Milan Kundera

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Indice

Milan Kundera (1929 – vivente), poeta, saggista e romanziere ceco.

  • Consideriamo quindi il critico come uno scopritore di scoperte. (dalla prefazione a François Ricard, La littérature contre elle-même, Boréal Express, 1985)
  • Fino a qualche tempo fa i conservatori erano quelli che volevano conservare lo status quo. Ma improvvisamente lo status quo è entrato in movimento e scorre come un tapis roulant verso la modernità. Così anche i conservatori si muovono con esso. E i moderni veri sono costretti a essere antimodernisti. (citato in Paolo Marconi, Il recupero della bellezza, Skira Editore)
  • Il romanziere insegna alla gente a cogliere il mondo come una domanda. (dall'intervista di Philip Roth, The Most Original Book of the Season, New York Times, 30 novembre 1980; ora in Philip Roth, Chiacchiere da bottega, traduzione di N. Gobetti, Einaudi, 2004)
  • Un romanzo che non scopra un segmento di esistenza finora sconosciuto è immorale. La conoscenza è l'unica moralità del romanzo. (da New York Review of Books, 19 luglio 1984)
  • L'invasione russa del 1968 ha spazzato via la generazione degli anni sessanta, e con essa tutta la cultura moderna che l'ha preceduta. I nostri libri sono chiusi negli stessi sotterranei insieme a quelli di Kafka e dei surrealisti cechi. I vivi trasformati in morti stanno a fianco dei morti fatti morire due volte. Si cerchi di capirlo, una buona volta: non sono soltanto i diritti dell'uomo, la democrazia, la giustizia, ecc., che non esistono più a Praga. È un'intera grande cultura che a Praga oggi si trova "come un foglio di carta in fiamme dove scompare la poesia". (In un intervento sugli effetti della Normalizace, 1981)[1]

L'immortalità [modifica]

Incipit [modifica]

La signora avrà avuto sessanta, sessantacinque anni. La guardavo, steso su una sdraio di fronte alla piscina di un circolo sportivo all'ultimo piano di un moderno edificio da dove, attraverso grandi finestre, si vede tutta Parigi. Aspettavo il professor Avenarius, con il quale mi incontro lì di tanto in tanto per fare due chiacchiere. Ma il professor Avenarius non arrivava e io osservavo la signora. Era sola nella piscina, immersa nell'acqua fino alla vita, lo sguardo rivolto in su verso il giovane maestro di nuoto in tuta che le stava insegnando a nuotare. Ora lei ascoltava le sue istruzioni: doveva aggrapparsi con le mani al bordo della piscina e inspirare ed espirare profondamente. Lo faceva con serietà, con impegno, ed era come se dal fondo delle acque risuonasse la voce di una vecchia locomotiva a vapore (quel suono idillico, oggi ormai dimenticato, che per coloro che non l'hanno conosciuto può essere descritto soltanto come il respiro di un'anziana signora che inspira ed espira forte vicino al bordo di una piscina).

Citazioni [modifica]

  • Bellezza: l'impoeticità del giusto mezzo. (pag. 267)
  • L'erotismo è come il ballo: c'è sempre uno che conduce l'altro. (pag. 147)
  • L'umorismo può esistere solo là dove la gente distingue ancora il confine tra ciò che è importante e ciò che non lo è. E questo confine oggi non si distingue più.
  • La preoccupazione per la propria immagine, è questa la fatale immaturità dell'uomo. È così difficile essere indifferenti alla propria immagine. Una tale indifferenza è al di sopra delle forze umane. L'uomo ci arriva solo dopo la morte. E neanche subito. Solo molto tempo dopo la morte.
  • Le ideologie facevano parte della storia, mentre il dominio dell'imagologia inizia là dove la storia finisce.
  • Molta la gente, pochi i gesti.
  • Vivere: nel vivere non c'è alcuna felicità. Vivere: portare il proprio io dolente per il mondo. Ma essere, essere è felicità. Essere: trasformarsi in una fontana, in una vasca di pietra, nella quale l'universo cade come una tiepida pioggia.
  • Essere assolutamente moderni vuol dire essere alleati dei propri becchini.
  • Solitudine: dolce assenza di sguardi.
  • Il fondamento della vergogna non è un nostro sbaglio personale ma l'oltraggio, l'umiliazione che proviamo per essere costretti ad essere ciò che siamo senza averlo scelto, e l'insopportabile sensazione che questa umiliazione sia visibile da ogni parte.
  • Che cos'è la lìtost? Lìtost è una parola ceca intraducibile in altre lingue. La sua prima sillaba, che si pronuncia lunga e accentuata, suona come il lamento di un cane abbandonato. Per il significato di questa parola cerco invano un equivalente in altre lingue, sebbene io non riesca a immaginare come senza di esso si possa comprendere l'animo umano.

Farò un esempio: lo studente faceva il bagno con una sua amica studentessa nel fiume. La ragazza era sportiva, mentre lui nuotava malissimo. Non sapeva respirare sott'acqua, nuotava adagio, con la testa spasmodicamente eretta sulla superficie. La ragazza era follemente innamorata di lui ed era così piena di tatto che nuotava con il suo stesso ritmo. Ma quando il bagno stava ormai per finire, volle dare per un attimo libero corso al suo istinto sportivo e si diresse con rapide bracciate verso la riva opposta. Lo studente si sforzò di nuotare più in fretta, ma inghiottì acqua. Si sentiva umiliato, smascherato nella sua inferiorità fisica, e provò lìtost. Gli venne in mente tutta la sua infanzia malaticcia, senza sport e senza amici, sotto gli occhi troppo affettuosi di sua madre, e si disperò per se stesso e per la sua vita. Mentre tornavano in città, per un sentiero di campagna, lui taceva. Era ferito e mortificato e provava una voglia irresistibile di picchiarla. Che cos'hai, gli chiese lei, e lui la rimproverò; sapeva bene che sull'altra riva c'erano i gorghi, le aveva proibito di nuotare lì perchè rischiava di affogare - e la colpì sul viso. La ragazza si mise a piangere e lui, alla vista delle lacrime sulle sua guance, provò compassione per lui, la abbracciò e la sua lìtost si dissolse. Oppure un altro episodio dell'infanzia dello studente: i suoi genitori gli facevano prendere lezioni di violino. Non era molto dotato e il professore lo interrompeva con voce fredda e insopportabile, rimproverandogli i suoi errori. Si sentiva umiliato, aveva voglia di piangere. Ma invece di cercare di suonare con più precisione e di non fare errori, ecco che cominciava a sbagliare apposta, la voce del professore era ancora più insopportabile e dura e lui sprofondava sempre più nella sua lìtost. Che cos'è dunque, la lìtost? Il lìtost è uno stato tormentoso suscitato dallo spettacolo della nostra miseria improvvisamente scoperta. Tra i rimedi consueti alla nostra personale miseria c'è l'amore. Perchè chi è assolutamente amato non può essere miserabile. Tutte le sue mancanze sono riscattate dallo sguardo magico dell'amore, per il qualche anche un modo di nuotare goffo con la testa alta sopra la superficie dell'acqua può diventare affascinante. L'assoluto dell'amore è in realtà un desiderio di identità assoluta: bisogna che la donna che amiamo nuoti lentamente con noi e non abbia alcun passato individuale da poter ricordare con felicità. Ma non appena l'illusione dell'identità assoluta si rompe (la ragazza ricorda con felicità il proprio passato, ossia nuota rapidamente), l'amore diviene una fonte permanente di quel grande tormento che chiamiamo lìtost. Chi possiede una profonda esperienza della comune imperfezione della gente è relativamente al riparo dagli accessi di lìtost. Lo spettacolo della propria miseria è per lui qualcosa di banale e di poco interessante. La lìtost è dunque un tratto dell'età dell'inesperienza. E'uno degli ornamenti della giovinezza. La lìtost funziona come un motore a due tempi. Al tormento succede il desiderio di vendetta. L'obiettivo della vendetta è ottenere che il partner si mostri altrettanto miserabile. L'uomo non sa nuotare, ma la donna schiaffeggiata piange. Possono quindi sentirsi pari e perseverare nell'amore. Poichè la vendetta non può mai rilevare il suo vero motivo (lo studente non può rivelare alla ragazza che l'ha schiaffeggiata perchè nuotava più veloce di lui), deve invocare delle false ragioni. La lìtost, dunque, non può mai fare a meno di una certa patetica ipocrisia: il ragazzo proclama che era impazzito dal terrore che la ragazza affogasse e il bambino suona all'infinito la nota sbagliata simulando una disperata mancanza di talento.

Il Valzer degli addii [modifica]

Incipit [modifica]

È l'inizio dell'autunno e gli alberi si colorano di giallo, di rosso, di marrone; la piccola stazione termale al centro dell'amena vallata sembra stretta da un incendio. Sotto i portici ci sono donne che vanno e vengono e si chinano verso le sorgenti. Sono donne che non possono avere figli e sperano di trovare in queste terme la fecondità. Qui tra i pazienti gli uomini sono molto meno numerosi, ma comunque ce ne sono, perché pare che le terme, miracoli ginecologici a parte, facciano bene anche al cuore. Ad ogni modo, la percentuale è di nove donne per ogni maschio, cosa che fa molta rabbia alla giovane infermiera nubile che si occupa, nella piscina, delle signore sterili!

Citazioni [modifica]

  • Gli innamorati si comportano sempre in maniera illogica (Prima giornata)
  • Si sarebbe sforzato di dire cose carine ma la sua mente sarebbe stata altrove, prigioniera, come in una cella d'isolamento, di quelle buie viscere estranee (Prima giornata)
  • La accarezzava sul viso ed era come se l'accarezzasse da una distanza di molte centinaia di chilometri (Prima giornata)
  • Sapete chi sono i più grandi misogini di questa terra? Le donne. (Seconda giornata)

La lentezza [modifica]

Incipit [modifica]

Ci è venuta voglia di passare la serata e la notte in un castello. In Francia molti sono stati trasformati in alberghi: un fazzoletto di verde sperduto in una distesa di squallore senza verde; un quadratino di viali, alberi, uccelli al centro di un'immensa rete di strade. Sono al volante e osservo nello specchietto retrovisore una macchina dietro di me. La freccia di sinistra lampeggia e tutta la macchina emette onde di impazienza. Il guidatore aspetta il momento giusto per superarmi: come un rapace che fa la posta a un passero.

Citazioni [modifica]

  • L'origine della paura è nel futuro, e chi si è affrancato dal futuro non ha più nulla da temere. (pag. 10)
  • C'è un legame stretto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio. [...] Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all'intensità della memoria, il grado di velocità è direttamente proporzionale all'intensità dell'oblio. (pag. 45)
  • L'oblio ci riconduce al presente, pur coniugandosi in tutti i tempi: al futuro, per vivere il cominciamento; al presente, per vivere l'istante; al passato, per vivere il ritorno; in ogni caso, per non ripetere. Occorre dimenticare per rimanere presenti, dimenticare per non morire, dimenticare per restare fedeli. (pag. 124)
  • E il mondo intero che cos'è? Un infinito senza facce!
  • L'amore è per definizione un dono non meritato; anzi, l'essere amati senza merito è la prova del vero amore [...] Quanto è più bello sentirsi dire: sono pazza di te sebbene tu non sia né intelligente né onesto, sebbene tu sia bugiardo, egoista e mascalzone!
  • La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all'uomo.
  • Nel nostro mondo l'ozio è diventato inattività, che è tutt'altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca.

Amori ridicoli [modifica]

Incipit [modifica]

«Versami un'altra slivovice» mi disse Klára, e io non ebbi nulla in contrario. Il pretesto per aprire una bottiglia non era certo straordinario, ma c'era: quel giorno avevo ricevuto un compenso piuttosto consistente per l'ultima parte di un mio saggio uscito a puntate su una rivista d'arte.
Era già molto che il saggio fosse uscito. Quello che avevo scritto abbondava di punzecchiature e di spunti polemici. Era per questo che il mio saggio era stato precedentemente rifiutato dalla rivista «Il pensiero artistico», la cui redazione è composta di prudenti vegliardi, per essere poi pubblicato da una piccola rivista d'arte della concorrenza, dove i redattori sono più giovani e temerari.

[Milan Kundera, Amori ridicoli (Směš lásky), traduzione di Antonio Barbato, Adelphi, Milano 1988.]

Citazioni [modifica]

  • Amo l'obiettività e l'ordine in qualsiasi cosa, anche nelle faccende d'amore, e di conseguenza mi fido più di un esperto che di un dilettante. (p. 58)
  • L'erotismo non è soltanto desiderio di un corpo, ma in egual misura anche desiderio di stima. Il partner che avete conquistato, che vi desidera e vi ama, rappresenta il vostro specchio, la misura di ciò che siete e di ciò che valete. (1988, p. 104)
  • L'uomo attraversa il presente con gli occhi bendati. Può al massimo immaginare e tentare di indovinare ciò che sta vivendo. Solo più tardi gli viene tolto il fazzoletto dagli occhi e lui, gettato uno sguardo al passato, si accorge di che cosa ha realmente vissuto e ne capisce il senso. (1994)
  • L'uomo ha il dovere di sapere. (1994)
  • L'uomo risponde della propria ignoranza. (1994)
  • Era inutile attaccare con la ragione la solida barriera di irrazionalità di cui si dice plasmato l'animo femminile.
  • Sapeva che lei lo amava ed era gelosa. La gelosia non è certo una qualità piacevole, ma se non se ne abusa (se è unita a una certa moderazione) ha in sé, a parte i suoi inconvenienti, anche qualcosa di commovente. (Il falso autostop, 1988)
  • Io ho un mio personale concetto di dieta: evito rigorosamente tutti i cibi che non mi piacciono. (1988)
  • Se un uomo fosse responsabile solo di ciò di cui è cosciente, gli idioti sarebbero assolti in anticipo da qualsiasi colpa. (1988, p. 107)
  • Ma che cosa sono la bellezza o la bruttezza di fronte all'amore? Cos'è la bruttezza di un viso di fronte al sentimento nella cui grandezza si rispecchia l'assoluto stesso? (p. 134)
  • Esiste una certa piacevolezza esteriore della donna che il gusto provinciale considera a torto come bellezza. E poi esiste la vera bellezza erotica della donna. E riconoscere questa bellezza a un semplice sguardo non è certo cosa da poco. È un'arte. (p. 195)
  • Ma vanno così le cose della vita: uno pensa di recitare la sua parte in uno spettacolo e nemmeno si immagina che sul palcoscenico nel frattempo, di soppiatto, hanno cambiato lo scenario e senza saperlo si ritrova nel bel mezzo di uno spettacolo completamente diverso. (Kundera – Amori ridicoli)
  • Anche la gioia che dà la presenza dell'uomo amato si prova meglio in solitudine. Se quella presenza fosse ininterrotta, in fondo sarebbe presente solo nel suo incessante fuggire. Trattenere quella presenza è possibile solo nei momenti di solitudine.
  • Nel nostro mondo la bruttezza ha una sua funzione positiva. Nessuno ha voglia di fermarsi da nessuna parte, la gente ha fretta di lasciare ogni posto che incontra, e in tal modo nasce il ritmo necessario della vita.
  • Con quanta leggerezza e con che pessimi materiali l'uomo costruisce le sue scuse!
  • Forse un uomo e una donna sono più vicini l'uno all'altro quando non vivono insieme e sanno soltanto di esistere, quando sono riconoscenti l'uno all'altro solo perché esistono e perché l'uno sa che l'altro esiste. E alla loro felicità questo basta.
  • La gioia data dai figli non può compensare le altre gioie, per non dire poi che una gioia gravata dall'obbligo di supplire ad altre gioie diventa presto una gioia troppo stanca.

L'ignoranza [modifica]

  • Anche la memoria non è comprensibile senza un approccio matematico. Il dato fondamentale è il rapporto numerico fra il tempo della vita vissuta e il tempo della vita immagazzinata nella memoria. (pag. 118)
  • È questa la cosa spaventosa: il passato di cui ricordiamo è senza tempo. Impossibile rivivere un amore come rileggendo un libro o rivedendo un film. (pag. 124)
  • Estasi: vita comune; fedeltà, vera passione. (pag. 81)
  • In spagnolo, "añoranza" viene dal verbo "añorar" ("provare nostalgia"), che viene dal catalano "enyorar", a sua volta derivato dal latino "ignorare". Alla luce di questa etimologia, la nostalgia appare come la sofferenza dell'ignoranza.
  • Irena andò alla finestra per assaporare, nella calma ritrovata, la libertà della solitudine.
  • L'amore è l'esaltazione del tempo presente. (pag. 76)
  • La nostalgia non intensifica l'attività della memoria, non risveglia ricordi, basta a se stessa, alla propria emozione, assorbita com'è dalla sofferenza. (pag. 37)
  • Per definizione, la passione è eccesso. (pag. 103)
  • Più la loro nostalgia è forte, più si svuota di ricordi. Più Ulisse si struggeva, più dimenticava. Perché la nostalgia non intensifica l'attività della memoria, non risveglia ricordi, basta a se stessa, alla propria emozione, assorbita com'è dalla sofferenza.
  • Quanto più esteso è il tempo che ci siamo lasciati alle spalle, tanto più irresistibile è la voce che ci invita al ritorno. Questa massima sembra un luogo comune, eppure è falsa. L'uomo invecchia, la fine si avvicina, ogni istante diventa più prezioso e non c'è tempo da perdere con i ricordi. (pag. 76)
  • Tutti sbagliano quando si tratta del futuro. L'uomo può essere certo solo dell'attimo presente. Ma sarà poi vero? Può davvero conoscerlo, il presente? Può davvero giudicarlo? Certo che no. E come potrebbe capire il senso del presente chi non conosce il futuro? Se non sappiamo verso quale futuro ci sta conducendo il presente, come possiamo dire se questo presente è buono o cattivo, se merita la nostra adesione, la nostra diffidenza o il nostro odio? (pag. 137)
  • All'estero l'influenza nefasta esercitata dalla sua memoria è venuta meno? Sì; perché laggiù Josef non aveva motivi né occasioni di occuparsi dei ricordi legati a un paese in cui non abitava più; è la legge della memoria masochistica: via via che brandelli della sua vita sprofondano nell'oblio, l'uomo si sbarazza di ciò che non gli piace e si sente più libero, più leggero. Ma, soprattutto, all'estero Josef si è innamorato e l'amore è l'esaltazione del tempo presente. Questo attaccamento al presente ha messo in fuga i ricordi, l'ha protetto dalla loro interferenza; non che la sua memoria sia diventata meno malevola: semplicemente, trascurata e tenuta a distanza, ha perso ogni potere su di lui. (pag. 76)
  • Per quanto tremenda possa essere, una dittatura fascista sparirà insieme al suo dittatore, sicché la gente può continuare a sperare. Il comunismo invece, sostenuto dall'immensa civiltà russa, è, per una Polonia, per un'Ungheria (non parliamo dell'Estonia!), un tunnel senza fine. I dittatori sono mortali, la Russia è eterna. La sventura dei paesi da cui veniamo consiste nel fatto che non esiste la speranza. (pag. 17)
  • In greco, «ritorno» si dice nóstos. Álgos significa «sofferenza». La nostalgia è dunque la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare. Per questa nozione fondamentale la maggioranza degli europei può utilizzare una parola di origine greca (nostalgia, nostalgie), poi altre parole che hanno radici nella lingua nazionale: gli spagnoli dicono añoranza, i portoghesi saudade. In ciascuna lingua queste parole hanno una diversa sfumatura semantica. Spesso indicano escusivamente la tristezza provocata dall'impossibilità di ritornare in patria. Rimpianto della propria terra. Rimpianto del paese natio. Il che, in inglese, si dice homesickness. O, in tedesco, Heimweh. In olandese: heimwee. Ma è una riduzione spaziale di questa grande nozione. Una delle più antiche lingue europee, l'islandese, distingue i due termini: söknudur: «nostalgia» in senso lato; e heimfra: «rimpianto della propria terra». Per questa nozione i cechi, accanto alla parola «nostalgia» presa dal greco, hanno un sostantivo tutto loro: stesk, e un verbo tutto loro; la più commovente frase d'amore ceca: stýská se mi po tobě: «ho nostalgia di te»; «non posso sopportare il dolore della tua assenza». In spagnolo, añoranza viene dal verbo añorar («provare nostalgia»), che viene dal catalano enyorar, a sia volta derivato dal latino ignorare. Alla luce di questa etimologia, la nostalgia appare come la sofferenza dell'ignoranza. (pagg. 11 e 12)

[Milan Kundera, L'ignoranza, traduzione di Giorgio Pinotti, Adelphi, Milano 2001. ISBN 8845916324]

L'identità [modifica]

  • "...Dai, che cos'è che ti rende triste in questo momento ?"

"Ho immaginato che tu eri un'altra"

"In che senso ?"

"Che eri diversa da come ti immagino io. Che mi ero ingannato sulla tua identita'"

  • Avida di silenzio!
  • Come si può detestare e al tempo stesso adattarsi così facilmente a ciò che si detesta?
  • Come si può soffrire per l'assenza di chi è presente?
  • Contro i sentimenti siamo disarmati, poiché esistono e basta – e sfuggono a qualunque censura. Possiamo rimproverarci un gesto, una frase, ma non un sentimento: su di esso non abbiamo alcun potere.
  • L'occhio è la finestra dell'anima, il fulcro della bellezza del volto, il luogo in cui si concentra l'identità di un individuo; ma allo stesso tempo è lo strumento che ci consente di vedere e che ha costantemente bisogno di essere deterso, inumidito, trattato con uno speciale liquido in cui è disciolta una determinata quantità di sale. Insomma lo sguardo, la cosa più meravigliosa che l'uomo possegga, subisce un'interruzione periodica, dovuta a un movimento meccanico di lavaggio. Come un parabrezza pulito da un tergicristallo. Al giorno d'oggi la velocità del tergicristallo si può anche regolare, in modo che fra un movimento e l'altro vi sia una pausa di dieci secondi – che è pressappoco, l'intervallo fra due battiti di palpebra.
  • Ma il dolore non intende prestare ascolto alla ragione, perché il dolore ha una sua propria ragione che non è ragionevole.
  • Non si può misurare l'affetto che lega due esseri umani dalla quantità di parole che si scambiano.
  • Pensa anche: nel suo improvvisato laboratorio artigianale, Dio è riuscito per puro caso a costruire questo modello di corpo del quale siamo costretti, ciascuno per un breve lasso di tempo, a diventare l'anima. Ma che miserabile destino è quello di essere l'anima di un corpo fabbricato alla buona, di un corpo dotato di occhi che non sono in grado di funzionare se non vengono puliti ogni dieci o venti secondi! Come credere allora che l'altro, colui che abbiamo di fronte, sia un essere libero, indipendente, padrone di sé? Come credere che il suo corpo sia l'espressione fedele di un'anima che lo abita? Per poterlo credere, è stato necessario dimenticare quel perpetuo battere delle palpebre. Dimenticare quell'improvviso laboratorio artigianale dal quale proveniamo. È stato necessario sottoscrivere un contratto che ci impiega all'oblio. Un contratto che ci è stato imposto da Dio in persona.
  • Due esseri che si amano, soli, isolati dal resto del mondo… è molto bello! Ma di che cosa parlerebbero tutto il tempo? Per quanto spregevole sia il mondo, essi ne hanno bisogno per potersi parlare
  • Ma le ha poi mandate davvero, quelle lettere? O le ha scritte solo nella sua immaginazione? In quale preciso momento il reale si è trasformato in irreale, la realtà in fantasia? Dov'era la frontiera? La frontiera dov'è?

[Milan Kundera, L'identità, traduzione di Ena Marchi, Adelphi, Milano 1997.]

Lo scherzo [modifica]

  • Sapevo soltanto che non sapevo nulla.
  • Sono angosciata ma non devo essere triste, non devo, ...e non m'importa che oggi la gioia sia fuori moda, forse sono stupida, ma anche gli altri lo sono, col loro scetticismo alla moda, non capisco perché dovrei scambiare la mia stupidità con la loro.
  • Non c'è nulla che avvicini le persone più in fretta di una triste e malinconica comprensione.
  • A dir la verità mi rattrista di non essere mai riuscito, da quando ho raggiunto l'età adulta, a trovare un rapporto autentico con nessuna donna, di non averne, come suol dirsi, amata nessuna. Non sono sicuro di conoscere le cause di questo mio fallimento, non so se dipendano semplicemente da difetti congeniti del mio cuore o se non siano piuttosto radicate nella mia biografia; non voglio essere patetico, ma è così.
  • Mi fanno schifo le persone che provano un sentimento di fratellanza perché hanno scoperto, l'una nell'altra, la medesima bassezza. È una fratellanza viscida, alla quale non ambisco.
  • A condannare un uomo alla solitudine non sono i suoi nemici ma i suoi amici.
  • Quella strana convinzione che le vicende che mi capitano abbiano un senso ulteriore, significhino qualcosa; che la vita con le sue vicende racconti qualcosa di sé, ci sveli gradatamente qualche suo segreto, stia davanti a noi come un rebus il cui senso è necessario decifrare, e le vicende che viviamo siano la mitologia della nostra vita e in questa mitologia stia la chiave della verità, e del mistero. Si tratta forse di un inganno? È possibile, è addirittura probabile, ma non riesco a sbarazzarmi del bisogno di decifrare continuamente la mia vita.
  • Parlo di cristiani. Ma dove sono in realtà i cristiani? Tutt'intorno non vedo che pseudocristiani, che vivono allo stesso modo dei miscredenti. Mentre, essere cristiano significa vivere in maniera diversa. Significa seguire la strada di Cristo, imitare Cristo. Significa rinunciare agli interessi personali, all'agiatezza e al potere, e volgere il viso ai poveri, ai semplici e ai sofferenti. Ma hanno forse fatto questo le Chiese?
  • All'improvviso mi venne voglia di mandare tutto al diavolo. Di andare via e smetterla di preoccuparmi di tutto. Non voglio più restare in questo mondo di cose materiali che non capisco e che mi ingannano. Esiste anche un mondo diverso. Un mondo nel quale mi sento a casa e nel quale mi ritrovo.
  • Se tu fossi tanto alto quanto sei stupido, il sole ti brucerebbe il cranio.
  • La maggior parte delle persone si inganna con una duplice fede errata: crede nella Memoria Eterna (delle persone, delle cose, delle azioni, dei popoli) e nella Riparabilità (di azioni, errori, peccati, ingiustizie). Sono entrambe fedi false. In realtà avviene proprio il contrario: ogni cosa sarà dimenticata e a nulla sarà posto rimedio. Il ruolo della riparazione (della vendetta come del perdono) sarà assunto dall'oblio. Nessuno rimedierà alle ingiustizie commesse ma tutte le ingiustizie saranno dimenticate.
  • Sono ormai così corrotto dalla diffidenza che, se qualcuno mi confessa che cosa gli piace o non gli piace, non lo prendo affatto sul serio, o per meglio dire considero ogni cosa semplicemente come testimonianza dell'immagine che egli vuole dare di sé.
  • Mi stupii nuovamente dell'incredibile capacità umana di trasformare la realtà nell'immagine dei propri desideri o dei propri ideali [...].
  • L'interesse tradotto nel linguaggio della memoria.

L'insostenibile leggerezza dell'essere [modifica]

Incipit [modifica]

L'idea dell'eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell'imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l'abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all'infinito! Che significato ha questo folle mito?
Il mito dell'eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un'ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla. Non occorre tenerne conto, come di una guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo che non ha cambiato nulla sulla faccia della terra, benché trecentomila negri vi abbiano trovato la morte fra torture indicibili. E anche in questa guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo, cambierà qualcosa se si ripeterà innumerevoli volte nell'eterno ritorno? Si, qualcosa cambierà: diventerà un blocco che svetta e perdura, e la sua stupidità non avrà rimedio. Se la Rivoluzione francese dovesse ripetersi all'infinito, la storiografia francese sarebbe meno orgogliosa di Robespierre. Dal momento, però, che parla di qualcosa che non ritorna, gli anni di sangue si sono trasformati in semplici parole, in teorie, in discussioni, sono diventati più leggeri delle piume, non incutono paura. C'è un'enorme differenza tra un Robespierre che si è presentato una volta nella storia e un Robespierre che torna eternamente a tagliare la testa ai francesi. Diciamo quindi che l'idea di eterno ritorno indica una prospettiva nella quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della ghigliottina. Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie; mi ricordavano la mia infanzia; io l'ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos'era la loro morte nei campi di concentramento davanti alla fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato? Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull'inesistenza del ritorno, perchè in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso.

Citazioni [modifica]

  • Subito all'inizio della Genesi è scritto che dio creò l'uomo per affidargli il dominio sugli uccelli, i pesci e gli animali. Naturalmente la Genesi è stata redatta da un uomo e non da un cavallo. Non esiste alcuna certezza che dio abbia affidato davvero all'uomo il dominio sulle altre creature. È invece più probabile che l'uomo si sia inventato dio per santificare il dominio che egli ha usurpato sulla mucca e sul cavallo. Sì, il diritto di uccidere un cervo od una mucca è l'unica cosa sulla quale l'intera umanità sia fraternamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose. Questo diritto ci appare evidente perché in cima alla gerarchia troviamo noi stessi. Ma basterebbe che nel gioco entrasse una terza persona, ad esempio un visitatore da un altro pianeta, il cui Dio gli abbia detto: "Regnerai sulle creature di tutte le altre stelle!", e tutta l'evidenza della Genesi diventerebbe di colpo problematica. Un uomo attaccato a un carro da un marziano, o magari fatto arrosto da un abitante della Via Lattea, si ricorderà forse della cotoletta di vitello che era solito tagliare nel suo piatto e chiederà scusa (in ritardo!) alla mucca.
  • La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina.
  • Ciò che distingue una persona che ha studiato da un'autodidatta non è la quantità di conoscenza, ma il grado di vitalità e di coscienza di sé. (p. 26)
  • Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L'ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso.
  • Forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati, vale a dire vogliamo qualcosa (l'amore) dall'altro invece di avvicinarci a lui senza pretese e volere solo la sua semplice presenza.
  • Soltanto il caso può apparirci come un messaggio. Ciò che avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete ogni giorno, tutto ciò è muto. Soltanto il caso ci parla.
  • Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta. È per questo che l'uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione.
  • L'amore significa rinunciare alla forza.
  • La gente di solito si rifugia nel futuro per sfuggire alle proprie sofferenze. Traccia una linea immaginaria sulla traiettoria del tempo, al di là della quale le sue sofferenze di oggi cessano di esistere.
  • La grandezza di un uomo risiede per noi nel fatto che egli porta il suo destino come Atlante portava sulle spalle la volta celeste.
  • La nostra vita quotidiana è bombardata da coincidenze o, per meglio dire, da incontri fortuiti tra le persone e gli avvenimenti chiamati coincidenze.[...]. L'uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita.
  • Le domande veramente serie sono solo quelle che possono essere formulate da un bambino. Sono domande per le quali non esiste risposta.
  • Non c'è nulla di più pesante della compassione. Nemmeno il nostro proprio dolore è così pesante come un dolore che si prova con un altro, verso un altro, al posto di un altro, moltiplicato dall'immaginazione, prolungato in centinaia di echi.
  • Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l'amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come uccelli sulle spalle di Francesco d'Assisi.
  • Allora, si accorse di colpo di non essere infelice. La presenza fisica di Sabina era molto meno importante di quanto immaginasse. Importante era l'impronta dorata, l'impronta magica che lei aveva lasciato nella sua vita e della quale nessuno poteva privarlo.
  • Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future. [...]. Non esiste alcun modo di stabilire quale decisione sia la migliore, perché non esiste alcun termine di paragone. L'uomo vive ogni cosa subito, per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza avere mai provato. Ma che valore può avere la vita se la prima prova è già la vita stessa? Per questo la vita somiglia sempre ad uno schizzo. Ma nemmeno "schizzo" è la parola giusta, perché uno schizzo è sempre un abbozzo di qualcosa, la preparazione di un quadro, mentre lo schizzo che è la nostra vita è uno schizzo di nulla, un abbozzo senza quadro.
  • Qualsiasi studente nell'ora di fisica può provare con esperimenti l'esattezza di un'ipotesi scientifica. L'uomo, invece, vivendo una sola vita, non ha alcuna possibilità di verificare un'ipotesi mediante un esperimento, e perciò non saprà mai se avesse dovuto o no dare ascolto al proprio sentimento.
  • Tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci guardi. A seconda del tipo di sguardo sotto il quale vogliamo vivere, potremmo essere suddivisi in quattro categorie. La prima categoria desidera lo sguardo di un numero infinito di occhi anonimi: in altri termini, desidera lo sguardo di un publico. [...] La seconda categoria è composta da quelli che per vivere hanno bisogno dello sguardo di molti occhi a loro conosciuti [...] C'è poi la terza categoria, la categoria di quelli che hanno bisogno di essere davanti agli occhi della persona amata [...] E c'è infine una quarta categoria, la più rara, quella di coloro che vivono sotto lo sguardo immaginario di persone assenti. Sono i sognatori. Ad esempio Franz.
  • Tutti noi consideriamo impensabile che l'amore della nostra vita possa essere qualcosa di leggero, qualcosa che non ha peso; riteniamo che il nostro amore sia qualcosa che doveva necessariamente essere, che senza di esso la nostra vita non sarebbe stata la nostra vita.
  • Un medico, diversamente da un politico o da un attore, viene giudicato soltanto dal suo paziente e dai suoi più prossimi colleghi, cioè a porte chiuse, da uomo a uomo.
  • La scoperta di essere del tutto impotente fu come una mazzata ma allo stesso tempo lo calmò. Nessuno lo obbligava a prendere una decisione. Non era costretto a guardare il muro della casa di fronte e domandarsi se voleva o non voleva vivere con lei. Tereza aveva deciso tutto da sola.
  • Aveva dietro le spalle sette anni di vita passati con Tereza e adesso si rendeva conto che quegli anni erano più belli nel ricordo che non quando li aveva vissuti. L'amore tra lui e Tereza era stato bellissimo ma anche faticoso: aveva dovuto sempre nascondere qualcosa, mascherare, fingere, riparare, tirarle su il morale, consolarla, dimostrarle ininterrottamente il proprio amore, subire le accuse della sua gelosia, del suo dolore, dei suoi sogni, sentirsi colpevole, giustificarsi e scusarsi. Ora la fatica era scomparsa e rimaneva solo la bellezza.
  • Per Sabina vivere nella verità, non mentire né a se stessi né agli altri, è possibile soltanto a condizione di vivere senza pubblico. Nell'istante in cui qualcuno assiste alle nostre azioni, volenti o nolenti ci adattiamo agli occhi che ci osservano, e nulla di ciò che facciamo ha più verità. Avere un pubblico, pensare a un pubblico, significa vivere nella menzogna. Sabina disprezza la letteratura nella quale gli autori rivelano ogni piega intima di se stessi e dei loro amici. L'uomo che perde la propria intimità perde tutto, pensa tra sé Sabina. E l'uomo che se ne sbarazza di sua spontanea volontà è un mostro. Per questo Sabina non soffre per nulla di dover tenere nascosto il proprio amore. Al contrario, solo in quel modo può "vivere nella verità".
  • Per Sabina fu come se Franz avesse forzato la porta della sua intimità. […] Contro la sua volontà sarebbe diventata la rivale di una donna che non la interessava affatto. […] Tutti avrebbero osservato, da vicino o da lontano, e lei sarebbe stata obbligata a recitare davanti a tutti, invece di essere Sabina avrebbe dovuto recitare la parte di Sabina e pensare a come recitare quella parte. L'amore reso pubblico sarebbe aumentato di peso e sarebbe diventato un fardello. Solo a pensarci, Sabina si curvava sotto quel fardello.
  • "L'amore è lotta" disse Marie-Claude, sempre sorridendo. "Lotterò a lungo. Fino alla fine".
  • Un dramma umano si può sempre esprimere con la metafora della pesantezza. Diciamo, ad esempio, che ci è caduto un fardello sulle spalle. Sopportiamo o non sopportiamo questo fardello, sprofondiamo sotto il suo peso, lottiamo con esso, perdiamo o vinciamo. Ma che cos'era successo in realtà a Sabina? Niente. Aveva lasciato un uomo perché voleva lasciarlo. Lui l'aveva forse perseguitata? Aveva cercato di vendicarsi? No. Il suo non era un dramma della pesantezza, ma della leggerezza. Sulle spalle di sabina non era caduto un fardello, ma l'insostenibile leggerezza dell'essere.
  • Sabina aveva attorno a sé il vuoto. E se quel vuoto fosse stato la meta di tutti i suoi tradimenti? Fino ad allora, naturalmente, non se ne era resa conto e ciò era comprensibile: la meta che l'uomo persegue è sempre velata. La ragazza che desidera il matrimonio desidera qualcosa di cui non sa nulla. Il giovane che brama la gloria non ha alcuna idea di cosa sia questa gloria. Ciò che dà un senso al nostro comportamento è sempre qualcosa che ci è totalmente sconosciuto. Anche Sabina non sa quale sia la meta che sta dietro il suo desiderio di tradire. L'insostenibile leggerezza dell'essere, è questa la meta?
  • Come si è indifesi di fronte alle adulazioni! Tomas non poteva impedirsi di prendere sul serio quello che gli diceva l'uomo del ministero. Ma non era soltanto vanità. Era soprattutto inesperienza. Quando sedete di fronte a qualcuno che si mostra amabile, deferente, cortese, è molto difficile tenere sempre a mente che nulla di ciò che dice è vero, che nulla è sincero. Diffidare (continuamente e sistematicamente, senza vacillare nemmeno per un attimo) richiede uno sforzo enorme e anche un suo allenamento…
  • Ciò che l'io ha di unico si cela appunto in ciò che l'uomo ha di inimmaginabile. Noi possiamo immaginarci solo ciò che nelle persone è uguale, ciò che è comune. L'io individuale è ciò che si differenzia dal generale, quindi ciò che non si può indovinare o calcolare in precedenza, ciò che nell'altro si deve svelare, scoprire, conquistare.
  • Il terrore è uno shock, un istante di totale accecamento. Il terrore è privo di una qualsiasi traccia di bellezza. Noi non vediamo che la luce violenta dell'avvenimento sconosciuto che ci aspettiamo. La tristezza presuppone invece che si sappia. Tomas e Tereza sapevano quello che li aspettava. La luce del terrore si era velata e il mondo era visto in una luminosità azzurrina e tenera che rendeva le cose più belle di quanto non fossero prima.
  • Basta innamorarsi follemente e sentire il brontolio del proprio intestino, perché l'unità di corpo e anima, questa lirica illusione dell'età della scienza, svanisca di colpo.
  • L'amore non si manifesta col desiderio di fare l'amore (desiderio che si applica a una quantità infinita di donne) ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica ad un'unica donna).
  • Nelle lingue derivate dal latino la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenze le sofferenze altrui; oppure: partecipiamo al dolore di chi soffre. È per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza: designa un sentimento ritenuto mediocre, di second'ordine, che non ha molto a che vedere con l'amore.
    Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice sofferenza (passio) bensi dal sostantivo "sentimento", la parola viene usata con significato quasi identico. Avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a qualcuno la sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore.
    Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo. (p. 10)
  • Tereza sa che il momento in cui nasce l'amore si presenta così: la donna non resiste alla voce che chiama all'aperto la sua anima spaventata; l'uomo non resiste alla donna la cui anima presta orecchio alla sua voce.
  • La mia superba indifferenza è un mantello che mi permette di muovermi davanti a te con assoluta libertà ed assoluta impudicizia.
  • Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un'occhiata a ciò che si nasconde dietro.
  • Tereza continua ad accarezzare la testa di Karenin che riposa tranquillamente sul suo grembo. Dentro di sé fa più o meno questo ragionamento: Non c'è alcun merito a comportarsi bene verso il prossimo! Tereza è costretta a essere corretta nei confronti degli altri contadini perché altrimenti non potrebbe vivere nel villaggio. E persino nei confronti di Tomas deve comportarsi con amore perché ha bisogno di Tomas. Non potremo mai stabilire con certezza fino a che punto i nostri rapporti con gli altri sono il risultato dei nostri sentimenti, del nostro amore, del nostro non-amore, della nostra bontà o del nostro rancore e fino a che punto sono condizionati dal rapporto di forze tra gli individui. La vera bontà dell'uomo si può manifestare in tutta purezza e libertà solo nei confronti di chi non rappresenta alcuna forza. Il vero esame morale dell'umanità, l'esame fondamentale (posto così in profondità da sfuggire al nostro sguardo) è il suo rapporto con coloro che sono alla sua mercé: gli animali. E qui sta il fondamentale fallimento dell'uomo, tanto fondamentale che da esso derivano tutti gli altri.
  • Nessun essere umano può portare a un altro il dono dell'idillio. L'unico a poterlo fare è l'animale perché lui non è stato cacciato dal Paradiso.
  • Tomas allora non si rendeva conto che le metafore sono una cosa pericolosa. Con le metafore è meglio non scherzare. Da una sola metafora può nascere l'amore.
  • E si disse che la questione fondamentale non era: Sapevano o non sapevano?, bensì: Si è innocenti solo per il fatto che non si sa? Un imbecille seduto sul trono è sollevato da ogni responsabilità solo per il fatto che è un imbecille?
  • I personaggi non nascono da un corpo materno come gli esseri umani, bensì da una situazione, da una frase, da una metafora, contenente come in un guscio una possibilità umana fondamentale che l'autore pensa nessuno abbia mai scoperto o sulla quale ritiene nessuno abbia mai detto qualcosa di essenziale.
  • E se la maternità è l'incarnazione del Sacrificio, allora il destino di figlia è la Colpa che non si potrà mai espiare? (p. 21)
  • Quando parla il cuore non sta bene che la ragione trovi da obiettare. Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore. I sentimenti suscitati dal kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nelle memoria: la figlia ingrata, il padre abbandonato, i bambini che corrono sul prato, la patria tradita, il ricordo del primo amore. Il kitsch fa spuntare, una dietro l'altra, due lacrime di commozione. La prima lacrima dice: Come sono belli i bambini che corrono sul prato! La seconda lacrima dice: Com'è bello essere commossi insieme a tutta l'umanità alla vista dei bambini che corrono sul prato. [...] Il vero antagonista del kitsch totalitario è l'uomo che pone delle domande. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un'occhiata a ciò che si nasconde dietro.
  • Civetteria: è una promessa di coito non garantita.
  • Chi tende continuamente "verso l'alto" deve aspettarsi prima o poi d'essere colto dalla vertigine. Che cos'è la vertigine? Paura di cadere? Ma allora perché ci prende la vertigine anche su un belvedere fornito di una sicura ringhiera? La vertigine è qualcosa di diverso dalla paura di cadere. La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura.
  • Chi desidera abbandonare il posto dove vive non è felice.
  • Già allora quelle parole avevano messo addosso a Tomas una strana malinconia. Si era infatti reso conto all'improvviso che era soltanto un caso se Tereza amava lui e non l'amico Z. E che, oltre al suo amore realizzato per Tomas, esisteva nel regno delle possibilità un numero infinito di amori non realizzati per altri uomini. Tutti noi consideriamo impensabile che l'amore della nostra vita possa essere qualcosa di leggero, qualcosa che non ha peso, riteniamo che il nostro amore sia qualcosa che doveva necessariamente essere, che senza di esso la nostra vita non sarebbe stata la nostra vita. Ci sembra che Beethoven, in persona, torvo e scapigliato, suoni al nostro grande amore il suo «Es Muss sein!». Tomas ripensava ora a quell'osservazione di Tereza sull'amico Z., e constatò che della storia d'amore della sua vita non risuonava nessun «Es Muss sein!», bensì un «Es könnte auch anders sein»: poteva benissimo essere altrimenti.
  • La pesantezza, la necessità e il valore sono tre concetti intimamente legati tra loro: solo ciò che è necessario è pesante, solo ciò che pesa ha valore. (p. 16)
  • Sì, se si cerca l'infinito, basta chiudere gli occhi!
  • Vivere nella verità.
  • Gli occhi, come dice il proverbio, sono lo specchio dell'anima.
  • Una domanda per la quale non esiste risposta è una barriera oltre la quale non è possibile andare. In altri termini: sono proprio le domande per le quali non esiste risposta che segnano i limiti delle possibilità umane e tracciano i confini dell'esistenza umana.
  • Come vorrebbe imparare la leggerezza!
  • È proprio questo confine superato (il confine oltre il quale finisce il mio io) che mi attrae.
  • Come riconoscere l'istante in cui la sofferenza sarebbe stata inutile? Come stabilire l'istante in cui vivere non sarebbe più valso la pena?
  • La tristezza era la forma e la felicità il contenuto.
  • Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l'amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze. (p. 24)
  • Davanti c'era sempre un mondo perfettamente realistico e un po' più in là, come dietro alla tela strappata di uno scenario, si vedeva qualcos'altro, qualcosa di misterioso o di astratto. Tacque, poi aggiunse: "Davanti c'era la menzogna comprensibile, e dietro, l'incomprensibile verità". (p. 30)
  • Era la verità: l'euforia generale era durata soltanto i primi sette giorni dell'occupazione. I rappresentanti della nazione ceca erano stati portati via dall'esercito russo come criminali, nessuno sapeva dove fossero, tutti tremavano per la loro vita, e l'odio verso i russi stordiva la gente come alcol. Era l'ebbra festa dell'odio. Le città ceche erano coperte da migliaia di manifesti dipinti a mano con scritte di scherno, epigrammi, poesie, caricature di Brežnev e del suo esercito del quale tutti ridevano come di un circo di analfabeti. Nessuna festa, però, può durare in eterno.[2]
  • Chi pensa che i regimi comunisti dell'Europa Centrale siano esclusivamente opera di criminali, si lascia sfuggire una verità fondamentale: i regimi criminali non furono creati da criminali ma da entusiasti, convinti di aver scoperto l'unica strada per il paradiso. Essi difesero con coraggio quella strada, giustiziando per questo molte persone. In seguito, fu chiaro che il paradiso non esisteva e che gli entusiasti erano quindi degli assassini. Allora tutti cominciarono a inveire contro i comunisti: Siete responsabili delle sventure del paese (è impoverito e ridotto in rovina), della perdita della sua indipendenza (è caduto in mano alla Russia), degli assassinii giudiziari Coloro che venivano accusati rispondevano: Noi non sapevamo! Siamo stati ingannati Noi ci credevamo! Nel profondo del cuore siamo innocenti! La discussione si riduceva a questa domanda: Davvero loro non sapevano? Oppure facevano solo finta di non aver saputo nulla? Tomas seguiva la discussione (così come la seguivano tutti i dieci milioni di cechi) e si diceva che tra i comunisti c'era sicuramente chi non era del tutto all'oscuro (dovevano pur sempre aver sentito parlare degli orrori che erano stati commessi e che venivano ancora commessi nella Russia postrivoluzionaria). Ma era probabile che la maggior parte di loro non ne sapesse davvero nulla. E si disse che la questione fondamentale non era: Sapevamo o non sapevamo?, bensì: Si è innocenti solo per il fatto che non si sa? Un imbecille seduto sul trono è sollevato da ogni responsabilità solo per il fatto che è un imbecille? Ammettiamo pure che un procuratore ceco che all'inizio degli Anni Cinquanta chiedeva la pena di morte per un innocente sia stato ingannato dalla polizia segreta russa e dal proprio governo. Ma ora che sappiamo tutti che le accuse erano assurde e i giustiziati innocenti, com'è possibile che quello stesso procuratore difenda la purezza della propria anima e si batta il petto: La mai coscienza è senza macchia, io non sapevo, io ci credevo. La sua irrimediabile colpa non risiede proprio in quel 'Io non sapevo! Io ci credevo!'? Fu allora che a Tomas tornò in mente la storia di Edipo: Edipo non sapeva di dormire con la propria madre ma, quando capì ciò che era accaduto, non si sentì innocente. Non poté sopportare la vista delle sventure che aveva causato con la propria ignoranza, si cavò gli occhi e, cieco, partì da Tebe. Tomas sentiva le grida dei comunisti che difendevano la loro purezza interiore e diceva tra sé: Per colpa della vostra incoscienza la nostra terra ha perso, forse per secoli, la sua libertà e voi gridate che vi sentite innocenti? Come potete ancora guardarvi intorno? Come potete non provare raccapriccio? Siete o non siete capaci di vedere? Se aveste gli occhi, dovreste trafiggerveli e andarvene da Tebe!

[Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere, traduzione di Antonio Barbato, Adelphi, Milano, 1989.]

Il libro del riso e dell'oblio [modifica]

Incipit [modifica]

Nel febbraio 1948 il dirigente comunista Klement Gottwald si affacciò al balcone di un palazzo barocco di Praga per parlare alle centinaia di migliaia di cittadini che gremivano la piazza della Città Vecchia. Fu un momento storico per la Cecoslovacchia. Un momento fatale, come ce ne sono uno o due in un millennio.
Gottwald era circondato dai suoi compagni e proprio accanto a lui c'era Clementis. Faceva freddo, cadevano grossi fiocchi di neve, e Gottwald era a capo scoperto. Clementis, premuroso, si tolse il berretto di pelliccia che portava e lo posò sulla testa di Gottwald.
La sezione propaganda diffuse in centinaia di migliaia di esemplari la fotografia del balcone da cui Gottwald, con il berretto di pelo in testa e il compagno a fianco, parlava al popolo. Su quel balcone cominciò la storia della Cecoslovacchia comunista. Dai manifesti, dai libri di scuola e dai musei, ogni bambino conosceva quella foto.
Quattro anni dopo Clementis fu accusato di tradimento e impiccato. La sezione propaganda lo cancellò immediatamente dalla storia e, naturalmente, anche da tutte le fotografie. Da allora Gottwald, su quel balcone, ci sta da solo. Lì dove c'era Clementis c'è solo la nuda parete del palazzo. Di Clementis è rimasto solo il berretto che copre la testa di Gottwald.

[Milan Kundera, Il libro del riso e dell'oblio, (Kniha smichu a zapomnêí), traduzione di Serena Vitale, Valentino Bompiani & C., 1980.]

Citazioni [modifica]

  • Anch'io ho danzato in girotondo. Era il 1948 [...]
    Poi, un giorno, ho detto qualcosa che non dovevo dire, sono stato espulso dal partito e ho dovuto uscire dal cerchio.
    È stato allora che ho capito il significato magico del cerchio. Quando si è allontanati da una fila, è ancora possibile tornarci. È una formazione aperta. Ma il cerchio si richiude, e per questo, quando lo si lascia, è per sempre. Non per caso i pianeti si muovono in cerchio, e la pietra che se ne stacca si allontana inesorabilmente, spinta dalla forza centrifuga. Simile a una meteorite staccatasi da un pianeta, io sono uscito dal cerchio e non ho finito, ancora oggi, di cadere.
    Ci sono persone alle quali è dato morire durante la traiettoria e altre che si schiantano alla fine della caduta. E queste ultime (delle quali faccio parte) serbano sempre dentro di loro una sorta di segreta nostalgia per il girotondo perduto, perché tutti siamo abitanti di un universo nel quale ogni cosa gira a cerchio. (1980; p. 74)
  • Gli uomini vogliono essere padroni del futuro solo per poter cambiare il passato. (1998)
  • La lotta dell'uomo contro il potere è la lotta della memoria contro l'oblio. (1998)
  • La storia della musica è mortale, l'idiozia della chitarra è immortale. (1980)
  • Le donne non cercano gli uomini belli. Le donne cercano gli uomini che hanno avuto donne belle. (1998)
  • Le persone affascinate dall'idea del progresso non intuiscono che ogni passo in avanti è nello stesso tempo un passo verso la fine. (1998)
  • Ogni mistica è eccesso. Il mistico non deve aver paura del ridicolo se vuole arrivare fino in fondo, in fondo all'umiltà, o in fondo al piacere. (1998)

Incipit di L'arte del romanzo [modifica]

Nel 1935, tre anni prima di morire, Edmund Husserl tenne, a Vienna e a Praga, alcune famose conferenze sulla crisi dell'umanità europea. L'aggettivo "europeo" designava per lui quell'identità spirituale che si estende al di là dell'Europa geografica (all'America, per esempio) e che è nata con la filosofia greca classica. Questa, secondo lui, per la prima volta nella Storia, intese il mondo (il mondo nel suo insieme) come una questione da risolvere. Lo interrogava non per soddisfare questo o quel bisogno pratico, ma perché l'umanità era "pervasa dalla passione del conoscere".

Note [modifica]

  1. Citato in Engramma.it, articolo 64
  2. Citato in Engramma.it, articolo 64

Bibliografia [modifica]

  • Milan Kundera, Amori ridicoli, traduzione di G. Dierna, Adelphi, 1994, Milano.
  • Milan Kundera, Amori ridicoli (Směš lásky), traduzione di Antonio Barbato, Adelphi, Milano 1988.
  • Milan Kundera, Il libro del riso e dell'oblio, (Kniha smichu a zapomnêí), traduzione di Serena Vitale, Valentino Bompiani & C. 1980.
  • Milan Kundera, Il libro del riso e dell'oblio, traduzione di Alessandra Mura, Adelphi, 1998.
  • Milan Kundera, L'arte del romanzo, traduzione di Ena Marchi e Anna Ravanol, Adelphi, 1988. ISBN 8845902781
  • Milan Kundera, L'identità, traduzione di Ena Marchi, Adelphi, Milano 1997. ISBN 8845916642
  • Milan Kundera, L'ignoranza, traduzione di Giorgio Pinotti, Adelphi, Milano, 2001. ISBN 8845916324
  • Milan Kundera, L'immortalità, traduzione di Alessandra Mura, Adelphi, 1990. ISBN 8845909719
  • Milan Kundera, L'insostenibile leggerezza dell'essere, traduzione di Antonio Barbato, Adelphi, Milano 1989. ISBN 8845906868
  • Milan Kundera, La lentezza, traduzione di Ena Marchi, Adelphi, 1995. ISBN 884591447X
  • Milan Kundera, Lo scherzo, traduzione di Giuseppe Dierna, Adelphi, Milano 1965. ISBN 8845908038

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