Lillo Gullo

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Lillo Gullo

Calogero Gullo noto come Lillo Gullo (1952 – vivente), poeta, aforista, giornalista e scrittore italiano.

Citazioni di Lillo Gullo[modifica]

  • [Su Paolo Ruffilli] Affari di cuore: non inganni il titolo dimesso del canzoniere amoroso di Paolo Ruffilli. È fine astuzia: quel titolo è la cenere con cui il poeta-affabulatore ricopre la brace che arde sulle pagine, ossia l’esplorazione impetuosa e impietosa di una scoperta sconvolgente: la smania che hanno gli amanti di divorarsi a vicenda: Può darsi | sia un retaggio | cannibalesco, | questo di mangiarsi | con gli occhi | con le mani | con la bocca e | tutto il resto. La materia è scabrosa. Di più: uno scandalo! E non può essere che così per l’uomo di oggi ormai disavvezzo a concepire la congiunzione di due carni estranee come una dimensione del sacro. Con tutta evidenza, è lo stesso uomo che non sa più chiedersi perché Cristo, nell’offrire ai discepoli il pane spezzato e benedetto, abbia detto "Prendete e mangiate, questo è il mio corpo" e non "Prendete e mangiate, questo è il mio spirito". Da lì, dunque, bisogna ripartire: dalla lezione evangelica. Che non smette di essere vera, e perciò scandalosa, laddove venga applicata al pasto amoroso.[1]
  • Albert, nell'introduzione del suo "trattato"[2], contesta ai sostenitori degli indirizzi analitici (positivismo) ed ermeneutici (esistenzialismo) l'inconciliabilità di razionalità e impegno, per contro critica ai fautori degli indirizzi dialettici (marxismo) l'asserita semplicità e inscindibilità di nessi, che tuttavia riconosce, tra razionalità e impegno. Per superare l'angustia di questi indirizzi, Albert propone il "razionalismo critico" della Filosofia di Karl Popper, suo riconosciuto maestro, che consentirebbe di conciliare razionalità e impegno. La via dovrebbe essere quella di "un impegno critico per un pensiero razionale".[3]
  • Bocca che taci, ascolta: | altra è oggi la tua missione: | dischiudere le labbra | e rispondere al violetto | invito di un bacio primaverile.[4]
  • Come chiocciole catafratte dal guscio | teste occhieggiano da scuri socchiusi | per indovinare recondite passioni | di imbacuccate figure frettolose. || Piove dall'alba sui tetti e sull'uscio | e su questa grasta negletta di latta | dove smorenti petali color arancio zucca | feriscono e illudono come pugnali di luce.[5]
  • Eppure, | da qualche parte | c'è una rosa | appena fiorita.[6]
  • E pure a qualcosa dovrò rinunciare: | a un’arancia da sbucciare | all’avvistamento di un nibbio | o all’imperativo di un’alba chiara. || Oppure: a una luna piena | alla bugia d’una amorosa chimera | all’apertura delle imposte alle otto | o chissà: a un’intera primavera. || E magari: a un sobbalzo del cuore | a un tuo sorriso di seta | al dono di un verso d’oro | o al transito di una cometa. || E ancora: a una stretta di mano | o alla fioritura di una rosa: | non so a cosa ma al momento dell’addio | so già che dovrò rinunciare a qualcosa.[7]
  • Era un uomo mite, Aurelio Galleppini, eppure il destino ha voluto che fosse proprio lui, 50 anni fa, il creatore grafico di Tex Willer, il più manesco degli eroi italiani di carta. Altra singolarità: Galleppini non conosceva l'America, eppure dobbiamo a lui la più torrenziale ricostruzione a fumetti del vecchio West. Vero è che i disegnatori di talento – e Galep lo era in misura superlativa – possiedono una prodigiosa memoria fotografica che consente loro di "riprodurre" tutte le immagini intraviste anche per un solo istante: il fotogramma di un film, un quadro, un paesaggio, ecc. Ma certo sarebbe stata una risorsa di corto respiro e, comunque, del tutto inadeguata per una saga, come quella di Tex, destinata a macinare ininterrottamente centinaia di albi. Nell'Italia postbellica, tutto è da ricostruire: non solo le case ma pure l'immaginario. E se le ruspe animano i cantieri, i fumetti vivacizzano le edicole. [...] In questa fase di interesse quasi maniacale per la documentazione degli ambienti western Galep approda, per caso, in Trentino: un'autentica rivelazione per il disegnatore del West, una terra promessa, l'America – una certa America – a portata di mano e di pennello.[8]
  • [Su Karl Popper] È stato sottolineato come le opere del Popper "critico della società" in Italia abbiano avuto più fortuna di quelle del Popper "critico della scienza" – anche se i due livelli non sono facilmente separabili. Basti pensare a Miseria dello storicismo: pubblicato per la prima volta in Italia presso l'editrice l'Industria e ristampato nel '73 da Mazzotta e recentemente da Feltrinelli. Probabilmente questo interessamento è dovuto al fatto che la critica alla società in Popper è critica allo storicismo e, segnatamente, alla sua variante politicamente più significativa: la teoria marxista della storia, che nel dibattito politico italiano occupa una posizione centrale.[9]
  • [Su Remo Wolf] Il pennello come una sgorbia. La pittura è per Remo Wolf la prosecuzione della xilografia. Elemento unificante per le due pratiche creative è il legno: matrici in pero per l'inchiostro, fogli di compensato per i colori ad olio. Artista per così dire "muscolare", Wolf, anche in pittura, avverte il richiamo del legno. È una materia che, non avendo "la pancia molliccia" come la tela, resiste alla manipolazione dell'uomo: ed è questa, la premessa, il necessario antefatto per una pittura "virile", una pittura si direbbe quasi affine alla scultura: e, a ben guardare, le figure wolfiane si offrono sovente con contorni netti e masse che sembrano sbozzate con lo scalpello. [...] Sfogliamo Il calzolaio di Messina, plaquette tirata in pochi esemplari da Franco Sciardelli nel 1989. Il racconto è firmato da Sciascia (sarà, questa, la sua ultima opera), le xilografie da Wolf. Nell'esemplare custodito dal Maestro leggiamo una dedica autografa: "A Remo Wolf, che ha così quel che ha donato, con animo grato e con cordiali saluti. Leonardo Sciascia." Da aggiungere che Sciascia, raffinato cultore e collezionista di stampe, apprezza Wolf fin dal 1957, quando, nella collana che dirige per Salvatore Sciascia, editore di Caltanissetta, ospita la monografia del Maestro scritta da Giorgio Trentin.[10]
  • Per un’estate colma sui campi | basterà la giusta pioggia | di nuvole tascabili || mentre pozzi da pochi secchi | disseteranno rospi superstiti e la lucertola | che dimora nei quadrati dell’orto.[11]
  • Quando ci chiederanno | di salvare gli oggetti | secondo il suono | che li designa, | sappiate che il mio voto | andrà all’imbuto.[12]
  • Quanto alla scena: sarà un'attesa | ma senza che si sappia di cosa: | potrà essere la fucilata di un bacio | come pure il cappio di una resa.[13]
  • Sul ramo che è un trono barcolla | la foglia vieppiù zavorrata dal giallo | e solo non crolla per un filamento | smorente eppure non domo dal vento. || Accadrà in una notte d'autunno | e più non sarà aquilone in catene | ma rondine di un unico volo | e di un morire per terra.[14]
  • Vampe e lampi: | in cielo saette, | fuochi nei campi. || Scrofe sui marciapiedi. | Estate in leasing. | Sconosciuti con il cappuccio. || Sessi presi a sassate. | Ramarri impassibili. | Caldare con calce che bolle. || Pane raffermo | e coltello che non taglia. | Olio rancido e padella sfondata. || Tutti a rimpiangere: | i mandorli in fiore | e l'amore (se fu vero amore).[15]
  • [Su Paolo Vallorz] Ventiquattro mesi senza toccare pennelli e colori: un time-out necessario a smaltire quattro anni di sbornia astratto-informale. Poi, d'improvviso, un pomeriggio del 1958 – la città è Parigi, la stagione è l'inverno – al pittore, unico inquilino di rue Jean Zay, a Montparnasse torna la voglia di dipingere. A propiziare il miracolo è l'opulenta nudità di una giovane amica esaltata dalla luce che filtra dalle vetrate alte sette metri dello studio appartenuto ad un scultore di successo: Poisson, allievo di Rodin. L'atmosfera si fa sciamanica: il pennello, un tutt'uno con la mano del pittore, insegue con segni veloci e sicuri la danza degli occhi, un vertiginoso ping-pong tra la modella e la tela. Un quarto d'ora ed è tutto finito: Juliette può rivestirsi e allontanarsi dall'atelier. Quanto al pittore, interiormente esausto, rimane ancora un po' davanti al cavalletto a guardare in silenzio il suo Nudo in piedi, una piccola tela dove sono rimasti impigliati per sempre il profumo, lo charme, la gioia di vivere della bella parigina: una piccola tela ma capace di contenere un grande urlo liberatorio: se ancorata alla realtà, la pittura è ancora possibile! Riconsacrato alla tavolozza (per il momento monopolizzata dai neri e dai bianchi), Paolo Vallorz può riprendere il cammino interrotto nel 1956. Manca solo un gesto purificatorio e lo esegue: ricompra le sue poche tele astratte e vi ridipinge sopra: un gesto da leggenda![16]

Il disertore[modifica]

  • Ed eccola, l'estate: | avvampa fichi d'India | il sole e viola stanze | protette da vane persiane. || Abbondano caraffe d'acqua | e nell'odorosa penombra limoni | curiosi come occhi forestieri | offrono il loro giallo guardare. || Frutti con spacchi che mostrano polpa | traboccano da panieri di canne | e sono come vergogne | coperti da foglie di fico. || C'è qualcosa di cortese | oggi nei suoni e nelle pose | incedere è l'andare | ma oscuro è il conversare. || E allora fermo le parole | pronte a salpare per l'immenso: | fatevi capire - le supplico – | aspettate, aspettatemi un momento. (Odorosa penombra, p. 70)
  • Essenziale è che abbia un bel giardino | e che confini con un buon vicino. | S'oda appena il fischio del treno | ma il suono delle campane sia pieno. || Non lontano ci siano: un ruscello | un'altura battuta dal vento | un campo coltivato a grano | un castagno gigante e un convento. || Abbia l'orto un pozzo e un albero almeno | da frutto già adulto: magari, un melograno. | Non manchino la menta e il rosmarino | e se avanza una zolla: una pianta di lino. || Poi: una siepe da cui sgusci una serpe, | fiori ovunque per il vanto di maggio | e in aggiunta: lo stagno e la fontana | e una cisterna per l'acqua piovana. || La soffitta: sia bianca e sia ampia | e dimora di due topi e una gatta | e per quattro mobili rotti, | ma sia lieve il rumore del legno che muore. (da La casa ideale, p. 77)
  • Le labbra, ad esempio, sono una rima. | E sono rime anche le canne al vento, | due cotogne poggiate sulla credenza, | il miracolo dei pani e dei pesci. || Sono rime: i camini e le mani, | il topless esibito sulla sabbia, | i frutti che ruscellano dal pesco, | i balconi che sia affacciano sul Corso. || Rimano le viole sul davanzale, | le lettere d'amore che il laccio stringe, | le angurie nella cesta dell'ambulante, | due bassotti che si annusano per strada. || E sono rime: i campanili delle città, | le ossidate croci dei camposanti, | il nero fiocco degli anarchici al caffè, | i baci insaziabili degli amanti. (Rimario, p. 78)
  • È un guerriero la mano | e riposa sui fianchi: | è un bel seno la preda | o una mela che pende? || Spalmata di calce a far muri | o contro un bersaglio scagliata: | se la pietra ha un destino | lo risolve al momento una mano. || Sfoglia la mano un atlante | e non sbuccia patate: | mandante è la mente | e lo stomaco attende. || La mano benedice e predice | scrive lettere d'amore | conta i giorni dell'attesa | saluta chi parte per sempre. || Di troppe carezze esausta | se è mano di amante. | E punta da spine | di rose e di ortiche. (La mano, p. 79)

Pensieri di legno[modifica]

  • Con il legno | l'uomo fa le porte, | Dio gli alberi. (Il legno, p. 15)
  • Risuona nel ramo fiorito | l’urlo primordiale dell’universo: | il big bang di grazia e spavento | che moltiplica gli atomi | e incista vita dove c’era vento. (Rami fioriti, p. 23)
  • Certi pomeriggi | è troppo blu il cielo | per una persona sola. (Troppo blu, p. 31)
  • Lascio la mia terra, | dice chi parte per sempre. | Io lasciai il mio cielo. (Il mio cielo, p. 55)

Sfarzo d'inesistenza[modifica]

  • Estate, molle stagione | di cocomeri e baci | e di pomeriggi felici | che non giungono a tradimento. || Eppure non mancano | afflizioni e mestizie, ma si vive | con una certezza: sempre al pianto | seguirà la dimenticanza del pianto. (da La dimenticanza del pianto, p. 13)
  • L'inerzia: uno sfarzo | d'inesistenza che va oltre | l'ozio e rallegra le ore | – che non sono più tali. || Estromesso dall'oggi | e incurioso del poi: | era aceto e ora vino si mesce. || Esulta il cuore | per lo sgoverno dell'io | e incredulo ribalbetta | il suo canto più vero. || E le mani: lucertole | appagate da un sasso | ma tosto guizzanti | se vaghezza | s'insinua d'un seno. (L'inerzia, p. 17)
  • Estate, stagione pagana | dai piaceri roventi | e con i rovelli che svaporano | sull'arenile di un mare non più lontano. (da Estate pagana, p. 21)
  • Pure oggi che invano il ticchettìo | abbiamo atteso della pioggia | non è mancato il ristoro | di ricordanze di scatarosci. || Dividiamo abusati pennacchi d'ombra | con formiche: eserciti di formiche | armate di faccia tosta a presidio | di tre acini purulenti di zibibbo. || Più tardi – all'imbrunire – ammireremo | l'esatta scienza di rospi-rabdomanti | diretti senza dissipazione di salti | verso stagni e freschi anfratti. (Ferragosto, p. 29)
  • Onde come ventagli | (che sventolio di libeccio). || Nuvole come lenzuoli | (che calmeria di ozi). || Occhi come oceani | (che largheria di vedute). || Conchiglie come oceani | (che zampillio di baci). (Salinelle (on the beach), p. 31)
  • Un racimolo di cirri | in un cantuccio di cielo, | in lontananza un mare | solcato da lievi canizie: | e il mio allegro andare | da me a te. || In testa un chiaro cappello | e pensieri audaci | come primi baci: | e tra me e te | solo una porta senza casa | agghindata con fiori lillà. (La porta lillà, p. 35)
  • Notte che difetta di luna | ma che non difetta di rena e di te. || Ci sono occhi: li sfioro. | Ci sono mani: le allontano | (sono manette le mani nelle mani). | Ci sono capelli: lunghi capelli e tanti. | Ci sono parole: parole contate | per l'alleanza tra il silenzio e i baci. || Notte che difetta di luna | ma che non difetta di rena e di te. (Notte che difetta di luna, p. 39)
  • Cavaliere errante | in un podere lillipuziano | cinto da fortificazioni | inesistenti eppure invalicabili. || Challenger catafratto | da un coppola appena | nella singolar tenzone | mezzogiorniera con Febo. || Pensatore per millimetri | e dicitore di cunti | affinati per anni | nella botte della ruminazione. || Vorrei esserti garzone | nell'arte stizzosa delle giostre | e perciò l'orecchio tendo: ma | annitrio di Brigliadoro più non sento. (Cavaliere dei campi, p. 43)
  • Marinaio dei campi, | cedi la tua lieve impronta | alle zolle della vigna | e tra l'intrico dei tralci | della dolcissima inzolia | con l'arte delle tue dita sosta | e con lo spago dell'ampelodesmo. || Esegui per i sarmenti la danza | alchimica dei legacci e dei nodi, | plasma l'antefatto | del grappolo e del palmento | e del brindisi degli amanti: | fosforo avranno negli occhi | e il sangue sarà un mosto che bolle. (La danza dei nodi, p. 45)
  • Ed ecco – ed è un botto – il risveglio | per somma di luce e di voci: | imboscata inaudita che introna | le larve che a frotte e con ridde | inverano il sogno: | fiorita impostura | – un bacio proibito | o una rosa sull'onda – | per l'uomo angariato! da una soma che suda e che pesa: | il proprio corpo di muscoli e tarli. || Pure è norma | esser uno e sgomento! e rattoppare la vita | con lo spago del tempo: più corroso ogni giorno | ogni giorno più corto. (La morienza dei giorni, p. 55)
  • Imperiosa opulenza | di porpore e zafferani, | transiti impettiti | di nuvole aranciate. || E che oltranza di aromi | nelle serpaie occhiute di sassi | dove il grecale arpeggia | la cetra del rosmarino. || Ed ecco uno squinternato rabbuffo: | la ferula del pecoraio | percuote il ghigno del mascherone | che imbriglia e conclude la polla. || È vero: scarseggia il verde | ma se impasti il cobalto del cielo | con l'oro dei campi di grano | colma ne avrai la tavolozza degli occhi. (La tavolozza degli occhi, p. 49)
  • Datemi un andare | che non sia un ruscello | e neppure un uccello | e nemmeno un vascello. || Voglio un andare | che sia un appena andare, | un andare da zoppa lumaca | che abbia nell'indugio il suo ballo. || Meglio ancora un andare da foglia: | aquilone al guinzaglio | annodato a una zolla | per un andare e tornare col vento. || E pure avanzo pretese sul rancio | e comando che abbondi di zagara e sale. | E dunque: l'albero sia un arancio | e piantato al cospetto di un mare. (La foglia d'arancio, p. 53)

Il centro del sempre[modifica]

  • Ed ecco all’aurora | un cricchiar di stivali | nella pervia giogaia: | un fondiglio sonoro | che è per le blatte | come il moto d’un tuono.
  • Ammutinamento in cielo: | una torma di nubi | fa schermo all’azzurro | ed esige l’esistere | di un tempo lungo: | l’infinito di un giorno.
  • Indifferenti al portamento | regale dell’errante | leoni di pietra | a guardia di bivieri | certificano il sacrificio | di moltitudini di mete.
  • La pasticceria vegetale | di un giardino rutilante | di loti e di arance | dà profumato conto | dell’oltranza di una pasciona | più munifica dello scialo.
  • La fata Morgana | è un’imboscata cortese: | torneamenti cerimoniosi | di catafratti cavalieri | per algide damigelle | tra la polvere e le stelle.
  • E sembrano fantasime | raccozzate dal farnetico | per imbrogliar la mente: | pure non rallenta il piede | perché è come un aratro l’arto che non vede.
  • Angeli musicanti | intonano stornelli | in un siciliano omerico | per foglie cipolline | in caduta libera | da onesti patiboli.
  • Il tinnire di campanacci | induce a indovinare | pasture di mucche | e silenti abitatori | di erbosi rialzi | con vista mare.
  • Transita la querimonia | di un asinaio orbo: | trasporta giare badiali | che il mastro conciabricche | ha acconciato sugli arcioni | con groppi da marinaio.
  • Ciclopico varco | e ostiario nano: | inservibile oltre | se il centro del sempre | è un cuore di seta | colmo d’attesa.

Labbreggiature[modifica]

  • Il mio fu un viaggiare | solo per sostare. (Elogio della sosta, p. 19)
  • Dopo i manicaretti | sempre si torna al pane. (Il pane, p. 23)
  • Imbrattare un foglio candido: | scrivere, in fondo, | è il gesto di un vandalo. (Scrivere, p. 31)
  • Deleghiamo agli altri | ciò che non sappiamo più fare: | i lavori sporchi e il pensare. (La delega, p. 33)
  • Irrita a volte | lo strepito della pioggia: | che impari dalla neve! (Lo strepito, p. 45)
  • Per una pugnalata alla schiena, | come per un bacio, | bisogna essere in due. (La pugnalata, p. 51)
  • Fiato, fiato mio: | presto, baciami | e diventa mio fiato! (Fiato mio, p. 61)
  • Come credere | alle parole dette | se anche "ghiaccio" | è caldo di fiato. (Le parole dette, p. 69)
  • Ogni tanto l’orizzonte | spalanca la bocca | e inghiotte gli sguardi | troppo indiscreti. (L'orizzonte, p. 75)
  • Per gustare appieno | quest’ora che vola, | dovrò aspettare | che diventi memoria? (L'ora che vola, p. 83)

Cerimonie della calura[modifica]

  • Lo skyline è quello prediletto: | il monte che sembra | un leone accucciato. | Poi: mandorli strinati | ulivi tarchiati | sassi strampalati | e incredibili case basse: | confortevoli containers | privi di copyright. || Basta un riverbero: | s'accendono le tegole | e nugoli di mosche | improvvisano danze | sui muri di calce e di gesso. | Si smorza la scorza dei volti | mentre si brinda con vino rosso | versato da ziri di terracotta. (da Tramonto di luglio, p. 11)
  • Nardo tra i capelli | keora sul collo | chamnpak sul seno | gelsomino sulle mani | patchouli sui polsi | sandalo sulle ginocchia | croco sulle caviglie. || Fummo dirimpettai del mare: | le sabbie per cuscino | e per lume un limone. || Si è sfarinato ormai | il nostro bordeggiare: | sette profumi svaniti | e sette piaceri seppelliti. (da Sette profumi, p. 20)
  • Quarantatré strade | dove le stagioni | arrivano a dorso di mulo | in figura di frutti di campo. || Bracieri che avvampano | sotto tetti di canne | per contadini orbi invitati | a declamare poemi omerici. || Ingramignati poderi | da tutti chiamati chiuse | sebbene le pietre del limite | siano ormai fili di seta. || Mandorli in fiore | punteggiano a Natale | una terra non marina | ma che il mare vede. (Terrae Harminusae, p. 25)
  • Varcano d'imperio la soglia di casa | le stradalinghe di Aliminusa | cariche di ceste ricolme di bucato. || Con canne aguzze percuotono in coro | anelli e tiranti in usurato metallo | e issano indomite i loro umidi vessilli. || All'improvviso il clangore si spegne | e la strada sassosa è un rigonfio veliero | ove s'ode appena il fileggiare dei lini. (Le stradalinghe di Aliminusa, p. 26)
  • Dipinta a mano campeggia solitaria | l’insegna della rinomata barbieria | di mastro Epifanio Lanza fu Gioacchino | in via delle Rimembranze, | vicino alla Matrice. || Dentro: quattro paesani in oziosa chiacchiera | e uno insaponato, un vassoio con sei caffè, | un ingrommato pendaglio moschicida | e un calendario consumato da occhi sbottonati. || Con polso sicuro il barbiere maneggia il rasoio | mentre con la mano libera accende sgraziati gesti | a significare passionali assensi o dissensi | che un vecchio specchio faticosamente raddoppia. || Non assolve e non guarisce mastro Lanza: | ad altri di uffici così estremi la spettanza. | Scipiti entrano i fatti nella bottega delle dicerie | e insaporiti escono con il pepe delle vanterie. (Le spezie della barbieria, p. 27)
  • E mentre due ridestati felini scuotono | dal torpore il pasciuto giardino | tu innaffi le trentasette rose | che in agosto io coglierò per te. (da Trentasette rose, p. 32)
  • Con il suo lesto compasso di gambe, | completa il compratore il perimetro del campo | e poi spara il suo prezzo al ribasso. || Non vedo il pozzo, incalza il compratore | – e pare san Tommaso agrimensore – | e non vedo la gebbia per l'acqua piovana | e nemmeno la vena d'una sorgiva di Soprana: | e se vedo tre piedi di fichi, non vedo gli ulivi. || Non c'è terra in Sicilia più massara di questa | – godiamoci ora la recita del venditore – | qui il frumento è da mietere a maggio, | c'è un gelso già alto e dovizia di fave e foraggio | e se piove o c'è un sole che cuoce, ecco il noce. || Si sa già la stoccata finale – l'ha decisa il sensale – | ma il duello è rituale e s'infiamma di sputi e di vanti | tra frantumi di zolle e contanti con facce importanti. | Alla sera, la resa: e tra i due, ormai stanchi, una stretta di mano e le teste distanti. (Il negozio del campo, p. 39)

Beati. On the road in the room. Aforismi e fotopastelli[modifica]

Incipit[modifica]

Non bastano il letto e i comodini: | diventerà stanza del sonno | solo con un enigma e due angeli.

Citazioni[modifica]

  • Nelle camere colme di cieli | dove l'indovino sgomitola sogni | il labbro morde musi di nuvola. (Morsi pindarici, p. 18)
  • Tra i quadrupedi sottomessi | dall'uomo, è lecito includere | anche il popolo delle sedie? (Quadrupedi, p. 22)
  • L'erranza in una stanza | senza draghi con fiati di fiamma | è l'impresa che al paladino manca. (Erranza, p. 26)
  • L’occhio ciclopico della pentola | non si lascia accecare | dalle zucchine della vivandiera. (Occhio di pentola, p. 30)
  • Già calce che cuoce | nel muro ancora ribolle | un fiato di vulcano. (Fiato di vulcano, p. 34)
  • Che sia la conta delle ore | o il conto dell'oste poco importa: | vince il numero e perde la parola. (Numero uno, p. 50)
  • Sguaina dalla tasca | la mano che fu una spada | e tra le dita lievita un pane. (Pane di spada, p. 54)
  • Sulla soglia irrompe il dilemma: | sfidare la fucileria della strada | o sventolare un petalo per resa? (Sulla soglia, p. 58)

Lo scialo dei fatti[modifica]

  • Eccomi a mani alzate: | e non è l'usato tic di chi vince | bensì il limato gesto di altra razza: | di chi da tempo si allena alla resa. (A mani alzate, p. 19)
  • Si assottiglia l'attesa: | era un mare ed è ora | la distanza di seta | di uno sguardo d'intesa. (L'attesa, p. 20)
  • Non fu per ira | se quella notte | il vento spiccò dall’albero | cento mandarini e li lanciò in aria | senza la grazia del giocoliere. (Non fu per ira, p. 21)
  • In attesa di essere altro, | vaga svagata nel sommo | una nuvola color zafferano: | sarà il muso di un vento | o una pioggia sul giallo del grano. (Muso di vento, p. 23)
  • Il giogo non è più del genere canaglia: | catene al piede e un giaciglio di lurida paglia. | È piuttosto un indefinito senso di fodero, | un chiuso senza sbarre da cui non si evade | con la lima di un panettiere libertario. (Il giogo, p. 25)
  • Luogo di frodi è il dizionario alfabetico, | dove l'incorrotto abita a fianco dell' iniquo. | Ci vorrebbero almeno due distinti volumi: | uno ad aprirsi con le trombe dell' arcangelo, | l'altro a chiudersi con lo zolfo di Belzebù. (Dizionario di frodi, p. 26)
  • Posto che l'affanno è solo quello | – non farci sorprendere dal morire – | in fondo, per vivere basta poco: | osservare una tavola di comandamenti | o infoltire il catalogo di un Leporello. (Ricettario, p. 27)
  • Gli scuri spalanco | e sveglio all'aurora | la luce bambina | che un poco ancora | come un'arancia | vorrebbe dormire. (La luce bambina, p. 32)
  • Poi, all'imbrunire, la grande magia: | una luce stremata | si arrampicava sui muri di calce | e dal tetto più alto | cantava la sua ultima rosa. (L'ultima rosa, p. 33)
  • Si sta sul chi va là | come marinai in vedetta | posseduti dalla smania | di additare per primi | la terra promessa di un germoglio. (Primavera, p. 34)
  • Con gli orli rinnovellati | da una copiosa canizie | sembrano i monti migranti: | in pacioso bivacco | in attesa di un prossimo | e più propizio partire. (Monti migranti, p. 36)
  • Bocca che a maggio | cerchi la bocca | per dire l'amore | che non sa dire parola. || Bocca un po' in colpa | per le cose mai dette: | bacia e continua a tacere. (Bocca di maggio, p. 38)
  • Il morso e il sorso, | il bacio e il sorriso. | E poi: le parole | morso, sorso, | bacio, sorriso. || Ah, la bocca! | (la bocca e la parola bocca). (La parola bocca, p. 39)
  • Nel tuo cielo di pancia | ignaro di nuvole | fabbrichi il sole | e i giorni che verranno. || Busserai col pianto | e ti aprirà un angelo | e avrà per te un po' di mondo | che prima era del vento. (Cielo di pancia, p. 40)
  • E, d'estate, che ore d'incanto: | con l'arsura domata dal pozzo | casti baci tra spighe bollenti | e ghirlande di silenzi appassionati. (da Le case di Granza, p. 41)
  • Plateale è l'impresa: | torcere disorientate nubi | in figura di lenzuola | incagliate tra pance di balconi. || E non manca chi guarda: | per lo più femmine | e un carrettiere che ubriaca | col vino del suo canto. (Femmine, p. 47)
  • Una mosca, la tosse, | una nube, un rumore: | basta un nonnulla | e son guaste le ore. || Un canto, un ruscello | un'arancia, un rossore: | basta un nonnulla e son belle le ore. (Le belle ore, p. 49)
  • Rima, non ti svelare, | resta non detta | o nel bianco nascosta, | dove il verso si concede una sosta. || Dalle ore sia bandito il dolore | e, dovendo fabbricare una croce, | non si vada alla catasta del noce. || Il conforto stia lontano dal torto | e l'amore... l'amore | si annunci pure a chi vuole | ma lo faccia senza più il garbo di un fiore. (Amore senza fiore, p. 52)
  • Porta briglie d'oro | e mani di mestolo: ho mari da riempire | (con cavallucci e coralli). || Porta mollette | e un canestro di vento: | ho cieli da stendere | (con rondini e con stelle). || Porta labbra di rose | e un pugnello di farina: | è la provvista degli amanti | (pani pochi, baci tanti). (Mani e rose, p. 53)
  • Mani che fasciarono seni | mani che dissero l'addio | mani che scalarono gambe | mani che che solcarono cieli | mani che colsero rose. || Rose diacce di mistral | rose fustigate dal pampero | rose sabbiate dallo scirocco | rose scarmigliate dal libeccio. || Mani innamorate eppure devote | a San Tommaso: perciò per amare | pretendono prima di toccare l'amore. (Mani e rose, p. 54)
  • C'è chi allinea parole | come c'è chi affetta il pane | chi conta le ore o le stelle | e chi conta sempre balle. || C'è chi vuole eternare un cipiglio | chi il ribrezzo per lo sconcio di un colle | chi l'ostento del canto di un grillo | chi il traballo sul ramo di un merlo. || Quanto a me: non so domani | ma oggi scrivo solo per somigliare | a una brezza di mare quando s'impiglia | tra le forche di un mandorlo in fiore. (Brezza di mare, p. 58)
  • Vento con l'occhio lungo | e il fiato di zagara | e una coda inaudita | vento quassabondo | che grazi le vele | e rabbuffi le rose | vento mai sazio | di foglie cricchianti | e di ombrelli e cappelli | vento libertario | che beffi confini | e ingarbugli bandiere: | presto, entra a casa mia | e, se trovi un fosco cuore, | insuffla due grani di allegria. (La coda del vento, p. 60)
  • È d'un tratto sovrano tra i suoni | il gorgoglìo d'un fugace ruscello: | un equoreo fulmineo serpente | che percuote la strada in pendìo. || In fretta accendo il camino | e stappo una bottiglia di vino: | poi resto in silenzio e assaporo | dell'acqua che scorre il rumore. || Pure il fischio dei tordi | al riparo nei nidi tra i coppi | adesso si fa rado e sommesso: | e più non s'ode quel raglio lontano. || Altri ceppi non reclama la vampa | e più rosso che chiaro è il bicchiere: | è stata munta la nube in un niente. | Piove ancora ma ora piove più piano. (Il rumore dell'acqua, p. 68)
  • Moriremo senza capire. | Ma non è grave: | pure non capiscono | l'arancia che stringo in pugno | la serpe che si struscia sul sasso | il noce che mi ripara dal sole. || Capire: tarlo divino | cilicio di una folle ragione | mistura di arsenico e mile. || E allora: lasciarsi cullare | dall'indicibile. || Con misurate illusioni: | ché ha casa nell'uomo | il capire e mai rinuncerà | al suo mazzo di chiavi. || Sarà allora utile apparecchiare | un duplice piano di conforto: | il libro delle orazioni | e una cassa di Armagnac. (Tarlo divino, p. 70)

Citazioni su Lillo Gullo[modifica]

  • Abbreviature di realtà, certo. Di paesaggi e di storie. Nella sistole delle rime. E nell'abbrivo delle vicende. Una rimalmezzo, che alle "formiche" associa le "molliche", basta a evocare, e a far crescere attorno, la fiaba vegetale e profumata del giardino della memoria. Nel quale il paesaggio è una cantilena: Alba non è ancora, / buio fondo non è più: / è l'ora blu... Le voci e i suoni, certo. Ma perduti ed evocati. Amorevolmente e disperatamente evocati. [...] Sotto la calura, incalzata dall'arsura, l'isola-giardino di Lillo Gullo è il recinto magico di incantevoli metamorfosi. Saviniane. Se chi zappa "tre tumuli di sodaglie" è Nicàsio Dolcemascolo. Se l'assenza è un sogno goloso, un sollievo di parole. La memoria è pittorica. Più vicina a Rembrandt che a Guttuso. E parla un lessico, che ha l'aroma arcano di un dialetto omerico, e non disdegna la rimemorazione più recente. Da Quasimodo a Brancati. Lillo Gullo è un miniaturista affabile. E la sua, è un'isola portatile. Quella che ogni isolano si porta nella memoria. E fa rivivere per magia e cerimonia di linguaggio. Come giardino dell'infanzia. Animato. Stupendamente animato. (Salvatore Silvano Nigro)
  • È, Gullo, un poeta raffinatissimo, suasivo, giocoso e ironico, avventuroso e amoroso, ma, in fondo, con il ritmo agile, e profondo al tempo stesso, della "divina malinconia" del cuore. Sfarzo d'inesistenza, nella vicenda di due anni, narra ed evoca due estati di mare, di luce, di presenze rapide e argute di corpi amorosi, con l'aggiunta, a tratti, di memoria e di racconto di luoghi paesani, non tuttavia proposti come descrizioni realistiche, ma piuttosto come fulminee e gioiose esperienze d'infanzia o come visioni un poco fantastiche, in quanto partono dal nome per giungere fino alla sicura musica del sogno preziosissimo della parola. Tutta la raccolta di Gullo si svolge in tanto fervore di immagini, di segni di vita, di piacere della descrizione della stagione della piena creatività dell'anima, sempre. Mare, estate, baci sono le allegorie supreme del valore e della persistenza del tempo, per il tramite di una poesia essenziale e sicura. Così il trascorrere delle ansie del cuore viene superato dalla musicalità e dalla giocosità della parola. È un risultato poetico davvero raro di trionfale conquista della poesia. (Giorgio Bàrberi Squarotti)
  • Il demone aforistico ha fatto scoprire a Gullo quanta volontà definitoria riposasse dentro di lui e, messosi a servizio della sua vena lirica, gli ha consentito di dare forma di poesia ai tratti e ai contorni solitamente sfuggenti di cose, di atmosfere, di idee, di sensazioni... Gullo ha tutte le qualità del poeta di aforisma: prontezza puntuale e senso della situazione, incisività e gusto espressivo, misura verbale e musica efficace, riconducendo così all'unità della visione ogni oggetto mentale della sua capacità di definizione. (Paolo Ruffilli)
  • La concisione è una virtù naturale della poesia: diciamo pure che senza concisione, senza economia del dire, difficilmente si arriva a trasformare la parola in poesia. Eppure esistono poemi epici e poemi fluviali, testi in cui l'essenzialità della parola può coincidere anche con un fiato ampio, con un dire narrativo. Non è questo, sicuramente, il caso di Lillo Gullo, che predilige le forme brevissime, e che le pratica con sicurezza e abilità: Quando ci chiederanno | di salvare gli oggetti | secondo il suono | che li designa, | sappiate che il mio voto | andrà all'imbuto. Nell'introduzione a questi Pensieri di legno, Paolo Ruffilli, uno dei poeti d'oggi più validi e attenti alle altrui esperienze, ci parla di una dimensione aforistica, e dunque di una tendenza alla definizione, che costituirebbe l'aspetto più chiaro e vivo della poesia di Gullo. In effetti è impossibile dargli torto. Se non ché, per paradosso, il tipo di definizione che pratica Gullo è quello di una definizione aperta, e dunque capace di ulteriori significati oltre quelli che pure enuncia senza timore. E infatti, oltre all'aforisma, quanto meno inteso secondo un'accezione occidentale del termine, risalta nelle poesie di Gullo una vicinanza spontanea con certi ben noti generi tradizionali di una poesia orientale, giapponese soprattutto, come l'haiku e il tanka. Eccone un esempio, delicato e semplice nella sua realizzazione, che tutti ci può coinvolgere o ritrarre di sorpresa: Senza i portoni, | il commiato | degli innamorati | sarebbe ugualmente | prodigo di baci?. O, su un piano più alto: Risuona nel ramo fiorito | l'urlo primordiale dell'universo: | il big bang di grazia e spavento | che moltiplica gli atomi | e incista vita dove c'era vento. (Maurizio Cucchi)
  • La poesia di Lillo Gullo è, al tempo stesso, elegantissima e ingegnosa, giocosa e sapiente, con l’eco sempre di divina malinconia e di saggezza che dà un sapore antico di vita di ricapitolata esperienza. I testi, per lo più, sono brevi, essenziali, nettissimi nel fissare il punto decisivo di un evento del tempo e del luogo, di una reazione dei sensi e dell’anima, di una lezione incisiva, di una fulminea comprensione di un'occasione da non perdere perché si offre come una prova per un istante e, se non è colta, allora subito prevarica nel senso della perdita, con il rimpianto che ne consegue. La parola poetica è data proprio per non perdere il momento decisivo della verità che si ha, d’improvviso, per dono divino. Come rapido è il testo, così il metro è breve, sempre sorretto da una suasosa musica che alacre suona e dice attesa, gioia, avventura, riflessione, soprattutto emozioni d’amore. (Giorgio Bàrberi Squarotti)
  • Un fresco naturalismo di quadrelle vivacemente colorate, talvolta, come in Odorosa penombra, di amabile rilievo cavaraggesco. Dopo tante poesie che negli ultimi anni hanno privilegiato il negativo, l'oscuro, il minimalismo o il rassegnato, ecco un giovane che "canta" la gioia della convivenza umana tra il fraterno e l'erotico sullo sfondo di una natura decisamente amica. Una metrica leggera di eccezionale grazia e musicalità convoglia sentite e comunicative visioni di "piaceri terrestri" eppure "celesti". Mi piace segnalare l'ariosa ironia di Rimario (Le labbra, ad esempio, sono una rima). (Maria Luisa Spaziani)

Note[modifica]

  1. Da L'amor cannibale di Paolo Ruffilli, citato in Literary.it
  2. Hans Albert, Per un razionalismo critico, Il Mulino, Bologna, 1974.
  3. Da Conoscenza e impegno: le proposte del razionalismo critico, Verifiche, Anno III, Numero 2, Giugno 1974, p. 213.
  4. Bocca che taci, citato in Resine, Quaderni Liguri di Cultura, (Nuova serie), Anno XXIV, n. 94, Ottobre-Dicembre 2002.
  5. Pugnali di luce, Citato in Centro Internazionale Eugenio Montale, Vent'anni di poesia. Antologia dei poeti premiati 1982-2002, Presentazione di Maria Luisa Spaziani e con un Intervento di Mario Luzi, Passigli Editore, febbraio 2002.
  6. Eppure, con un disegno di Giuseppe Maraniello inciso su legno di bosso da Adriano Porazzi, Edizioni Pulcinoelefante, edizione 6209 in 30 copie, Settembre 2005, Osnago.
  7. La rinuncia, Citato in Maurizio Cucchi, rubrica Scuola di Poesia, Specchio della Stampa, n. 383, 26 luglio 2003.
  8. Da Profumi trentini nell'America di Galep, in AA. VV. Tex. I cinquant'anni di Tex. Omaggio a Aurelio Galleppini. L'evoluzione di un mito, Comune di Trento, con la collaborazione di Sergio Bonelli Editore, pp. 29-41, 1998.
  9. Da Popper e lo storicismo, Verifiche, Novembre 1975, Numero 3/4, Anno IV, pp. 328-343.
  10. Da Remo Wolf. La luce e l'ombra, Citato nel catalogo Remo Wolf, a cura di Giovanna Nicoletti, pp. 17 e 19-20, Comune di Arco. Assessorato alla Cultura, Palazzo dei Panni, Atelier Segantini, Arco, 7 agosto - 18 dicembre 2005
  11. Rospi superstiti, Citato in Astolfo, Anno VI, Numero 2, 1999.
  12. L’imbuto, citato in Corriere della Sera, 11 aprile 2002.
  13. Da Il palco, Citato come epigrafe in Alessandro Dell'Aira, Ogni donna è una stella: Jane Wolfe & Aleister Crowley a Cefalù, Torri del Vento Edizioni, giugno 2016. ISBN 978-88-99896-00-3
  14. La foglia-rondine, Citato in Il bosco dei poeti, Dolcè (Verona).
  15. Cavatina dell'orbo, Citato in Colophon, n. 18, gennaio 2005.
  16. Da Paolo Vallorz: profumi di donne, ritratti di piante, citato in Roberto Festi, Lillo Gullo, Adolf Vallazza, Paolo Vallorz. Disegni-Zeichnungen Note sparse, Banca di Trento e Bolzano-Bank für Trient un Bozen, Trento-Bolzano, 2003 p. 31.

Bibliografia[modifica]

Note alla bibliografia[modifica]

  1. Questo libro documenta la mostra ospitata dal 26 luglio al 3 agosto 2008 nella cappella di Sant'Antonio di Padova a Castel Toblino, in Trentino, quale evento collaterale di Manifesta 7, Biennale Europea di Arte Contemporanea.
  2. Per scelta dell'editore il poemetto è privo del codice ISBN e della numerazione delle pagine.

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