Jules Renard

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Jules Renard

Pierre-Jules Renard (1864 – 1910), aforista e scrittore francese.

Citazioni di Jules Renard[modifica]

  • Non essere mai soddisfatti: l'arte è tutta qui.[1]
  • Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza d'essere ancora felice.[2]
  • Se la castità non è una virtù, è certamente una forza.[3]
  • Se vuoi attirarti la simpatia delle donne di' loro le cose che non vorresti gli uomini dicessero a tua moglie.[4]

Diario 1887-1910[modifica]

  • Baudelaire: la sua frase pesante, carica di fluidi elettrici. (1887; Vergani, p. 11)
  • C'è in me un bisogno quasi incessante di dir male degli altri, e una grande indifferenza nel far del male agli altri. (23 ottobre 1887; Vergani, p. 12)
  • Se da una discussione potesse venir fuori anche una minima verità, si discuterebbe meno. Nulla è più deprimente che capirsi: quando ci si è capiti, non c'è più nulla da dirsi. (24 ottobre 1887; Vergani, p. 12)
  • Le più belle pagine sulla campagna si scrivono in piena città. (25 novembre 1887; Vergani, p. 13)
  • Il lavoro pensa, la pigrizia sogna. Essa ha un suo modo molto cattivo di essere buona. (27 dicembre 1887; Vergani, p. 13)
  • La vita dell'intelletto sta alla realtà come la geometria sta alla architettura. (11 novembre 1888; Vergani, p. 14)
  • Quanta gente ha voluto uccidersi e si è limitata invece a lacerare la propria fotografia! (29 dicembre 1888; Vergani, p. 15)
  • Raffigura l'ideale della calma con l'immagine di un gatto seduto. (30 gennaio 1889; Vergani, p. 16)
  • Credo che gli occhi dei neonati, questi occhi che non vedono ancora e nei quali si vede appena, questi occhi senza bianco, profondi e incerti, siano fatti con una particella dell'abisso da cui sono saliti. (2 febbraio 1889; Vergani, p. 16)
  • La più stupida esagerazione è quella delle lagrime. È seccante come un rubinetto che non si chiude. (29 marzo 1889; p. 17)
  • L'orrore per i borghesi è un atteggiamento borghese. (10 aprile 1889; Vergani, p. 18)
  • Abbiamo un destino? Che noia non saperlo! Che noia se lo si sapesse! (14 gennaio 1889; Vergani, p. 19)
  • Il sonno è la piazzetta dei ricordi. Aiuta il loro ritorno. (30 agosto 1889; Vergani, p. 21)
  • Amo gli uomini più o meno, a seconda della quantità di annotazioni che posso tirarne fuori. (25 novembre 1889; Vergani, p. 32)
  • Si può essere poeta e avere i capelli corti. Si può essere poeta e pagare regolarmente l'affitto. Si può essere poeta e fare l'amore con la propria moglie. (2 gennaio 1890; p. 33)
  • Occorre operare attraverso la dissociazione e non attraverso l'associazione di idee. Un'associazione è quasi sempre banale. La dissociazione, scomponendo, scopre le affinità nascoste. (24 gennaio 1890; Vergani, p. 33)
  • I borghesi, sono gli altri. (28 gennaio 1890; Vergani, p. 33)
  • Si entra in un libro come in un treno, con qualche occhiatina dietro, con qualche esitazione e con la noia di cambiare luogo e idee. Come andrà il viaggio? Come sarà il libro? (15 febbraio 1890; Vergani, p. 33)
  • Cercate il ridicolo in tutto, lo troverete.[5] (17 febbraio 1890)
  • Lo sguardo accattone dell'attore che in tutte le circostanze, anche nelle più gravi, si volge intorno per assicurarsi che lo si guarda e che lo si è riconosciuto. (20 febbraio 1890; Vergani, p. 34)
  • Si collocano gli elogi come si colloca il denaro: perché ci vengano restituiti con gli interessi. (18 marzo 1890; Vergani, p. 36)
  • Cosa importa quello che faccio? Domandatemi quello che penso. (12 aprile 1890; Vergani, p. 36)
  • I due Dumas hanno capovolto la teoria dell'economia. Il padre è stato il prodigo, e il figlio è stato l'avaro. (17 aprile 1890; Vergani, p. 36)
  • Quando si è commessa un'indiscrezione, si crede di cavarsela raccomandando che si sia più discreti di quanto non lo siamo stati noi stessi. (21 aprile 1890; Vergani, p. 36)
  • Si hanno vent'anni dai quindici ai trent'anni. (23 giugno 1890)
  • Mérimée è forse lo scrittore che durerà più a lungo, perché si serve meno di tutti gli altri di immagini, questa fonte di vecchiaia dello stile. La posterità apparterrà agli scrittori secchi, agli scrittori stitici. (12 agosto 1890; Vergani, p. 37)
  • I piatti incrinati durano più dei piatti intatti. (4 settembre 1890; Vergani, p. 37)
  • Per quanto la nostra vita sia integra possiamo essere sempre classificati in una qualche categoria di ladri. (10 gennaio 1891; Vergani, p. 40)
  • George Sand, la vacca bretone della letteratura. (23 febbraio 1891; Vergani, p. 41)
  • Non leggo nulla per paura di trovare qualcosa di buono. (7 marzo 1891; p. 43)
  • Quando mi si mostra un disegno, lo guardo giusto il tempo necessario per preparare quello che devo dirne. (9 marzo 1890; p. 44)
  • Balzac è forse il solo scrittore che abbia il diritto di scrivere male. (23 marzo; Vergani, p. 45)
  • Lo stile è l'oblio di tutti gli stili. (7 aprile 1891; Vergani, p. 46)
Renard nel 1900
  • Occorre prendere per il collo l'idea che viene a tiro e schiacciarla subito sulla carta. (7 maggio 1891; Vergani, p. 46)
  • Il mio timore era di essere un giorno nient'altro che un innocuo Flaubert da salotto. (7 maggio 1891; Vergani, p. 46)
  • La guerra non è forse altro che la rivincita delle bestie che noi abbiamo ucciso. (30 luglio 1891; Vergani, p. 48)
  • Signore, ho visto sul banco del macellaio parecchi cervelli simili al vostro. (16 ottobre 1891; Vergani, p. 48)
  • Ho calcolato che la letteratura può bastare a nutrire un passerotto. (25 novembre 1891; Vergani, p. 50)
  • Occorre che l'uomo libero si prenda ogni tanto la libertà di essere schiavo. (27 gennaio 1892; Vergani, p. 53)
  • Cosa ci salverà? La fede? Io non voglio avere la fede e non ci tengo ad essere salvato. (30 gennaio 1892; Vergani, p. 54)
  • Noi siamo tutti dei poveri imbecilli (parlo per me, beninteso) incapaci di essere buoni o cattivi per due ore intere di seguito. (30 gennaio; Vergani, p. 54)
  • Analizzare un libro! Cosa si direbbe di un invitato che, mangiando una pesca matura, ne tirasse i pezzi fuori di bocca per riguardarli bene? (15 marzo 1892; Vergani, p. 56)
  • Vorrei dare da mangiare alle parole nel palmo della mano. (26 marzo 1892; Vergani, p. 56)
  • La formula nuova del romanzo è di non fare del romanzo. (6 aprile 1892; Vergani, p. 56)
  • Oscar Wilde fa colazione vicino a me. Egli ha l'originalità di essere inglese, Vi dà una sigaretta, ma la sceglie lui stesso. Non fa il giro della tavola, ma sposta tutta una tavola. Ha il viso impastato di piccoli segni rossi. È enorme e porta un enorme bastone di giunco. (7 aprile 1892; Vergani, p. 56)
  • Ci sono scrittori che non si riconoscono, come se non avessero il naso in mezzo alla faccia. (23 aprile 1892; Vergani, p. 57)
  • L'ironia è il pudore dell'umanità. (30 aprile 1892; Vergani, p. 57)
  • La paura della noia è la sola scusa del lavoro. (10 settembre 1892; Vergani, p. 60)
  • Quando si è pigiati nella folla, si ha la sensazione che tutti vi guardino nel buco delle orecchie. (4 ottobre 1892; Vergani, p. 60)
  • La morte degli altri ci aiuta a vivere. (5 ottobre 1892; Vergani, p. 60)
  • Verlaine, un Socrate da letamaio. (10 ottobre 1892; Vergani, p. 60)
  • La rara, la breve gioia di sentire che ci si perfeziona un poco ogni anno. (28 ottobre 1892; Vergani, p. 61)
  • Quando fa l'elogio di qualcuno gli sembra di denigrarsi un po'. (11 gennaio 1893; Vergani, p. 63)
  • Per darsi forza cominciava a cercare le tare, le malattie, i dubbi e le preoccupazioni della gente ricca. (22 gennaio 1893; Vergani, p. 63)
  • Ricordi d'infanzia disegnati con un fiammifero spento. (22 gennaio 1893; Vergani, p. 63)
  • Tristan Bernard mi dice che io assomiglio molto a Dickens. Ecco un altro che occorrerà leggere perché gli assomiglio. Speriamo che non sia noioso come gli altri. (20 febbraio 1893; Vergani, p. 64)
  • Affatichiamoci: affatichiamoci per vivere meno e per morire prima. (16 marzo 1893; Vergani, p. 64)
  • Occorre amare la natura e gli uomini malgrado il loro fango. (27 marzo 1893; Vergani, p. 65)
  • Lo so: tutti i grandi uomini, in principio, furono incompresi; ma io non sono un grande uomo e vorrei essere compreso subito. (28 aprile 1893; Vergani, p. 65)
  • Solamente Victor Hugo ha parlato: gli altri uomini balbettano. Qualcuno può assomigliargli nella barba, nella lunghezza della fronte, nei duri capelli che sfidano le forbici e che sono il terrore dei barbieri: e si può assomigliargli nella preoccupazione di recitare una parte come nonno o come uomo politico. Ma, se apro a casa un libro di Victor Hugo, vedo una montagna, un mare, quello che volete voi, eccettuato qualche cosa a cui possano paragonarsi gli altri uomini. (13 luglio 1893; Vergani, p. 66)
  • La beata solitudine nella quale si può finalmente pulirsi minuziosamente il naso. (11 settembre 1893; Vergani, p. 66)
  • Quando ascoltava i discorsi delle donne sembrava che dormicchiasse, ma ogni tanto faceva un piccolo movimento con le sue lunghe orecchie da cacciatore di stupidaggini. (15 settembre 1893; Vergani, p. 66)
  • Basta l'odore dell'inchiostro per far morire i miei sogni. (15 settembre 1893; Vergani, p. 66)
  • Illustre critico, comprendo molto bene la vostra critica. Sappiate, sia detto fra noi, che nemmeno io piaccio sempre a me stesso. (14 ottobre 1893; Vergani, p. 67)
  • I figli dovrebbero essere delle apparizioni facoltative. Quando Fantec mi rivede a quindici giorni di distanza mi dice che sono cresciuto. (4 febbraio 1894; Vergani, p. 72)
  • Se voi pensate bene di me, occorre dirlo il più presto possibile perché, sapete, anche questo passerà. (23 febbraio 1894; Vergani, p. 73)
  • E le cavallette che decapitiamo e che, senza perder la testa per così poco, con un colpo d'ala volan via dalla finestra? (1 marzo 1893; Vergani, p. 73)
  • Io ti amerò il tempo necessario per riconoscere che il tuo grazioso neo non è che una verruca. (2 marzo 1893; Vergani, p. 73)
  • Io sarei anarchico se fossi infelice. Ma non ho niente di cui lamentarmi. Come si potrebbe essere al tempo stesso anarchici e soddisfatti? (6 marzo 1894; Vergani, p. 74)
  • Un contadino è un tronco d'albero che può spostarsi. (6 marzo 1894; Vergani, p. 74)
  • La gloria di ieri non conta più, quella di oggi è troppo insipida, e io non desidero che quella di domani. (20 marzo 1894; Vergani, p. 74)
  • La nostra amicizia non poteva più andare avanti: ci eravamo troppo riversati l'uno nell'altro. (29 marzo 1894; Vergani, p. 74)
  • Amici. Ci si vede troppo, ci si vede meno, non ci si vede più. (9 aprile 1894; Vergani, p. 74)
  • L'uomo è un animale che alza gli occhi al cielo e non vede che i ragni del soffitto. (10 aprile 1894; Vergani, p. 74)
  • Occorre lasciar raffreddare la propria prosa come una crema, prima di assaggiarla. (7 maggio 1894; Vergani, p. 75)
  • Quando il merlo vede i vendemmiatori entrare nella vigna si stupisce soprattutto che essi non abbiano come lui paura dello spaventapasseri. (9 maggio 1894; Vergani, p. 75)
  • Il nostro amore per la campagna: un rustico fuoco di paglia. (11 maggio 1894; Vergani, p. 75)
  • Non basta essere felici! È necessario anche che gli altri non lo siano. (16 maggio 1894; Vergani, p. 75)
  • La mia letteratura è come una serie di lettere indirizzate a me stesso, che io vi permetto di leggere. (17 maggio 1894; Vergani, p. 76)
  • Finalmente eccomi calvo. A cosa servivano i miei capelli? Essi non erano certamente un abbellimento e io ero per loro preda di un essere ignobile, il barbiere, che mi alitava in faccia il suo disprezzo, e mi carezzava come un'amante, e mi dava degli schiaffettini sulla guancia come un prete. (29 maggio 1894; Vergani, p. 76)
  • Il pensiero di avere trent'anni mi sfianca. Ho dietro a me tutta una vita morta. Davanti a me un'esistenza opaca nella quale non prevedo niente. Mi sento vecchio, e triste come un vecchio. (29 maggio 1894; Vergani, p. 76)
  • La mia letteratura è un continuo tentativo di rettificare quel che provo nella vita, come qualcuno che consulta febbrilmente un libro per sapere cosa bisogna fare per rianimare l'annegato sdraiato sulla riva. (30 maggio 1894; Vergani, p. 77)
  • Tutti gli animali parlano, meno il pappagallo che «sa parlare». (14 giugno 1894; Vergani, p. 77)
  • Nel momento in cui il condannato ha la testa infilata nella ghigliottina, ci dovrebbe essere un silenzio prima che la lama cada. Una guardia repubblicana dovrebbe uscire dai ranghi e consegnare al carnefice una busta. Il carnefice dovrebbe dire al condannato: «È la tua grazia!» e nel medesimo momento dovrebbe far cadere la lama. Il condannato morirebbe così pienamente felice. (22 giugno 1894; Vergani, p. 77)
  • Piccole nuvole bianche salgono laggiù come se si tosasse la lana sulla schiena delle colline. (1 luglio 1894; Vergani, p. 77)
  • Per aver successo bisogna aggiungere acqua al proprio vino, finché non c'è più vino. (3 luglio 1894)
  • La mano che scrive deve cercare di ignorare sempre l'occhio che legge. (7 luglio 1894; Vergani, p. 78)
  • Ho il cervello come una noce fresca e aspetto una martellata che deve aprirlo. (23 luglio 1894; Vergani, p. 79)
  • Davanti alla stupidità dei pittori si ha voglia di imparare a disegnare prima di morire. (23 luglio 1894; Vergani, p. 79)
  • Io sono un orologio il cui pendolo oscilla senza stancarsi dall'orgoglio all'umiltà: ma, solido sulle mie gambe mantengo l'equilibrio e resto in piedi. (3 novembre 1894; Vergani, pp. 81-82)
  • Non si può guarire del mal dello scrivere se non ammalandosi veramente, mortalmente, e morendo. (13 febbraio 1895; Vergani, p. 89)
  • E Dante, che sviene ogni momento! (10 marzo 1895; Vergani, p. 92)
  • Scrivere è un modo di parlare senza essere interrotti. (13 aprile 1895; Vergani, p. 95)
  • I galli hanno una cresta da apoplettici. (12 maggio 1895; Vergani, p. 95)
  • Ritorno a Parigi. Parigi ha un odore di carrozze da piazza. (19 luglio 1895; Vergani, p. 95)
  • Tutta la nostra critica è l'arte di rimproverare agli altri di non avere le qualità che noi crediamo di avere. (29 luglio 1895; Vergani, p. 95)
  • Allegro come quando piove e si sa che un amico è fuori e se la prende tutta. (10 agosto 1895; Vergani, p. 95)
  • Quando si legge la storia di una vita esemplare, come quella di Balzac, si arriva sempre al racconto della morte. E allora, a che giova essere esemplari? (27 agosto 1895; Vergani, p. 96)
  • I seni delle donne hanno la forma di grossi soffietti per la polvere insetticida. (19 settembre 1895; Vergani, p. 96)
  • L'uomo davvero libero è colui che sa rifiutare un invito a cena senza fornire pretesti.[5] (25 novembre 1895)
  • Firmerò anch'io la domanda di grazia per Oscar Wilde, a condizione che egli dia la sua parola d'onore di non scrivere più. (6 dicembre 1895; Vergani, p. 98)
  • La mimosa è, tra i fiori, quello che è il canarino tra gli uccelli. (20 febbraio 1896; Vergani, p. 108)
  • Se avessi talento, verrei imitato. Se mi si imitasse, diventerei di moda. Se diventassi di moda, passerei rapidamente di moda. È meglio dunque che io non abbia alcun talento. (21 aprile 1896; Vergani, p. 108)
  • Per allontanare il temporale, si possono commettere tutte le vigliaccherie: pregare Dio, o fingere di lavorare, o salvare la mosca che stava per bruciarsi alla fiamma della candela. (6 giugno 1896; Vergani, p. 109)
  • Vorrei essere uno di quegli uomini che avevano poche cose da dire e che le hanno dette in poche parole. (9 luglio 1896; Vergani, p. 109)
  • Se mi annunciaste la morte della mia bambina che amo tanto, e nelle vostre parole ce ne fosse una pittoresca, non potrei sentirla senza esserne affascinato. (9 luglio 1896; Vergani, pp. 109-110)
  • La gloria non è più che un genere coloniale. (18 luglio 1896; Vergani, p. 110)
  • Se fossi stato amico o parente di Verlaine, lo avrei preso senza dubbio a schiaffi. Umile lettore in mezzo alla folla anonima, io non conosco che l'immortale poeta. La mia gioia è di amarlo, il mio dovere è di assolverlo per il male che ha fatto agli altri. (agosto 1896; Vergani, p. 111)
  • La lepre. Il rumore sottilissimo della foglia che cade la mette all'erta. È presa dall'angoscia come noi, quando nella notte sentiamo scricchiolare i nostri mobili. (settembre 1896; Vergani, p. 111)
Jules Renard (F. Vallaton, 1898)
  • Il più grand'uomo è solamente un fanciullo che la vita ha ingannato. (17 ottobre 1896; Vergani, p. 111)
  • I fonografi hanno una voce da nonna. (18 novembre 1896; Vergani, p. 114)
  • Rousseau, lo leggevo sonnecchiando, e io voglio sopprimere in me tutto ciò che di lui mi faceva sonnecchiare. (16 dicembre 1896; Vergani, p. 117)
  • I muri di provincia trasudano rancore. (30 dicembre 1896; Vergani, p. 117)
  • E queste donne vecchie, che io ho conosciuto ragazze! Sono dunque così vecchio anch'io? Come hanno fatto ad appassire così? (13 maggio 1897; Vergani, p. 124)
  • Gli alberi sono forse i soli che conoscono a fondo il mistero dell'acqua. (22 maggio 1897; Vergani, p. 124)
  • L'uccello non si posa sul rosaio perché c'è una rosa: vi si posa perché ha visto dei pidocchi. (9 giugno 1897; Vergani, p. 126)
  • La sua anima metteva pancia. (16 giugno 1897; Vergani, p. 127)
  • La paura della morte fa amare il lavoro che è tutta la vita. (10 luglio 1897; Vergani, p. 131)
  • Se si potesse rileggermi prima di leggermi, mi si amerebbe molto di più. (30 luglio 1897; Vergani, p. 132)
  • Le mie battute faranno fortuna, io no. (30 luglio 1897; Vergani, p. 132)
  • Dio, che comprende e perdona tutto, rifiuterà di aprirmi la porta del cielo se avrò fatto un errore in francese. (6 settembre 1897; Vergani, p. 132)
  • Certi uomini hanno l'aria di essersi sposati solamente per impedire alle loro mogli di sposarsi con altri. (29 settembre 1897; p. 133)
  • Gli ultimi versi di Verlaine. Non è più una scrittura: è un gioco di dadi fatto con le parole. (1 ottobre 1897; Vergani, p. 133)
  • Le attrici sono dispostissime a recitare una parte di donna vecchia ma non una parte di donna matura. (16 novembre 1897; Vergani, p. 133)
  • Un cattivo libro è sempre meglio di una buona commedia. (16 novembre 1897; Vergani, p. 133)
  • Non si muore. La morte è una specie di vita covata. (23 dicembre 1897; Vergani, p. 135)
  • Le rughe non sono che dei sorrisi largamente incisi. (25 dicembre 1897; Vergani, p. 135)
  • Mallarmé è intraducibile anche in francese. (1 marzo 1898; Vergani, p. 144)
  • La mia volontà comincia ad avere un po' di rughe. (24 marzo 1898; Vergani, p. 144)
  • Mi basta giusto un pochettino di gloria, proprio l'indispensabile per non aver l'aria di un imbecille quando attraverso le strade del mio villaggio. (aprile 1898; Vergani, p. 145)
  • So nuotare giusto quanto basta per trattenermi dal salvare gli altri. (20 luglio 1898; Vergani, p. 149)
  • Tra l'umanità del pastore e l'umanità del suo cane non c'è che una differenza piccola come un salto di pulce. (1 ottobre 1898; Vergani, p. 149)
  • Tanto io che il povero maiale non saremo apprezzati che dopo la nostra morte. (1 ottobre 1898; Vergani, p. 149)
  • La mia bontà è un chiaro di luna che non riscalda. (1 ottobre 1898; Vergani, p. 149)
  • L'umorista è un uomo di ottimo malumore. (4 novembre 1898; Vergani, p. 149)
  • Sono uno scrittore cui solamente il desiderio della perfezione impedisce di essere grande. (15 gennaio 1899; Vergani, p. 151)
  • Il gatto è la vita dei mobili. (11 febbraio 1899; Vergani, p. 151)
  • Tutto quello che siamo lo abbiamo messo nel nostro primo libro. Più tardi non facciamo che strappare le gramigne dei nostri difetti e coltivare le nostre prime qualità, quando proprio ci riesce di fare qualcosa. (1 maggio 1899; Vergani, p. 152)
  • In fondo ad ogni patriottismo c'è la guerra: ecco perché io non sono un patriota. (14 giugno 1899; Vergani, p. 153)
  • Il covo della lepre, anche se la lepre è assente, è sempre pieno di paura. (23 settembre 1899; Vergani, p. 155)
  • Un po' di volgarità sottolinea il talento. (26 ottobre 1899; Vergani, p. 155)
  • Se mi ricorderete con una statua, fateci un buco sulla testa perché gli uccelli possano venirci a bere. (10 dicembre 1899; Vergani, p. 156)
  • Ho paura di non amare il mondo solamente perché il mondo non è ai miei piedi. (2 gennaio 1900; Vergani, p. 157)
  • Soltanto l'egoista soffre veramente e soffre sempre. (11 gennaio 1900; Vergani, p. 158)
  • Quando sono accanto a una donna, provo immediatamente quel piacere un po' malinconico che si ha guardando l'acqua scorrere, dall'alto di un ponte. (14 febbraio 1900; Vergani, p. 163)
  • Procedo nella vita come una talpa. Di tanto in tanto, faccio cascare un po' di terra. Una breve schiarita. Poi, rientro nel buio. (10 maggio 1900; Vergani, p. 168)
  • I contadini portano le loro pesanti mani come se portassero dei vecchi utensili. (2 giugno 1900; Vergani, p. 169)
  • Non posso guardare una foglia d'albero senza essere schiacciato dall'universo. (16 giugno 1900; Vergani, p. 169)
  • La nostra bontà non è che la nostra cattiveria che dorme. (2 giugno 1900; Vergani, p. 169)
  • Quelli che hanno parlato meglio della morte sono tutti morti. (9 agosto 1900; Vergani, p. 172)
  • Il merlo bianco esiste, ma è tanto bianco che non lo si vede. Il merlo nero non è che la sua ombra. (11 agosto 1900; Vergani, p. 172)
  • In certi amici non c'è di piacevole che la loro verginità. Quando ci si è sposati con loro, le cose non vanno più bene. (9 ottobre 1900; Vergani, p. 173)
  • I rimorsi vanno avanti e indietro vestiti con un piccolo abito da carabiniere. (9 ottobre 1900; Vergani, p. 173)
  • Le persone che si fanno cremare pensano che, ridotte in cenere, sfuggiranno a Dio. (12 ottobre 1900; Vergani, p. 174)
  • Salvo complicazioni, morirà. (12 ottobre 1900; Vergani, p. 174)
  • L'opera degli altri mi disgusta, e la mia non mi piace. Ecco la mia forza e la mia debolezza. (12 ottobre 1900; Vergani, p. 174)
  • Le foglie si muovono come le labbra di un bambino che non sa bene la sua lezione e che cerca quello che deve dire. (17 dicembre 1900; Vergani, p. 175)
  • La vita porta a tutto, a condizione di uscirne. (8 gennaio 1901; Vergani, p. 177)
  • Quella bambina sembra in gabbia dietro la sua grandiosa arpa ondulata, e continua a grattare con le dita le sbarre della sua gabbia. (28 gennaio 1901; Vergani, p. 178)
  • Le uniche cose sicure della medicina sono le ingannevoli speranze che essa ci dà. (15 febbraio 1901; Vergani, p. 179)
  • Si va a visitare un malato per raccontare tutte le malattie che si sono avute o che hanno avuto gli altri. (18 febbraio 1901; Vergani, p. 180)
  • Oggi mi esercito a ridere per una buona ora, per meritarmi la fama di scrittore gaio che hanno voluto darmi. (18 febbraio 1901; Vergani, p. 180)
  • Non è bene che un capolavoro sia conosciuto in pieno, al primo colpo. Occorre lasciare alle generazioni future il tempo per farlo maturare. Altrimenti cambiano idea. (18 febbraio 1901; Vergani, p. 181)
  • Tristan Bernard deve essere sempre più persuaso che nessuno è degno di legargli le stringhe delle scarpe perché infatti non se le annoda mai. (18 febbraio 1901; Vergani, p. 181)
  • È la più fedele di tutte le mogli: essa infatti non ha ingannato nessuno dei suoi amanti. (23 ottobre 1981; Vergani, p. 184)
  • La bontà è qualche cosa che non si assimila. Il frutto è buono, ma il nocciolo è amaro. (7 novembre 1901; Vergani, p. 187)
  • Una mosca è più sporca d'inverno che d'estate. Sembra che sia rimasta nella nostra camera non per il caldo, ma solamente perché l'ha attratta il nostro odorino di marcio. (25 novembre 1901; Vergani, p. 190)
  • La vecchiaia arriva bruscamente, come la neve. Una mattina, svegliandosi, ci si accorge che tutto è bianco. (9 dicembre 1901; Vergani, p. 190)
  • I poeti si levano il gusto di sedere sull'Olimpo; ma sono troppo piccoli, e i loro piedi non toccano la terra. (11 dicembre 1901; Vergani, p. 191)
  • Il mio pantalone liso sul ginocchio denuncia che ogni sera guardo se c'è qualcuno sotto il letto. (22 dicembre 1901; Vergani, p. 191)
  • Le malattie sono le grandi manovre della morte. (20 gennaio 1902; Vergani, p. 192)
  • So che la letteratura non dà da mangiare all'uomo che vi si dedica. Per fortuna io non ho mai molto appetito. (11 febbraio 1902; Vergani, p. 192)
  • Il canguro, pulce gigante. (30 aprile 1902; Vergani, p. 195)
  • Prima comunione: i bambini sembrano tutti feriti al braccio sinistro. (7 maggio 1902; Vergani, p. 195)
  • Cervello. L'uomo cammina con le sue radici in testa. (23 maggio 1902; Vergani, p. 196)
  • La morte potrebbe essere il sogno se, tratto tratto, si potesse aprire un occhio. (24 maggio 1902; Vergani, p. 196)
  • L'angolo della scollatura dell'abito di una giovane donna pallida, che si apre come per respirare un po' d'aria, ci turba più di tante oscenità. (14 giugno 1902; Vergani, p. 197)
  • Il laico è l'uomo che cerca infaticabilmente Dio e non lo trova mai. (16 giugno 1902; Vergani, p. 198)
  • La fedeltà, durante la vita, è niente: ma che umiliazione morire e comparire innanzi a Dio senza avere mai ingannato la propria moglie! (16 giugno 1902; Vergani, p. 198)
  • Osserva quanta importanza si dà al piccolo medico, e com'è autorevole il suo tono quando nel suo intimo è ben sicuro che sta curando una malattia insignificante. (23 giugno 1902; Vergani, p. 198)
  • Con la mia lanterna, ho trovato un uomo: me stesso. Lo guardo. (23 giugno 1902; Vergani, p. 198)
  • Un anno è finito. Si è tagliata via una fetta al tempo, e il tempo resta intero. (31 dicembre 1902; Vergani, p. 199)
  • I suoi successi fanno dire che ha del talento, e i suoi fiaschi fanno dire che è un pensatore. (25 gennaio 1903; Vergani, p. 200)
  • Quella donna mostra i suoi seni e crede di offrire il proprio cuore. (2 marzo 1903; Vergani, p. 200)
  • Léon Blum è molto intelligente ma non ha nemmeno un grammo di spirito. È una cosa che fa piacere a quelli che, come me, credono di avere dello spirito e non sono molto sicuri di essere intelligenti. (3 marzo 1903; Vergani, p. 201)
  • L'ironia è un elemento della felicità. (6 marzo 1903; Vergani, p. 201)
  • Rostand, il poeta delle folle che si credono intelligenti. (12 luglio 1903; Vergani, p. 207)
  • Quando si è malati il viso comincia subito a decomporsi e comincia a riaffiorare subito la terra di cui siamo fatti. (12 luglio 1903; Vergani, p. 207)
  • Tirando fuori dal pozzo la loro verità gli indiscreti bagnano dappertutto. (1 agosto 1903; Vergani, p. 209)
  • I contadini guardano troppo il cimitero e non abbastanza la morte. (1 agosto 1903; Vergani, p. 209)
  • I contadini combattono la sporcizia solamente con il sudore. (1 agosto 1903; Vergani, p. 209)
  • Ogni anno, un difetto in più. Ecco il nostro solo progresso. (10 ottobre 1903; Vergani, p. 209)
  • Mia madre tossisce sempre, non perché abbia bisogno di tossire, ma per far sapere che c'è. (30 dicembre 1903; Vergani, p. 211)
  • Se pensassimo a tutte le fortune che abbiamo avuto senza meritarle non oseremmo più lamentarci. (30 gennaio 1904; Vergani, p. 216)
  • Anche i funerali hanno qualcosa di buono: servono per far riconciliare le famiglie. (30 gennaio 1904; Vergani, p. 216)
  • I moralisti che decantano il lavoro mi fanno pensare a quei tipi che sono stati ingannati dal richiamo di un baraccone di fiera e, per vendicarsi, cercano di farci entrare gli altri. (11 marzo 1904; Vergani, p. 216)
  • Non sono fatto per la lotta. Sono fatto per uccidere la gente a fucilate nel deretano. (19 aprile 1904; Vergani, p. 217)
  • Per un occhio che guardi un po' in fondo alle cose, la modestia non è che una forma, anche più visibile, della vanità. (23 maggio 1904; Vergani, p. 218)
  • Le contadine sono come i fiori dei campi che, se li fiuti, o non sanno di niente o puzzano. (23 maggio 1904; Vergani, p. 218)
  • Come sindaco devo preoccuparmi della buona manutenzione delle strade di campagna: come poeta preferirei che fossero trascuratissime. (28 maggio 1904; Vergani, p. 218)
  • Lo stile deve purificarsi come l'acqua che diventa chiara, a forza di lavoro, e per così dire, a furia di consumarsi sui ciottoli. (8 giugno 1904; Vergani, p. 218)
  • Piangiamo sulla povertà, ma non inteneriamoci per l'avarizia nemmeno se è l'avarizia di un povero. (16 agosto 1904; Vergani, p. 219)
  • Da quando ho conosciuto i veri contadini, ogni bucolica mi è sembrata una bugia: anche le mie. (19 settembre 1904; Vergani, pp. 219-220)
  • Quella donna aveva tanto amato che, quando ci si avvicinava troppo a lei, si udiva, in fondo alla delicata conchiglia del suo orecchio, un lontano stormire di parole d'amore. (4 dicembre 1904; Vergani, p. 223)
  • In quel viso segnato del vaiolo sembra che ci sia scritto qualcosa con i caratteri Braille, coi caratteri per i ciechi. (5 dicembre 1904; Vergani, p. 223)
  • Sì. Bisognerebbe essere socialista e al tempo stesso guadagnare molti quattrini. (15 dicembre 1904; Vergani, p. 224)
  • So finalmente cosa distingue l'uomo dalle bestie; le difficoltà pecuniarie. (16 dicembre 1904; Vergani, p. 224)
  • Quando penso che forse non sarei socialista se avessi potuto scrivere una commedia in tre atti! (9 gennaio 1905; Vergani, p. 225)
  • Slavi: scrittori che scrivono fra le righe invece che scriverci sopra. (9 gennaio 1905; Vergani, p. 225)
  • Ho l'anima anticlericale e un cuore da monaco. (24 gennaio 1905; Vergani, p. 227)
  • Femminismo. Sì: credo che sia giusto, prima di far fare un figlio a una donna, domandarle se lo vuole. (2 marzo 1905; Vergani, p. 229)
  • Libero pensatore. Pensatore sarebbe sufficiente.[5] (26 giugno 1905)
  • E il vento? Tutte le folate di vento vengono a lamentarsi alla sua porta. (4 ottobre 1905; Vergani, p. 232)
  • Vivo chiuso nella mia pigrizia come dentro una prigione. (9 ottobre 1905; Vergani, p. 232)
  • Non scrivo troppo perché non mi arrischio mai troppo. (8 dicembre 1905; Vergani, p. 232)
  • Ci si fida tanto della posterità. Ma perché gli uomini di domani dovrebbero essere meno stupidi di quelli di oggi? (24 gennaio 1906; Vergani, p. 233)
  • La parola più vera, la parola più esatta, quella più densa di significato è la parola «nulla». (26 gennaio 1906; Vergani, p. 233)
  • Un gatto che dorme venti ore al giorno su ventiquattro, è forse la cosa che è meglio riuscita a Dio.[6] (26 gennaio 1906)
  • Per fare teatro, occorre avere l'entusiasmo della menzogna. (1 febbraio 1906; Vergani, p. 234)
  • L'acqua limacciosa della memoria, dove tutto ciò che cade si nasconde. Se la si muove, qualcosa torna a galla. (10 febbraio 1906; Vergani, p. 234)
  • La donna non dovrebbe vivere che una stagione su quattro. Dovrebbe ricomparire tutti gli anni. (10 febbraio 1906; Vergani, p. 234)
  • Attrici. Bisogna sempre imparare l'arte di scavalcare le mani che vi porgono da baciare. (12 febbraio 1906; Vergani, p. 234)
  • La vecchia attrice con la faccia di pesce cerca sempre di parlarvi in controluce. (13 febbraio 1906; Vergani, p. 234)
  • La saggezza del contadino è solamente ignoranza che non osa esprimersi. (14 febbraio 1906; Vergani, p. 234)
  • Sono un albero secco che aspetta solamente le foglie degli altri. (5 marzo 1906; Vergani, p. 236)
  • Gli abbaini sembrano gli occhi quadrati dei tetti. (5 marzo 1906; Vergani, p. 236)
  • Non so se è possibile correggersi dei propri difetti, ma so che si può esser presi dal disgusto dalle proprie qualità soprattutto quando le si ritrova negli altri. (10 marzo 1906; Vergani, p. 236)
  • Bisogna che la tua pagina sull'autunno ti dia lo stesso piacere che ti darebbe passeggiare sulle foglie morte. (10 marzo 1906; Vergani, p. 236)
  • Immaginate la vita senza la morte. Per la disperazione si tenterebbe tutti i giorni di uccidersi. (13 marzo 1906; Vergani, p. 236)
  • Certi amici diffidano di noi come se credessero che noi si conosca il fondo della loro anima. (13 marzo 1906; Vergani, p. 236)
  • Ho una fronte da idrocefalo, e le mie idee spariscono ogni momento sott'acqua. Poi tornano a galla come gli annegati. (21 marzo 1906; Vergani, p. 236)
  • Qualche volta non ho sangue nelle vene che per farmi del cattivo sangue. (24 marzo 1906; Vergani, p. 237)
  • Non mi piego, ma mi rompo. (19 giugno 1906; Vergani, p. 238)
  • La verità che ho tirata su dal mio pozzo non riesce a liberarsi dalla sua catena. (19 giugno 1906; Vergani, p. 239)
  • Non si parla più di me se non a proposito degli altri. (27 giugno 1906; Vergani, p. 239)
  • Essere felici vuol dire essere invidiati. Ora c'è sempre qualcuno che ci invidia. Si tratta di scoprirlo. (1 luglio 1906; Vergani, p. 239)
  • L'eguaglianza è l'utopia dell'invidia. Sì, ma la sopprimeremo sopprimendo le ragioni del nostro orgoglio. (7 agosto 1906; Vergani, p. 239)
  • I contadini non invidiano il padrone del castello: ma invidiano il vicino che ha fatto fortuna. (9 agosto 1906; Vergani, p. 239)
  • Il lavoro continuo è stupido come il riposo continuo. (16 agosto 1906; Vergani, p. 241)
  • Il nostro sogno urta contro il mistero come la vespa contro un vetro. Meno pietoso dell'uomo, Dio non apre mai la finestra. (16 agosto 1906; Vergani, p. 241)
  • «Romanzare» un contadino è quasi un insulto alla sua miseria. Il contadino non ha storia, o almeno non ha storia da romanzo. (12 settembre 1906; Vergani, p. 241)
  • Ogni momento mi spengo e mi riaccendo. La mia anima è piena di fiammiferi spenti. (18 settembre 1906; Vergani, p. 242)
  • Il sole si alza prima di me, ma io mi corico dopo di lui. Siamo pari e patta. (24 settembre 1906; Vergani, p. 242)
  • Sono di temperamento invidioso, ma non ho avuto mai la pazienza necessaria per essere ambizioso. (9 ottobre 1906; Vergani, p. 242)
  • I miei libri sono così lontani da me che per loro io sono già una specie di posterità. Questo è il mio giudizio preciso: non li rileggerò mai. (29 novembre 1906; Vergani, p. 245)
  • Il pipistrello vola col suo parapioggia. (1 dicembre 1906; Vergani, p. 245)
  • Non si deve amare Shakespeare che molto tardi, quando si ha il disgusto della perfezione. (4 dicembre 1906; Vergani, p. 246)
  • Un direttore di rivista vi farà perdere un'ora buona, per spiegarvi i motivi per i quali non ha tempo di leggere il vostro manoscritto. Ma almeno quell'ora per leggerlo, l'aveva. (10 dicembre 1906; Vergani, p. 247)
  • Elogio funebre. la metà di questi elogi gli sarebbero bastati quando era vivo. (16 dicembre 1906; Vergani, p. 248)
  • Un socialista indipendente fino a non temere di fare del lusso. (19 dicembre 1906; Vergani, p. 248)
  • L'anno ha un'agonia troppo lunga. Si è tristi il 20 dicembre e il 31 non ci si accorge che l'anno muore. (20 dicembre 1906; Vergani, p. 248)
  • Il pinguino con le punte delle ali nel taschino del gilè. (22 dicembre 1906; Vergani, p. 248)
  • Per avere i sogni leggeri addormèntati con gli occhi pieni di luna. (27 dicembre 1906; Vergani, p. 248)
  • Un uomo di carattere non ha un buon carattere. (2 gennaio 1907; Vergani, p. 249)
  • Appena mi capita di lavorare un po', credo subito che tutto mi sia dovuto e la più piccola contrarietà mi pare un'ingiustizia. (4 gennaio 1907; p. 249)
  • L'esperienza è un regalo utile che non serve a nulla. (8 gennaio 1907; Vergani, p. 249)
  • Paese natale, paese mortale. (19 giugno 1907; Vergani, p. 252)
  • Il paese natale è tutto qui: un minuto di emozione ogni tanto, ma non sempre. (10 agosto 1907; Vergani, p. 253)
  • Occorre scrivere come si parla, se si parla bene. (22 agosto 1907; Vergani, p. 253)
  • L'automobile è la noia che diventa vertigine. Vi domandano subito quanti cavalli ha il motore. Diciamo quindicimila e non parliamone più. (29 agosto 1907; Vergani, p. 253)
  • Sully Prudhomme è uno scrittore di una profondità sempre eguale. Ci si fa il bagno dentro senza paura e si tocca sempre il fondo. (10 settembre 1907; Vergani, p. 253)
  • Il rossore si stende sulla guancia di una fanciulla come l'appannatura del fiato su un bicchiere d'acqua fresca. (11 settembre 1907; Vergani, p. 253)
  • La luna è senza sesso. (20 settembre 1907; Vergani, p. 254)
  • Se non ci fosse l'orgoglio, la vita sarebbe una cosa pietosa. (23 ottobre 1907; Vergani, p. 255)
  • Sono un passionale per qualche minuto al giorno, ma nessuna donna ne approfitta. (7 gennaio 1908; Vergani, p. 261)
  • Emicranie. La mattina mi desto con un capoccione enorme. (8 gennaio 1908; Vergani, p. 261)
  • Non si deve credere che la pigrizia sia infeconda. Fa vivere intensamente, come una lepre in ascolto. Si nuota nella pigrizia come nell'acqua, ma ogni tanto si sfiorano le alghe del rimorso. (9 gennaio 1908; Vergani, p. 261)
  • Oh, qualcosa di nuovo! Qualcosa di nuovo, anche se dovesse essere la mia morte. (19 gennaio 1908; Vergani, p. 261)
  • Collettivismo! Ma il talento non può essere che individuale. (4 febbraio 1908; Vergani, p. 262)
  • Quarantaquattro anni è l'età in cui si comincia a non poter più sperare di vivere il doppio. (21 febbraio 1908; Vergani, p. 262)
  • Il braccio che vorrei tendere verso il mio manoscritto è come paralizzato. Non c'è nulla che mi disgusti più degli abbozzi dei miei manoscritti. Mi sembrano uova schiacciate prima di essere state covate. (31 luglio 1908; Vergani, p. 263)
  • Anatole France, in fondo, non è che il primo dei dilettanti. (15 ottobre 1908; Vergani, p. 263)
  • Nello stile, l'immagine è un germe di corruzione. (30 ottobre 1908; Vergani, p. 263)
  • Ci sono momenti in cui tutto va per il verso giusto. Non occorre spaventarsi. Sono momenti che passano. (31 ottobre 1908; Vergani, p. 263)
  • Tutto stanca. anche l'immagine, che è di così grande aiuto, finisce per stancare. Uno stile senza immagini sarebbe uno stile superiore, ma ci si arriva solamente dopo lunghi giri e dopo molti eccessi. (4 maggio 1909; Vergani, p. 269)
  • Si dovrebbe scrivere come si respira. Un respiro armonioso, con le sue lentezze e i suoi ritmi all'improvviso affrettati, un respiro naturale, ecco, il simbolo del bello stile. (4 maggio 1909; Vergani, p. 270)
  • Verso il lettore non si è debitori che di una sola cosa: la chiarezza. Occorre che il lettore accetti l'originalità, l'ironia, la violenza, anche se gli dispiacciono. Non ha diritto di giudicare. Si potrebbe dire che la faccenda non lo riguarda. (4 maggio 1909; Vergani, p. 270)
  • L'artista non conta che sull'imprevisto. (7 maggio 1909; Vergani, p. 270)
  • Villaggio. Certi quartieri sono infetti di odio, di orgoglio, di invidia, di cattiveria. Solamente la morte può risanarli. (8 maggio 1909; Vergani, p. 270)
  • Nella mia vita non vedo che motivi per non scrivere un romanzo. (24 maggio 1909; Vergani, p. 271)
  • Le «belle descrizioni» mi hanno messo addosso il gusto delle descrizioni in tre righe. (24 maggio 1909; Vergani, p. 272)
  • Sono sicuro che un'umanità casta sarebbe infinitamente superiore. (24 maggio 1909; Vergani, p. 272)
  • Salgo su una sedia per frugar nella libreria, e, se vedo un libro stracciato, prendo sempre quello. (16 giugno 1909; Vergani, p. 272)
  • Lutto: la menzogna nera. (22 agosto 1909; Vergani, p. 274)
  • La vita non è né lunga né corta. Ha delle lungaggini. (22 agosto 1909; Vergani, p. 274)
  • Quando si sta per morire, si sa di pesce. (23 novembre 1909; Vergani, p. 276)
  • Una cosa più spiacevole dell'arrivismo è l'esibizione della modestia. (10 dicembre 1909; p. 278)
  • Quando si comincia a guardarla bene in faccia la morte è facile da capire. (10 dicembre 1909; Vergani, p. 278)
  • Sono malato, e vorrei dire cose profonde, un po' storiche, di quelle che gli amici ripeterebbero; ma sono troppo stanco di nervi. (10 dicembre 1909; Vergani, p. 278)
  • Bisogna essere malati per un anno intero per capire quanto è lungo un anno! (10 dicembre 1909; Vergani, p. 278)
  • Il mistero della morte è più che sufficiente. Tutto quello che vi si ricollega non è che un enorme intreccio da teatro. (10 dicembre 1909; Vergani, p. 279)
  • La neve sull'acqua: il silenzio sul silenzio. (26 gennaio 1910; Vergani, p. 280)
  • Inondazione. È sempre più piccola di quanto la immagini la mia piccola immaginazione. (26 gennaio 1910; Vergani, p. 280)
  • Sognatore come un gatto che guarda sul soffitto i raggi luminosi di una lampada. (16 febbraio 1910; Vergani, p. 281)
  • È tremenda la fatica che si fa, quando si sta bene, a interessarsi dei malanni altrui. (26 gennaio 1910; Vergani, p. 281)
  • Umorismo: pudore, gioco dello spirito. È l'igiene morale e quotidiana dell'anima. Mi faccio un'alta idea morale e letteraria dell'umorismo. L'immaginazione fa sbandare. La sensibilità rende insipidi. L'umorismo è, insomma, la ragione. L'uomo regolarizzato. Nessuna definizione mi è stata sufficiente. D'altronde, nell'umorismo c'è tutto. (23 febbraio 1910; Vergani, p. 282)
  • Fra il mio cervello e me resta sempre uno strato dove non riesco a penetrare. (23 febbraio 1910; Vergani, p. 282)
  • Del resto, ho finito. Potrei ricominciare e sarebbe meglio: ma nessuno se ne accorgerebbe. È meglio che sia finita. (27 febbraio 1910; Vergani, p. 283)
  • Non capisco nulla della vita, ma non dico sia impossibile che Dio ci capisca qualcosa. (6 marzo 1910; Vergani, p. 283)
  • Ho la vita apparente, docile e rassegnata di una banderuola che gira sul tetto. (6 marzo 1910; Vergani, p. 283)
  • Chi non ha la malattia dello scrupolo non deve nemmeno sognare di essere onesto. (15 marzo 1910; Vergani, p. 283)

Citazioni sul Diario[modifica]

  • Ho letto qualche pagina di questo diario. Alla fin dei conti è quello che avrò fatto di meglio e di più utile nella mia vita. (Jules Renard, 14 novembre 1900; Vergani, p. 174)
  • Questo diario mi svuota. Non è un'opera. Anche fare all'amore ogni giorno non è amare. (Jules Renard, 1 gennaio 1901; Vergani, p. 177)
  • Questo è un diario di aborti. (Jules Renard, 1 dicembre 1906; Vergani, p. 245)

Pel di carota[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

— Je parie, dit madame Lepic, qu’Honorine a encore oublié de fermer les poules.
C’est vrai. On peut s’en assurer par la fenêtre. Là-bas, tout au fond de la grande cour, le petit toit aux poules découpe, dans la nuit, le carré noir de sa porte ouverte.
— Félix, si tu allais les fermer ? dit madame Lepic à l’aîné de ses trois enfants.
— Je ne suis pas ici pour m’occuper des poules, dit Félix, garçon pâle, indolent et poltron.
— Et toi, Ernestine ?
— Oh ! moi, maman, j’aurais trop peur !
Grand frère Félix et sœur Ernestine lèvent à peine la tête pour répondre. Ils lisent, très intéressés, les coudes sur la table, presque front contre front.
— Dieu, que je suis bête ! dit madame Lepic. Je n’y pensais plus. Poil de Carotte, va fermer les poules !

I traduzione[modifica]

– Scommetto –, dice la signora Lepic, – che Honorine ha dimenticato ancora di chiudere le galline.
È vero. Si può verificare guardando dalla finestra. Nella notte, laggiù, in fondo al cortile, il pollaio evidenzia il riquadro nero della porta aperta.
– Félix, se andassi tu a chiuderle? – dice la signora Lepic al maggiore dei suoi tre figli.
– Non sono qui per badare alle galline –, replica Félix, ragazzo pallido, indolente e poltrone.
– E tu, Ernestine?
– Oh! io, mamma, avrei troppa paura! Félix, il fratello maggiore ed Ernestine, la sorella, alzano a malapena la testa per rispondere. Leggono, con molto interesse, i gomiti sulla tavola, quasi fronte contro fronte.
– Dio, come sono sciocca! – dice la signora Lepic. – Non ci pensavo più. Pel di Carota, vai tu a chiudere le galline!
[Jules Renard, Pel di carota, traduzione di Frediano Sessi, Giunti Editore, Firenze, 2010]

II traduzione[modifica]

-Ci scommetto- dice madame Lepic -che Honorine si è di nuovo dimenticata di chiudere le galline. E' vero. Basta guardare dalla finestra. Laggiù, in fondo al cortile, la porta aperta del pollaio ritaglia un quadrato nero nella notte. -Felix, vai tu a chiuderle?- dice madame Lepic al maggiore dei suoi figli. -Sono mica qui per badare alle galline- dice Felix, ragazzo pallido, indolente e pigro. -E tu Ernestine? -Oh, io, ma', ho troppo paura! Felix e Ernestine alzano appena la testa per rispondere. Sono completamente assorti nella lettura, i gomiti sul tavolo e le fronti che quasi si toccano. -Dio che stupida che sono!- dice madame Lepic. -Nono ci avevo pensato. Peldicarota, va' tu a chiudere le galline!
[Jules Renard, Peldicarota, traduzione di Rossana Campo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2007]

Citazioni[modifica]

Illustrazione di Pel di carota (F. Vallotton, 1902)
  • Appoggiati sui gomiti, seguono con lo sguardo le montagnole delle gallerie scavate dalle talpe, che zigzagano a fior di campo, come a fior di pelle le vene dei vecchi. Talvolta le perdono di vista, talaltra esse sbucano in una spianata, dove la cuscuta devastatrice, spande la sua barba di filamenti rossi. Qui i cunicoli delle talpe formano un piccolo villaggio di capanne costruite come quelle degli indiani. (2010, p. 31)
  • Non tutti possono essere orfani. (2010, p. 126)
  • Il crepuscolo inganna, come tutti sanno. Le cose mostrano i loro profili incerti. Il volo di un moscerino, disturba quanto l'avvicinarsi di un temporale. (2010, p. 132)

Citazioni su Pel di carota[modifica]

  • Ogni momento Poil de carotte mi riappare. Noi viviamo insieme, ma io spero di morire prima di lui.[7] (Jules Renard)
  • Poil de carotte è un libro sbagliato, incompleto, composto male, perché mi è venuto fuori a soffi.[8] (Jules Renard)
  • Posso dire che, per merito di Poil de carotte, avrò raddoppiato la mia vita.[9] (Jules Renard)

Note[modifica]

  1. Citato in Focus, n. 116, p. 171.
  2. Citato in Letture, volume 57, edizioni 588-592, 2002.
  3. Citato in Focus, n. 112, p. 98.
  4. Citato in Selezione dal Reader's Digest, febbraio 1976.
  5. a b c Aa. Vv., Moralisti francesi. Classici e contemporanei, a cura di Adriano Marchetti, Andrea Bedeschi, Davide Monda, BUR, 2012.
  6. Citato in Alessandro Paronuzzi, Prefazione, in Aa. Vv., 101 gatti d'autore, F. Muzzio, Padova, 1997, p. XVII. ISBN 88-7021-844-9
  7. Da Diario 1887-1910, traduzione di Orio Vergani, 9 settembre 1895, p. 96.
  8. Da Diario 1887-1910, traduzione di Orio Vergani, 21 settembre 1894, p. 80.
  9. Da Diario 1887-1910, traduzione di Orio Vergani, 22 febbraio 1894, p. 73.

Bibliografia[modifica]

  • Jules Renard, Diario 1887-1910, traduzione e postfazione di Orio Vergani, a cura di Guido Vergani, SE, Milano, 1989. ISBN 88-7710-141-5
  • Jules Renard, Pel di carota, traduzione di Frediano Sessi, Giunti Editore, Firenze, 2010. ISBN 8809757483
  • Jules Renard, Peldicarota, traduzione di Rossana Campo, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2007. ISBN 9788807821936

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Opere[modifica]