Gesualdo Bufalino

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Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino (1920 – 1996), scrittore e aforista italiano.

Citazioni di Gesualdo Bufalino[modifica]

  • Conviene, a chi nasce, molta oculatezza nella scelta del luogo, dell'anno, dei genitori.[1]
  • Del resto, previdenza e follia in me han fatto sempre tutt'uno, né ho mai rinunziato all'impossibile con la debole scusa che era, appunto, impossibile.[2]
  • [Su Leonardo Sciascia] È come se avessi subito un'amputazione e mi svegliassi senza una gamba, senza un braccio, oggi perdo non solo un amico, ma anche un padre, un fratello, un figlio. In tanti anni di amicizia questa è la prima scortesia che mi fa, morire.[3]
  • I vincitori non sanno quello che perdono.[4]
  • La mafia sarà vinta da un esercito di maestre elementari.[5]
  • La pittura di Battiato, qualora pretendessimo di canalizzarla in un comodo alveo di neoprimitivismo, dimenticando la ricchezza operativa e intellettuale che la sorregge, rischierebbe di apparirci l'hobby d'un artista episodico e dimezzato; mentre, viceversa, osservandola con tutti due gli occhi, della natura e della cultura, ne vedremo i colori sposarsi affettuosamente alle note, alle parole, alle meditazioni dell'autore e in quest'alleanza, per non dire connivenza, spiegarci la cifra inconfondibile di un'anima.[6]
  • Si scrive per guarire sé stessi, per sfogarsi, per lavarsi il cuore. Si scrive per dialogare anche con un lettore sconosciuto. Ritengo che nessuno senza memoria possa scrivere un libro, che l'uomo sia nessuno senza memoria. Io credo di essere un collezionista di ricordi, un seduttore di spettri. La realtà e la finzione sono due facce intercambiabili della vita e della letteratura. Ogni sguardo dello scrittore diventa visione, e viceversa: ogni visione diventa uno sguardo. In sostanza è la vita che si trasforma in sogno e il sogno che si trasforma in vita, così come avviene per la memoria. La realtà è così sfuggente ed effimera... Non esiste l'attimo in sé, ma esiste l'attimo nel momento in cui è già passato. Piuttosto che vagheggiare un futuro vaporoso ed elusivo, preferisco curvarmi sui fantasmi di ieri senza che però mi impediscano di vivere l'oggi nella sua pienezza.[7]
  • Un teatro era il paese, un proscenio di pietre rosa, una festa di mirabilia. E come odorava di gelsomino sul far della sera. Non finirei mai di parlarne, di ritornare a specchiarmi in un così tenero miraggio di lontananze...[8]

Bluff di parole[modifica]

  • Autoritratti: Quel pittore non è poi così brutto come si dipinge.
  • Battaglie: La ragione vince tutte le scaramucce. Vincesse una battaglia ch'è una!
  • Biografia: Nacque, omissis, morì.
  • Controfavola: "Il re è nudo!", gridò il bambino. Non era vero, ma nessuno della folla ebbe cuore di contraddire un bambino cieco.
  • Elezioni: Il sonno è di destra, il sogno è di sinistra... Votare per una lucida insonnia.
  • Simile a un colombo viaggiatore, il poeta porta sotto l'ala un messaggio che ignora.
  • Sirene: Vissero feroci e stupende. Una laringite le vinse.
  • Un aforisma benfatto sta tutto in otto parole.

Cere perse[modifica]

  • Forse in questo momento in un'aula d'asilo si stanno rifiutando di imparare le aste i futuri incendiari di biblioteche. (Leggere, vizio punito)
  • Leggere non servì soltanto da risorsa conoscitiva, utile a esplorare, dal fondo del mio pozzo buio, il più che potessi del lontanissimo cielo: significò soprattutto mangiare, saziare una mia fame degli altri e delle loro vite veridiche o immaginarie: dunque fu, in qualche modo, una pratica cannibalesca. (Leggere, vizio punito)
  • Un libro non è soltanto, o non è sempre, un tempio delle idee o un'officina di musica e luce, è anche un luogo oscuro di sfoghi e di rimozioni, dove si combatte un duello senza pietà, con la sola scelta di guarire o morire. (Ostaggio dello spavento)

L'isola plurale[modifica]

  • Vi è una Sicilia "babba", cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia "sperta", cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell'angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio…
  • Tante Sicilie, perché? Perché la Sicilia ha avuto la sorte ritrovarsi a far da cerniera nei secoli fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto e del sole, tra la ragione e la magia, le temperie del sentimento e le canicole della passione. Soffre, la Sicilia, di un eccesso d'identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l'allegria di sentirsi seduto sull'ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.
  • Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l'oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l'espatrio o ci lusinghi l'intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L'insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.
  • Ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l'isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l'esito naturale d'ogni processo biologico; qui appare come uno scandalo, un'invidia degli dei.
  • Da questa soperchieria del morire prende corpo il pessimismo isolano, e con esso il fasto funebre dei riti e delle parole; da qui nascono i sapori cupi di tossico che lascia in bocca l'amore. Si tratta di un pessimismo della ragione, al quale quasi sempre s'accompagna un pessimismo della volontà. […] Il risultato di tutto questo, quando dall'isola non si riesce o non si voglia fuggire, è un'enfatica solitudine. Si ha un bel dire – io per primo – che la Sicilia si avvia a diventare Italia (se non è più vero, come qualche savio sostiene, il contrario). Per ora l'isola continua ad arricciarsi sul mare come un istrice, coi suoi vini truci, le confetture soavi, i gelsomini d'Arabia, i coltelli, le lupare. Inventandosi i giorni come momenti di perpetuo teatro, farsa, tragedia o Grand-Guignol. Ogni occasione è buona, dal comizio alla partita di calcio, dalla guerra di santi alla briscola in un caffè.
  • Fino a quella variante perversa della liturgia scenica che è la mafia, la quale fra le sue mille maschere, possiede anche questa: di alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra e nello stesso tempo inetta a sopravvivere senza le luci del palcoscenico. […] Non è tutto, vi sono altre Sicilie, non finirò di contarle.

Diceria dell'untore[modifica]

Incipit[modifica]

O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno: una strada color cenere, piatta, che scorre con andamento di fiume fra due muri più alti della statura di un uomo; poi si rompe, strapiomba sul vuoto. Qui sporgendomi da una balconata di tufo, non trapela rumore o barlume, ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo, e con esso l'estasi che solo un irrisorio pedaggio rimanga a separarmi… Da che? Non mi stancavo di domandarmelo, senza però che bastasse l'impazienza a svegliarmi; bensì in uno stato di sdoppiata vitalità, sempre più retratto entro le materne mucose delle lenzuola, e non per questo meno slegato ed elastico, cominciavo a calarmi di grotta in grotta, avendo per appiglio nient'altro che viluppi di malerba e schegge, fino al fondo dell'imbuto, dove, fra macerie di latomia, confusamente crescevano alberi (degli alberi non riuscivo a sognare che i nomi, ho imparato solo più tardi a incorporare nei nomi le forme).

Citazioni[modifica]

  • Bene, il falso o vero nobiluomo Gran Magro era il solo fra i medici della Rocca, all'infuori di quell'altro a cui toccava il turno di guardia, che restasse a dormire ogni notte con noi (della moglie s'era diviso anni prima; una siracusana di spaventosa bellezza, sulla cui foto sputava, dicevano, tutte le mattine, prima di lavarsi), (p. 12)
  • Il peccato: inventato dagli uomini per meritare la pena di vivere, per non essere castigati senza perché.
  • Dio, gigantesco eufemismo.
  • Solo l'infelicità è degli uomini, la disperazione è di Dio.
  • Non mancava molto ormai: già erano scomparse l'incredulità e la vergogna dei primi tempi, quando ogni fibra è persuasa ancora d'essere immortale e si rifiuta di disimpararlo (pp. 17-18)

Il malpensante[modifica]

  • Autunno, stagione sleale.
  • Biblioteche, musei, cineteche... Non amo che camposanti.
  • Bisogna che abbiamo un'idea molto primitiva dell'eternità se facciamo tanto caso del morire a trenta o a cent'anni.
  • Capita a volte di sentirsi per un minuto felici. Non fatevi cogliere dal panico: è questione di un attimo e passa.
  • Certi amori sono soltanto sudori che si somigliano.
  • Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è la fatica.
  • Chi scrive per il suo tempo, disperi di sopravvivergli.
  • Ci vogliono virtù a iosa per fare un vizio.
  • Comunque vada la nostra partita con la vita finirà zero a zero.
  • Come ogni brutto sono sempre stato oggetto di passioni disinteressate.
  • Con le donne accade due volte di non saper cosa dire: all'inizio e alla fine d'un amore.
  • Costa una fatica del diavolo conservare una buona opinione di sé. Chissà come fanno, certuni.
  • Diffidate degli ottimisti, sono la claque di Dio.
  • Dio è migliore di quel che sembra, la Creazione non gli rende giustizia.
  • Dovetti scegliere fra morte e stupidità. Sopravvissi.
  • Due infelicità, sommate, possono fare una felicità.
  • È più facile amare gli altri che sé. Degli altri si conosce il meglio.
  • Eppure un guizzo solo di primavera basta a rendere allegra l'anima vedova, a mutare in piani di esaltata Arlecchina queste ostinate gramaglie.
  • E se Dio avesse inventato la morte per farsi perdonare la vita?
  • È un bluff? Non è un bluff? Fra poco muoio e lo vedo.
  • Exercitum in hiberna deduxit, condusse le truppe nei quartieri d'inverno... Così Cesare termina ciascuno dei commentari gallici. È probabile che aspettasse quei giorni d'ozio e quella luce di neve per dettare le sue gesta a uno scriba. Altrettanto dovrebbe ciascuno di noi, serbando all'azione le rimanenti stagioni.
  • Fra imbecilli che vogliono cambiare tutto e mascalzoni che non vogliono cambiare niente, com'è difficile scegliere!
  • Gira, rigira, da Talete in poi la filosofia pesta l'acqua nel mortaio.
  • Gli assenti hanno una volta torto ma novantanove volte ragione.
  • Grido, è vero, ma a fior di labbro.
  • Hic: lo spazio; Nunc: il tempo. Due tappeti volanti, due scale mobili su cui immobile avanzo. E Zenone non mi aiuta.
  • I pregiudizi han più sugo, talvolta, dei giudizi.
  • I ricordi ci uccidono. Senza memoria, saremmo immortali.
  • I sogni: "lavoro nero", ma non pagato, della ragione.
  • I suicidi sono solo degli impazienti.
  • Il dubbio è una passerella che trema tra l'errore e la verità.
  • Il pacifismo è guercio ma il bellicismo è cieco.
  • Il primo segno d'amore consiste nel trasformare un essere che ci era domestico in un demone sconosciuto.
  • Il sonno è amore di morte, l'insonnia paura di morte.
  • In un mondo d'arrivisti buona regola è non partire.
  • Insomma, sarà che siamo ottusi e il Suo riserbo ci frastorna, ma, insomma, qualche chiarezza in più, da parte di Dio, sarebbe stata augurabile.
  • L'amore, nella maggior parte dei casi, è soltanto un prestito con cauzione.
  • L'immaginazione è "la pazza di casa"[9], m'insegnarono al liceo. La realtà è peggio, risposi: è la scema del villaggio.
  • L'unica cosa asciutta: la sterilità.
  • L'universo: un acrostico dove cerco di leggere Dio.
  • La fama è la gloria venduta a saldo, con gli sconti di fine stagione.
  • La felicità esiste, ne ho sentito parlare.
  • La parola è una chiave, ma il silenzio è un grimaldello.
  • La parola ha preceduto la luce e non viceversa: Fiat lux[10] e la luce fu.
  • La vecchiaia comincia il giorno in cui, invece di scrivere a una donna, le telefoniamo.
  • Le dissi che l'amavo. Incassò la notizia come uno cheque.
  • Meno credo in Dio più ne parlo.
  • Metà di me non sopporta l'altra e cerca alleati.
  • Metri, metronomi, meridiane... L'uomo presume, misurando lo spazio e il tempo, di vincerli, mentre sono essi che misurano lui.
  • "Mi spaventa possedere chi amo, mi spaventa amare chi possiedo." Così disse Adamo e spartì eros e amore. Ma Eva non era contenta.
  • Molte donne si vestono bene, ma tutte si spogliano male.
  • Molte morti sono suicidi truccati.
  • Morire. Non fosse che per fregare l'insonnia.
  • Nascere è umano, perseverare è diabolico.
  • Non conosco voluttà più pungente del leggere, non già un libro da cima a fondo, ma, pescando a caso, qui una pagina lì un rigo, ritti in piedi, dinanzi alle cascate prodigiose d'una biblioteca.
  • Non il sonno ma l'insonnia della ragione genera mostri.[11]
  • Non vedo perché sia legittimo amare insieme Cimarosa, Bach e Stravinskij e sia da fedifraghi amare a un tempo Carolina, Claudia e Maria.
  • Ognuno sogna i sogni che si merita.
  • Per fortuna gli eroi muoiono di morte violenta.
  • Quel colpo di pistola ci ha risparmiato, quanto meno, i dolori del vecchio Werther.[12]
  • Resta dubbio, dopo tanto discorrere, se le donne preferiscano essere prese, comprese o sorprese.
  • Riconosco per mio solo ciò che ho scritto con inchiostro simpatico.

Rimuginare il male senza osare mai compierlo... È così che si formano le vocazioni poetiche.

  • Sarò forse presuntuoso ma il mio specchio mi calunnia.
  • Scrivo poesie che si capiscono, devo sembrare un cavernicolo.
  • Se Dio esiste, chi è? Se non esiste, chi siamo?
  • "Se esistesse si saprebbe in giro," disse il filosofo,[13] parlando di non so chi... [Dio]
  • Se volete saperne di più su di voi, origliate dietro le porte.
  • Senza note a piè di pagina, certe donne non si capiscono.
  • Si può anche dannare la propria vita, se si ha genio. Se si ha solo talento, è da stupidi.
  • Sociologo è colui che va alla partita di calcio per guardare gli spettatori.
  • Tale è la forza dell'abitudine che ci si abitua perfino a vivere.
  • Un grande scrittore è di solito meno intelligente di molti scrittori minori.
  • Un pene innamorato è spesso balbuziente.
  • Un'idea innaffiata dal sangue dei martiri non è detto che sia meno stupida di un'altra.
  • "Una biblioteca", dice Ralph Waldo Emerson, "è un harem".[14] E se fosse una polveriera?
  • Una passione è il totale di due malintesi.
  • Veglia a due, in silenzio, nel buio. Finché uno si decide e mormora all'altro: "Dormi?"

Incipit di alcune opere[modifica]

Argo il cieco[modifica]

Fui giovane e felice un'estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell'estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all'altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re... che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.

La panchina[modifica]

Catania, una giornata d'inverno.
Sulla scena appare il viale cosiddetto «dei grandi», sparso di busti illustri, scheggiati dalle sassate, e di panchine deserte, salvo una a sinistra, su cui siede un vecchio di settant'anni.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Note[modifica]

  1. Da Pensieri a perdere.
  2. Da Le menzogne della notte, Bompiani.
  3. Citato in Attilio Bolzoni, L'addio a Sciascia, la Repubblica, 23 novembre 1989.
  4. Da Calende Greche, Guida, 1990.
  5. Citato in Strage di Capaci, Napolitano ricorda Falcone e Borsellino, Affaritaliani.it, 23 maggio 2009.
  6. Dal sito ufficiale di Franco Battiato.
  7. Da Bufalino: io, collezionista di ricordi, seduttore di spettri, Il Messaggero, 21 febbraio 2002.
  8. Da Argo il cieco ovvero i sogni della memoria.
  9. Definizione della fantasia data da Santa Teresa d'Ávila.
  10. Sia la luce (Genesi, 1, 3).
  11. Il riferimento è a Francisco Goya.
  12. Il riferimento è al romanzo I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe. Werther, alla fine dell'opera, si uccide con un colpo di pistola alla tempia.
  13. Citazione ripresa in Argo il cieco, pronunciata dal filosofo Pietro Iaccarino.
  14. In Società e solitudine, 1870.

Bibliografia[modifica]

  • Gesualdo Bufalino, Bluff di parole, Bompiani.
  • Gesualdo Bufalino, Il malpensante. Lunario dell'anno che fu, Bompiani, Milano, 1987. ISBN 884520118X
  • Gesualdo Bufalino, Argo il cieco ovvero i sogni della memoria, in Opere 1981-1988, Classici Bompiani, 2001. ISBN 8845247678
  • Gesualdo Bufalino, Cere perse, in Opere 1981-1988.
  • Gesualdo Bufalino, Diceria dell'untore, Bompiani, Milano, 1992. ISBN 978-88-452-9152-4
  • Gesualdo Bufalino, Le menzogne della notte, Bompiani, Milano, 1988.

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Opere[modifica]