Agostino d'Ippona

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Agostino d'Ippona

Aurelio Agostino d'Ippona, o Aurelius Augustinus Hipponensis, o anche Augustino di Ippo (354 – 430), santo, vescovo e teologo berbero.

Citazioni di Agostino d'Ippona[modifica]

  • Ama e fa' ciò che vuoi. (dai Trattati sulla prima epistola di Giovanni. tr. 7, 8)[1]
Dilige et quod vis fac
  • Amare il peccatore e odiare il peccato. (dalle Esposizioni sui Salmi 138, 28)
Numquam propter vitia homines oderis[2]
  • Chi meglio dà, maggiormente riceve. (citato in Natale Ginelli, La tua via, Edizioni Paoline, 1957)
  • Colui che dice che non vi sarebbe potuta essere copulazione né generazione se non fosse stato per il peccato, si riduce a fare del peccato l'origine del sacro numero dei santi. (citato in Fulton J. Sheen, Tre per sposarsi, Edizioni Richter, Napoli 1964)
  • Comprendi dunque, se lo puoi, o anima tanto appesantita da un corpo soggetto alla corruzione e aggravata da pensieri terrestri molteplici e vari; comprendi, se lo puoi, che Dio è Verità. È scritto infatti che Dio è luce (1Gv 1, 5), non la luce che vedono i nostri occhi, ma quella che vede il cuore, quando sente dire: è la Verità. Non cercare di sapere cos'è la verità, perché immediatamente si interporranno la caligine delle immagini corporee e le nubi dei fantasmi e turberanno la limpida chiarezza, che al primo istante ha brillato al tuo sguardo, quando ti ho detto: Verità. Resta, se puoi, nella chiarezza iniziale di questo rapido fulgore che ti abbaglia, quando si dice: Verità. Ma non puoi, tu ricadi in queste cose abituali e terrene. Qual è dunque, ti chiedo, il peso che ti fa ricadere, se non quello delle immondezze che ti hanno fatto contrarre il glutine della passione e gli sviamenti della tua peregrinazione? (da La Trinità 8, 2)
  • Credi per comprendere: comprendi per credere. (citato nel Compendio del Catechismo)
  • Dio si conosce meglio nell'ignoranza. (dal De Ordine)
Melius scitur Deus, nesciendo.
  • Dio vuole che il suo dono diventi nostra conquista. (citato in Ermes Ronchi, Sciogliere le vele. Commento ai vangeli festivi. Anno A, Edizioni San Paolo, 2004, p. 10)
  • È meglio che i grammatici biasimino noi, piuttosto che la gente non comprenda. (dalle Esposizioni sui Salmi 138, 20)
Melius est reprehendant nos grammatici quam non intelligant populi.
  • Fra l'ultimo nostro respiro e l'inferno, c'è tutto l'oceano della misericordia di Dio. (citato in Bruna D'Aguì, Creaturismo. Le fondamenta del creato, Nuova Stampa, Roma 2007, p. 221)
  • Infatti, ciascuno è ciò che ama. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Che cosa devo dire? Che tu sarai Dio? Io non oso dirlo per conto mio. Ascoltiamo piuttosto le Scritture: Io ho detto: "voi siete dèi, e figli tutti dell'Altissimo".[3] Se, dunque, volete essere dèi e figli dell'Altissimo, non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo. (da In epistolam Ioannis ad Parthos)
  • Io non crederei al Vangelo, se non vi fossi costretto dall'autorità della Chiesa. (da Emilio Bossi; citato in Peyrat, Histoire élémentaire et critique de Jésus, pag. 70, troisième édition, Paris, Lévy Frères, 1864.)
  • L'astinenza perfetta è più facile della perfetta moderazione. (da Il bene del matrimonio, 21)
Multi quidem facilius se abstinent ut non utantur, quam temperent ut bene utantur.
  • La consuetudine che da certuni non a torto è detta una seconda natura. (Contra Julianum, lib. IV, par. 103)
(Consuetudo) quae non frustra dicta est a quibusdam secunda natura.
  • La corona della vittoria non si promette se non a coloro che combattono. (da Il combattimento cristiano)
  • A proposito dei Patriarchi viene messo in rilievo che erano allevatori di bestiame fin dalla loro infanzia, come lo erano stati i loro genitori. E a ragione: poiché senza dubbio giusta servitù e giusto dominio si ha quando le bestie sono sottomesse all'uomo e l'uomo ha il dominio sulle bestie. Così infatti fu detto quando l'uomo fu creato: Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza; e abbia il potere sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutte le bestie che sono sulla terra (Gn 1, 26). Con ciò si fa vedere che la ragione deve avere il dominio su gli esseri privi di ragione. Ma a far sì che una persona divenisse schiava di un'altra persona è stato il peccato o l'avversità: il peccato, come è detto: Sia maledetto Canaan! Schiavo sarà dei suoi fratelli (Gn 9, 25); l'avversità, al contrario, come accadde allo stesso Giuseppe di diventare schiavo di uno straniero dopo essere stato venduto dai suoi fratelli. Pertanto furono le guerre a creare schiavi coloro ai quali nella lingua latina fu posto questo nome. Infatti un uomo che fosse stato vinto da un altro uomo e che per diritto di guerra poteva essere ucciso, poiché veniva invece salvato, fu chiamato servus (schiavo); per lo stesso motivo si chiamano anche mancipia (schiavi) perché sono stati manu capta (presi con la mano). Tra gli uomini vige anche l'ordine della natura per cui le donne siano soggette ai mariti e i figli ai genitori, poiché anche in questo caso è giusto che la ragione più debole sia soggetta alla più forte. Riguardo perciò al comandare e al servire è evidentemente giusto che coloro i quali sono superiori quanto alla ragione siano superiori anche quanto al comando. Quando quest'ordine di cose viene sconvolto nel nostro mondo dall'iniquità degli uomini o dalla diversità delle nature carnali, i giusti sopportano il pervertimento temporale per possedere alla fine la felicità eterna assolutamente conforme all'ordine. (da Questioni sull'Eptateuco, Libro I, § 153)
  • La fede consiste nella volontà di chi crede. (da De praedestinatione sanctorum (429), cap. 5)
  • Nella preghiera avviene la conversione del cuore verso Colui che è sempre pronto a dare se noi siamo in grado di ricevere. Nella conversione poi avviene la purificazione dell'occhio interiore, quando si escludono le cose che si bramavano temporalmente, e ciò affinché la pupilla del cuore possa sopportare la luce semplice che risplende senza tramonto o mutazione; e non solo sopportarla ma anche abitare in essa; e abitarvi non solo senza fastidio ma anche con ineffabile gaudio, nel quale consiste la vita veramente e genuinamente beata. (da De serm. D. in m. 2, 3, 14)
  • Non avrà Dio per padre, chi avrà rifiutato di avere la Chiesa per madre. (da De Symbolo ad Catechumenos)
Non habebit Deum patrem, qui Ecclesiam noluerit habere matrem.
  • [Ultime parole secondo Possidio] Non sarà grande chi reputa gran cosa il fatto che cadono le costruzioni in legno e in pietra e che i mortali muoiono.[4]
  • Non uscire da te stesso, rientra in te: nell'intimo dell'uomo risiede la verità. (da La vera religione)
Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.
  • Percorri l'uomo per raggiungere Dio. (citato da Ermes Ronchi in Le ragioni della speranza, Rai Uno, 10 luglio 2010)
  • Prega per comprendere. (da De doctrina christiana)
  • Quello che il nostro spirito, ossia la nostra anima, è per le nostre membra, lo stesso è lo Spirito Santo per le membra di Cristo, per il corpo di Cristo, che è la Chiesa. (citato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, 797)
  • Se infatti sbaglio, esisto. (da La città di Dio XI, 26)
Si enim fallor, sum.
  • Se mi viene data una formula, e io non ne conosco il significato, non può insegnarmi nulla. Ma se so già cosa significa, che cosa può insegnarmi quella formula? (da De Magistro X, 23)
  • Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? (da La città di Dio, Città Nuova, Roma, 2006, cap. IV, 4, p. 171)
  • Sei è un numero perfetto di per sé, e non perché Dio ha creato il mondo in sei giorni; piuttosto è vero il contrario. Dio ha creato il mondo in sei giorni perché questo numero è perfetto, e rimarrebbe perfetto anche se l'opera dei sei giorni non fosse esistita. (da La città di Dio)
  • Togli le prostitute dalla società e ogni cosa verrà sconvolta dalla libidine. (dal De Ordine II, c. 4, 12)
Aufer meretrices de rebus humanis, turbaveris omnia libidinus.
  • Tutte le Scritture sono state scritte per questo: perché l'uomo capisse quanto Dio lo ama e, capendolo, s'infiammasse d'amore verso di lui. (da De catechizandis rubidus 1,8)
  • Usando amore per le persone e odio per i vizi. (da La regola 4, 10)
Cum dilectione hominum et odio vitiorum[5]
Cum dilectione hominum et odio vitiorum[7]

Attribuite[modifica]

  • Il buon cristiano dovrebbe stare attento ai matematici e a tutti i falsi profeti. C'è il pericolo che i matematici abbiano stretto un patto col diavolo per annebbiare lo spirito, e mandare l'uomo all'inferno.[8]
Quapropter bono christiano, sive mathematici, sive quilibet impie divinantium, maxime dicentes vera, cavendi sunt, ne consortio daemoniorum animam deceptam, pacto quodam societatis irretiant. (da La Genesi alla lettera, libro 2, 17.37)
[Citazione errata] Una traduzione corretta della citazione potrebbe essere: «Ecco perché un buon cristiano deve guardarsi non solo dagli astrologhi ma anche da qualsiasi indovino che usi mezzi contrari alla religione, soprattutto quando dicono il vero, per evitare che ingannino l'anima mettendola in rapporto con i demoni e la irretiscano in una specie di patto d'alleanza con loro.» La traduzione errata, diffusasi largamente nel corso del tempo, è dovuta soprattutto all'interpretazione della parola "mathematici". Come testimoniano l'Historia Augusta, un'opera contemporanea o successiva a Sant'Agostino e altre opere di Agostino come De diversis quaestionibus octoginta tribus (45.2) e De Doctrina Christiana (II, 21, 32), la parola "mathematici" a quei tempi non voleva indicare tanto i cultori della matematica, quanto gli indovini e gli astrologi. Questo appare particolarmente evidente nel De diversis quaestionibus octoginta tribus, dove si legge: «Ma contro coloro che oggi si chiamano matematici, che pretendono di sottomettere le nostre azioni ai corpi celesti, di venderci alle stelle e di riscuotere da noi il prezzo stesso col quale siamo venduti, non si può dire nulla più esattamente e brevemente di questo: non rispondono se non dopo aver consultato le costellazioni.» Infine nelle sue opere, come ad esempio in De Doctrina Christiana (II, 38), Agostino d'Ippona parla della "scienza dei numeri" in modo tutt'altro che negativo.[9]
  • Lo credo perché è assurdo.[10]
Credo quia absurdum.
[Citazione errata] La citazione viene erroneamente attribuita ad Agostino, ma non trova riscontro nelle sue opere. Essa viene attribuita anche a Tertulliano, che scrisse qualcosa di simile nel De carne Christi: «È credibile perché è sciocco» (Credibile est, quia ineptum est).
  • Non seguite la moltitudine.[11]
Multitudo non est sequenda.
[Citazione errata] Questa citazione è attribuita ad Agostino, ma queste parole non sono presenti nei suoi scritti. Tuttavia nelle Esposizioni sui Salmi, XXXIX, 6 si legge un passo dal quale emerge lo stesso concetto: «Ma se sei giusto, non voler contare il numero ma pesane il valore: usa una bilancia giusta, non ingannatrice, dato che sei stato chiamato giusto: Vedranno i giusti e avranno timore, è stato detto di te. Non contare dunque le folle degli uomini che procedono sulla via larga, che domani riempiranno il circo celebrando con grida il natale della città, disonorando la città stessa con la loro vita malvagia. Non badare a questi: sono molti e chi li conterà? Pochi invece procedono per la via stretta. Prendi, ripeto, una bilancia, e pesa: vedi quanta paglia metterai sul piatto contro pochissimo grano. Questo facciano i giusti fedeli che seguono.»
  • Roma ha parlato, la causa è finita.[12]
Roma locuta, causa finita.
[Citazione errata] Questa citazione è attribuita ad Agostino, ma queste parole non sono presenti nei suoi scritti. Tale estrapolazione deriva con ogni probabilità dai Discorsi 131, 10: Iam enim de hac causa duo concilia missa sunt ad Sedem Apostolicam: inde etiam rescripta venerunt. Causa finita est: utinam aliquando finiatur error! («Appunto a proposito di questa causa, sono già stati inviati alla Sede Apostolica gli Atti di due Concili; ne abbiamo avuto di ritorno anche i rescritti. La causa è finita: voglia il cielo che una buona volta finisca anche l'errore.»).

Confessioni[modifica]

Libro I (Nascita, infanzia e fanciullezza)[modifica]

Incipit[modifica]

M. Pellegrino[modifica]

Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile [Salmi, 47. 1; 95. 4; 144. 3; 146. 5.]. E l'uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi [Lettera di Giacomo, 4. 6; Prima lettera a Pietro, 5. 5.]. Eppure l'uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. Concedimi, Signore, di conoscere e capire se si deve prima invocarti o lodarti, prima conoscere oppure invocare.

[Agostino, Confessioni, traduzione di M. Pellegrino, Einaudi, Torino, 1966.]

Carlo Vitali[modifica]

Grande sei, o Signore, degno di somma lode; grande è la tua potenza, senza limiti la tua sapienza. L'uomo vuol cantare le tue lodi, l'uomo, particella della tua creazione, che porta seco il peso della sua natura mortale, del suo peccato, la certezza che Tu resisti ai superbi. Eppure l'uomo, particella della tua creazione, vuol cantare le tue lodi. Tu lo sproni, affinché gusti la gioia del lodarti, poiché ci hai creati per Te e il nostro cuore non ha pace fino a che non riposi in Te. Dammi grazia, o Signore, di conoscere appieno se prima ti si debba invocare o lodare; se la conoscenza di Te debba precedere l'invocazione.

[Sant'Agostino, Le confessioni di un peccatore, traduzione di Carlo Vitali, RCS Quotidiani, 2010.]

Carlo Carena, Agostino Trapè[modifica]

Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile (Sal 47. 1; 95. 4; 144. 3; 146. 5). E l'uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato (Cf. 2 Cor 4. 10) e la prova che tu resisti ai superbi (Gc 4. 6; 1 Pt 5. 5). Eppure l'uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. Concedimi, Signore, di conoscere e capire (Cf. Sal 118. 34, 73, 144) se si deve prima invocarti o lodarti, prima conoscere oppure invocare.

Fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te[13] [Originale latino di "ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te."]

[Sant'Agostino, Le Confessioni, a cura di Michele Pellegrino e Carlo Carena, traduzione di Carlo Carena e Agostino Trapè, Città Nuova Editrice, 1965. ISBN 9788831191005]

Citazioni[modifica]

  • O non piuttosto nulla ti occorre che ti contenga, tu che tutto contieni, poiché ciò che riempi, contenendo lo riempi? Davvero non sono i vasi pieni di te a renderti stabile. Neppure se si spezzassero, tu ti spanderesti; quando tu ti spandi su di noi, non tu ti abbassi, ma noi elevi, non tu ti disperdi, ma noi raccogli. (3, 3)

Libro II (Il sedicesimo anno)[modifica]

  • Ma io, sciagurato, cosa amai in te, o furto mio, o delitto notturno dei miei sedici anni? Non eri bello se eri un furto; anzi, sei qualcosa per cui possa rivolgerti la parola? Belli erano i frutti che rubammo... ma non quelli bramò la mia anima miserabile, poiché ne avevo in abbondanza di migliori. Eppure colsi proprio quelli al solo scopo di commettere un furto. (6, 12)

Libro III[modifica]

  • Si devono detestare e punire dappertutto e sempre i vizi contrari alla natura, per esempio i vizi dei sodomiti, che se pure tutti i popoli della terra li praticassero, la legge divina li coinvolgerebbe in una medesima condanna per il loro misfatto, poiché non ha creato gli uomini per fare un tale uso di se stessi. (8)

Libro IV (Insegnante per nove anni a Tagaste e Cartagine)[modifica]

  • Io stesso ero divenuto per me un grande enigma. (4, 9)

Libro VIII (La conversione)[modifica]

  • Sì, dalla volontà perversa si genera la passione, e l'ubbidienza alla passione genera l'abitudine, e l'acquiescenza all'abitudine genera la necessità. (5, 10)
  • Molti anni della mia vita si erano perduti con me, forse dodici da quello in cui, diciannovenne, leggendo l'Ortensio di Cicerone mi ero sentito spingere allo studio della sapienza; e ancora rinviavo il momento di dedicarmi, nel disprezzo della felicità terrena, all'indagine di quell'altra, la cui non dirò scoperta, ma pur semplice ricerca si doveva anteporre persino alla scoperta di tesori, di regni terreni e ai piaceri fisici, che affluivano a un mio cenno da ogni dove. Eppure da giovinetto, ben misero, sì, misero proprio sulla soglia della giovinezza, ti avevo pur chiesto la castità. "Dammi, ti dissi, la castità e la continenza, ma non ora", per timore che, esaudendomi presto, presto mi avresti guarito dalla malattia della concupiscenza, che preferivo saziare, anziché estinguere. Mi ero così incamminato per le vie cattive [Sir 2. 16.] di una superstizione sacrilega, senza esserne sicuro, è vero, ma comunque anteponendola alle altre dottrine, che invece di indagare devotamente, combattevo ostilmente. (7, 17)
  • Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell'Apostolo all'atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: "Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze" [Lettera ai Romani, 13. 13 s.]. Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono. (12, 30)

Libro X (Dopo la ricerca e l'incontro con Dio)[modifica]

  • Giungo allora ai campi e ai vasti quartieri della li memoria, dove riposano i tesori delle innumerevoli immagini di ogni sorta di cose, introdotte dalle percezioni; dove sono pure depositati tutti i prodotti del nostro pensiero, ottenuti amplificando o riducendo o comunque alterando le percezioni dei sensi, e tutto ciò che vi fu messo al riparo e in disparte e che l'oblio non ha ancora inghiottito e sepolto. Quando sono là dentro, evoco tutte le immagini che voglio. (8, 12)
  • Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell'Oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi. Non li meraviglia ch'io parlassi di tutte queste cose senza vederle con gli occhi; eppure non avrei potuto parlare senza vedere i monti e le onde e i fiumi e gli astri che vidi e l'Oceano di cui sentii parlare, dentro di me, nella memoria tanto estesi come se li vedessi fuori di me. (8, 15)
  • Anche i sentimenti del mio spirito contiene la stessa memoria, non nella forma in cui li possiede lo spirito all'atto di provarli, ma molto diversa, adeguata alla facoltà della memoria. Ricordo di essere stato lieto, senza essere lieto; rievoco le mie passate tristezze senza essere triste; mi sovvengo senza provare paura di aver provato talvolta paura, e sono memore di antichi desideri senza avere desideri. Talvolta ricordo all'opposto con letizia la mia passata tristezza, e con tristezza la letizia. [...] In realtà la memoria è, direi, il ventre dello spirito e invece letizia e tristezza sono il cibo ora dolce ora amaro. Quando i due sentimenti vengono affidati alla memoria, passano in questa specie di ventre e vi si possono depositare, ma non possono avere sapore. È ridicolo attribuire una somiglianza a due atti tanto diversi; eppure non c'è una dissomiglianza assoluta. (14, 21)
  • La facoltà della memoria è grandiosa. Ispira quasi un senso di terrore, Dio mio, la sua infinita e profonda complessità. E ciò è lo spirito, e ciò sono io stesso. (17, 26)
  • Ma quando è la memoria a perdere qualcosa, come avviene allorché dimentichiamo e cerchiamo di ricordare, dove mai cerchiamo, se non nella stessa memoria? Ed è lí che, se per caso ci si presenta una cosa diversa, la respingiamo, finché capita quella che cerchiamo. E quando capita, diciamo: «È questa», né diremmo cosí senza riconoscerla, né la riconosceremmo senza ricordarla. Dunque ce n'eravamo davvero dimenticati. O forse non ci era caduta per intero dalla mente e noi, con la parte che serbavamo, andavamo in cerca dell'altra parte quasi che la memoria, sentendo di non sviluppare tutt'insieme ciò che soleva ricordare insieme, e zoppicando, per cosí dire, con un moncone d'abitudine, sollecitasse la restituzione della parte mancante? (19, 28)
  • Ma dove dimori nella mia memoria, Signore, dove vi dimori? (25, 36)
  • Dove dunque ti trovai, per conoscerti? Certo non eri già nella mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti trovai, per conoscerti, se non in te, sopra di me? Lí non v'è spazio dovunque: ci allontaniamo, ci avviciniamo, e non v'è spazio dovunque. Tu, la Verità, siedi alto sopra tutti coloro che ti consultano e rispondi contemporaneamente a tutti coloro che ti consultano anche su cose diverse. Le tue risposte sono chiare, ma non tutti le odono chiaramente. Ognuno ti consulta su ciò che vuole, ma non sempre ode la risposta che vuole. Servo tuo piú fedele è quello che non mira a udire da te ciò che vuole, ma a volere piuttosto ciò che da te ode. (26, 37)
  • Tardi ti amai, bellezza cosí antica e cosí nuova, tardi ti amai. Sí, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lí ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace. (27, 38)

Libro XI (Meditazioni sul primo versetto della Genesi)[modifica]

  • Non ci fu dunque un tempo, durante il quale avresti fatto nulla, poiché il tempo stesso l'hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, poiché tu sei stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo. Cos'è il tempo? Chi saprebbe spiegarlo in forma piana e breve? Chi saprebbe formarsene anche solo il concetto nella mente, per poi esprimerlo a parole? Eppure, quale parola più familiare e nota del tempo ritorna nelle nostre conversazioni? Quando siamo noi a parlarne, certo intendiamo, e intendiamo anche quando ne udiamo parlare altri. Cos'è dunque il tempo? Se nessuno m'interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m'interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di esso che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere. (14, 17)
  • Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell'animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa. (20, 26)
  • È in te, spirito mio, che misuro il tempo. Non strepitare contro di me: è così; non strepitare contro di te per colpa delle tue impressioni, che ti turbano. È in te, lo ripeto, che misuro il tempo. L'impressione che le cose producono in te al loro passaggio e che perdura dopo il loro passaggio, è quanto io misuro, presente, e non già le cose che passano, per produrla; è quanto misuro, allorché misuro il tempo. E questo è dunque il tempo, o non è il tempo che misuro. (27, 36)
  • Dunque il futuro, inesistente, non è lungo, ma un lungo futuro è l'attesa lunga di un futuro; cosí non è lungo il passato, inesistente, ma un lungo passato è la memoria lunga di un passato. (28, 37)

Discorsi[modifica]

  • Rivolgano lo sguardo a se stessi, scendano dentro di sé, si esaminino attentamente. Dentro di sé trovano giorni cattivi. Non vorrebbero la guerra ma la pace. Chi non ha questo desiderio? Eppure, pur detestando tutti la guerra e volendo tutti la pace, anche colui che vive nella giustizia, se volge a sé lo sguardo, trova in se stesso la guerra. (25, 4)
  • Ciò, quindi, non è dio, se dici di averlo compreso. E se lo è, allora non puoi averlo davvero compreso. (52, 16: PL 38, 360)
  • L'ira è una pagliuzza, l'odio invece è una trave. (dai Discorsi, 58, 7, 8)
Ira festuca est, odium trabes est.
  • La causa è finita: voglia il cielo che una buona volta finisca anche l'errore! (131, 10.10)
Causa finita est: utinam aliquando finiatur error!
  • Poteva esserci misericordia verso di noi infelici maggiore di quella che indusse il Creatore del cielo a scendere dal cielo e il Creatore della terra a rivestirsi di un corpo mortale? Quella stessa misericordia indusse il Signore del mondo a rivestirsi della natura di servo, di modo che pur essendo pane avesse fame, pur essendo la sazietà piena avesse sete, pur essendo la potenza divenisse debole, pur essendo la salvezza venisse ferito, pur essendo vita potesse morire. E tutto questo per saziare la nostra fame, alleviare la nostra arsura, rafforzare la nostra debolezza, cancellare la nostra iniquità, accendere la nostra carità. (207, 1)
  • Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell'aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l'ordine delle stelle, interroga il sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell'acqua, che camminano sulla terra, che volano nell'aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l'ha creata, se non la Bellezza Immutabile? (241, 2: PL 38, 1134)
  • Ciò che è il nostro spirito, cioè la nostra anima, per le membra del nostro corpo, è lo Spirito Santo per le membra di Cristo, per il corpo di Cristo che è la Chiesa. (268, 2: PL 38, 1232)
  • Una madre avrà nel regno dei cieli un posto inferiore a quello della figlia vergine. (534)

Citazioni su Agostino d'Ippona[modifica]

  • Agostino non è un autore qualsiasi. In lui si trova tutto: c'è il giovanotto che conosce un'esistenza brillante e c'è il santo; è un cittadino del mondo e non soltanto un colto, inoltre è moderno perché le sue pagine lo fanno sentire ancora vivo nelle idee. Papini sosteneva che è uno degli uomini che non riescono a morire. (Agostino Trapè)
  • Agostino sa spiegare le grandi verità della fede anche agli analfabeti. È sempre sorprendente, anche se lo si rilegge più volte. (Franco Monteverde)
  • Egli è tutto ad un tempo, sublime e popolare. Egli ascende a' più alti principii colle più familiari espressioni; egli interroga, si fa interrogare, e risponde . La sua predica è una conversazione tra lui e 'l suo uditorio. Le similitudini gli si offrono acconcie a dissipar ogni dubbio. Egli discende sino a' più volgari pregiudizi della plebe per raddrizzarli. (Fénelon)
  • Il dotto Agostino, molto inebriato di questo divino nettare, nelli suoi Soliloquii testifica che la ignoranza piú tosto che la scienza ne conduce a Dio, e la scienza piú tosto che l'ignoranza ne mette in perdizione. In figura di ciò vuole ch'il redentor del mondo con le gambe e piedi de gli asini fusse entrato in Gerusalemme, significando anagogicamente in questa militante quello che si verifica nella trionfante cittade. (Giordano Bruno)
  • L'itinerario di Agostino appare così come un cammino dalla bellezza alla Bellezza, dal penultimo all'Ultimo, per poter poi ritrovare il senso e la misura della bellezza di tutto ciò che esiste nella luce del fondamento di ogni bellezza. Ciò che unifica in modo pregnante questa duplice via di ek-stasis e di ritorno è il motivo dell'amore: in realtà, la bellezza può tanto su di noi perché ci attrae a sé con vincoli d'amore. (Bruno Forte)
  • Molti non parlano degli Angeli. Sarebbe invece opportuno ricordarli più spesso come ministri della Provvidenza nel governo del mondo e degli uomini, cercando di vivere, come han fatto i santi da Agostino a Newman in familiarità con essi. (Papa Giovanni Paolo I)
  • Quando parla della preghiera si sente vibrare nelle sue parole qualcosa di profondo, tutto il suo animo che, sitibondo di Dio, ricorre spontaneamente alla preghiera. (Agostino Trapè)
  • Quando sant'Agostino diceva: il conversare e lo scrivere mi hanno formato; egli chiudeva in queste brevi parole il più vero precetto che possa darsi ad un giovane, perché acquisti la facoltà di diventare un ottimo scrittore. (Giuseppe Bianchetti)
  • Sant' Agostino non delude mai... è sempre in anticipo sui tempi in cui si legge. (Julien Green)

Note[modifica]

  1. Citato in Guido Almansi, Il filosofo portatile, TEA, Milano, 1991.
  2. Cf. versione bilingue latino-italiano.
  3. Citazione tratta dal Salmo 82 (81), 6, ripresa da Gesù nel Vangelo di Giovanni (10, 34).
  4. Citato in Le confessioni, tradotto da C.Vitali, Bur, 2011, p.29, ISBN 8858607996.
  5. Cf. versione bilingue latino-italiano.
  6. Cf. versione italiana.
  7. Cf. versione latina.
  8. Citato in Piergiorgio Odifreddi, Il Vangelo secondo la Scienza. Le religioni alla prova del nove, Einaudi, 2008.
  9. Cfr. S.Agostino e la matematica, Ateneo di Treviso.it, 15 maggio 2009.
  10. Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 487.
  11. Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 451.
  12. Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 188.
  13. Cf. versione bilingue latino-italiano.

Bibliografia[modifica]

  • Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana.
  • Agostino, Confessioni, traduzione italiana di M. Pellegrino, Einaudi, Torino, 1966.
  • Sant'Agostino, Le confessioni di un peccatore, traduzione di Carlo Vitali, RCS Quotidiani, 2010.

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