorso a Yinchuan, capoluogo della regione hui del Ningxia, caratteri arabi recentemente coperti nelle insegne dei ristoranti halal. Non molto tempo fa un’altra minoranza, quella dei mongoli, è stata repressa dopo una serie di proteste contro il divieto di insegnare la lingua locale nella Mongolia interna.
  • Un tempo i circa dodici milioni di uiguri rappresentavano la maggioranza nella regione, ma sono ormai diventati minoritari a causa dell’afflusso (incoraggiato) di contadini poveri dal resto della Cina, esponenti della popolazione dominante nel paese, gli han. I leader cinesi non amano la parola "colonizzazione", ma è sostanzialmente ciò che sta accadendo.

Da I paesi dell’ex Unione Sovietica preoccupano Putin

Tradotto in Internazionale.it, 8 ottobre 2020.

  • Non esiste un legame diretto tra le proteste in Bielorussia, la guerra tra Azerbaigian e Armenia sul Nagorno Karabakh, la rivolta postelettorale in Kirghizistan e la crisi infinita in Ucraina. Eppure tutte queste esplosioni hanno come denominatore comune la Russia, e si svolgono in territori che Vladimir Putin considera di sua pertinenza.
  • Ma davvero la Russia è minacciata? L’esempio offerto da mesi dai bielorussi e in questi ultimi giorni dai kirgizi contro le manovre elettorali dei rispettivi leader rappresenta un motivo di preoccupazione, perché anche in Russia ci sono tutti gli ingredienti per uno scenario simile, anche se il potere sorveglia la situazione da vicino.
  • Questa aspirazione al cambiamento non può che inquietare Putin, soprattutto in un momento in cui ha appena fatto approvare il prolungamento eterno del suo potere.

Da La sconfitta dell’Armenia ribalta gli equilibri nel Caucaso

Sulla guerra nell'Artsakh del 2020, tradotto in Internazionale.it, 11 novembre 2020.

  • La guerra è stata scatenata dall'Azerbaigian per mettere fine al "conflitto congelato" sul Nagorno Karabakh, territorio situato all'interno del paese ma popolato da armeni. Da trent’anni la situazione era ormai bloccata, in seguito a una guerra vinta dall'Armenia. Ma oggi il rapporto di forze è cambiato: l'Azerbaigian, forte delle ricchezze derivate dagli idrocarburi e di una popolazione tre volte più numerosa di quella armena, ha modernizzato il suo esercito e si è imposto sul campo. Le armi moderne in possesso degli azeri sono state fornite dalla Turchia, ma anche da Israele. E hanno fatto la differenza.
  • La vicenda ha suscitato la collera della popolazione armena, che si sente tradita e considera vane le migliaia di vittime del conflitto. Ma queste reazioni emotive ignorano il fatto che l'alternativa era portare avanti una guerra impossibile.
  • Questa guerra del ventesimo secolo, le cui radici sono antiche e profonde, ha ribaltato la situazione geopolitica di una regione strategica, senza che l'Europa o l'occidente abbiano proferito parola e senza che abbiano avuto la possibilità di giocare un ruolo attivo. È il simbolo di un mondo postoccidentale in cui le regole del gioco sono quelle della violenza.

Da In Etiopia una guerra brutale per scoraggiare le secessioni

Sulla guerra del Tigrè, tradotto in Internazionale.it, 13 novembre 2020.

  • È la guerra che non ci aspettavamo, o comunque non in un paese il cui primo ministro ha ricevuto l'anno scorso il premio Nobel per la pace.
  • Dopo una grave crisi politica, Abiy Ahmed si è ritrovato a capo del paese, a cui ha imposto una nuova direzione: ha svuotato le carceri, liberalizzato l'economia (9 per cento di crescita) e soprattutto ha trovato un accordo di pace con i vicini eritrei, un risultato che gli è valso il Nobel per la pace. [...] Ma alla fine le tensioni etniche e regionali hanno avuto ragione del giovane primo ministro.
  • Resta da capire se l'Etiopia sta vivendo il suo momento "jugoslavo", ovvero la ribellione di una serie di popoli che vogliono uscire da un matrimonio non esattamente felice.

Da Putin è di nuovo padrone del gioco nel Caucaso

Tradotto in Internazionale.it, 19 novembre 2020.

  • A questo punto è evidente chi abbia perso [la guerra nell'Artsakh del 2020], ovvero l’Armenia. Il vero vincitore, però, non è uno dei belligeranti, ma Vladimir Putin, riuscito a imporre la fine delle ostilità, un accordo per il cessate il fuoco e la presenza delle sue truppe per farlo rispettare.
  • Il Cremlino ha permesso che l’Azerbaigian ottenesse una vittoria riconquistando territori perduti trent’anni fa, ed è intervenuto appena in tempo per evitare che l’Armenia perdesse tutto. È stato un atto di forza. Nessuno avrebbe potuto fare lo stesso, e in questo modo la Russia ha tenuto a distanza la Turchia e fuori dal gioco gli occidentali.
  • Putin ha ereditato il problema politico irrisolto tra i due paesi. Bisognerà applicare l’accordo, con il ritorno dei territori conquistati sotto il controllo dell’Azerbaigian. Soprattutto il problema di ciò che resta dell’enclave del Nagorno Karabakh non è stato risolto. Senza una soluzione, la miccia è destinata a riaccendersi, stavolta con truppe russe sul campo.

Da La guerra nel Tigrai è una tragedia per tutta l’Africa

Sulla guerra del Tigrè, tradotto in Internazionale.it, 23 novembre 2020.

  • Il governo di Addis Abeba continua a parlare di una semplice operazione di polizia contro un territorio ribelle, ma in realtà lo scontro tra l'esercito federale etiope e le forze della regione del Tigrai, nel nord del paese, è una vera guerra, con lo spiegamento di mezzi blindati, aerei e decine di migliaia di soldati.
  • Il Tigrai ospita appena il 6 per cento dei cento milioni di abitanti del paese, ma ha sempre ricoperto un ruolo determinante. Dal Tigrai è partita la resistenza contro la sanguinosa dittatura di Mengistu Haile Mariam, l'uomo che nel 1974 aveva rovesciato l'imperatore Haile Selassie. Dopo aver vinto nel 1991 (insieme ad altre forze regionali), il Tplf è di fatto rimasto al potere per diciassette anni, guidato da un uomo forte, Meles Zenawi, che ha introdotto il federalismo nel paese. Nel 2012 la morte di Zenawi ha segnato l'inizio dei problemi per i tigrini, che sono stati progressivamente messi ai margini dopo l'arrivo di Abiy nel 2018.
  • [Su Abiy Ahmed Ali] Incensato per le sue misure progressiste, il primo ministro etiope è comunque un ex militare, dai metodi autoritari, ed è deciso a opporsi con ogni mezzo alle forze centrifughe che minacciano l'unità dell'ex impero.
  • Quella in corso è una tragedia per l'Etiopia ma anche per il resto dell'Africa. L'Etiopia, infatti, è il secondo paese africano per popolazione, ospita la sede dell'Unione africana e dovrebbe essere una delle locomotive dell'anelata rinascita del continente. L'Africa deve fare tutto il possibile per mettere fine a questa guerra fratricida che rischia di avere conseguenze devastanti.

2021[modifica]

  • Ricordiamo ancora che parte della campagna per il referendum del 2016 si era giocata sulla presunta presenza di "troppi stranieri" sul suolo britannico. Per i favorevoli all'uscita (leave), la definizione di "straniero" coincideva con le persone provenienti da altri paesi dell'Unione europea. Una sorta di versione britannica dell'"idraulico polacco".
    Dopo il voto per uscire dall’Unione e anni di incertezze, negoziati sfiancanti e psicodrammi in parlamento, almeno un milione di europei ha deciso di lasciare il paese dove aveva ricostruito la sua vita ma dove non si sentiva più benvenuto. I britannici ne hanno patito le conseguenze prima di tutto nel sistema sanitario, che dipendeva molto dal personale straniero. Nel frattempo nessuno ha prestato molta attenzione agli autotrasportatori, che a causa di complicazioni amministrative hanno deciso di tornare nel loro paese.[3]
  • Trent’anni dopo la morte dell’Urss che Gorbaciov non era riuscito a salvare, Putin ha rimesso in marcia la storia, e andrà avanti fino a quando qualcuno non lo fermerà.[4]
  • La Russia è uno dei principali attori di questo “grande gioco” planetario, trent’anni dopo la fine della parentesi sovietica. Il rischio, con Putin, nostalgico dell’Urss, è che per farsi rispettare la Russia pensi che l’unica soluzione sia far rinascere il “nemico”.[5]

Da L'attacco al congresso è l'ultimo fiasco del populismo di Trump

Sull'assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 2021, tradotto in Internazionale.it, 7 gennaio 2021.

  • Da quando si è lanciato in politica, Donald Trump ha avuto un vantaggio sui suoi avversari: nessuno lo prende sul serio. Ma la verità è che Trump è ciò che dice e fa ciò che dice, e nessuno può essere sorpreso da quanto è accaduto in Campidoglio. Si è trattato dell'insurrezione più annunciata della storia, anche se alla fine si è risolta con un fiasco patetico che non impedirà a Joe Biden di diventare il nuovo presidente il prossimo 20 gennaio.
  • Donald Trump è responsabile non solo degli eventi del 6 gennaio, giorno in cui Joe Biden doveva essere confermato presidente dal congresso, ma anche di tutti i danni inflitti alla democrazia statunitense e di quelli, sicuramente carichi di conseguenze, arrecati al Partito repubblicano, uno dei due grandi partiti di governo.
  • La lezione più importante che possiamo trarre dagli avvenimenti di Washington riguarda il fallimento di un “momento populista” negli Stati Uniti. Trump aveva incarnato una rivolta elettorale contro un sistema che genera fin troppe disuguaglianze, simboleggiato da Hillary Clinton nel 2016. Ma Trump non ha saputo trasformare questo capitale politico in una forza di progresso, facendone piuttosto uno strumento al servizio di un potere personale e incoerente. La sua radicalizzazione degli ultimi mesi gli lascia come alleate solo le frange più estremiste del nazionalismo bianco e tutti gli opportunisti che pensano esclusivamente alle prossime elezioni.

Da I massacri nascosti nella regione etiope del Tigrai

Sulla guerra del Tigrè, tradotto in Internazionale.it, 22 febbraio 2021.

  • Secondo le Nazioni Unite sessantamila abitanti del Tigrai sono scappati dall’Etiopia per rifugiarsi nel vicino Sudan, mentre in due milioni hanno abbandonato le loro case per spostarsi in altre aree del paese. Tre quarti dei cinque milioni di residenti nel Tigrai hanno bisogno di aiuti umanitari. Il numero di vittime del conflitto è stimato attorno alle 50mila persone, una cifra enorme.
  • A preoccupare è soprattutto la partecipazione di truppe arrivate dall'Eritrea, che stanno dando man forte all'esercito etiope e nel frattempo non esitano a regolare vecchi conti con gli abitanti del Tigrai, con cui si sono scontrati per vent'anni quando l'Eritrea era ancora occupata dall'Etiopia. La presenza degli eritrei non è ufficiale, ma è conclamata.
  • Oggi Ahmed combatte una delle province dell'Etiopia con l'aiuto proprio degli eritrei. La sua fama di modernista liberale ha sedotto il presidente francese Emmanuel Macron, ma nella gestione dei delicati equilibri etnici e politici dell'ex impero etiope Abiy sta usando il pugno di ferro.

Da I mercenari russi denunciati per i crimini in Siria

Tradotto in Internazionale.it, 17 marzo 2021.

  • Dato che la Wagner non ha un’esistenza legale, non esiste nemmeno il coinvolgimento diretto del Cremlino, anche se stiamo parlando di un segreto di pulcinella. In termini legali si chiama “diniego plausibile”.
  • Nei fatti la Wagner è il braccio armato del Cremlino, inviato per esempio a sostegno del maresciallo Haftar nella guerra civile libica, o sempre più spesso in Africa subsahariana, dove la Russia sta cercando di imporre la sua influenza. Gli uomini della Wagner sono sospettati di aver ucciso tre giornalisti d’inchiesta russi in Repubblica Centrafricana nel 2018.
  • Oggi Prigožin è un uomo dell’ombra che invia i suoi mercenari a fare gli interessi del Cremlino, ottenendo contratti succosi. Per questo motivo figura nella lista delle persone colpite dalle sanzioni europee per aver violato l’embargo in Libia.

Da Joe Biden mette fine alla più lunga guerra degli Stati Uniti

Sulla guerra in Afghanistan, tradotto in Internazionale.it, 14 aprile 2021.

  • Non è l’equivalente di Saigon nel 1975, quando gli elicotteri portarono via gli ultimi statunitensi dal tetto dell’ambasciata prima dell’arrivo dei nordvietnamiti, ma è comunque una ritirata senza vittoria che lascia gli afgani da soli ad affrontare un destino incerto.
  • Con il passare del tempo, infatti, il presidente ha maturato una convinzione che senza dubbio inizialmente non aveva: gli Stati Uniti non possono trasformare l’Afghanistan in una democrazia funzionale come sognavano di fare in un primo momento. Questa lezione, di fatto, si applica a tutti gli interventi occidentali degli ultimi due decenni.
  • Il problema è che la situazione che gli statunitensi lasceranno dietro di se è tutt’altro che risolta, con una forte crescita dei taliban. Il governo di Kabul ha costruito una società più aperta permettendo l’istruzione delle ragazze e concedendo maggiore libertà alle donne, ma rischia di essere emarginato dall’avanzata dei combattenti islamici.

Da L'Etiopia in guerra va alle urne ma il risultato è scontato

Sulla guerra del Tigrè, tradotto in Internazionale.it, 21 giugno 2021.

  • Il primo ministro aveva promesso un'operazione di breve durata e si è affrettato a cantare vittoria quando l'esercito ha conquistato il capoluogo regionale, cacciando il Fronte popolare per la liberazione del Tigrai (Tplf). Ma la guerra non si è conclusa: il Tplf, che per molti anni ha dominato la politica nazionale e non aveva accettato la prova di forza di Abiy, si è ritirato nelle montagne, da dove ha cominciato ad attaccare l’esercito etiope e soprattutto quello della vicina Eritrea, chiamato in aiuto da Addis Abeba.
  • Il governo federale si comporta come se nulla fosse, salvo poche eccezioni. Il problema è che il Tigrai è una zona di guerra, e in tutto il paese ci sono altri focolai di violenza. Anche gli oromo sono sotto pressione, e tra loro si sono state numerose vittime.
  • Abiy era stato elogiato all’inizio del suo mandato, nel 2018, per aver svuotato le carceri dai prigionieri politici, sbloccato l’economia e riequilibrato la diplomazia etiope. Ma ora deve affrontare il crollo del vecchio impero e il suo mosaico di popoli, e sta scivolando progressivamente verso un autoritarismo percepito come unico garante dell’unità nazionale.

Da I brasiliani in piazza contro Bolsonaro e la corruzione

Tradotto in Internazionale.it, 5 luglio 2021.

  • Jair Bolsonaro apprezzava di essere paragonato a Donald Trump quando quest’ultimo era al potere, e ha preso in prestito più di un elemento dal repertorio dell’ex presidente americano. Per esempio, la settimana scorsa ha dichiarato che non accetterebbe il risultato delle presidenziali dell’anno prossimo se ci fossero dei brogli (cioè se dovesse perdere).
  • Il fatto che il presidente eletto in un clima da “mani pulite” sia coinvolto in diversi scandali (legati non solo ai vaccini ma anche alla deforestazione dell’Amazzonia da parte dei grandi gruppi privati) ha un sapore paradossale che sorprende solo quelli che hanno creduto alle sue parole.
  • Jair Bolsonaro si è alienato il sostegno di ampi settori della popolazione, a cominciare da tutti quelli che hanno perso qualcuno durante la pandemia. È probabile che la mobilitazione continuerà a crescere fino al voto, previsto tra quindici mesi. In gioco c’è il futuro del Brasile, dopo gli anni perduti a causa di un apprendista dittatore che non ne aveva la stoffa.

Da Il ritiro dall’Afghanistan incrina la credibilità di Washington

Sulla guerra in Afghanistan, tradotto in Internazionale.it, 6 luglio 2021.

  • Prima di tutto si tratta di una sconfitta per gli afgani, a cominciare dalle donne sulle quali incombe la minaccia di un ritorno dell’oscurantismo patito quando i taliban erano al potere negli anni novanta.
    Ma è innegabile che la sconfitta sia anche degli Stati Uniti. Dopo vent’anni di presenza nel paese, infatti, gli americani partono senza aver minimamente raggiunto gli obiettivi prefissati, e perfino quello di tenere a distanza i jihadisti di al Qaeda è tutto fuorché assicurato, stando alle informazioni che provengono dal nord del paese.
  • La superpotenza statunitense è stata messa in scacco da uomini che non hanno un millesimo della potenza di fuoco del più grande esercito del mondo. Questa situazione ricorda il Vietnam, il grande trauma degli anni settanta. In quel caso gli Stati Uniti impiegarono parecchio tempo per riprendersi. L’immagine degli elicotteri che decollano in fretta e furia dal tetto dell’ambasciata di Saigon resta un ricordo umiliante.
    È possibile che la sconfitta afgana lasci le stesse tracce?
  • Come farà Biden a ristabilire la credibilità della protezione statunitense? Il “comandante in capo” che abbandona l’Afghanistan volerà in soccorso di Taiwan o dell’Ucraina se i due alleati degli Stati Uniti si trovassero in pericolo? È una domanda che si porranno sicuramente i leader dei paesi in questione, per parlare solo di due casi emblematici, e quelli dei paesi che rappresentano una minaccia, Russia e Cina, già convinti del declino dell’occidente.

Da La paura del vuoto ad Haiti dopo l’omicidio del presidente Moïse

Su Jovenel Moïse, tradotto in Internazionale.it, 6 luglio 2021.

  • Nella storia sono rari gli omicidi dei capi di stato che non siano stati seguiti da un tentativo di golpe. Jovenel Moïse, presidente di Haiti, è stato ucciso il 6 luglio in piena notte da un commando straniero probabilmente composto da mercenari. La moglie, Martine Marie Etienne Joseph, è stata gravemente ferita. Poi non è successo più nulla.
  • Resta il fatto che in oltre due secoli d’indipendenza – nel 1804 Haiti è stata la prima repubblica nera indipendente della storia, dopo una rivolta di schiavi contro l’esercito di Napoleone – il paese non ha mai trovato il suo equilibrio e il suo sistema di governo. Haiti non è stata aiutata né dalle potenze straniere – nel diciannovesimo secolo la Francia le ha fatto pagare fino all’ultimo centesimo la compensazione per i proprietari di schiavi, mentre gli Stati Uniti hanno occupato il paese per vent’anni del novecento – né dalla natura: ricordiamo il sisma del 2010 che ha provocato 230mila vittime e un milione e mezzo di sfollati, seguito sei anni dopo da un uragano devastante.
  • Paese più povero delle Americhe, Haiti ha conosciuto le dittature (come quelle dei Duvalier padre e figlio per trent’anni), i regimi pseudodemocratici e i governi incompetenti e corrotti, di cui Moïse è stato solo l’ultima incarnazione.
  • Cosa possono sperare oggi gli haitiani? Che l’elettroshock di quest’omicidio e la paura del vuoto permettano di “fare nazione” laddove nessuno ci crede più? È una speranza improbabile, soprattutto quando non si sa ancora chi abbia ucciso il presidente.

Da Le lezioni della disfatta di Kabul

Sulla caduta di Kabul, tradotto in Internazionale.it, 16 agosto 2021.

  • Nei prossimi giorni, forse anni, ci ritroveremo inevitabilmente a discutere della sconfitta americana (e occidentale, per estensione) in Afghanistan. [...] Il meccanismo, dopo la Cina nel 1948 e il Vietnam nel 1975, si applica ormai anche all’Afghanistan.
  • È necessario ricordare che nel 2001 l’intervento di una coalizione principalmente (ma non unicamente) statunitense è stato sostenuto dall’intera comunità internazionale, con il via libera del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dopo l’11 settembre. L’Afghanistan dei taliban era colpevole di aver permesso ad Al Qaeda di pianificare e organizzare dal suo territorio gli attentati più spettacolari della storia. Questo non va dimenticato.
  • Gli ultimi due decenni non hanno segnato il fallimento dell’intervento del 2001, ma quello del sogno civilizzatore che l’occidente ha voluto imporre in Afghanistan.
  • Una generazione di afgani e soprattutto di afgane è cresciuta sotto questo “ombrello” americano e occidentale, con l’idea che tutto fosse ormai possibile. Una ragazza poteva scegliere se indossare il burqa o meno, così come poteva sposarsi in base alla propria scelta e decidere in merito alla propria sessualità. Questo sogno oggi va in frantumi, con il tradimento di tutti gli afgani che avevano creduto in questa promessa disastrosa.
  • Assumersi questa parte di responsabilità obbliga quantomeno le democrazie a prendere coscienza delle conseguenze di ciò che hanno tentato di esportare, principalmente a Kabul e in parte anche fuori dalla capitale. I paesi coinvolti dovranno accogliere degnamente ed efficacemente i rifugiati che sicuramente lasceranno il paese dopo il ritorno di un regime retrogrado di cui pensavo di essersi sbarazzati nel 2001.

Da La disfatta di Kabul mette in dubbio l’affidabilità di Washington

Sulla caduta di Kabul, tradotto in Internazionale.it, 31 agosto 2021.

  • La sconfitta in Afghanistan è un evento di grande portata, ma è altrettanto vero che la storia degli Stati Uniti ne è piena, a cominciare dalla caduta di Saigon del 1975, con cui in questi giorni viene avanzato spesso un parallelo. Va detto però che in Vietnam le perdite americane furono 27 volte superiori a quelle della guerra in Afghanistan. All’epoca il trauma fu enorme, ma non impedì agli Stati Uniti di restare una superpotenza.
  • La principale lezione che possiamo trarre dalla vicenda di Kabul è che Biden, nel solco di Barack Obama e Donald Trump, ha deciso che l’America non sarà più il gendarme del mondo. È una tendenza di fondo: la potenza degli anni novanta ha ridimensionato le sue ambizioni e ha ridefinito quelli che considera i suoi interessi strategici.
  • L’Afghanistan ha sollevato il problema dell’affidabilità delle garanzie degli Stati Uniti. Gli avversari di Washington esultano, a cominciare dai cinesi che fanno presente agli abitanti di Taiwan che non possono più contare sul sostegno americano. Ma davvero i vertici di Pechino pensano che gli Stati Uniti resterebbero passivi in caso di attacco cinese contro l’isola? Sarebbe una scommessa rischiosa.

Da Putin vuole controllare la storia vietando Memorial

Tradotto in Internazionale.it, 29 dicembre 2021.

  • Memorial rappresentava un ostacolo sul cammino della riabilitazione selettiva dell’Urss, in una visione “putiniana” che fissa nell’immaginario della Russia zarista e della virilità guerriera staliniana gli strumenti del suo potere assoluto.
  • Non bisogna sottovalutare la capacità dei regimi totalitari di controllare la memoria collettiva. In questo Putin si ispira ai suoi amici cinesi, che attraverso un controllo assoluto sono riusciti a cancellare, generazione dopo generazione, il ricordo dei milioni di morti del “grande balzo in avanti” di Mao negli anni cinquanta o le vittime di piazza Tiananmen nel 1989.
  • Il primo atto di Memorial dopo la fondazione era stato quello di rivelare al pubblico russo la verità sul massacro di Katyn, lo sterminio di migliaia di ufficiali polacchi nel 1940, a lungo attributo ai nazisti dalla propaganda sovietica e che invece fu opera dell’Nkvd, il servizio di polizia segreta del ministero dell’interno sovietico. Sakharov riteneva che non fosse possibile costruire una società libera basata sulla menzogna.

2022[modifica]

  • Di sicuro Putin scommetteva sulle divisioni dell'Europa e la mancanza di spirito d’iniziativa, ma ha innescato un processo opposto, soprattutto il 27 febbraio quando ha agitato la minaccia nucleare nel tentativo di intimidire gli avversari. Possiamo già sostenere che la storia si dividerà in un "prima" e un "dopo" la guerra d'Ucraina.[6]
  • Oggi la popolazione russa ascolta soltanto una versione, quella che parla di "de-nazificazione" dell’Ucraina, della minaccia della Nato, dell'"illegittimità" delle autorità di Kiev. Soltanto una minoranza ha i mezzi per contestare questa narrazione.[7]
  • La potenza militare è favorevole a Mosca, ma le cose potrebbero cambiare se la popolazione russa non credesse più alle storie di Putin. Anche in una dittatura è difficile trascinare in eterno un paese in guerra contro la sua volontà.[7]
  • [Sull'assedio di Mariupol] La realtà è che Putin ha bisogno di conquistare Mariupol per poter ottenere un successo chiaro in questa guerra che diventa sempre più costosa. Mariupol, inoltre, è la chiave della continuità territoriale tra le repubbliche separatiste del Donbass e la Crimea, annessa nel 2014.[8]
  • Quella in corso non è evidentemente una guerra mondiale, ma ha comunque effetti sull’intero pianeta. [...] Non si parla solo degli oltre dieci milioni di ucraini che hanno dovuto lasciare la propria casa, dando vita alla migrazione forzata più rapida dai tempi della seconda guerra mondiale. A subire le conseguenze della guerra sono anche persone che vivono in Perù, in Tunisia o in Sri Lanka, per cui il prezzo del pane decolla e quello del carburante schizza alle stelle, mentre cominciano a mancare concimi e alcuni componenti e le spedizioni sono in ritardo o vengono bloccate. Queste persone vivevano già nella precarietà, ma la guerra, anche se lontana, è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. [...] La guerra in Ucraina, dunque, non ha soltanto conseguenze geopolitiche. Come "l’effetto farfalla" di cui parlano gli scienziati, questa crisi produce un’onda d’urto che percorre tutto il mondo.[9]
  • Il colonnello Khodarjonok è un individuo che dice ciò che pensa e già in passato aveva previsto che la guerra non sarebbe stata la passeggiata che molti prevedevano. Ma non è un dissidente.[10]
  • [Su Dobbs v. Jackson Women's Health Organization] La decisione della corte suprema degli Stati Uniti ha avuto un impatto planetario, non solo perché si parla di un tema universale come il diritto all’aborto ma anche per le sue conseguenze geopolitiche. Un’America divisa, precipitata in una guerra culturale e politica profonda è una superpotenza meno impegnata nel mondo in un momento in cui le sfide si moltiplicano.[11]
  • [Su Dobbs v. Jackson Women's Health Organization] Per i democratici la provocazione dei giudici della corte suprema nominati da Donald Trump rappresenta un’occasione per mobilitare i propri elettori delusi dal bilancio poco entusiasmante di Biden, nella speranza di conquistare il voto dei repubblicani moderati (soprattutto le donne) contrari alla radicalizzazione della destra trumpista.[11]

Da Il dialogo impossibile tra la Russia e la Nato

Sulla crisi russo-ucraina del 2021-2022, tradotto in Internazionale.it, 12 gennaio 2022.

  • Mosca ritiene che tutto il periodo successivo alla fine dell’Urss, trent’anni fa, non conti nulla, e che la Russia conservi il diritto di controllare la sua vecchia zona di influenza.
  • Esattamente come i suoi amici cinesi, Vladimir Putin è convinto che i tempi siano maturi per modificare i rapporti di forza. Cina e Russia ritengono che l’occidente sia indebolito, con gli europei troppo divisi e Joe Biden assorbito dai problemi interni. Per questo Putin ha deciso di fare pressione sull’Ucraina con l’invio di una gran numero di soldati, consapevole che nessuno è disposto a “morire per Kiev”.
  • In passato alcuni, come Vaclav Havel nel 1989, hanno sognato una scomparsa della Nato insieme al Patto di Varsavia, ma oggi nessuno in Europa vuole privarsi della protezione contro una Russia sempre più minacciosa.

Da Per scoprire se Putin sta bluffando bisogna prepararsi al peggio

Sulla crisi russo-ucraina del 2021-2022, tradotto in Internazionale.it, 26 gennaio 2022.

  • E se Putin bluffasse? Questa è la domanda da un miliardo di dollari a cui gli occidentali vorrebbero saper rispondere, ma il problema è che il presidente russo si comporta come se avesse tutte le carte in mano, e cerca di alzare la posta con le minacce. Se invece Putin non stesse bluffando, significherebbe che esiste il rischio concreto di una guerra sul suolo europeo.
  • Ormai da settimane Putin tace in merito alle tensioni che lui stesso ha creato, e lascia che siano i suoi avversari a reagire, ad argomentare sulla strategia e a dividersi. Intanto osserva le reazioni, mette alla prova la solidità delle alleanze e valuta le possibili risposte in caso di conflitto.
  • Bisogna presentare una dissuasione credibile in caso si arrivi al peggio. In geopolitica come a carte, solo alla fine si scopre se qualcuno bluffava. Non siamo ancora arrivati alla mano decisiva.

Da Putin potrebbe cambiare la sua strategia sull’Ucraina

Sulla crisi russo-ucraina del 2021-2022, tradotto in Internazionale.it, 4 febbraio 2022.

  • Non è la prima volta che la Russia ammassa soldati alla frontiera con l’Ucraina, ma è la prima volta che Mosca avanza richieste specifiche. Queste pretese [...] puntano non solo a impedire l’entrata di Kiev nella Nato, ma soprattutto a far tornare indietro la storia al 1997, prima dell’adesione dei paesi dell’Europa centrale e orientale all’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti.
  • Sono molti i fattori che smentiscono la possibilità di un’offensiva di grande portata contro l’Ucraina (anche se questo non esclude l’impiego di altre tattiche destabilizzanti in questa “guerra ibrida”). Prima di tutto il costo economico e militare di una simile operazione non sarebbe indifferente per la Russia, anche se questo approccio sembra fin troppo razionale considerando che Putin può decidere senza incontrare alcun ostacolo. In secondo luogo bisogna considerare che la Cina, alleato indispensabile per la Russia, non ha interesse a lasciar scoppiare in Europa una guerra che destabilizzerebbe le sue esportazioni.

Da Europa e Stati Uniti hanno visioni diverse sul rischio di guerra in Ucraina

Sulla crisi russo-ucraina del 2021-2022, tradotto in Internazionale.it, 14 febbraio 2022.

  • A chi dobbiamo credere? Agli Stati Uniti, che hanno annunciato una guerra imminente e hanno chiesto ai loro diplomatici ed espatriati di lasciare l’Ucraina? O alla Francia, che ha ancora fiducia nella diplomazia e il cui ambasciatore a Kiev si è limitato a invitare un migliaio francesi che vivono in Ucraina a fare scorte d’acqua e riempire il serbatoio di benzina? O ancora all’ambasciatore dell’Unione europea in Ucraina, che su Twitter ha annunciato di essere ancora a Kiev e di non avere alcuna intenzione di partire?
  • Il presidente degli Stati Uniti ha un problema di credibilità agli occhi di Vladimir Putin. Il capo del Cremlino, infatti, pensa che gli americani siano divisi e incapaci di correre in aiuto dell’Ucraina, e lo stesso vale per i paesi dell’Unione europea, profondamente disprezzati da Putin.
  • La logica del Cremlino non è la nostra, perché Putin non deve rendere conto a nessuno e può correre rischi che nessuna democrazia occidentale è disposta ad accettare.

Da In Ucraina la guerra psicologica è già cominciata

Sulla crisi russo-ucraina del 2021-2022, tradotto in Internazionale.it, 15 febbraio 2022.

  • Quando è stata l’ultima volta che abbiamo visto in Europa 130mila soldati ultra- equipaggiati e ammassati alle frontiere di un altro paese, con la minaccia (finora senza conseguenze) di un’invasione? Non è mai successo almeno dalla fine della guerra fredda, nel 1991, mentre un’invasione reale non si vede dal 1945.
  • A stupire è [...] la distanza tra l’accettazione dell’atto di guerra da parte del capo di un’ex superpotenza che vorrebbe tornare a esserlo e i suoi avversari europei, che negli ultimi settant’anni hanno costruito un’unione nel culto della pace, stanchi delle guerre senza fine.
  • Il semplice fatto che il mondo sia in tensione è una vittoria per Vladimir Putin e la chiusura dell’ambasciata degli Stati Uniti rafforza la convinzione del presidente russo di un’America che ha perso il fuoco sacro della potenza.

Da Le crisi in Ucraina o nel Sahel non si affrontano con le semplificazioni

Sulla guerra in Mali e la crisi russo-ucraina del 2021-2022, tradotto in Internazionale.it, 15 febbraio 2022.

  • Certo, le rivalità tra potenze esistono, oggi più che in qualsiasi altro momento dopo la caduta del muro di Berlino, trent’anni fa. Ma non spiegano ogni fenomeno e soprattutto, deformando lo sguardo, possono condurre a diagnosi sbagliate.
  • Una crisi come questa nasce dalla sedimentazione di conflitti tradizionali tra allevatori e agricoltori, l’eredità coloniale, il fallimento delle forme di governo che si sono alternate dopo l’indipendenza del 1960 e naturalmente le influenze straniere, che hanno approfittato delle contraddizioni locali per rafforzarsi in una partita globale.
  • Il fallimento maliano offre una buona occasione – in un momento in cui l’Unione europea rinnova la sua alleanza con il continente africano – per riconsiderare una modalità di intervento troppo segnata dal periodo coloniale e post-coloniale.

Da Putin sceglie la forza e abbandona la via della diplomazia

Sulla crisi russo-ucraina del 2021-2022, tradotto in Internazionale.it, 22 febbraio 2022.

  • I diplomatici raccontano di essere rimasti sconvolti dal discorso pronunciato la sera del 21 febbraio dal presidente russo, che uno di loro, soppesando le parole, ha definito “paranoico”. Putin è apparso collerico, vendicativo con l’Ucraina e accusatore contro gli occidentali, ricavando da strani riferimenti storici le giustificazioni per la sua fatidica decisione.
  • La Russia è tra i firmatari degli accordi di Minsk, il cui obiettivo è il reintegro in seno all’Ucraina delle due entità separatiste. Mosca ha violato gli accordi nonostante fino a dieci giorni fa Putin avesse ribadito che li avrebbe rispettati. Ma soprattutto il presidente russo ridisegna ancora una volta le frontiere di un paese sovrano, come aveva già fatto in passato in Moldova e in Georgia, appoggiando la separazione di altre repubbliche russofone (la Transnistria, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia) attraverso la protezione delle truppe russe.
  • Viene da chiedersi se Putin si fermerà qui. Il primo test riguarda la possibilità che il Cremlino invii il suo esercito alla conquista dei territori situati oltre la linea del fronte e che sono rivendicati dalle due repubbliche separatiste, come il porto di Mariupol, sul mare d’Azov. Se le truppe russe attraverseranno la linea del fronte sarà la guerra, su questo non possiamo avere dubbi. Se invece Mosca si limiterà alle due entità separatiste, non farà altro che formalizzare il dominio russo che esiste di fatto dal 2014. A quel punto gli occidentali sarebbero tentati di non esagerare la portata della manovra, perché quantomeno avremmo scongiurato la temuta guerra totale.

Da Putin e la pericolosa negazione dell’identità ucraina

Sulla crisi russo-ucraina del 2021-2022, tradotto in Internazionale.it, 23 febbraio 2022.

  • Quello di Putin è stato un atto di revisionismo storico che gli ha permesso di affermare il principio secondo cui la Russia ha diritto di agire come crede, anche se questo significa che l’Ucraina potrebbe smettere di esistere o essere assorbita dall’ingombrante vicino.
  • Come tutte le manipolazioni storiche, anche questa nasconde una parte di verità a proposito della creazione delle repubbliche sovietiche compiuta dagli apprendisti stregoni che guidavano l’Urss. Ma senza entrare nei meandri di una storia complessa, è evidente che Putin abbia ignorato la lunga maturazione del sentimento nazionale ucraino conservando solo la versione sovietica. Cosa di cui nessuno può sorprendersi.
  • [Su Martin Kimani] Per comprendere la posta in gioco basta ascoltare un consiglio arrivato dall’Africa, e più precisamente dal delegato del Kenya presso l’Onu, che in occasione del dibattito sull’Ucraina ha spiegato che sessant’anni fa il continente africano ha scelto di rispettare le frontiere ereditate dalla colonizzazione per evitare conflitti senza fine. L’Africa, su questo punto, potrebbe dare una lezione di saggezza a Putin. Il presidente russo, però, sembra troppo immerso nel suo pericoloso sogno revisionista per ascoltare consigli.

Da Putin lancia l’attacco all’Ucraina

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, tradotto in Internazionale.it, 24 febbraio 2022.

  • Abbiamo sottovalutato la determinazione di un dittatore invecchiato, ossessionato dalla vendetta sulla storia.
  • Questa guerra era diventata inevitabile dal momento in cui nessuno era pronto a pagare il prezzo dell’opposizione a Vladimir Putin.
  • La deterrenza non ha più funzionato quando le uniche persone che potevano opporsi alla Russia hanno dichiarato pubblicamente che non l’avrebbero fatto.
  • Questa guerra è un disastro globale. Sono gli ucraini che ovviamente subiranno la realtà della potenza di fuoco russa. Ma questo conflitto cambia il mondo, cambia i tempi: Putin sta commettendo l’irreparabile, sta facendo precipitare il mondo in una nuova guerra fredda, che richiederà anni per essere superata.
  • La guerra in Ucraina è insensata, ingiustificata, ma ormai è una realtà imposta a tutti. Il 24 febbraio 2022, il mondo è diventato di nuovo terribilmente pericoloso e non siamo pronti a questo.

Da Impotenti davanti all’invasione russa gli occidentali pensano al futuro

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, tradotto in Internazionale.it, 25 febbraio 2022.

  • Nessun leader occidentale lo ammetterà mai, ma Vladimir Putin ha vinto, almeno nel breve termine. La guerra massiccia scatenata dal presidente russo sull’intero territorio ucraino mette uno di fronte all’altro due eserciti asimmetrici. La battaglia è chiaramente impari.
  • La credibilità degli Stati Uniti, appena usciti dalla disfatta in Afghanistan, e di un’Europa che Putin disprezza è minata da tre mesi caratterizzati da un braccio di ferro che si è concluso con questa guerra che nessuno è riuscito a impedire.
  • Al di là dell’Ucraina, vittima di un dittatore che non abbiamo saputo fermare in tempo, in ballo c’è il futuro del mondo, quello della nuova guerra fredda di cui ha parlato il presidente Volodimyr Zelenskij, eroe tragico di questo conflitto che viene dal passato.

Da Putin non fermerà la sua guerra senza ottenere qualcosa in cambio

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, tradotto in Internazionale.it, 1 marzo 2022.

  • Putin non si è certo impegnato in un conflitto di questa portata per poi rinunciare senza aver ottenuto nient’altro che qualche conquista territoriale che non giustificherebbe mai il costo dell’operazione. La resa non è né nella sua natura né nel suo stato emotivo attuale, a quanto pare.
  • Putin appare deciso a inviare al fronte forze più consistenti. Il rischio, a giudicare dall’esperienza passata dell’esercito russo in Cecenia o in Siria, è che Mosca decida di attaccare i centri urbani senza preoccuparsi della popolazione civile. Per questo motivo è in corso una gara di velocità tra l’azione dell’esercito russo e ciò che succede sul piano internazionale, un altro aspetto sottovalutato da Putin.
  • Il conflitto sembra destinato a durare, e non finirà fino a quando Putin non avrà stabilito che il costo è eccessivo. La tenacia degli ucraini e dei loro alleati sarà sicuramente messa a dura prova.

Da Da Pietro il Grande a Vladimir Putin, la storia russa passa da Versailles

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, tradotto in Internazionale.it, 10 marzo 2022.

  • La Russia ha fatto un enorme passo indietro da tutti i punti di vista. Sul piano economico l’impatto delle sanzioni ha fatto precipitare il rublo (che ha perso il 75 per cento del suo valore) e costringerà Mosca a un default sul debito. Le aziende straniere lasciano il paese e quelle che restano fanno buon viso a cattivo gioco. Il gas e il petrolio russo di cui Putin si serve come un’arma stanno perdendo il loro valore strategico.
    Ma la nuova cortina di ferro ha un impatto soprattutto psicologico. L’esodo dei russi della classe media è inedito, e impoverisce questo paese ricco di talenti.
  • Una conseguenza di questa guerra è anche l’urgenza di ridurre le dipendenze di oggi (energetica rispetto alla Russia, tecnologica rispetto alla Cina), ovvero l’antitesi della globalizzazione sviluppata negli ultimi decenni. L’Europa ha le dimensioni per riuscirci, dopo aver ignorato troppo a lungo questo aspetto della propria sovranità.
  • Pietro il Grande si era avvicinato all’Europa trovando ispirazione per la creazione del suo impero. Tre secoli dopo, Putin ha fatto una scelta diversa, quella dell’isolamento e dell’aggressività.

Da L'impotenza occidentale davanti alle immagini drammatiche dell'Ucraina

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, tradotto in Internazionale.it, 21 marzo 2022.

  • I sopravvissuti dell'assedio di Mariupol, grande porto ucraino sul mare d'Azov, descrivono la loro città come un "inferno sulla terra". [...] In questa città martire sono in corso combattimenti estremamente feroci, perché la sua conquista segnerebbe il primo successo importante per l'esercito di Vladimir Putin.
  • Zelenskyj incarna la resistenza ucraina e questo gli permette di portare il suo messaggio drammatico nelle aule dei parlamenti di Stati Uniti, Europa o Israele. [...] Nessuno potrà dire "io non sapevo".
  • Il ruolo delle emozioni nelle decisioni politiche non è irrilevante in democrazia, perché nessuno vuole passare alla storia come l’uomo o la donna che non ha fatto nulla mentre gli ucraini venivano massacrati. Ma è altrettanto vero che le emozioni non possono essere l’unico criterio per prendere una decisione.

Da La crisi alimentare causata dalla guerra in Ucraina

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, tradotto in Internazionale.it, 25 marzo 2022.

  • L’equazione è ormai nota: la Russia e l’Ucraina sono due grandi esportatori di prodotti agricoli, in particolare di cereali, e gli effetti della guerra si stanno già facendo sentire sui prezzi e sulle forniture. Ma il peggio deve ancora arrivare: [...] Oggi 27 paesi con una popolazione complessiva di 750 milioni di abitanti importano più del 50 per cento dei prodotti agricoli dalla Russia e dall’Ucraina. Questi paesi si trovano soprattutto in Medio Oriente e in Africa. In Egitto, paese popolato da cento milioni di abitanti, i prodotti importati da Russia e Ucraina rappresentano addirittura l’80 per cento del totale. L’argomento, insomma, è esplosivo.
  • Il primo pericolo è quello di una guerra di propaganda con cui la Russia cercherà di sostenere che le sanzioni occidentali sono responsabili per i problemi alimentari e l’aumento dei prezzi, laddove è stata la guerra scatenata da Vladimir Putin a causarli. I prodotti alimentari sono esclusi dalle sanzioni, ma le notizie fanno parte della guerra e spesso la verità conta poco.
  • La comunità internazionale non può permettersi di sbagliare, perché un fallimento, con l’avvento delle temute carestie, si aggiungerebbe agli altri drammi che sconvolgono un mondo già pieno di sofferenza. L’onda d’urto della guerra russa è appena cominciata.

Da Con la Novaja Gazeta si spegne l’ultima voce indipendente in Russia

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, tradotto in Internazionale.it, 29 marzo 2022.

  • È una tragedia per la Russia, che perde la sua ultima fonte di informazioni indipendente in un momento in cui queste risorse, nella nebbia della guerra, sono ancora più importanti. Questo è l’obiettivo di Vladimir Putin: fare in modo che i 140 milioni di russi abbiano accesso a un’unica fonte di informazioni, la sua.
  • La Novaja Gazeta era il giornale di Anna Politkovskaja, la giornalista assassinata nel 2006 a Mosca dopo essersi occupata della guerra in Cecenia. Sono passati sedici anni da quel giorno. Nel frattempo altri quattro giornalisti della Novaja Gazeta sono stati uccisi.
  • L’invasione dell’Ucraina ha dato il colpo di grazia ai mezzi d’informazione indipendenti, perché ora per Putin la posta in gioco nell’informazione è enorme.
  • Nei regimi totalitari non c’è più posto per la verità.

Da Il massacro di Buča è un momento decisivo della guerra in Ucraina

Sul massacro di Buča, tradotto in Internazionale.it, 4 aprile 2022.

  • Oggi le immagini agghiaccianti del massacro di Buča, nei pressi di Kiev, trasmesse a ripetizione, varcano una soglia nell’orrore di questa guerra.
  • L’orrore è innegabile, ma l’equazione non cambia: nessuno in occidente è pronto a rischiare uno scontro con la Russia, potenza nucleare. Tuttavia le immagini di Buča creano una grande pressione sui paesi occidentali affinché appoggino l’Ucraina in modo più efficace in un momento decisivo.
  • Nonostante la tragedia di Buča, il successo della resistenza ucraina ha impedito l’assedio e forse la conquista della capitale.
  • Ma davvero è possibile negoziare sullo sfondo di questo massacro? Sul fronte ucraino emerge un doppio obiettivo, in un certo senso contraddittorio: da un lato la fine immediata delle sofferenze della guerra, anche a costo di concessioni come la neutralità e il congelamento dei conflitti territoriali; dall’altro il desiderio profondo, basato sull’unità e la determinazione eccezionali mostrate in questa guerra, di non cedere nulla all’invasore. I morti di Buča rafforzano inevitabilmente il desiderio di resistere e senza dubbio anche quello di vendicarsi.

Da Le scelte dell'Europa dopo i massacri commessi dall’esercito russo

Sul massacro di Buča, tradotto in Internazionale.it, 5 aprile 2022.

  • Fin dall'inizio del conflitto l'Unione europea ha mostrato una coesione e una reattività che hanno sorpreso perfino gli stati membri. Ma ora, dopo la raffica di sanzioni, la situazione è "arrivata a un punto di rottura", spiegano i diplomatici. In sostanza da questo momento qualsiasi provvedimento avrà un costo molto elevato, e gli interessi nazionali (che non sempre sono convergenti) complicheranno ogni decisione.
  • Certo, il sostegno nei confronti dell'Ucraina è maggioritario ovunque e la popolazione europea è favorevole all'accoglienza di milioni di rifugiati, ma se l'energia venisse a mancare o se i prezzi schizzassero alle stelle allora le preoccupazioni interne finirebbero per prevalere.
  • Il massacro di Buča obbliga gli europei a porsi la domanda che avrebbero voluto evitare: quale prezzo siamo disposti a pagare per aiutare l’Ucraina a restare libera? Gli ucraini attendono di conoscere la risposta.

Da La battaglia di Mariupol, distrutta e affamata dall’assedio russo

Sull'assedio di Mariupol, tradotto in Internazionale.it, 12 aprile 2022.

  • È la più grave sconfitta militare dell’Ucraina dall’inizio dell’invasione russa. [...] Secondo tutte le testimonianze si tratta di un disastro umanitario, con migliaia di vittime civili (tra cui molti bambini) e una città in gran parte distrutta alla fine di un assedio medievale.
  • Il controllo di questo porto industriale sul mare d’Azov è la chiave della continuità territoriale che la Russia vuole realizzare tra le due repubbliche separatiste del Donbas e la Crimea, annessa nel 2014. La conquista di Mariupol apre la strada a una nuova fase della guerra, con l’offensiva russa per la conquista delle aree del Donbass che ancora sfuggono al suo controllo.
  • La Russia andrà fino in fondo e la conquista di Mariupol, città in rovina, ne è la tragica prova.

Da La guerra di Putin fa svanire la neutralità di Svezia e Finlandia

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, tradotto in Internazionale.it, 13 aprile 2022.

  • L’invasione russa dell’Ucraina potrebbe provocare un nuovo allargamento della Nato, l’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti. Evidentemente questo non era l’obiettivo di Vladimir Putin quando ha scatenato la sua offensiva, lamentando proprio un eccessivo avvicinamento della Nato alle sue frontiere.
  • Evidentemente è paradossale che il paese della "finlandizzazione" finisca per aderire alla Nato, permettendo all’alleanza occidentale di raggiungere il confine con la Russia in un punto in cui Putin di sicuro non se l’aspettava.
  • L’impatto della guerra in Ucraina fa sì che il dibattito sulla difesa europea si situi chiaramente nel quadro della Nato e non al di fuori. È stato Putin a cambiare la situazione europea, in un continente che oggi cerca più sicurezza, non meno.

Da Russia ed Europa all’appuntamento del 9 maggio

Sull'invasione russa dell'Ucraina del 2022, tradotto in Internazionale.it, 9 maggio 2022.

  • Il 9 maggio non avrà lo stesso significato né lo stesso gusto a seconda che ci si trovi sulla piazza Rossa a Mosca, tra le macerie del porto ucraino di Mariupol o nella sede del parlamento europeo a Strasburgo. Il calendario ha trasformato questa giornata in un concentrato di simboli della situazione drammatica del vecchio continente, che nel 2022 sta vivendo un momento decisivo.
  • Il 9 maggio, l’anniversario della sconfitta della Germania nazista (in occidente è l’8 maggio, mentre in Russia è il 9) permette a Putin di giustificare qualsiasi cosa. 1945-2022: il continuum storico immaginario è al centro della guerra del presidente russo.
  • La guerra [...] non ha preso la direzione sperata da Putin, che deve accontentarsi del controllo assoluto dell’informazione e di un martellamento propagandistico per affermare che tutto si sta svolgendo come previsto. L’unica vittoria di cui possa vantarsi il padrone del Cremlino è la conquista di Mariupol, che non è ancora totale perché un ultimo manipolo di soldati resta asserragliato in un’acciaieria. Ma il prezzo pagato è altissimo: migliaia di vittime civili, una città rasa al suolo e decine di migliaia di sfollati, di cui molti alle prese con una sorte incerta in Russia.

Da Pyongyang ammette la presenza del covid ma rifiuta gli aiuti

Sulla pandemia di COVID-19 in Corea del Nord, tradotto in Internazionale.it, 19 maggio 2022.

  • La Corea del Nord [...] presenta l’incredibile particolarità di non aver vaccinato la popolazione ed è l’unico paese al mondo insieme all’Eritrea ad aver rifiutato tutti i vaccini preferendo trincerarsi dietro le frontiere sbarrate.
  • Le cifre annunciate sono consistenti per un paese che sosteneva di essere stato risparmiato dalla malattia: 1,7 milioni di casi dichiarati e una sessantina di decessi. Ma in realtà i numeri significano poco, perché in Corea del Nord manca tutto, dai test alle strutture sanitarie. Soprattutto mancano affidabilità e trasparenza. Il sito dell’Organizzazione mondiale della sanità continua a riportare "zero casi di contagio" nel paese, perché non ha ricevuto alcuna comunicazione sulle cifre.
  • A Shanghai l’approccio cinese ha comportato un isolamento totale, test a ciclo continuo e la vaccinazione degli abitanti. Ma la Corea del Nord non possiede né la logistica né gli equipaggiamenti per imitare il suo potente vicino, ed è lecito temere che un isolamento generalizzato possa rivelarsi ancora più brutale e autoritario di quello applicato in Cina.
  • La Corea del Nord può davvero permettersi di rifiutare le offerte di aiuto? Negli anni novanta il padre dell’attuale leader aveva permesso che la carestia uccidesse due milioni di persone piuttosto che chiedere assistenza. Oggi il regime dinastico investe una fortuna nel programma nucleare e balistico ignorando i problemi sociali.
  • Il sovrainvestimento militare rende il paese indifeso davanti alla malattia. Il vantaggio di una dittatura, però, è che si può sempre lasciare che il popolo muoia in silenzio.

Da Il mondo del Cremlino è fermo all’epoca sovietica

Su Sergej Viktorovič Lavrov, tradotto in Internazionale.it, 31 maggio 2022.

  • Lo spettacolo dei vertici europei che si protraggono all’infinito perché uno stato blocca una decisione fa orrore ai paladini del potere autoritario. E ammettiamolo, infastidisce anche gli europei. Ma in realtà in questo modo riusciamo a superare le contraddizioni tra stati che hanno storie differenti.
  • Secondo Mosca il mondo è ancora quello dei rapporti di forza. La Russia non si è sbarazzata della sua doppia eredità imperiale e stalinista e non riesce a considerare i suoi vicini come eguali. Il Cremlino, inoltre, non accetta che si possa essere russofoni senza voler per forza tornare nella sfera d’influenza della Russia, come dimostra il caso dell’Ucraina.
  • Lavrov e parte dei dirigenti russi sono ancora formattati dal loro passato sovietico, legati al mondo di ieri mentre una parte della popolazione, quella che emigra a decine di migliaia di persone e quella che occupa gli antichi possedimenti, vorrebbe una modernità incarnata dal sogno imperfetto dell’Europa.
  • Quando un aereo atterrava a Mosca si consigliava ai passeggeri di regolare gli orologi portandoli "vent’anni indietro". L’orologio di Lavrov è fermo ai tempi dell’Urss.

Da Fine dei giochi per Boris Johnson?

Su Boris Johnson, tradotto in Internazionale.it, 7 luglio 2022.

  • Boris Johnson è maestro nella sopravvivenza in situazioni politiche disperate, ma stavolta gli servirà un colpo di scena per conservare la carica di primo ministro del Regno Unito. Il Financial Times lo ha paragonato a uno schema Ponzi, una struttura finanziaria piramidale che finisce per crollare quando la fiducia sparisce.
  • Johnson è sopravvissuto a malapena al "Partygate", lo scandalo provocato dalle feste organizzate in piena pandemia nella sua residenza ufficiale. Ora però è stato travolto dal "Pinchergate", dal nome di un deputato a cui è stato assegnato un incarico importante nel partito ma che era stato implicato in una vicenda di molestie sessuali. Johnson lo sapeva, ma ha mentito. Forse è stata una bugia di troppo.
  • Johnson ha seguito un percorso politico atipico. Ex giornalista dalla reputazione dubbia, è entrato in politica come sindaco di Londra con un profilo cool che prometteva di incarnare un rinnovamento. Ma il suo passaggio alla politica nazionale lo ha trasformato in un leader populista, il cui momento di gloria è arrivato con l’adesione al fronte della Brexit nel 2015, vittorioso contro ogni attesa. In seguito la sua traiettoria verso il potere è stata caratterizzata da una totale mancanza di rispetto per le regole.

Da Come placare il vento di follia innescato da Boris Johnson

Su Boris Johnson, tradotto in Internazionale.it, 8 luglio 2022.

  • Possiamo già stilare un bilancio della Brexit? I sostenitori dell’uscita dal club europeo sostengono che sia troppo presto. Tuttavia il mese scorso un think-tank londinese ha mostrato che, alle prese con gli stessi problemi di altri paesi (covid, emergenza climatica), l’economia del Regno Unito è stata danneggiata maggiormente rispetto a quanto sarebbe successo se il paese fosse rimasto nell’Unione.
  • Re degli illusionisti, Johnson non ha mai riconosciuto il costo che la Brexit ha imposto al paese, anche perché aveva cavalcato l’onda della Brexit nella sua scalata ai vertici del partito conservatore. E pazienza se la sua promessa di "Global Uk", di un Regno Unito che sarebbe ripartito alla conquista del mondo, si è rivelata leggermente più complessa del previsto. Il "sistema Johnson" è stato un’acrobazia permanente, fino a quando non ha più funzionato.
  • La fiducia è evaporata dopo che Johnson ha voluto ignorare una delle clausole principali dell’accordo negoziato con grande fatica dalle due parti, quella che permette di non rimettere in discussione l’assenza di una frontiera in Irlanda. Questa fiducia potrà essere ripristinata con un altro primo ministro? Prima di tutto bisognerà che il vento di follia che ha travolto il partito conservatore cessi di soffiare.

Note[modifica]

  1. Da L'Obs; tradotto in I tre uomini forti che vogliono cancellare i diritti umani, Internazionale.it, 18 gennaio 2016.
  2. Da L'Obs; tradotto in Donald Trump riaccende lo scontro di civiltà, Internazionale.it, 7 febbraio 2017.
  3. Da France Inter; tradotto in La Brexit lascia il Regno Unito a secco di carburante, 28 settembre 2021.
  4. Da Putin minaccia l’Ucraina pensando all’ex impero sovietico, tradotto in Internazionale.it, 10 dicembre 2021.
  5. Da La nostalgia sovietica di Vladimir Putin, tradotto in Internazionale.it, 21 dicembre 2021.
  6. Da Spinte da Putin, la Germania e l'Europa aumentano le spese militari, tradotto in Internazionale.it, 28 febbraio 2022.
  7. a b Da Putin e la sfida del controllo dell’opinione pubblica russa, tradotto in Internazionale.it, 7 marzo 2022.
  8. Da L'assedio di Mariupol contraddice il negoziato tra russi e ucraini, tradotto in Internazionale.it, 30 marzo 2022.
  9. Da L'onda d'urto della guerra in Ucraina si propaga in tutto il mondo, tradotto in Internazionale.it, 7 aprile 2022.
  10. Da Sulla tv russa arrivano le prime verità sull’andamento della guerra, tradotto in Internazionale.it, 18 maggio 2022.
  11. a b Da Il divieto di aborto negli Stati Uniti ha anche un impatto geopolitico, tradotto in Internazionale.it, 27 giugno 2022.

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