Gustave Flaubert

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

Gustave Flaubert

Indice

Gustave Flaubert (1821 – 1880), scrittore francese.

[modifica] Citazioni di Gustave Flaubert

  • La foglia caduta si agita e vola via col vento. Non diversamente io vorrei volare, andarmene, partire per non più tornare, e non importa dove, pur di lasciare il mio paese. La mia casa mi pesa sulle spalle: sono troppe volte entrato e uscito dalla stessa porta, ho tante volte alzato gli occhi allo stesso punto, sul soffitto della camera, che dovrebbe essersi ormai consumato. (da Novembre)
  • L'arte, in certe circostanze, scuote gli animi mediocri, e interi mondi possono essere rivelati loro dai suoi interpreti più grossolani. (da Bouvard e Pécuchet)
  • L'artista deve fare in modo che la posterità creda ch'egli non abbia vissuto. (da Corrispondenza, febbraio 1842)
  • Marie non era forse né più bella né più appassionata di un'altra; temo di non amare in lei che una creazione del mio spirito e dell'amore che mi aveva fatto sognare. (da Novembre)
  • Se si è coinvolti nella vita, la si vede poco chiaramente; la vista è oscurata dalla sofferenza, o dal godimento. L'artista, secondo me, è una mostruosità, qualcosa al di fuori della natura. (da Lettera alla madre, 15 dicembre 1850)

[modifica] Senza fonte

Cita sempre le fonti! È vietato inserire nuove citazioni nella sezione «Senza fonte». Ogni aggiunta illecita sarà annullata.
Nuove citazioni devono essere sempre accompagnate dall'indicazione precisa delle fonti. Se conosci la fonte di una di queste citazioni, inseriscila, grazie.
  • Ciascuno mostra ciò che è, dagli amici che ha.
  • I coniugi debbono vivere insieme per punizione di aver commesso la stupidaggine di essersi sposati.
  • Il cuore è una ricchezza che non si vende e non si compra, ma si regala.
  • Il vero problema dello scrivere non è tanto di sapere ciò che dobbiamo mettere nella pagina, ma ciò che da questa dobbiamo togliere.
  • Imbecilli sono tutti quelli che non la pensano come noi.
  • Inutile ammirarlo, è una nevrosi.
  • La parola umana è come una caldaia incrinata su cui battiamo musica per far ballare gli orsi, quando vorremmo commuovere le stelle.
  • La vanità è alla base di tutto, anche la coscienza non è altro che vanità interiore.
  • L'autore nel suo libro deve essere come Dio nel suo universo, dovunque presente e in nessun luogo visibile.
  • L'avvenire ci tormenta, il passato ci trattiene, il presente ci sfugge.
  • Leggete per vivere.
  • L'idea di patria è quasi morta, grazie a Dio.
  • L'orgoglio è una bestia feroce che vive nelle caverne e nei deserti; la vanità invece è un pappagallo che salta di ramo in ramo e chiacchiera in piena luce.
  • Non c'è nulla di così umiliante come vedere gli sciocchi riuscire nelle imprese in cui noi siamo falliti.
  • Non leggete, come fanno i bambini, per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No, leggete per vivere.
  • Ogni trovata narrativa è reale, ne potete star certa. La poesia è una scienza esatta quanto la geometria.
  • Ottimista è chi dice: "Domani è domenica"; pessimista chi dice: "Dopodomani è Lunedì."
  • Perché voler essere qualcosa quando si può essere qualcuno?
  • Quando si guarda la verità solo di profilo o di tre quarti la si vede sempre male. Sono pochi quelli che sanno guardarla in faccia.
  • Quando vi parlano di una fortuna considerevole è bene osservare: sì, ma è veramente solida?
  • Quel che la favola ha inventato, la storia qualche volta lo riproduce.
  • Si fa della critica quando non si può fare dell'arte, nello stesso modo che si diventa spia quando non si può fare il soldato.
  • Sostengo che le idee sono eventi. È più difficile renderle interessanti, lo so, ma se non ci si riesce, la colpa è dello stile.
  • Tre cose occorrono per essere felici: essere imbecilli, essere egoisti e avere una buona salute. Ma se vi manca la prima tutto è finito.

[modifica] Dizionario dei luoghi comuni

  • CORANO. Libro di Maometto che parla solo di donne.
  • CROCEFISSO. Fa bella figura nell'alcova e sulla gigliottina.
  • MACELLAI. Terribili in tempo di rivoluzione.
  • MARE. Non ha fondo. Immagine dell'infinito. Fa venire grandi pensieri. In riva al mare bisogna sempre avere un cannocchiale. Quando lo si guarda, dire sempre: «Quanta acqua!».
  • MASSONERIA. Un'altra causa della Rivoluzione! Le prove di iniziazione sono terribili, c'è che ne è morto. Causa di litigi in famiglia. Guardata di traverso dagli ecclesiastici. «Quale mai sarà il loro segreto?».
  • MATERASSO. Più è duro, più è igienico.
  • PENSARE. Increscioso. Le cose che ci costringono a farlo vengono di solito accantonate.
  • RIMA. Non va mai d'accordo con la ragione.
  • VOLTAIRE. Celebre per il suo spaventevole «rictus». Conoscenze scientifiche superficiali.

[modifica] Dizionario delle idee correnti

  • Eccezione: dite che "conferma la regola" ma non azzardatevi a spiegare come.
  • Risparmio: bell'insegna di bottega, ispira fiducia.
  • Tempo: eterno argomento di conversazione. Causa universale delle malattie. Lagnarsene sempre.

[modifica] La signora Bovary

[modifica] Incipit

[modifica] Ginzburg

Eravamo nell'aula di studio, quando il Rettore entrò, seguito da un nuovo in abiti borghesi e da un inserviente che portava un grosso banco. Quelli che dormivano si svegliarono ed ognuno si alzò, come sorpreso nel proprio lavoro.

[Gustave Flaubert, La signora Bovary, traduzione di Natalia Ginzburg, Einaudi.]

[modifica] Valeri

Eravamo allo studio, quando il Rettore entrò, seguito da un nuovo, vestito ancora dei suoi abiti borghesi, e da un bidello che portava un gran banco. Quelli che dormivano si destarono, e tutti si alzarono in piedi, come sorpresi in mezzo al lavoro.

[Gustave Flaubert, Madame Bovary, traduzione di Diego Valeri, Oscar Mondadori 1992.]

[modifica] Citazioni

  • La domenica, a messa, quando alzava la testa, scorgeva, scorgeva, trai fumi azzurrastri dell'incenso, il viso dolce della Vergine. Allora si intenerì: si sentì molle ed abbandonata come una piuma volteggiante nella tempesta; e fu quasi senza rendersene conto che si incamminò verso la chiesa, disposta a qualsiasi devozione pur di assorbirvi l'animo intero.
  • Non bisogna toccare gli idoli, la doratura resta sulle mani.
  • Immerse il pollice destro nell'olio, e cominciò le unzioni: prima sugli occhi, che avevano tanto bramato tutte le magnificenze terrestri; poi sulle narici, ghiotte di brezze tiepide e di profumi d'amore; poi sulla bocca, che si era aperta per la menzogna, che aveva mandato gemiti d'orgoglio e gridato alla lussuria; poi sulle mani, che avevano goduto contatti soavi, e infine sulla pianta dei piedi, così rapidi un tempo, quando ella correva a soddisfare i suoi desideri, e che ora non avrebbero camminato più.

[modifica] Salambò

[modifica] Incipit

Era a Megara, sobborgo di Cartagine, nei giardini di Amilcare.
i soldati ch'egli aveva comandato in Sicilia si concedevano un grande banchetto per celebrare l'anniversario della battaglia d'Erice(1): e siccome il padron di casa era assente ed essi si vedevano in tanti, mangiavano e bevevano in tutta libertà.
1.Erice, monte e città omonima nell'angolo N.O. della Sicilia; con un celebre tempio di Venere (Venere Ericina) ora, monte San Giuliano.

[modifica] Citazioni

  • Sorse la luna: cetra e flauto si misero a un tempo a suonare.
    Salambò si tolse i ciondoli degli orecchi, la collana, i braccialetti, il lungo camice bianco; sciolse la benda che tratteneva i capelli e li agitò qualche minuto sulle spalle, dolcemente, per rinfrescarsene sparpagliandoli. Fuori la musica seguitava: erano tre note, sempre le stesse, concitate, frenetiche; le corde stridevano, il flauto rendeva un suono sordo; Taanach segnava la cadenza schioccando le mani; Salambò, con un ondeggiamento di tutto il corpo, salmodiava preghiere ed i vestiti uno ad uno le si afflosciavano intorno. (p. 214)
  • La bianca luce pareva circonfonderla d'una nebbia d'argento; l'ombra umida dei passi brillava sulle lastre; stelle palpitavano in fondo all'acqua. il serpente la stringeva contro di lei le nere spire tigrate di placche d'oro. Sotto quel peso eccessivo Salambò ansimava, le reni le si piegavano, si sentiva mancare, mentre lui con l'estremità della coda le batteva piano piano la coscia. Poi, al cessare della musica, ricadde giù. (p. 215)
  • D'un colpo, quell'uomo aprì il petto di Matho, ne strappò il cuore, lo porse sulla spatola; e Sciahabarim, alzato il braccio, lo offrì al sole.
    Il sole calava dietro i flutti; i suoi raggi arrivavano come lunghe frecce su quel cuore rosseggiante. Via via che i battiti scemavano l'astro s'immergeva; all'ultimo palpito sparì.
    Allora dal golfo alla laguna e dall'istmo al faro, per tutte le strade, su tutte le case e in cima a tutti i templi fu un grido solo; cessava, ripigliava; gli edifici ne tremavano; Cartagine pareva presa da un convulso: nello spasimo d'una gioia titanica, nel delirio d'una speranza senza limiti.
    Narr'Havas, ebbro di orgoglio, passò il braccio intorno alla vita di Salambò, in segno di possesso; e sollevando con la destra una patera d'oro bevve al Genio di Cartagine.
    Salambò s'alzò in piedi con lo sposo, una coppa in mano, per bere anche lei. Ricadde col capo indietro sulla spalliera del trono – livida, irrigidita, le labbra aperte. I capelli sciolti le pendevano a terra.
    Così morì la figlia di Amilcare per aver toccato il mantello di Tanit. (pp. 346-347)

[modifica] L'educazione sentimentale

[modifica] Incipit

Il 15 settembre 1840, verso le sei del mattino, il Villede-Montereau, pronto a partire, lanciava grosse volute di fumo davanti al quai Saint-Bernard.
Arrivavano ritardatari affannati: barili, gomene, cesti di biancheria intralciavano il passaggio; i marinai non prestavano orecchio a nessuno; la gente si urtava, i bagagli si ammucchiavano fra i due tamburi delle ruote. Il frastuono era assorbito dal sibilo del vapore che sfuggiva dalle lastre di lamiera e avvolgeva ogni cosa in una nube biancastra, mentre la campana a prua squillava senza posa.
Finalmente il battello partì; e le due rive, fitte di magazzini, di cantieri e di officine, sfilarono come due nastri che si svolgano.

[modifica] Explicit

Una domenica mentre tutti erano ai Vespri Federico e Deslauriers, dopo essersi fatti radere e arricciare i capelli, avevano raccolto dei fiori nel giardino della signora Moreau, erano usciti dalla parte dei campi e, fatto un lungo giro attraverso i vigneti, eran tornati per la Peschiera e si erano infilati dalla Turca, sempre coi loro mazzi di fiori in mano. Federico aveva offerto il suo come un pretendente a una fidanzata. Ma un po' per il caldo che faceva là dentro, un po' per lo sgomento dell'ignoto, per una specie di rimorso, fors'anche per il piacere di vedere con una sola occhiata tante donne tutte a sua disposizione, Federico s'emozionò a tal punto che si fece pallidissimo e restava lì senza muoversi, senza parlare. Le ragazze, rallegrate dal suo imbarazzo, s'erano messe a ridere; credendosi beffato, Federico era scappato via, e dato ch'era lui ad avere i soldi, Deslauriers era stato costretto a seguirlo. Li avevan visti uscire, e n'era nata una storia di cui si parlava ancora dopo tre anni. Se la raccontavano da capo con tutti i particolari; ciascuno completava i ricordi dell'altro. Quand'ebbero finito: "Non abbiamo mai avuto niente di meglio, dopo" disse Federico. "Già, forse hai proprio ragione: non abbiamo avuto di meglio" disse Deslauriers.

[Gustave Flaubert, L'educazione sentimentale, traduzione di Marga Vidusso Feriani, Gherardo Casini Editore, Roma 1966.]

[modifica] Bouvard e Pécuchet

[modifica] Incipit

Poiché la temperatura era di 33 gradi, il boulevard Bourdon era completamente deserto.
Più giù il canale San Martino, tra le due chiese, stendeva in linea retta la sua acqua colore dell'inchiostro. C'era nel mezzo un battello pieno di legna, e sull'argine due file di botti.
Oltre il canale, tra le case intercalate alle fabbriche, il grande cielo puro si sfaldava in lamine di colore oltremare, e sotto il reverbero del sole, le facciate bianche, i tetti d'ardesia, le rive di granito mandavano barbagli. Un rumore confuso saliva lontano nella calda atmosfera; e tutto sembrava intorpidito nell'ozio della domenica e la tristezza delle giornate estive.

[Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet, traduzione di Bruno Schacherl, Vallecchi editore, Firenze 1970.]

[modifica] Memorie di un pazzo

[modifica] Incipit

Perché scrivere queste pagine? A cosa servono? Che cosa posso saperne io stesso? È alquanto sciocco, credo, andare a chiedere agli uomini il motivo delle loro azioni e dei loro scritti. Voi stessi, sapete perché avete aperto questi miseri fogli che la mano di un pazzo sta riempiendo di parole?
Un pazzo! è qualcosa che fa orrore, E tu cosa sei, tu, lettore? In quale categoria ti schieri? in quelle degli sciocchi o in quella dei pazzi? Se ti dessero la possibilità di scegliere, la tua vanità preferirebbe certo l'ultima condizione.

[modifica] Citazioni

  • Dal dubbio su Dio, arrivai al dubbio sulla virtù, fragile idea che ogni secolo ha fondato come ha potuto sull'impalcatura delle leggi, idea ancor più vacillante. (p. 30)
  • Ma era Roma che amavo, la Roma imperiale, questa bella regina che si rotola nell'orgia, sporcando la sua nobile veste con il vino dela depravazione, fiera dei suoi vizi più che delle sue virtù. Nerone! Nerone, con i suoi carri di diamante che volano nell'arena, le sue mille vetture, i suoi amori di tigre e i suoi banchetti di gigante. (p. 34)
  • L'umanità si è messa a girare le sue macchine e, vedendo che ne sgorgava oro, ha esclamato: È Dio! E quel Dio, essa lo mangia! (p. 43)
  • Il mio dolore è amaro, la mia tristezza profonda, | E vi sono sepolto come un uomo nella tomba. (p. 64)
  • La vanità mi spinse verso l'amore; no, verso la voluttà; neppure, verso la carne. (p. 68)
  • Se ho provato momenti di entusiasmo, li devo all'arte; eppure, quanta vanità in essa! voler raffigurare l'uomo in un blocco di pietra o l'anima attraverso le parole, i sentimenti con dei suoni e la natura su una tela verniciata. (p. 71)
  • L'arte! l'arte! che bella cosa questa vanità (p. 72)
  • Se c'è sulla terra e fra tutti i nulla qualcosa da adorare, se esiste qualcosa di santo, di puro, di sublime, qualcosa che assecondi questo smisurato desiderio dell'infinito e del vago che chiamano anima, questa è l'arte. (p: 72)
  • Vorrei il bello nell'infinito, invece vi trovo soltanto il dubbio. (p. 72)

[modifica] Citazioni sul libro

  • Il racconto-confessione di Flaubert giovanissimo, Memorie di un pazzo, non è certo fra le sue opere più note. E non può reggere al paragone con i suoi celebri romanzi. Se viene citato, è spesso in rapporto con l' Educazione sentimentale (1869), di cui costituisce, per alcuni capitoli, un primo abbozzo, lasciato inedito, e pubblicato postumo soltanto nel 1901. Ma non è per questo da confondere e rigettare fra tanti altri scritti e progetti giovanili - non tutti, del resto, trascurabili -, fra tanti calchi e imparaticci di scuola, di cui è cosparso il primo cammino di questo scrittore. (Massimo Colesanti)

[modifica] Bibliografia

  • Gustave Flaubert, Salambò, traduzione di Camillo Sbarbaro, Biblioteca Moderna Mondadori, 1959.
  • Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni. Album della Marchesa – Catalogo delle idee chic, traduzione di J. Rodolfo Wilcock, Adelphi, Milano, 1980.
  • Gustave Flaubert, Madame Bovary, traduzione di Diego Valeri, Oscar Mondadori 1992.
  • Gustave Flaubert, L'educazione sentimentale, traduzione di Marga Vidusso Feriani, Gherardo Casini Editore, Roma 1966.
  • Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet, traduzione di Bruno Schacherl, Vallecchi editore, Firenze 1970.
  • Gustave Flaubert, Memorie di un pazzo (Mémorires d'un fou), traduzione di Maurizio Grasso, introduzione di Massimo Colesanti, TEN, Roma 1996. ISBN 88-8183-324-7

[modifica] Altri progetti

Strumenti personali