Marcel Proust

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Marcel Proust

Valentin Louis Georges Eugène Marcel Proust (1871 – 1922), scrittore, saggista e critico letterario francese.

Citazioni di Marcel Proust[modifica]

  • Essere indulgenti verso gli altri, severi verso se stessi è un consiglio banale; nell'esistenza è la sola regola da seguire.[1]
  • Forse non ci sono giorni della nostra fanciullezza che abbiamo vissuto più pienamente di quelli che crediamo invece di aver trascorso senza viverli: cioè quelli trascorsi con un buon libro.[2]
  • Quel quid divino che Ruskin sentiva in fondo al sentimento ispiratogli dalle opere d'arte era precisamente quel che tale sentimento aveva di profondo, di originale e che si imponeva al suo gusto senza essere suscettibile di modificazione.[3]
  • Tolstoj l'ha molto imitato. In Dostoevskij c'è, concentrato, ancora contratto e scontroso, molto di ciò che troverà sviluppo in Tolstoj. C'è in Dostoevskij quella tetraggine anticipata dei primitivi che i discepoli rischiareranno.[4]

Alla ricerca del tempo perduto[modifica]

Prima bozza di Alla ricerca del tempo perduto

Dalla parte di Swann[modifica]

Incipit[modifica]

Natalia Ginzburg[modifica]

Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, non appena spenta la candela, mi si chiudevan gli occhi cosí subito che neppure potevo dire a me stesso: "M'addormento". E, una mezz'ora dopo, il pensiero che dovevo ormai cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro, sembrandomi averlo ancora fra le mani, e soffiare sul lume; dormendo avevo seguitato le mie riflessioni su quel che avevo appena letto, ma queste riflessioni avevan preso una forma un po' speciale; mi sembrava d'essere io stesso l'argomento del libro: una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco primo e Carlo quinto.

[Marcel Proust, La strada di Swann, traduzione di Natalia Ginzburg, Einaudi, 1963]

Paolo Pinto[modifica]

Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che nemmeno avevo il tempo di dire a me stesso: «M'addormento». E, una mezz'ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; non avevo smesso, dormendo, di ragionare su ciò che avevo appena letto, ma quelle riflessioni avevano preso una piega un po' particolare; mi sembrava d'essere io stesso l'oggetto di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità fra Francesco I e Carlo V.

[Marcel Proust, Dalla parte di Swann, traduzione di Paolo Pinto e Eurialo De Michelis, Newton Compton, 1990]

Giovanni Raboni[modifica]

A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: "Mi addormento". E, mezz'ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso una piega un po' particolare; mi sembrava d'essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V.

[Marcel Proust, Dalla parte di Swann, traduzione di Giovanni Raboni, Mondadori, 1965]

Bruno Schacherl[modifica]

Per molto tempo io sono andato a letto presto. A volte, appena spento il lume, gli occhi mi si chiudevano istantaneamente. Non avevo neppure il tempo di dirmi: «M'addormento». Una mezz'ora dopo, il pensiero che era tempo di trovar sonno, mi svegliava; sentivo di dover posare il libro che credevo d'avere ancora in mano, e soffiare sul lume. Non avevo cessato, dormendo, di riflettere su ciò che avevo letto, ma le mie riflessioni avevano preso un corso tutto particolare: mi sembrava d'essere io l'argomento del libro, una chiesa, un quartetto, la rivalità tra Francesco I e Carlo V.

[Marcel Proust, Dalla parte di Swann, traduzione di Bruno Schacherl, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1965]

Citazioni[modifica]

  • L'abitudine! ordinatrice abile ma terribilmente lenta, che comincia con il lasciar soffrire il nostro spirito, per settimane, in una sistemazione provvisoria; ma che, nonostante tutto, esso è ben contento di incontrare, giacché senza l'abitudine, e ridotto ai suoi soli mezzi, sarebbe impotente a renderci abitabile una casa. (I, I; 1990, p. 7)
  • Venuta meno l'influenza anestetizzante dell'abitudine, mi mettevo a pensare, a sentire cose infinitamente tristi. (I, I; 1990, p. 9)
  • La mia unica consolazione, quando salivo a coricarmi, era che la mamma sarebbe venuta a darmi un bacio non appena fossi stato a letto. (I, I; 1990, p. 11)
  • E d'altronde, se lei si fosse trovata lì, avrei osato parlarle? Pensavo che mi avrebbe giudicato pazzo; cessavo di credere che potessero essere condivisi da altre persone, che potessero essere veri fuori di me i desideri che formulavo durante quelle passeggiate, e che non si realizzavano. Non mi apparivano più se non come creazioni puramente soggettive, impotenti, illusorie del mio temperamento. Non avevano più alcun legame con la natura, con la realtà, che subito perdeva ogni incanto e significato, e non era più rispetto alla mia vita che una cornice convenzionale, come per l'intreccio di un romanzo il vagone sul cui sedile il viaggiatore lo sta leggendo per ammazzare il tempo. (I, II; 1990, p. 128)
  • La parola, «opera fiorentina» rese un gran servigio a Swann. Come un titolo abilitante, gli permise di far penetrare l'immagine di Odette in un mondo di sogni dove finora non aveva avuto accesso e dove s'imbevve di nobiltà. E mentre la visione meramente corporea che aveva avuto di quella donna indeboliva il suo amore, rinnovandogli continuamente i dubbi sulla qualità del suo viso, del corpo, di tutta la sua bellezza, i dubbi furono distrutti, l'amore reso sicuro quando invece ebbe per base i dati di un'estetica certa; senza contare che il bacio e il possesso, che sembravano naturali e mediocri se erano accordati da una carne sciupata, venendo a coronare l'adorazione per un oggetto da museo gli parvero essere soprannaturali e deliziosi. (II; 1990, p. 181)
  • Fra tutti i modi di produzione dell'amore, fra tutti gli agenti disseminatori del male sacro, certamente uno dei più efficaci è questo gran soffio di agitazione che a volte passa su di noi. Allora l'essere col quale in quel momento ci piace stare, il dado è tratto, sarà lui che ameremo. Non c'è neanche bisogno che finora ci sia piaciuto più di altri, e neppure altrettanto; bisogna solo che il nostro gusto per lui sia diventato esclusivo. E la condizione si è verificata quando — nel momento in cui è mancato — alla ricerca dei piaceri che ci dava il suo fascino si è sostituito improvvisamente in noi un bisogno ansioso, che ha per oggetto quel medesimo essere, un bisogno assurdo, che le le leggi di questo mondo rendono impossibile da soddisfare e difficile da guarire, il bisogno insensato e doloroso di possederlo. (II; 1990, p. 186)
  • [...] la saggezza della gente non innamorata a cui pare che un uomo di spirito dovrebbe essere infelice solo per una persona che lo meriti; pressappoco è come stupirsi che uno si degni di ammalarsi di colera a causa di un essere così piccolo come il bacillo virgola. (II; 1990, p. 273)
  • Siccome le combinazioni diverse che ci uniscono a determinate persone non coincidono col periodo in cui le amiamo, ma sorpassandolo, possono prodursi prima che esso incominci e ripetersi dopo che è finito, così le prime apparizioni che fa nella nostra vita un essere destinato a piacerci più avanti, acquistano retrospettivamente ai nostri occhi il valore di un avvertimento, di un presagio. [...] Gl'interessi della nostra vita sono così molteplici, che non di rado, in una stessa circostanza, le basi di una felicità che ancora non esiste sono piantati accanto all'aggravarsi di un dispiacere di cui stiamo soffrendo. (II; 1990, p. 302)
  • Cercate di conservare sempre un lembo di cielo sopra la vostra vita, fanciullo mio, aggiungeva voltandosi verso di me. Voi avete un'anima bella, d'una qualità rara, una natura d'artista, non lasciatele mancare ciò di cui ha bisogno. (1965)
  • Coloro ai quali la mancanza di energia o d'immaginazione impedisce di trarre da se stessi un principio di rinnovamento domandano all'attimo che sopravviene, al postino che suona, di portar loro qualcosa di nuovo, foss'anche di peggio, un'emozione, un dolore; quando la sensibilità, che il benessere ha fatto tacere come un'arpa indolente, vuol risuonare al tocco di una mano, anche se brutale, e a rischio d'esserne infranta; quando la volontà, che con tanta fatica si è conquistata il diritto d'abbandonarsi senza ostacolo ai suoi desideri, alle sue pene, vorrebbe rimettere le redini nelle mani di eventi imperiosi, non importa se crudeli. (1965)
  • Come quelli che si mettono in viaggio per vedere con i loro occhi una città desiderata e immaginano si possa godere, in una realtà, le delizie della fantasia. (1963)
  • E da molto tempo a mio padre non è più possibile dire alla mamma "vai col piccolo". Quelle ore mi sono ormai inaccessibili. Ma da un po'di tempo ho ricominciato a sentire molto bene, se mi concentro, i singhiozzi che ebbi la forza di trattenere davanti a mio padre e che scoppiarono quando, più tardi, mi ritrovai solo con mamma. In realtà, essi non sono mai cessati; ed è soltanto perché la vita si è fatta più silenziosa intorno a me che li sento di nuovo, come quelle campane di conventi che il clamore delle città copre tanto bene durante il giorno da far pensare che siano state messe a tacere e invece si rimettono a suonare nel silenzio della sera. (1965)
  • Forse l'immobilità delle cose intorno a noi è loro imposta dalla nostra certezza che sono esse e non altre, dall'immobilità del nostro pensiero nei loro confronti. (1963)
  • Io tornavo al mio libro, i domestici s'installavano di nuovo davanti alla porta a guardar cadere la polvere e l'emozione sollevate dal passaggio dei soldati.
  • Il caso ha una grande parte in tutte queste cose, e un secondo caso, quello della nostra morte, spesso non ci permette d'attendere a lungo i favori del primo. Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto sono prigioniere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute di fatto per noi fino al giorno, che per molti non giunge mai, che ci troviamo a passare accanto all'albero, che veniamo in possesso dell'oggetto che le tiene prigioniere. Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l'incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi. Così è per il nostro passato. È inutile cercare di rievocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde fuori del suo campo e del suo raggio d'azione in qualche oggetto materiale che noi non supponiamo. Quest'oggetto, vuole il caso che lo incontriamo prima di morire, o che non lo incontriamo mai.
  • La nostra personalità sociale è una creazione del pensiero altrui.
  • La realtà si forma soltanto nella memoria. (1997)
  • La speranza del conforto dà coraggio nella sofferenza.
  • Ma, quando niente sussiste d'un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l'odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l'immenso edificio del ricordo. (1963)
  • M'immaginavo, come ognuno, che il cervello degli altri fosse un ricettacolo inerte e docile, privo del potere d'una reazione specifica su quanto vi s'introduceva. (1963)
  • Non vi sono che due classi di esseri: i magnanimi e gli altri. (1963)
  • Ogni bacio chiama un altro bacio. Ah! nei primi tempi di un amore i baci nascono con tanta naturalezza! Spuntano così vicini gli uni agli altri; e a contare i baci che si è dati in un'ora si faticherebbe come a contare i fiori di un campo nel mese di maggio. (1965)
  • Quel che noi crediamo il nostro amore, la nostra gelosia, non è la medesima passione continua, indivisibile. Essi sono composti d'un'infinità d'amori successivi, di gelosie diverse ed effimere, che tuttavia per la loro moltitudine ininterrotta dànno l'impressione della continuità, l'illusione dell'unità. (1963)
  • Si stupiva anche delle accese requisitorie, alle quali si abbandonava sovente, contro l'aristocrazia, la vita mondana, lo snobismo, "certamente il peccato al quale pensa san Paolo quando parla del peccato per cui non c'è remissione". (1963)
  • Un uomo che dorme tiene in cerchio intorno a sé il filo delle ore, l'ordine degli anni e dei mondi. (1990, p. 4)
  • La nostra personalità sociale è una creazione del pensiero altrui. (1990, p. 16)
  • Fra tutte le cose che l'amore esige per nascere, quella a cui tiene di più, e che gli fa trascurare tutto il resto, è la nostra convinzione che una persona partecipi a una vita sconosciuta in cui il suo amore ci farà penetrare. (1990, p. 82)
  • Tutte le cose della vita che sono esistite un tempo tendono a ricrearsi. (1990, p. 290)
  • Ognuno ha bisogno di trovare delle ragioni alla propria passione. (1990, p. 237)
  • Non si ama più nessuno quando si è innamorati. (1995, p. 266)
  • Gli occhi neri brillavano e, siccome non sapevo allora, né mai l'ho imparato dopo, ridurre nei suoi elementi oggettivi una forte impressione, siccome non avevo, come si dice, abbastanza "spirito d'osservazione" per separare la nozione del loro colore, per molto tempo, ogni volta che ripensai a lei, il ricordo del loro splendore si presentava a me immediatamente come quello di un azzurro intenso, perché era bionda: di modo che se forse non avesse avuto gli occhi così neri - cosa che colpiva tanto la prima volta che la si vedeva - non avrei amato, come amai, specialmente in lei, i suoi occhi azzurri.

Explicit[modifica]

E con quella grossolanità intermittente che ricompariva in lui appena non era più infelice, e che abbassava nel tempo medesimo il livello della sua moralità, esclamò dentro di sé: «E dire che ho sciupato anni di vita, che volevo morire, che ho avuto il mio più grande amore, per una donna che non mi piaceva, che non era il mio tipo!».

All'ombra delle fanciulle in fiore[modifica]

Incipit[modifica]

Calamandrei[modifica]

Quando si trattò di avere per la prima volta a pranzo il signor di Norpois, siccome mia madre diceva che era proprio un peccato che il professor Cottard fosse in viaggio e che lei avesse smesso del tutto di frequentare Swann, perché l'uno e l'altro senza dubbio avrebbero interessato l'ex ambasciatore, mio padre rispose che un convitato eminente, un illustre scienziato come Cottard non poteva mai sfigurare in un pranzo, ma Swann, con la sua ostentazione, e quel suo modo di strombazzare le conoscenze più insignificanti, era un volgare sbruffone che il marchese di Norpois avrebbe di sicuro giudicato, secondo la sua espressione, "pestifero".

[Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Franco Calamandrei e Nicoletta Neri, Mondadori, Milano, 1951]

Del Serra[modifica]

Tra le camere di cui evocavo più spesso l'immagine nelle mie notti d'insonnia, nessuna era più dissimile dalle camere di Combray, pervase da un'atmosfera granulosa, satura di polline, commestibile e devota, di quella del Grand-Hôtel de la Plage, a Balbec, i cui muri verniciati a smalto contenevano, come le pareti levigate di una piscina, rese azzurre dall'acqua, un'aria pura, celeste e salina. Il tappezziere bavarese incaricato di arredare quell'albergo aveva cambiato la decorazione delle stanze, e fatto correre lungo i muri, su tre lati, in quella in cui mi trovavo ad abitare, delle basse librerie con vetrine di cristallo nelle quali, a seconda del posto che occupavano, e con un effetto che non era stato previsto, si rifletteva ora una parte, ora un'altra del quadro cangiante del mare, svolgendo un fregio di limpide marine interrotto solo dai pieni del mogano. Sicché tutta la stanza aveva l'aria di uno di quei dormitori modello che vengono presentati nelle esposizioni del mobile «modern style», dove sono adorni d'opere d'arte ritenute capaci di rallegrare gli occhi di chi vi si coricherà, e i cui soggetti sono stati scelti in rapporto al luogo in cui verrà a trovarsi l'abitazione.

[Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Maura Del Serra, Newton Compton, 1990]

Citazioni[modifica]

  • [...] di Swann conosceva a fondo quei tratti del carattere che il resto della gente ignora o ridicolizza, e di cui solo un'amante, una sorella, possiedono l'immagine fedele e amata; e ci stanno a cuore a tal punto, anche quelli che più vorremmo correggere, che — proprio perché una donna finisce per prenderne un'abitudine indulgente e amichevolmente canzonatrice, simile all'abitudine che ne abbiamo noi stessi e che ne hanno i nostri genitori — le relazioni di vecchia data hanno qualcosa della dolcezza e della forza degli affetti familiari. I legami che ci uniscono a un essere vengono santificati quando questi si pone dal nostro stesso punto di vista per giudicare uno dei nostri difetti. (I; 1990, p. 382)
  • I nostri desideri interferiscono via via fra di loro, e, nella confusione dell'esistenza, è raro che una felicità giunga a posarsi esattamente sul desiderio che l'aveva invocata. (I; 1990, p. 397)
  • Rincasando mi apparve, mi ricordai d'improvviso l'immagine, fin allora nascosta, a cui mi aveva avvicinato, senza lasciarmela vedere né riconoscere, il fresco, che quasi sapeva di fuliggine, del chiosco coperto di verde. Era l'immagine della stanzetta dello zio Adolphe, a Combray, che esalava infatti lo stesso profumo di umidità. Ma non potei capire e rimandai a più tardi di cercare perché il richiamo d'una immagine così insignificante mi avesse dato una tale felicità. (I; 1990, p. 402)
  • E quindi mi chiedevo se l'originalità sia davvero la prova che i grandi scrittori sono degli dèi, regnanti ciascuno in un regno esclusivamente suo, oppure se non ci sia in tutto ciò un po' di finzione, se le differenze fra le opere non siano il risultato del lavoro, piuttosto che l'espressione di una radicale diversità di sostanza fra le diverse personalità. (I; 1990, p. 443)
  • Allo stesso modo, produce opere geniali non chi vive nell'ambiente più squisito, chi ha la conversazione più brillante, la cultura più vasta, ma chi, cessando bruscamente di vivere per sé, ha avuto il potere di rendere la propria personalità simile a uno specchio, in modo che la sua vita, per quanto possa essere mondanamente e anche, in un certo senso, intellettualmente, mediocre, vi si rifletta: perché il genio consiste nel potere riflettente e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso. (I; 1990, p. 449)
  • È sempre in uno stato d'animo non destinato a durare che si prendono risoluzioni definitive. (I; 1990, p. 467)
  • Infatti, come non è il desiderio di diventare celebri, ma l'abitudine di essere laboriosi a permetterci di produrre un'opera, non l'allegrezza del momento presente, ma le sagge riflessioni del passato ci aiutano a preservare il futuro. (II; 1990, p. 640)
  • E forse anche non c'è atto più libero, perché è ancora sprovvisto di abitudine, di quella specie di mania mentale che, in amore, favorisce il rinascere esclusivo dell'immagine di una data persona. (II; 1990, p. 645)
  • Si può provare simpatia per una persona. Ma per scatenare quella tristezza, quel sentimento d'irreparabile, quelle angosce che preparano l'amore, ci vuole — ed è forse questo, più che una persona, l'oggetto vero e proprio che la passione cerca ansiosamente di attingere — il rischio di una impossibilità. (II; 1990, p. 652)
  • Ma no, mi rispose, quando un animo è portato al sogno, non bisogna tenervelo lontano, razionarglielo. Finché distoglierete il vostro animo dai suoi sogni, non li conoscerà; sarete in balia di mille apparenze perché non ne avrete capito la natura. Se un po' di sogno è pericoloso, quel che ce ne guarisce non è sognare di meno, ma di più, fare tutto il sogno. (II; 1990, p. 660)
  • Abbiamo ricevuto dalla nostra famiglia [...] le idee di cui viviamo così come la malattia di cui morremo.
  • Calma non può esserci nell'amore, perché quel che si ottiene è sempre solo un nuovo punto di partenza per desiderare di più.
  • Di solito viviamo con il nostro essere ridotto al minimo, e la maggior parte delle nostre facoltà restano addormentate, riposando sull'abitudine, che sa quel che c'è da fare e non ha bisogno di loro.
  • È la nostra attenzione a mettere certi oggetti in una stanza, ed è l'abitudine a ritirarli per lasciare il posto a noi.
  • Il volto umano è veramente come quello del Dio di una teogonia orientale, tutto un grappolo di visi giustapposti su piani differenti e che non si vedono insieme.
  • La felicità non può attuarsi mai. Anche se le circostanze vengono superate, la natura trasporta la lotta dall'esterno all'interno e, a poco a poco, muta il nostro cuore abbastanza perché desideri una cosa diversa da ciò che gli vien dato di possedere. E se la vicenda è stata così rapida che il nostro cuore non ha avuto il tempo di mutare, non per questo la natura dispera di vincerci, in una maniera più tardiva, è vero, più sottile, ma altrettanto efficace. Allora, all'ultimo istante il possesso della felicità ci vien tolto, o piuttosto, a questo stesso possesso la natura, per un'astuzia diabolica, dà incarico di distruggere la felicità. Avendo fallito in tutto quanto rientra nel campo dei fatti della vita, la natura crea un'estrema impossibilità, l'impossibilità psicologica della felicità. Il fenomeno della felicità non s'avvera o dà luogo alle reazioni più amare.
  • Le attrattive della donna che passa sono generalmente in rapporto diretto con la rapidità del passaggio.
  • Ognuno chiama «chiare» le idee che sono allo stesso grado di confusione delle sue proprie.
  • Quel che [gli artisti] chiamano «la posterità» è la posterità dell'opera.
  • Un dolore causato da una persona amata può essere amaro, anche quando si inserisce in mezzo a preoccupazioni, occupazioni, gioie che non abbiano per oggetto quell'essere e da cui la nostra attenzione solo di tanto il tanto si distoglie per tornare a lui, ma quando un simile dolore nasce nel momento in cui la felicità di vedere quella persona ci colma per intero, l'improvvisa depressione che allora pervade la nostra anima, fino a quell'istante soleggiata, protetta e calma, determina in noi una furibonda tempesta contro cui non sappiamo se saremo capaci di lottare fino all'ultimo.
  • Un'idea forte comunica un po' della sua forza al contraddittore.
  • L'idea che da tempo ci siamo fatti di una persona ci tappa occhi e orecchie. (1990, p. 4)
  • La generosità non è spesso che l'aspetto interore che prendono i nostri sentimenti egoistici quando non li abbiamo ancora nominati e classificati. (1990, p. 50)
  • L'amore non è una passione disinteressata. (1990, p. 57)
  • Come i caleidoscopi che di tanto in tanto girano, la società dispone successivamente in modo diverso elementi che si erano creduti immutabili. (1990, p. 69)
  • Gli uomini non cambiano dall'oggi al domani, e cercano in ogni nuovo regime la continuazione dell'antico. (1990, p. 71)
  • Nulla altera le qualità materiali della voce quanto il fatto di contenere il pensiero. (1990, p. 94)
  • I tre quarti delle malattie delle persone intelligenti provengono dalla loro intelligenza. (1990, p. 110)
  • C'è nell'amore una sofferenza permanente, che la gioia neutralizza, rende virtuale, rinvia, ma che può in ogni momento diventare quel che sarebbe da molto tempo se non si fosse ottenuto ciò che si sperava: atroce. (1990, p. 118)
  • Siamo tutti costretti, per rendere sopportabile la realtà, a coltivare in noi qualche piccola pazzia. (1990, p. 125)
  • Un unico sentimento è fatto a volte di contrari. (1990, p. 138)
  • Il tempo di cui disponiamo ogni giorno è elastico: le passioni che proviamo lo dilatano, quelle che ispirano lo restringono, e l'abitudine lo riempie. (1990, p. 140)
  • La rassegnazione, modalità dell'abitudine, permette a certe forze di accrescersi indefinitamente. (1990, p. 148)
  • Si diventa morali non appena si è infelici. (1990, p. 153)
  • Poiché [l'abitudine] affievolisce tutto, quel che meglio ci ricorda una persona è proprio ciò che avevamo dimenticato (perché era insignificante, e così gli avevamo lasciato tutta la sua forza). (1990, p. 163)
  • Alla cattiva abitudine di parlare di sé e dei propri difetti bisogna aggiungere l'altra, che fa blocco con essa, di denunciare, negli altri, difetti esattamente analoghi ai nostri. Ora, è sempre di questi difetti che si parla, come se fosse un modo di parlare di sé, indiretto, e che unisce al piacere di assolvere quello di confessare. (1990, p. 238)
  • Il pacifismo moltiplica talvolta le guerre e l'indulgenza la criminalità. (1990, p. 248)
  • I confini troppo ristretti che tracciamo intorno all'amore derivano solo dalla nostra grande ignoranza della vita. (1990, p. 253)
  • I dati della vita non contano per l'artista, non sono per lui che un'occasione di mettere a nudo il suo genio. (1990, p. 316)
  • La saggezza non si riceve, bisogna scoprirla da sé dopo un percorso che nessuno può fare per noi, né può risparmiarci, perché è un modo di vedere le cose. (1990, p. 325)
  • Ci sono pochissime donne che si vestono bene, ma alcune sono meravigliose. (1990, p. 350)
  • Le cose che più cerchiamo di sfuggire sono quelle che non si riesce ad evitare. (1990, p. 371)

Explicit[modifica]

E per mesi di seguito, in quella Balbec che avevo tanto desiderato perché la immaginavo solo battuta dalla tempesta e perduta nelle brume, il bel tempo era stato così splendente e stabile che, quando lei veniva ad aprire la finestra, avevo sempre potuto, senza rimanere deluso, aspettarmi di trovare la stessa striscia di sole piegata all'angolo del muro esterno, e di un colore immutabile che era meno commovente come segno dell'estate di quanto non fosse triste come quello di uno smalto inerte e fittizio. E, mentre Françoise toglieva gli spilli dalle imposte, staccava le stoffe, tirava le tende, il giorno d'estate che scopriva sembrava altrettanto morto e immemoriale di una sontuosa e millenaria mummia che la nostra vecchia domestica avesse liberato con cautela dal viluppo di tutte le sue bende, prima di farla apparire, imbalsamata nella sua veste d'oro.

[Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Maura Del Serra, Newton Compton, 1990]

I Guermantes[modifica]

Incipit[modifica]

Bonfantini[modifica]

Il pigolar mattutino degli uccelli sembrava insulso a Françoise. Ogni parola delle "donne" la faceva sussultare; intrigata da ogni lor passo, era sempre a domandarsene la direzione: avevamo cambiato casa. Non che ci fosse minor movimento di domestici nel "sesto piano" della nostra casa di prima; ma quelli li conosceva, e i loro andirivieni le eran divenuti cosa nota ed amica. Mentre ora persino il silenzio la induceva in una attenzione dolorosa. E poiché il nuovo quartiere sembrava tanto calmo quanto era rumoroso il viale sul quale dava la nostra vecchia casa, bastava il canto (che anche di lontano, quando è fievole, risuona come un motivo d'orchestra) di un uomo che passava, per far venire le lagrime agli occhi di Françoise in esilio.

[Marcel Proust, I Guermantes, traduzione Mario Bonfantini, a cura di Mariolina Bongiovanni Bertini, Einaudi, Torino, 1985]

Enoch[modifica]

Il pigolare mattutino degli uccelli sembrava insipido a Françoise. Ogni parola delle «donne» la faceva trasalire; infastidita da ogni loro passo, se ne chiedeva la direzione; il fatto è che avevamo cambiato casa. Non che i domestici si dessero meno da fare al sesto piano della nostra vecchia dimora; ma quelli li conosceva; i loro andirivieni le erano divenuti familiari. Ora, perfino al silenzio prestava un'attenzione dolorosa.

[Marcel Proust, I Guermantes, traduzione di Maurizio Enoch, Newton Compton, 1990]

Citazioni[modifica]

  • L'impressione che ci causano una persona, un'opera (o un'interpretazione) fortemente caratterizzate, è assai particolare. Noi ci portiamo dentro le idee di «bellezza», «ampiezza di stile», «pathos», che a rigore potremmo aver l'illusione di riconoscere nella banalità d'un talento, d'un viso regolare, ma il nostro spirito attento ha dinanzi a sé l'insistenza d'una forma di cui non possiede un equivalente intellettuale, da cui gli è necessario far liberare l'ignoto. Sente un suono acuto, un'intonazione bizzarramente interrogativa. Si domanda: «È bello? Ciò che provo, è ammirazione? È questa la ricchezza di colore, la nobiltà, la potenza?». E a rispondere è di nuovo una voce acuta, un tono curiosamente interrogativo, è l'impressione dispotica causata da un essere sconosciuto, tutta materiale, e nella quale non uno spazio vuoto è lasciato alla «larghezza dell'interpretazione». E proprio per questo sono le opere veramente belle, se ascoltate sinceramente, quelle che più ci deluderanno, perché, nella collezione delle nostre idee, non ce n'è una che corrisponda a un'impressione individuale. (I; 1990, p. 778)
  • Difatti chiacchierammo quasi tutta la serata insieme davanti ai nostri bicchieri di Sauternes che non vuotavamo, separati, protetti dagli altri dalle magnifiche cortine di una di quelle simpatie tra uomini che, quando non hanno alla loro base l'attrazione fisica, sono le uniche a restare del tutto misteriose. (I; 1990, p. 818)
  • «Sono geloso, furibondo, mi disse Saint-Loup, metà ridendo e metà sul serio, alludendo alle interminabili conversazioni separate che avevo col suo amico. Lo trovate forse più intelligente di me? Lo preferite a me? Allora, come mai non avete occhi che per lui?» (Gli uomini che amano immensamente una donna, che vivono in un ambiente di donnaioli si permettono certe battute che altri, trovandole meno innocenti, non azzarderebbero.) (I; 1990, p. 829)
  • Ciò che rammentiamo della nostra condotta resta ignorato dal nostro vicino più prossimo; ciò che dimentichiamo di aver detto, anzi ciò che non abbiamo detto, provocherà l'ilarità addirittura in un altro pianeta, e l'immagine che gli altri si fanno delle nostre azioni e dei nostri gesti non assomiglia a quella che ce ne facciamo noi stessi, più di quanto non assomigli a un disegno un qualche ricalco mal fatto in cui talvolta a un tratto nero corrisponde uno spazio vuoto, e a una parte bianca un contorno inesplicabile. (I; 1990, p. 947)
  • È il terribile inganno dell'amore, che esso cominci col farci giocare con una donna non del mondo esterno, ma con una bambola che vive nel nostro cervello, la sola d'altronde che abbiamo sempre a nostra disposizione, la sola che possederemo, che l'arbitrio del ricordo, assoluto quasi quanto quello dell'immaginazione, può aver fatto tanto diversa dalla donna reale come dalla Balbec reale era stata per me la Balbec sognata; creazione fittizia cui a poco a poco, per la nostra sofferenza, costringeremo la donna reale ad assomigliare. (II, II; 1990, p. 1021)
  • Citando un verso isolato se ne moltiplica la forza attrattiva.
  • Cessando di essere pazzo, diventò stupido.
  • È più ragionevole sacrificare la propria vita alle donne piuttosto che ai francobolli, alle vecchie tabacchiere, perfino ai quadri e alle sculture. L'esempio delle altre collezioni dovrebbe però ammonirci a cambiare, a non avere una sola donna, ma molte.
  • Essendo la medicina un compendio degli errori successivi e contraddittori dei medici, appellandosi ai migliori di essi si hanno ottime probabilità d'implorare una verità che sarà riconosciuta falsa qualche anno dopo. Dimodoché credere alla medicina sarebbe la suprema follia, se non credervi non ne fosse una ancor più grande, giacché da questo accumulo di errori si sono sprigionate alla lunga alcune verità. (1990)
  • Il mondo […] non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale.
  • L'influenza che si attribuisce all'ambiente vale a maggior ragione per l'ambiente intellettuale. Ciascuno è l'uomo della propria idea; ci sono molto meno idee che uomini, sicché tutti gli uomini della medesima idea sono simili. Poiché un'idea non ha nulla di materiale, gli uomini che solo materialmente circondano l'uomo che abbia un'idea, non la modificano in nulla. [...] E siccome un'idea [...] è qualcosa che non può partecipare agli interessi umani né potrebbe godere dei loro vantaggi, gli uomini di un'idea non sono influenzati dall'interesse. (1990)
  • La sofferenza è una specie di bisogno dell'organismo di prendere coscienza di uno stato nuovo.
  • Lasciamo le belle donne agli uomini senza immaginazione.
  • Lavoriamo continuamente per dare forma alla nostra vita, ma copiando nostro malgrado, come un disegno, i lineamenti della persona che siamo e non di quella che ci piacerebbe essere. (1990)
  • Nella patologia nervosa, un medico che non dica troppe sciocchezze, è un malato guarito per metà. (1990)
  • Si è potuto perfino dire che la lode più alta di Dio è nella negazione dell'ateo che ritiene la Creazione tanto perfetta da poter fare a meno di un creatore. (1990)
  • Tutte le cose più grandi che conosciamo ci sono venute dai nevrotici. Sono loro e solo loro che hanno fondato religioni e hanno creato magnifiche opere d'arte. Mai il mondo sarà conscio di quanto deve loro, e nemmeno di quanto essi abbiano sofferto per poter elargire i loro doni.
  • Una gran parte di quello che i medici sanno è insegnata loro dai malati. (1990)
  • Riattraversammo l'avenue Gabriel, affollata dal passeggio. Feci sedere la nonna su una panchina e andai a cercare una vettura. Lei, nel cui cuore mi ero sempre messo per giudicare anche la persona più trascurabile, mi stava ora davanti chiusa e lontana, era diventata una parte del mondo esterno; e io mi trovavo obbligato a tacerle quello che pensavo del suo stato, la mia inquietudine, più di quel che avrei fatto col primo che passava: non avrei potuto parlargliene con maggior sincerità che con un estraneo. Essa mi aveva restituito i pensieri, i dolori che, dalla mia infanzia, le avevo confidati per sempre. Non era morta ancora, ma io ero già solo. E persino quelle allusioni che essa aveva fatto ai Guermantes, a Molière, alle nostre conversazioni sul «piccolo clan», prendevano un'aria senza base, gratuita, fantastica; perché uscivano da quello stesso essere che, domani forse, non sarebbe più esistito, per il quale queste cose non avrebbero più nessun senso: da quel nulla – incapace di accoglierle – che sarebbe divenuta presto la nonna. (incipit del vol. II; 1985, p. 339)
  • Quando le ore si fasciano di discorsi, non possiamo più misurarle, anzi neppur vederle: svaniscono, e d'un tratto il tempo veloce e così giocato ci ricompare davanti a gran distanza dal punto in cui l'avevamo lasciato. Mentre, se siamo soli, la preoccupazione, riportandoci innanzi quel momento ancora lontano e continuamente aspettato con la frequenza e l'uniformità d'un tic-tac, suddivide, anzi moltiplica le ore per tutti quei minuti che, fra amici, non avremmo contati. (II; 1985, p. 379)

Explicit[modifica]

Il duca non era affatto imbarazzato a parlare dei malesseri suoi e di sua moglie a un moribondo, poiché i primi lo interessavano di più, gli sembravano più importanti. Così, fu soltanto per buona educazione e per salacità che, dopo averci gentilmente accompagnati, gridò al vento e con voce stentorea, dalla porta, a Swann che era già nel cortile:
«E voi, non lasciatevi impressionare da quelle sciocchezze dei medici, diavolo! Sono degli asini. Siete come il Pont-Neuf. Ci seppellirete tutti!».

Citazioni[modifica]

Sodoma e Gomorra[modifica]

Incipit[modifica]

Giolitti[modifica]

È noto come quel giorno (il giorno che c'era la festa dalla principessa di Guermantes) molto prima di recarmi a fare al duca e alla duchessa la visita che ho narrato, io avevo spiato il loro ritorno, e, stando di scolta, avevo fatto una scoperta che riguardava in particolare il signor di Charlus, ma così importante in sé che fino ad oggi, fino al momento di poterne dare lo spazio e l'ampiezza voluti, mi sono astenuto dal raccontarla. Avevo, come già dissi, abbandonato il belvedere meraviglioso, così comodamente situato in cima alla casa, da cui si scorgono i clivi accidentati che portano fino al palazzo di Bréquigny, lietamente adorni all'italiana del roseo campanile della rimessa appartenente al marchese di Frécourtà Avevo giudicato più pratico, quando mi era venuto in mente che il duca e la duchessa sarebbero rincasati tra poco, appostarmi sulla scala.

[Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, traduzione di Elena Giolitti, Mondadori, Milano, 1964]

Marchi[modifica]

Si sa che quel giorno (il giorno in cui aveva avuto luogo la serata dalla principessa di Guermantes) prima di recarmi dal duca e dalla duchessa, a fare la visita che ho appena narrata, avevo spiato il loro ritorno, e avevo fatto, durante il mio appostamento, una scoperta che riguardava in modo particolare il signor di Charlus, così importante che ho rinviato fino ad oggi di riferirla, nell'attesa di poterle assegnare il posto e lo spazio appropriati.

[Marcel Proust, Sodoma e Gomorra, traduzione di Giovanni Marchi, Newton Compton, 1990]

Citazioni[modifica]

  • [...] quelli di cui avevamo cominciato a parlare poco fa, dei solitari. Considerando il loro vizio più eccezionale di quanto non sia, sono andati a vivere da soli dal giorno in cui lo hanno scoperto, dopo averlo avuto a lungo senza conoscerlo, solo più a lungo di altri. Perché nessuno sa all'inizio di essere invertito, o poeta, o snob, o perverso. Il collegiale che imparava a memoria versi d'amore o guardava illustrazioni oscene, se si stringeva a un compagno, immaginava soltanto di essere in comunione con lui nel desiderio della donna. Come non dovrebbe credere di essere uguale a tutti gli altri, quando di ciò che prova riconosce la sostanza in Madame de Lafayette, in Racine, in Baudelaire, in Walter Scott, mentre è ancora così incapace di osservare se stesso per rendersi conto di ciò che aggiunge del suo, e che se il sentimento è lo stesso, cambia però l'oggetto, che ciò che desidera è Rob-Roy e non Diana Vernon? (I; 1990, p. 1221)
  • Non è inutile un po' d'insonnia per apprezzare il sonno, per proiettare un po' di luce in quella notte. Una memoria senza cedimenti non è un eccitatore molto potente per studiare i fenomeni della memoria. (II, I; 1990, p. 1243)
  • [...] come tutte le persone che non sono innamorate, s'immaginava che ci sia dato scegliere la persona che si ama dopo mille deliberazioni e secondo qualità e opportunità diverse. (II, I; 1990, p. 1277)
  • Almeno a Balbec, dove non ero più andato da tanto tempo, avrei avuto il vantaggio, in mancanza del rapporto necessario che non esisteva tra il paese e quella donna, che il sentimento della realtà non vi sarebbe stato soppresso per me dall'abitudine come a Parigi dove, sia nella mia stessa casa, sia in una camera nota, il piacere con una donna non poteva darmi nemmeno un istante l'illusione, in mezzo alle cose di tutti i giorni, di aprirmi l'accesso a una nuova vita. (Perché se l'abitudine è una seconda natura, essa c'impedisce di conoscere la prima di cui non ha né le crudeltà, né gl'incantesimi.) (II, I; 1990, p. 1323)
  • Talvolta, in queste sere d'attesa, l'angoscia è imputabile alla medicina che si è presa. Interpretata erroneamente da chi soffre, si crede di essere in ansia a causa di colei che non viene. L'amore nasce in questi caso, come certe malattie nervose, dalla inesatta spiegazione di un malessere penoso. Spiegazione che è inutile rettificare, almeno in ciò che riguarda l'amore, che è un sentimento sempre erroneo (quale che ne sia la causa). (II, II; 1990, p. 1357)
  • [...] quel ritmo binario adottato dall'amore in tutti quelli che dubitano troppo di se stessi per credere che una donna possa mai amarli, e così pure che essi stessi possano amarla veramente. Si conoscono abbastanza per sapere che di fronte alle donne più diverse essi provavano le stesse speranze, le stesse angosce, inventavano gli stessi romanzi, pronunciavano le stesse parole, essendosi resi conto così che i loro sentimenti, le loro azioni non sono in rapporto stretto e necessario con la donna amata, ma le passano accanto, la circuiscono, la spruzzano come la marea che batte lungo le scogliere, e il sentimento della propria instabilità aumenta ancora in loro il sospetto che quella donna, da cui vorrebbero tanto essere amati, non li ami. Perché il caso avrebbe fatto sì, non essendo la donna che un semplice accidente davanti all'esplosione dei nostri desideri, che fossimo proprio noi lo scopo dei suoi? (II, II; 1990, p. 1380)
  • Avrei dovuto lasciare Balbec, rinchiudermi nella solitudine, restarvi in armonia con le ultime vibrazioni della voce che avevo saputo rendere per un istante innamorata, e a cui avrei richiesto solo di non rivolgersi più a me; per paura di una nuova parola, che avrebbe potuto essere ormai solo diversa, che venisse a ferire con una dissonanza il silenzio sensitivo dove, grazie a una sorta di pedale, avrebbe potuto sopravvivere a lungo in me la tonalità della felicità. (II, II; 1385)
  • E poiché le impressioni che per me davano valore alle cose erano di quelle che gli altri o non provano, o rifiutano come insignificanti senza pensarci, e di conseguenza se avessi potuto comunicarle sarebbero rimaste incomprese o sarebbero state disprezzate, esse mi riuscivano completamente inutilizzabili, e avevano anzi l'inconveniente di farmi passare per stupido [...]. (II, II; 1990, p. 1474)
  • Era naturale, e tuttavia non era indifferente; mi ricordavo che la mia sorte era d'inseguire dei fantasmi, degli esseri la cui realtà era in buona parte nella mia immaginazione; ci sono esseri infatti — ed era stato sin dalla giovinezza il mio caso — per i quali tutto ciò che ha un valore determinato, constatabile da altri, la fortuna, il successo, le posizioni brillanti, non contano; ciò che loro è necessario, sono i fantasmi. Vi sacrificano tutto il resto, mettono tutto in opera, si servono di tutto per ritrovare quel fantasma. Ma questo non tarda a svanire; allora se ne rincorre un altro, anche a rischio di tornare poi al primo. (II, II; 1990, p. 1524)
  • Oltre al fatto che l'abitudine riempe talmente il nostro tempo che non ci resta più nel volgere di qualche mese un momento libero in una città in cui all'arrivo la giornata ci offriva la disponibilità delle sue dodici ore, se se ne fosse per caso resa libera una, non avrei più avuto l'idea d'impiegarla per vedere una chiesa, per la quale una volta ero venuto a Balbec, e nemmeno per confrontare un luogo dipinto da Elstir con l'abbozzo che avevo veduto a casa sua, ma piuttosto per andare a fare una partita a scacchi in più dal signor Féré. (II, III; 1990, p. 1602)
  • C'è qualche cosa che ha un potere di esasperazione non raggiungibile da una persona, ed è il pianoforte. (1997)
  • Certe qualità aiutano a sopportare i difetti del prossimo [...] e un uomo di grande ingegno presterà di solito meno attenzione alla stupidità altrui di quanta ne presterebbe uno sciocco.
  • È spesso solo per mancanza di spirito creativo che non si va abbastanza lontano nella sofferenza. (1997)
  • Ho molto amato la vita, ho molto amato le arti.
  • Ho orrore dei tramonti di sole, è romantico, fa tanto opera. (1997)
  • L'intelligenza può compiere agevolmente qualsiasi azione, purché non sottoposta al reale.
  • La malattia è il medico più ascoltato: alla bontà, alla scienza si fanno solo promesse; alla sofferenza si obbedisce. (1997)
  • La noia è uno dei mali meno gravi che abbiamo da sopportare.
  • Le stranezze delle persone affascinanti esasperano, ma non ci sono proprio persone affascinanti che non siano, del resto, strane. (1997)
  • Le teorie e le scuole, come i microbi e i globuli, si divorano tra di loro, assicurando, per mezzo della reciproca lotta, la continuità della vita. (1997)
  • Non c'è occultamento più pericoloso di quello della colpa nell'animo stesso del colpevole.

Explicit[modifica]

[...] «So il dispiacere che sto per recarti. Primo, perché invece di rimanere qui come tu volevi, parto anch'io contemporaneamente a te. Ma questo non è ancora nulla. Non sto bene qui, preferisco tornare a casa. Ma stammi a sentire, non dispiacerti troppo. Ecco, mi sono sbagliato, ieri ti ho ingannato in buona fede, ho riflettuto tutta la notte. Bisogna assolutamente, e prendiamo la decisione subito, perché ora mi rendo conto che non cambierò più, e perché non potrò vivere altrimenti, bisogna che sposi assolutamente Albertine».

La prigioniera[modifica]

Incipit[modifica]

Serini[modifica]

Sin dal mattino, la testa ancora vòlta verso la parete, e prima ancora d'aver visto, sopra i grandi tendaggi della finestra, di qual colore fosse la striscia luminosa del giorno, sapevo già che tempo faceva. Me lo avevano appreso i primi rumori della strada, secondo che mi giungevano smorzati e deviati dall'umidità o vibranti come frecce nell'area risonante e vuota d'un mattino spazioso, glaciale e puro; sin dal rotolío del primo tram, avevo intuito se se ne stava intirizzito nella pioggia o se era in partenza per l'azzurro.

[Marcel Proust, La prigioniera, traduzione di Paolo Serini, Mondadori, Milano, 1970]

Parisse[modifica]

Al mattino, con la testa ancora girata verso il muro e prima di aver visto, al di sopra delle grandi tende della finestra, di che sfumatura fosse la striscia della luce, sapevo già che tempo facesse. I primi rumori della strada me l'avevano detto, a seconda che mi giungessero smorzati e deviati dall'umidità o vibranti come frecce nell'area risonante e vuota di un mattino spazioso, glaciale e puro; sin dal passaggio del primo tranvai, avevo capito se questo era gelato nella pioggia o in partenza per l'azzurro.

[Marcel Proust, La prigioniera, traduzione di Giovanna Parisse, Newton Compton, 1990]

Citazioni[modifica]

  • Tra tutti coloro che compongono la nostra individualità, i più appariscenti non sono per noi i più essenziali. In me, quando la malattia avrà finito di gettarli uno dopo l'altro per terra, ne resteranno ancora due o tre che avranno la vita più forte degli altri, in particolare un certo filosofo che è felice soltanto quando scopre, fra due opere, fra due sensazioni, una parte comune. Ma l'ultimo di tutti, mi sono a volte chiesto se non dovrà essere il piccolo omino molto simile a un altro che l'ottico di Combray aveva esposto dietro alla sua vetrina per indicare il tempo che faceva e che, togliendosi il cappuccio non appena ci fosse il sole, lo rimetteva se stava per piovere. (1990, pp. 1633 sg.)
  • Gustavo il suo sonno con un amore disinteressato e tranquillizzante, così come restavo per ore ad ascoltare il frangersi delle onde. Forse è necessario che gli esseri siano capaci di farvi tanto soffrire perché nelle ore di remissione vi procurino la stessa calma pacificante della natura. (1990, p. 1678)
  • Quando abbiamo superato una certa età, l'anima del bambino che siamo stati e l'anima dei morti da cui siamo usciti vengono a gettarci a piene mani le loro ricchezze e i loro sortilegi, chiedendo di cooperare ai nuovi sentimenti che proviamo e nei quali, cancellando la loro antica effigie, li rifondiamo in una creazione originale. [...] Dobbiamo ricevere, dopo una certa ora, tutti i nostri parenti arrivati da tanto lontano e radunatisi intorno a noi. (1990, p. 1683)
  • E l'orrore degli amori che solo l'inquietudine ha generato viene dal fatto che giriamo e rigiriamo senza posa nella nostra gabbia discorsi insignificanti; senza contare che raramente gli esseri per i quali li proviamo ci piacciono fisicamente in maniera completa, poiché a sceglierli non è il nostro gusto, ma il caso di un minuto d'angoscia, minuto indefinitamente prolungato dalla nostra debolezza di carattere, che ogni sera rifà esperienza e si abbassa a cercare dei calmanti. (1990, p. 1693)
  • La musica, molto diversa in questo dalla compagnia di Albertine, mi aiutava a scendere in me stesso, a scoprirvi qualcosa di nuovo: la varietà che avevo invano cercata nella vita, nel viaggio, di cui tuttavia la nostalgia mi era data da quel flutto sonoro che faceva morire accanto a me le sue onde soleggiate. (1990, p. 1741)
  • Che c'è di più usuale della menzogna, sia che si tratti di mascherare le debolezze quotidiane con una salute che si vuol far credere forte, di dissimulare un vizio, o di ottenere, senza urtare gli altri, la cosa che si preferisce? È lo strumento di conservazione più necessario e più usato. Tuttavia abbiamo la pretesa di bandirla dalla vita di colei che amiamo, è essa che spiamo, che fiutiamo, che detestiamo dappertutto. (1990, p. 1749)
  • La morte degli altri è come un viaggio fatto da noi stessi e in cui ci ricordiamo, già a cento chilometri da Parigi, di aver dimenticato due dozzine di fazzoletti, di lasciare una chiave alla cuoca, di salutare nostro zio, di chiedere il nome della città dove si trova la fontana antica che desideriamo vedere. Nel mentre che tutte queste dimenticanze che vi assalgono e che diciamo ad alta voce, per pura forma, all'amico che viaggia con noi, hanno per sola replica il rifiuto della sala vuota, il nome della stazione gridato dall'impiegato e che ci allontana ancora di più dalla realizzazioni ormai impossibili, cosicché, rinunciando a pensare alle cose irrimediabilmente omesse, si disfa il pacchetto dei viveri e ci si scambiano i giornali e le riviste. (1990, p. 1772)
  • Ero quasi imbarazzato dai suoi occhi, che avevo paura mi sorprendessero a leggerlo come un libro aperto, dalla sua voce, che mi sembrava ripeterlo in tutti i toni, con infaticabile indecenza. Ma i segreti sono ben custoditi dagli esseri, perché tutti coloro che li avvicinano, sono sordi e ciechi. (1990, p. 1791)
  • Infatti, le azioni possibili di Albertine avvenivano dentro di me. Di tutti gli esseri che conosciamo, noi possediamo un doppio. Ma, situato di solito all'orizzonte della nostra immaginazione, della nostra memoria, esso rimane relativamente al di fuori di noi, e ciò che ha fatto o potuto fare non comporta per noi più elementi dolorosi d'un oggetto, posto a una cera distanza, che ci procuri soltanto le sensazioni indolori della vista. Quel che colpisce tali esseri, lo percepiamo in modo contemplativo, possiamo deplorarlo in termini appropriati che diano agli altri l'idea del nostro buon cuore, ma non lo sentiamo. Dopo la mia ferita di Balbec, invece, era nel mio cuore, a grande profondità, difficile da estrarre, che si trovava il doppio di Albertine. (pp. 1811 sg.)
  • Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe quello di andare verso nuovi paesaggi, ma di avere occhi diversi, di vedere l'universo con gli occhi di un altro, di cento altri, di vedere i cento universi che ciascuno di essi vede, che ciascuno di essi è; e questo possiamo farlo con un Elstir, con un Vinteuil, con i loro pari, con i quali voliamo davvero di stella in stella. (1990, p. 1815)
  • Ma non è possibile che una scultura, una musica che dà un'emozione che sentiamo più elevata, più pura, più vera, non corrisponda a una certa realtà spirituale; altrimenti, la vita non avrebbe alcun senso. Così, nulla somigliava più d'una bella frase di Vinteuil a quel piacere particolare che avevo provato talvolta nella mia vita, per esempio davanti ai campanili di Martinville, a certi alberi d'una strada di Balbec o, più semplicemente, all'inizio di quest'opera, bevendo una certa tazza di tè. (1990, p. 1904)
  • Dopo una certa età, per amor proprio e per sagacia, sono le cose che più si desiderano quelle cui fingiamo di non tenere. (1990)
  • È stato detto che la bellezza è una promessa di felicità. Inversamente, la possibilità del piacere può essere un principio di bellezza.
  • La costanza di un'abitudine è di solito proporzionale alla sua assurdità.
  • La realtà è il più abile dei nemici. Lancia i suoi attacchi contro quel punto del nostro cuore dove non ce li aspettavamo e dove non avevamo preparato difese.
  • In amore è più facile rinunciare a un sentimento che perdere un'abitudine.
  • Si ama solamente ciò in cui si persegue qualcosa d'inaccessibile, quel che non si possiede.

Explicit[modifica]

Avendo sentito la mia scampanellata, Françoise entrò, piuttosto preoccupata di come avrei preso le sue parole e il suo comportamento. Mi disse: «Ero molto angustiata che il signore suonasse così tardi, oggi. Non sapevo cosa dovevo fare. Stamattina alle otto la signorina Albertine mi ha chiesto i suoi bauli, non osavo rifiutarglieli, avevo paura che il signore mi sgridasse se venivo a svegliarlo. Ho cercato di catechismarla, dirle d'aspettare un'ora, perché pensavo sempre che il signore stesse per chiamare. Non ha voluto, mi ha lasciato questa lettera per il signore, e alle nove se ne è andata». E allora — a tal punto possiamo ignorare quel che è dentro di noi, poiché io ero convinto della mia indifferenza per Albertine — il respiro mi mancò, mi tenni il cuore con le mani, improvvisamente madide d'un sudore che non avevo più conosciuto da quando la mia amica mi aveva fatto, nel trenino, quella rivelazione relativa all'amica della signorina Vinteuil, e non riuscii a dire altro fuor che: «Ah! benissimo, Françoise, grazie, avete fatto bene naturalmente a non svegliarmi, lasciatemi un momento, vi chiamerò fra poco».

Albertine scomparsa[modifica]

Incipit[modifica]

Fortini[modifica]

La signorina Albertine se n'è andata! Come, più della psicologia stessa, la sofferenza la sa lunga in materia di psicologia! Un momento prima, mentre mi stavo analizzando, avevo creduto che una separazione senza essersi riveduti fosse appunto quella che avevo desiderata; e, paragonando la mediocrità dei piaceri che Albertine mi dava con la ricchezza dei desideri che mi impediva di realizzare, mi ero riconosciuto assai acuto, concludendo che non volevo più vederla, che non l'amavo piú. Ma quelle parole: "La signorina Albertine se n'è andata!" avevano provocato un dolore tale nel mio cuore, che non avrei saputo resistere più a lungo.

[Marcel Proust, Albertine scomparsa, traduzione di Franco Fortini, Mondadori, Milano, 1970]

Stajano[modifica]

«La signorina Albertine se ne è andata!». Come, nella psicologia, la sofferenza va oltre la psicologia stessa! Un attimo prima, mentre stavo analizzandomi, avevo creduto che quella separazione, senza essersi rivisti, fosse appunto ciò che desideravo, e, paragonando la mediocrità dei piaceri che Albertine mi dava con la ricchezza dei desideri che mi impediva di realizzare, mi ero ritenuto perspicace, avevo concluso che non volevo più vederla, che non l'amavo più. Ma quelle parole: «La signorina Albertine se n'è andata» avevano provocato nel mio cuore una sofferenza tale che sentivo di non poter resistere più a lungo.

[Marcel Proust, Albertine scomparsa, traduzione di Rita Stajano, Newton Compton, 1990]

Citazioni[modifica]

  • [...] siccome l'avvenire è ciò che esiste soltanto nel nostro pensiero, ci sembra che possa essere ancora modificato dall'intervento in extremis della nostra volontà. (I; 1990, p. 1948)
  • Per raffigurarsi una situazione sconosciuta, l'immaginazione prende in prestito elementi conosciuti e per questo non se la raffigura. Ma la sensibilità, anche la più fisica, riceve, come la traccia del fulmine, la firma originale e a lungo indelebile dell'evento nuovo. (I; 1990, p. 1951)
  • Del resto non mi ingannavo affatto; il rimedio specifico per guarire un evento infelice (i tre quarti degli eventi lo sono) è prendere una decisione; giacché provocando un brusco capovolgimento dei nostri pensieri, essa riesce a interrompere il flusso di quelli che provengono dall'evento passato e che prolungano la vibrazione, a spezzarlo con un flusso contrario di pensieri contrari, provenienti dall'esterno, dall'avvenire. Ma quei pensieri nuovi ci fanno bene soprattutto (e tale era l'effetto di tutti quelli che mi assediavano in quel momento) quando, dal profondo di quell'avvenire, ci portano una speranza. (I; 1990, p. 1966)
  • Per entrare in noi, un essere è obbligato a prendere la forma, a piegarsi alla cornice del tempo. Apparendoci soltanto per momenti successivi, non ha mai potuto darci di sé che un solo aspetto per volta, non ha mai potuto fornirci di sé che una sola fotografia. [...] E poi quel frazionamento non fa solo vivere la persona morta, la moltiplica. Per consolarmi, non una, ma innumerevoli Albertine avrei dovuto dimenticare. Quando ero riuscito a sopportare il dolore di averne persa una, dovevo ricominciare con un'altra, con cento altre. (I; 1990, p. 1991)
  • Uno dei poteri della gelosia, consiste nel rivelarci quanto la realtà dei fatti esterni e i sentimenti dell'anima siano qualcosa di ignoto che si presta a molte supposizioni. Crediamo di sapere esattamente le cose e quel che pensano le persone, per la semplice ragione che non ce ne preoccupiamo. Ma non appena abbiamo il desiderio di sapere, come chi è geloso, allora tutto si trasforma in un vertiginoso caleidoscopio, in cui non distinguiamo più nulla. (I; 1990, p. 2021)
  • A partire da una certa età, i nostri ricordi sono così intrecciati fra di loro che la cosa cui pensiamo, il libro che leggiamo non hanno quasi più importanza. Abbiamo messo dovunque un po' di noi stessi, tutto è fecondo, tutto è pericoloso, e possiamo fare scoperte altrettanto importanti nelle Pensées di Pascal quanto nella pubblicità di una saponetta. (I; 1990, p. 2039)
  • Il nostro io è costituito dalla sovrapposizione delle nostre condizioni successive. Ma questa sovrapposizione non è immutabile come la stratificazione di una montagna. Avvengono continuamente stravolgimenti che fanno affiorare in superficie strati più antichi. (I; 1990, p. 2040)
  • Certo, solo col pensiero si posseggono le cose e non si possiede un quadro perché lo si ha nella stanza da pranzo se non lo si sa comprendere,[5] né un paese perché vi si risieda senza neppure guardarlo. (I; 1990, p. 2045)
  • E tutt'a un tratto mi dissi che la vera Gilberte, la vera Albertine, erano forse quelle che al primo istante si erano concesse nel loro sguardo, l'una davanti alla siepe di rosespine, l'altra sulla spiaggia. Ed ero stato io che, per non averlo saputo capire, per averlo ripreso solo più tardi nella mia memoria, dopo un intervallo durante il quale tutta una distanza di sentimenti aveva fatto temere loro di essere sincere come la prima volta, avevo sciupato tutto con la mia inettitudine. (IV; 1990, p. 2153)
  • Le due massime cause d'errore nei nostri rapporti con un'altra persona sono di aver buon cuore, oppure, quell'altra persona, amarla. (da La fuggitiva)
  • [Su Venezia] Così disposte ai due lati del canale, le abitazioni facevano pensare a luoghi naturali, ma di una natura che avesse creato le proprie opere con un'immagine umana.
  • Non c'è idea che non porti in sé la propria confutazione possibile, una parola la parola contraria. (1990)
  • Non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio, ma gradualmente il nostro desiderio cambia. Non abbiamo saputo superare l'ostacolo, com'eravamo assolutamente decisi a fare, ma la vita ci ha condotti di là da esso, aggirandolo, e se poi ci volgiamo a guardare il lontano passato riusciamo appena a vederlo, tanto impercettibile è diventato. (1990)
  • Si guarisce da una sofferenza solo a condizione di provarla pienamente. (1990)
  • Dell'universo abbiamo solo visioni informi, frammentate, che completiamo con associazioni di idee arbitrarie, creatrici di suggestioni pericolose. (traduzione di Giovanni Raboni, Oscar Mondadori, 2005)

Explicit[modifica]

Quel che allora desideravo così febbrilmente, se solo avessi saputo capirlo e ritrovarlo, lei avrebbe forse potuto farmelo gustare fin dalla adolescenza. Più completamente ancora di quanto avessi mai creduto, a quell'epoca Gilberte era davvero dalla parte di Méséglise.
E anche quel giorno, in cui l'avevo incontrata sotto un portone, benché non fosse la signorina de l'Orgeville, quella che Robert aveva conosciuto nelle case di appuntamenti (e che cosa curiosa che avessi chiesto delucidazioni su di lei proprio al suo futuro marito!) non mi ero ingannato del tutto sul significato del suo sguardo, né sul genere di donna che era e che ora mi confessava di essere stata. «Tutto questo è ormai molto lontano, mi disse. Dal giorno che mi sono fidanzata con Robert non ho più pensato che a lui. E, vedete, quel che mi rimprovero di più non è nemmeno quel capriccio infantile.»

Il tempo ritrovato[modifica]

La firma di Proust

Incipit[modifica]

Caproni[modifica]

L'intero giorno, in quella dimora di Tansonville un po' troppo campagna, che aveva appena l'aria d'un luogo di siesta fra una passeggiata e l'altra o durante l'acquazzone: una di quelle dimore dove ogni salotto ha l'aria d'un chiosco tra la verzura e dove, sulla tappezzeria delle camere, le rose dal giardino in una, gli uccelli dagli alberi nell'altra v'hanno raggiunto e vi fan compagnia – isolati nondimeno, giacché erano vecchie tappezzerie dove ogni rosa se ne stava separata quel tanto che avrebbe permesso, se fosse stata viva, di coglierla, ogni uccello di metterlo in gabbia e addomesticarlo, senza nulla delle abbondanti decorazioni delle camere d'oggi dove, su un fondo argenteo, tutti i meli della Normandia son venuti a profilarsi in stile giapponese per allucinare le ore che si trascorrono in letto, – l'intero giorno lo trascorrevo nella mia camera che dava sulle belle verzure del parco e i lilla dell'ingresso, sulle foglie verdi degli alti alberi in riva all'acqua, scintillanti di sole, e sul bosco di Méséglise.

[Marcel Proust, Il tempo ritrovato, traduzione di Giorgio Caproni, Mondadori, Milano, 1962]

Grasso[modifica]

Tutta la giornata, in quella dimora un po' troppo di campagna e che aveva l'aria di un semplice luogo di siesta tra una passeggiata e l'altra o durante un acquazzone, una di quelle dimore dove ogni sala ha l'aspetto di un pergolato, e dove, sulla tappezzeria delle camere, le rose del giardino nell'una, gli uccelli degli alberi nell'altra, vi hanno raggiunto e vi tengono compagnia — isolati se non altro — poiché si trattava di vecchie tappezzerie dove ogni rosa era abbastanza separata perché la si potesse cogliere se fosse stata viva, ogni ruscello metterlo in gabbia e addomesticarlo senza nulla di quelle grandi decorazioni delle camere di oggi dove, su uno sfondo d'argento, tutti i meli di Normandia sono venuti a profilarsi in stile giapponese per allucinare le ore che passate a letto; tutta la giornata, la trascorrevo nella mia camera che dava sul bel verde dei grandi alberi in riva all'acqua, scintillanti di sole, e sulla foresta di Méséglise.

[Marcel Proust, Il tempo ritrovato, traduzione di Giuseppe Grasso, Newton Compton, 1990]

Citazioni[modifica]

  • Come un geometra che, spogliando le cose delle loro qualità sensibili, vede solo il loro substrato lineare, quello che raccontava la gente mi sfuggiva perché ciò che mi interessava non era quello che voleva dire, ma la maniera in cui lo diceva, in quanto rivelatrice del loro carattere o dei loro lati meschini; o piuttosto era un oggetto che era sempre stato il fine della mia ricerca perché mi dava un piacere specifico, il punto in comune a un essere e a un altro. (1990, p. 2190)
  • Sorvolavo rapidamente su tutto questo, imperiosamente sollecitato, com'ero, a cercare la causa di quella felicità, del carattere di certezza con cui si imponeva, ricerca un tempo rinviata. Ora, quella causa, la presagivo paragonando tra loro quelle diverse impressioni beate e che avevano questo in comune: che avvertivo il rumore del cucchiaio sul piatto, la disuguaglianza del lastricato, il sapore della madeleine nell'attimo presente e al tempo stesso in un istante lontano, al punto di far sconfinare il passato sul presente, di esitare non sapendo in quale dei due mi trovasi; a dire il vero, l'essere che allora assaporava in me quell'impressione, la assaporava in ciò che essa aveva di comune in un giorno remoto e nel presente, in ciò che aveva di extratemporale, un essere che appariva solo quando, per una di quelle identità tra il presente e il passato, poteva trovarsi nell'unico ambiente in cui potesse vivere, gioire dell'essenza delle cose, vale a dire al di fuori del tempo. Ciò spiegava perché le mie inquietudini a proposito della mia morte fossero cessare nel momento in cui avevo riconosciuto inconsapevolmente il sapore della piccola madeleine, poiché, in quel momento, l'essere che ero stato, era un essere extratemporale, e dunque incurante delle vicissitudini dell'avvenire. Viveva della sola essenza delle cose, e non poteva coglierla nel presente dove, non entrando in gioco l'immaginazione, i sensi erano incapaci di fornirgliela; lo stesso avvenire verso cui tende l'azione la abbandona a noi. Quell'essere non era mai venuto a me, non si era mai manifestato se non al di fuori dell'azione, del godimento immediato, ogni volta che il miracolo di un'analogia mi aveva consentito di sfuggire al presente. Lui solo aveva il potere di farmi ritrovare i giorni passati, il tempo perduto, dinanzi al quale gli sforzi della mia memoria e della mia intelligenza si arenavano sempre. (pp. 2319 sg.)
  • Quel che chiamiamo realtà è un certo rapporto tra quelle sensazioni e quei ricordi che ci circondano simultaneamente — rapporto che sopprime una semplice visione cinematografica, la quale perciò si allontana tanto più dal vero quanto più pretende di limitarsi ad esso — rapporto unico che lo scrittore deve ritrovare onde incatenarne per sempre nella sua frase i due termini distinti. (1990, p. 2334)
  • La vera vita, la vita finalmente messa a nudo e chiarita, di conseguenza la sola vita pienamente vissuta, è la letteratura. (1990, p. 2339)
  • Soltanto grazie all'arte, anziché vedere un solo mondo, il nostro, lo vediamo moltiplicarsi, e quanti più sono gli artisti originali, tanti più mondi abbiamo a disposizione, diversi gli uni dagli altri più di quelli che girano nell'infinito, e che, molti secoli dopo che si è estinto il focolare da cui emanavano, si chiamassero Rembrandt o Vermeer, ci inviano ancora il loro caratteristico raggio di luce. (1990, p. 2339)
  • Gli esseri sciocchi, con i loro gesti, i loro discorsi, i loro sentimenti involontariamente espressi, manifestano leggi di cui non si avvedono, ma che l'artista sorprende in loro. A causa di questo genere di osservazioni l'uomo della strada giudica perfido lo scrittore, e lo giudica a torto, giacché, in un lato ridicolo, l'artista vede una bella generalità, non lo imputa a danno della persona osservata più di quanto un chirurgo non la disistimerebbe perché è affetta da un disturbo di circolazione abbastanza frequente; sicché lui, meno di chiunque altro, si burla delle ridicolaggini altrui. (1990, p. 2343)
  • In realtà, ogni lettore, quando legge, è il lettore di se stesso. L'opera dello scrittore è solo una specie di strumento ottico offerto al lettore per consentirgli di discernere ciò che forse, senza quel libro, non avrebbe potuto intravedere in se stesso. Il riconoscere in sé, da parte del lettore, quanto il libro dice, è la prova della verità di quest'ultimo, e viceversa, almeno in una certa misura, la differenza tra i due testi potendo spesso essere imputata, non all'autore, ma al lettore. (1990, p. 2350)
  • A che sarebbe servito che, ancora per anni, perdessi delle serate a far scivolare, sull'eco appena spenta delle loro parole, il suono ugualmente vano delle mie, per lo sterile piacere di un contatto mondano che esclude ogni penetrazione? Non era meglio che, di quei gesti che facevano, di quelle parole che dicevano, della loro vita, della loro natura, io cercassi di descrivere la curva e di trarne la legge? (1990, p. 2408)
  • Tuttavia, se tutti i doveri inutili, a cui ero pronto a sacrificare quello vero, mi uscivano di mente dopo pochi minuti, l'idea della mia costruzione non mi abbandonava un solo istante. (1990, p. 2451)
  • I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto. (1990)
  • Il libro essenziale, il solo libro vero, un grande scrittore non deve, nel senso corrente, inventarlo, poiché esiste già in ciascuno di noi, ma tradurlo. Il dovere e il compito di uno scrittore sono quelli di un traduttore.
  • L'istinto detta il dovere, e l'intelligenza fornisce il pretesto per eluderlo. (1990)
  • Le opere, come nei pozzi artesiani, salgono tanto più alte quanto più a fondo la sofferenza ha scavato il cuore.
  • Se non c'è che la felicità di davvero salutare al corpo, è il dolore a sviluppare le forza dello spirito. (1990)
  • La soddisfazione che genera in un'imbecille il proprio buon diritto e la certezza di poterla spuntare è qualcosa che irrita in particolar modo.
  • I nostri pensieri non sempre s'accordano con le nostre parole.
  • Un'azione diversiva va compiuta solo in un punto che abbia una certa importanza.
  • Non ebbi il coraggio di chiedergli nulla ed egli mi disse solo parole comuni, ben poco diverse da quelle che avrebbe detto prima della guerra, come se la gente, nonostante la guerra continuasse ad essere la stessa di prima. Il tono era il solito, solo il contenuto era mutato, ed anche questo di poco.
  • Ma i giornali si leggono come si ama, con una benda sugli occhi: non si cerca di comprendere i fatti. Si ascoltano le dolci parole del redattore come si ascoltano le parole di un'amante. Si è sconfitti e scontenti perché non ci si considera sconfitti ma vincitori.
  • È singolare quanto poco variino non solo i modi di esprimersi, ma anche i pensieri in una stessa persona.
  • Chi non combatte può dire quello che vuole, è perché non se la sente di farsi ammazzare, è per paura.
  • La vita insegna a ribassare il pregio della lettura, mostrandoci quanto lo scrittore ci vanta non vale poi un granché; oppure altrettanto giustamente che la lettura ci insegna a rialzare il valore della vita, valore che non abbiamo saputo apprezzare e della cui entità ci rendiamo conto solo grazie ad un libro.
  • In questo mondo, dove tutto si consuma, tutto perisce, c'è una cosa che cade in rovina e si distrugge ancor più della Bellezza. Il Dolore.
  • La vita ci delude talmente tanto che finiamo col credere che la letteratura non abbia alcun rapporto con essa e stupiamo nel vedere che le preziose idee rivelateci dai libri mostrano, in una cena, un'assassinio.
  • I cervelli piccini restano schiacciati non dalla bellezza, ma dall'enormità dell'azione.
  • La vittoria appartiene, come dicono i Giapponesi, a chi resiste un quarto d'ora di più.
  • La guerra è una malattia, che quandro sembra scongiurata da una parte, riattacca dall'altra.
  • Le cose esistono solo grazie ad una creazione che di continuo si rinnova.
  • Nulla è più limitato del piacere e del vizio. Si può davvero dire che si gira sempre nello stesso circolo vizioso.
  • In ogni sadico c'è quella sete del male che i tristi non sono in grado di soddisfare.
  • È erroneo credere che la scala delle paure corrisponda a quella dei pericoli che la ispirano.
  • Anche in simili aberrazioni la natura umana rivela sempre, attraverso certe esigenze di verità, il proprio bisogno di credere.
  • Ma un fascino non si travasa.
  • Quella sorte di dolcezza, di distacco dalla realtà che tanto colpisce in coloro che la morte ha già accolti nella sua ombra.
  • I ricordi non si spartiscono.
  • Le verità che l'intelligenza coglie direttamente, hanno qualcosa di meno necessario di quelle che la vita ci ha comunicate.
  • Basta che un rumore, un odore, già udito o respirato un'altra volta, siano di nuovo reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l'essenza permanente e ordinariamente nascosta delle cose venga liberata, e perché il nostro vero "IO", che talvolta sembrava morto, ma che non lo era interamente, si desti, si animi, ricevendo il celeste nutrimento che gli viene offerto.
  • Il modo fortuito, ineluttabile, con cui ero incappato nella sensazione, garantiva di per sé la verità del passato che essa resuscitava, delle immagini cui dava l'avvio, poiché noi sentiamo il suo sforzo per risalire verso la luce, sentiamo in noi la gioia per la realtà ritrovata.
  • Di qualunque idea lasciata in noi dalla vita si tratti, la sua raffigurazione materiale, impronta dell'impressione da essa prodotta, in noi è sempre il pegno della sua verità necessaria. Le idee formate dall'intelligenza posseggono solo la verità logica, la verità possibile, e la loro scelta è arbitraria.
  • Non che le idee che noi formiamo non possono essere giuste, ma non sappiamo se sono vere. Solo L'Impressione, per quanto infima ci possa sembrare la materia, e inafferrabile la traccia, è un criterio di verità.
  • Quel che noi non abbiamo dovuto decifrare, quel che era chiaro anche prima del nostro intervento, non è cosa nostra. Proviene da noi solo ciò che noi medesimi traiamo dall'oscurità ch'è in noi e che gli altri non conoscono.
  • Lo stile per lo scrittore, come il colore per il pittore, non è un problema di tecnica, bensì di visione.
  • Il lavoro compiuto dal nostro orgoglio, dalla nostra passione, dal nostro spirito imitativo, dalla nostra intelligenza astratta, quel lavoro l'arte lo distruggerà, ci ricondurrà indietro, ci farà tornare agli abissi profondi dove quel che è assistito realmente giace ignoto.
  • Il nostro amore non appartiene all'essere che lo ispira, è salutare, in via accessoria, come mezzo.
  • I veri libri non devono essere figli della piena luce della conversazione, ma dell'oscurità e del silenzio.
  • Lo scrittore invidia il pittore, vorrebbe prendere schizzi, appunti, ma se lo fa, è perduto.
  • Un libro è un grande cimitero dove, sulla maggior parte delle tombe non si possono più leggere i nomi ormai cancellati; talvolta al contrario ricordiamo benissimo il nome, ma non sappiamo se dell'essere che lo portava sopravvive qualcosa nelle nostre pagine.
  • Gli anni felici sono perduti, si aspetta la sofferenza per lavorare.
  • Bisognava tentare d'interpretare le sensazioni come i segni di altrettante leggi e idee, cercando pensare, cioè di far uscire dalla penombra ciò che avevo sentito, di convertirlo in un equivalente spirituale. (1990)

Explicit[modifica]

Mi sgomentava il pensiero che i miei trampoli fossero già così alti sotto i miei passi; non mi pareva che avrei avuto la forza di tenere ancora a lungo, unito a me, quel passato che già scendeva così lontano. Pertanto, se quella forza mi fosse stata lasciata abbastanza a lungo da poter compiere la mia opera, non avrei mancato anzitutto di descrivervi gli uomini, quand'anche ciò avesse dovuto farli somigliare a esseri mostruosi, come occupanti un posto tanto considerevole, accanto a quello, così angusto, riservato loro nello spazio, un posto, al contrario, prolungato a dismisura, poiché essi toccano simultaneamente, come giganti immersi negli anni, epoche da loro vissute così distanti l'una dall'altra, tra le quali tanti giorni sono venuti a interporsi — nel Tempo.

Incipit di Del piacere di leggere[modifica]

Forse non ci sono giorni della nostra adolescenza vissuti con altrettanta pienezza di quelli che abbiamo creduto di trascorrere senza averli vissuti, quelli passati in compagnia del libro prediletto. Tutto ciò che li riempiva agli occhi degli altri e che noi evitavamo come un ostacolo volgare a un piacere divino: il gioco che un amico veniva a proporci proprio nel punto più interessante, l'ape fastidiosa o il raggio di sole che ci costringevano ad alzare gli occhi dalla pagina o a cambiare posto, la merenda che ci avevano fatto portar dietro e che lasciavamo sul banco lì accanto senza toccarla, mentre il sole sopra di noi diminuiva di intensità nel cielo blu, la cena per la quale si era dovuti rientrare e durante la quale non abbiamo pensato ad altro che a quando saremmo tornati di sopra a finire il capitolo interrotto.

[Marcel Proust, Del piacere di leggere, traduzione di Maria Cristina Marinelli, Passigli, Firenze]

Citazioni su Marcel Proust[modifica]

  • Benché sposi un punto di vista imparziale, il punto di vista del vero naturalista, M. Proust fa del vizio un ritratto più biasimevole di ogni invettiva. Bolla a fuoco ciò di cui egli parla e rende servizio ai buoni costumi più efficacemente di quanto possano fare i più stringenti trattati di morale. Egli ammette che certi casi di omosessualità siano guaribili. Se qualcosa può guarire un invertito è proprio la lettura di queste pagine dove attingerà il sentimento della sua propria riprovazione infinitamente più importante della riprovazione dell'autore. (André Gide)
  • Conosci Marcel Proust? Scrittore francese, perdente assoluto: mai fatto un lavoro vero, amori non corrisposti, gay; passa vent'anni a scrivere un libro che quasi nessuno legge, ma è forse il più grande scrittore dopo Shakespeare. Comunque, arrivato alla fine della sua vita, si guarda indietro e conclude che tutti gli anni in cui ha sofferto erano gli anni migliori della sua vita, perché lo hanno reso ciò che era. Gli anni in cui è stato felice, tutti sprecati: non gli hanno insegnato niente. (Little Miss Sunshine)
  • Egli è passato in mezzo a noi come una meteora lasciandoci, nello spazio di pochi anni, l'opera più meravigliosa e una fra le più complete della nostra letteratura. (René Boylesve)
  • Il giovane Proust fu felice, o almeno lo disse, lo raccontò e lo immaginò con sé stesso. Era felice perché un raggio di sole splendeva, perché odorava il profumo di un fiore, perché amava un ragazzo o una ragazza, perché voleva bene a sua madre, perché leggeva un bel libro, perché scopriva le grandi leggi dell'esistenza, e sopratutto perché «le cose sono così belle nell'essere quello che sono e l'esistenza è una bellezza così calma diffusa intorno a loro». (Pietro Citati)
  • Il suo modo di scrivere si collega senza dubbio alla nostra migliore tradizione. Qualcuno fa notare che le sue opere non sono di lettura molto facile. Ma io non mi stancherò mai di affermare che dobbiamo accogliere con entusiasmo gli autori difficili del nostro tempo. Se qualcuno li leggerà, non sarà solamente per la loro piacevolezza. Essi ci riportano a Montaigne, a Descartes, a Bossuet e ad altri che vale forse ancora la pena di leggere. (Paul Valéry)
  • L'opera di Proust è ricca di analisi che tentano di descrivere stati d'animo non orientati; il bene vi appare solo in rari momenti per l'effetto o del ricordo o della bellezza in cui l'eternità si lascia presagire attraverso il tempo. (Simone Weil)
  • L'uno e l'altro [Proust e Einstein] hanno il senso, l'intuizione, la comprensione delle grandi leggi naturali... Il mondo proustiano, in cui il tempo ha una importanza tanto grande, è un mondo a quattro dimensioni come il mondo einsteiniano della relatività ristretta. Proust come Einstein, nella sua descrizione del mondo ha tenuto conto di "decimali" finora ignorati. (Camille Vettard)
  • Proust è quello che mi viene, non quello che chiamo; non è un'«autorità»; semplicemente un «ricordo circolare». Ed è questo l'intertesto: l'impossibilità di vivere al di fuori del testo infinito – sia questo testo Proust, o il giornale quotidiano, o lo schermo televisivo: il libro fa il senso, il senso fa la vita. (Roland Barthes)
  • Proust, facendoci conoscere la sua esperienza della vita erotica, ci ha offerto un aspetto intellegibile di un tale avvincente gioco di opposizioni. [...] Sembra che si possa cogliere il male, ma solo nella misura in cui il bene può esserne la chiave. Se l'intensità luminosa del Bene non concedesse la sua tenebra alla notte del Male, il male non avrebbe più la sua attrattiva. È una verità difficile: colui che la intende sente rivoltarsi qualcosa in sé. (Georges Bataille)
  • Sì, Swann prova a dimenticarsi del proprio giudaismo ogni tanto, così come Saint-Luop fa di tutto affinché gli altri si scordino che lui è, anzitutto, un Guermantes. Ma evidentemente l'ebraismo così come la discendenza aristocratica hanno una forza tale da sovrastare il singolo individuo. Swann e Saint-Loup nulla possono contro la schiavitù dei cromosomi. Ecco perché il viso di Swann, alla fine della sua vita, diventa tragico e affilato come quello di Shylock, così come il fondoschiena di Saint-Loup si allarga fino quasi a sovrapporsi a quello non meno illustre di suo zio Charlus. (Alessandro Piperno)

Note[modifica]

  1. Da Lettere ai miei personaggi, 1966, pp. 38-39.
  2. Citato in Selezione dal Reader's Digest, marzo 1985.
  3. Citato in John Ruskin, Le pietre di Venezia, traduzione di A. Tomei, Vallecchi, 1974.
  4. Citato in Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Nadia Cicognini e Paola Cotta, Mondadori, Milano, 1994.
  5. Cfr. «Non si possiede ciò che non si comprende» (Johann Wolfgang von Goethe).

Bibliografia[modifica]

  • Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, edizione integrale a cura di Paolo Pinto e Giuseppe Grasso condotta sul testo critico stabilito da Jean-Yves Tadié, Newton Compton, 1990²:
    • Dalla parte di Swann, traduzione di Paolo Pinto (Un amore di Swann, Eurialo De Michelis)
    • All'ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Maura Del Serra,
    • I Guermantes, traduzione di Maurizio Enoch,
    • Sodoma e Gomorra, traduzione di Giovanni Marchi,
    • La prigioniera, traduzione di Giovanna Parisse,
    • Albertine scomparsa, traduzione di Rita Stajano,
    • Il Tempo ritrovato, traduzione di Giuseppe Grasso.
  • Marcel Proust, (Du côté de chez Swann, 1913)
    • La strada di Swann, traduzione di Natalia Ginzburg, Einaudi, 1963.
    • Dalla parte di Swann, traduzione di Giovanni Raboni, Mondadori, 1965.
    • Dalla parte di Swann, traduzione di Bruno Schacherl, G. C. Sansoni Editore, Firenze, 1965.
    • Dalla parte di Swann, traduzione di Paolo Pinto e Eurialo De Michelis, Newton Compton, 1997².
  • Marcel Proust, (À l'ombre des jeunes filles en fleurs, 1919)
    • All'ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Franco Calamandrei e Nicoletta Neri, Mondadori, Milano, 1951.
  • Marcel Proust, (Le côté de Guermantes, 1920-1921)
    • I Guermantes traduzione di Mario Bonfantini, a cura di Mariolina Bongiovanni Bertini, Einaudi, Torino, 1985.
  • Marcel Proust, (Sodome et Gomorrhe, 1921-1922)
    • Sodoma e Gomorra, traduzione di Elena Giolitti, Mondadori, Milano, 1964.
    • Sodoma e Gomorra, traduzione di Giovanni Marchi, Newton Compton, 1997².
  • Marcel Proust, (La prisonnière, 1923)
    • La prigioniera, traduzione di Paolo Serini, Mondadori, Milano, 1970.
  • Marcel Proust (La fugitive o Albertine disparue, 1925)
    • Albertine scomparsa traduzione di Franco Fortini, Mondadori, Milano, 1970.
  • Marcel Proust, (Le temps retrouvé, 1927)
    • Il tempo ritrovato, traduzione di Giorgio Caproni, Mondadori, Milano, 1962.
  • Marcel Proust, Lettere ai miei personaggi, a cura e con un saggio critico di Domenico Tarizzo, Rizzoli, Milano, 1966.

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