Ernst Jünger

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Ernst Jünger durante la prima guerra mondiale

Ernst Jünger (1895 – 1998), filosofo e scrittore tedesco.

Citazioni di Ernst Jünger[modifica]

  • Là dove la macchina fa la sua apparizione, la lotta dell'uomo contro di essa appare senza speranza. (da Politische Publizistik)[1]
  • Tremenda è e rimane in ogni tempo una sola grandezza – l'uomo, per il quale le armi altro non sono che membra aggiuntive e pensieri in forma plastica. (da Giardini e strade. Diario 1930-1940. In marcia verso Parigi, p. 24)
  • [Jünger visita la cattedrale di Laon] Qui si avverte un presagio dell'immensa forza dei secoli ancora da venire: è chiusa nel bocciolo.
    In cima alla torre, da cui abbracciavo con lo sguardo, in lontananza, i binari della ferrovia, le strade percorse dal traffico dei veicoli, le piste degli aerei con l'andirivieni dei velivoli che decollavano e atterravano, coglievo l'unità tra quei tempi lontani e il nostro tempo. Sentivo che proprio questa unità non deve sfuggirmi, e ho giurato a me stesso di non dimenticare mai il mio debito verso gli avi. [...] Oggi mi ha assalito il presentimento che queste cattedrali siano opere, opere della vita, estranee alle morte misure del mondo dei musei. Aveva un suo peso anche il pensiero che questa chiesa è posta sotto la mia protezione; me la sono stretta al cuore come se all'improvviso fosse diventata minuscola. (da Giardini e Strade. Diario 1939-1940. In marcia verso Parigi, pp. 150-151)
  • In certi momenti di svolta della nostra gioventù possono presentarsi davanti a noi Bellona e Atena – l'una con la promessa di insegnarci l'arte di condurre abilmente venti reggimenti in modo che siano tutti schierati per bene al momento dello scontro, l'altra invece con il dono di saper disporre venti parole, in modo da formare una frase perfetta. Potrebbe accaderci di scegliere il secondo alloro, che fiorisce più raro e invisibile sulla roccia. (da Giardini e strade. Diario 1939-1940. In marcia verso Parigi, p. 157)
  • Nel nostro tempo si deve disporre della calma della salamandra se si vuole raggiungere i propri obiettivi. Ciò vale soprattutto per la lettura, e la sua prosecuzione nelle fasi positive e negative; se ogni giorno si mette un mattone, in sessanta o ottanta anni si abiterà dentro un palazzo. (da Giardini e strade. diario 1939-1940. In marcia verso Parigi, p. 180)
  • Ci sono situazioni in cui la mera esistenza diventa opporre resistenza. (da La capanna nella vigna. Gli anni dell'occupazione, 1945-1948. p. 212)
  • Alla gerarchia delle amicizie corrisponde una gerarchia dei segreti. Ma per comunicare l'incomunicabile bisogna essere una cosa sola. (da La capanna nella vigna. Gli anni dell'occupazione, 1945-1948, p. 251)
  • Gli uomini hanno, come gli alberi, il loro lato esposto al vento e, come le montagne, la loro parete Sud. Dobbiamo solo cercare l'accesso ai pendii dei loro vigneti. alle miniere dei loro tesori. Allora daranno l'oro e il vino là dove nessuno se l'aspettava.
    Gli uomini sono testi geroglifici, tanti però incontrano il loro Champollion. Diventeranno leggibili, diventeranno avvincenti, se la chiave sarà accordata con amore. (da La capanna nella vigna. Gli anni dell'occupazione, 1945-1948, p. 269)
  • L'uomo che a poco a poco si apre alla banalità si arrende come una fortezza in cui, una volta incrinate le fondamenta, non si troveranno più né forza né mistero. (da Ludi africani,p. 90)
  • La salute può essere un bene. La malattia a volte può essere addirittura meglio. Le malattie sono domande. sono anche dei compiti, perfino onorificenze. Tutto dipende da come uno se le appunta. (da Visita a Godenholm, p. 71-72)
  • In un'orgia furiosa l'uomo vero si ricompensa della sua continenza. I suoi istinti troppo a lungo repressi dalla società e dalle sue leggi ridiventano l'essenziale, la cosa santa e la ragione suprema. (da Der Kampf als inneres Erlebnis, p. 30[2]
  • La guerra non è solamente nostra madre, è anche nostro figlio. Se essa ci ha creati, noi l'abbiamo generata. Noi siamo dei pezzi forgiati, cesellati, ma siamo ugualmente quelli che brandiscono il martello e maneggiano lo scalpello, insieme fabbri e e acciaio scintillante, operai della nostra sofferenza, martiri della nostra fede. (da Der Kampf als inneres Erlebnis, p. 28[2]
  • Tutte le sofferenze e tutte le torture di una generazione non avranno forse più senso di quanto non ne abbia ora per noi la lancia che un soldato strappava dalla sua ferita bruciante all'epoca della battaglia di Isso. (da Der Kampf als inneres Erlebnis, p. 22)[2]
  • Contemporaneamente alla crescita dei mezzi che dominano lo spazio, emerge nell'essere umano una nuova coscienza spaziale. Il crescente raggio d'azione del regno degli strumenti di traporto di informazione e di potere si è esteso anche alle sfere politiche. Così non ci si può meravigliare di vedere nei più disparati luoghi del mondo i primi passi di una politica imperiale. Anche dietro l'impressionante e per certi versi strano accrescimento del nazionalismo connesso alla Guerra mondiale, si intuisce uno sforzo che secondo la sua essenza spinge verso il superamento dei confini dello Stato nazionale. (da Il mondo mutato. Un sillabario per immagini del nostro tempo, p. 56)
  • Mosè vide ardere il roveto prima di udire la voce e di riceverne l'incarico. Il profeta è l'avamposto all'estremo confine; non ha il sapere del sacerdote, ma è nella materia. «Una fiamma io sono di certo.>> Mosè sull'Oreb, Giovanni sulla strada di Patmo: è lì che comincia l'indifferenziato. Lì può essere che, così come vi è un solo uomo, vi sia un solo elemento «Questo sei tu>>. (da Maxima-minima, p. 60)
  • La libertà spirituale non viene concessa: o c'è o manca. Ma non viene nemmeno pretesa, bensì dimostrata, e di essa vive il mondo. Nulla è più semplice di questa prova, eppure nulla è più arduo. (da Maxima-Minima, p. 63)
  • Ogni paese nasconde una parte di sostanza primordiale che designiamo con il nome di patria, e mi piace ritrovare ancora questo tipo di integrità. È una cosa che può accadere ovunque, anche nel deserto. (da Conversazioni con Ernst Jünger, p. 48)
  • La tecnica può rivestirsi di una tendenza magica, può spiritualizzarsi o pietrificarsi, secondo il modello del gregarismo animale, così come lo ha descritto Huxley. (da Sessanta soffiati via; citato in Julien Hervier, Conversazioni con Ernst Jünger, p. 111)

Nelle tempeste d'acciaio[modifica]

Incipit[modifica]

Il treno si fermò a Bazancourt, una cittadina della Champagne. Scendemmo. Con rispettosa incredulità tendemmo l'orecchio al rimbombo lento e ritmato del fronte, simile a quello di un laminatoio, una melodia che poi, per lunghi anni, ci sarebbe stata familiare. Lontano, la nuvola bianca di uno shrapnel si dissolveva nel cielo grigio di dicembre. Il respiro della battaglia aleggiava tutt'intorno, mettendo addosso a ognuno un brivido strano. Sapevamo noi allora che quel sordo brontolio dietro l'orizzonte, crescendo fino a diventare tuono ininterrotto, prima uno poi un altro, ci avrebbe inghiottiti tutti?

Citazioni[modifica]

  • Verso mezzogiorno il tiro d'artiglieria assunse la violenza di una danza sfrenata. Senza interruzione, attorno a noi, si levavano fiammate. Nuvole bianche, nere e gialle si accavallavano e si fondevano. Tra tutte, le granate a fumo nero, che i veterani chiamavano «le americane» o «secchi di carbone», esplodevano con una forza di persuasione terrificante mentre i razzi, a dozzine, spandevano intorno il loro strano cinguettio da canarini. Avevano fessure attrraverso le quali l'aria, al passaggio, risuonava con note flautate; volavano come carillons di rame, o come una specie di insetti meccanici, al di sopra di un ribollente mare di esplosioni. La cosa strana era che gli uccelli della foresta non avevano affatto l'aria di preoccuparsi per quei cento rumori diversi; stavano tranquilli al di sopra delle nuvole di fumo, tra i rami spezzati dalle granate. Nei brevi intervalli di calma, si sentivano i loro richiami e i loro trilli spensierati; sembravano perfino eccitati dalle ondate di rumori che si infrangevano attorno a loro. (da Les Eparges, p. 31-32)
  • Poi, un boato enorne, assordante: l'ordigno era caduto proprio in mezzo a noi. Mi rialzai mezzo morto. Nel grosso cratere, alcuni nastri da itragliatrice, accesi dall'esplosione, emanavano una violenta luce rosa che rischiarava il fumo pesante dentro cui si torceva una massa di corpi bruciati. Gli scampati, quasi ombre in quel chiarore sinistro, fuggivano in tutte le direzioni. Grida strazianti di sofferenza e di invocazione si levavano da ogni parte. Il fluttuare della massa scura nel fondo del crarere fumante e rosseggiante diede per un attimo la visione di una scena infernale, dell'abisso più profondo e spaventoso.
    Restai paralizzato, come impietrito dall'orrore; poi mi rialzai di scatto e fuggii nella notte. Fu soltanto quando caddi in un fosso che ebbi la percezione di ciò che era accaduto. Non sapere, non vedere più nulla! Soltanto fuggire, fuggire, verso l'oscurità più profonda! Ma i soldati! Bisognava bene che mi occupassi di loro; mi erano tutti affidati! Cercai la forza di ritornare verso quella scena di orrore. (da La grande battaglia, p. 260)
  • Mentre cadevo pesantemente sul fondo della trincea ebbi la certezza di essere definitivamente perduto. Eppure, cosa strana, quel momento è stato uno dei rarissimi nei quali possa dire di essere stato veramente felice. Compresi in quell'attimo, come alla luce di un lampo, tutta la mia vita nella sua più intima essenza. Provai una certa sorpresa per il fatto che essa dovesse finire proprio in quel punto; ma quella sorpresa, devo dire, era piena di felicità. Sentii, piano piano, i colpi indebolirsi come se stessi affondando sotto la superficie di un'acqua scrosciante. Dove ora mi trovavo, non v'erano più guerra, né nemici. (da Il mio ultimo assalto, p. 320)

Il tenente Sturm[modifica]

Incipit[modifica]

I comandanti dei plotoni della terza compagnia avevano l'abitudine di trascorrere assieme le ore che preceevano il tramonto. In quel momento del giorno i nervi erano freschi, tutti i dettagli riacquistavano il proprio valore, e si continuava instancabilmente a ribadirli in infiniti colloqui. Se ci si incontrava la mattina, dopo notti di pioggia, di fuoco e di mille tensioni diverse, allora tutti i pensieri erano sconnessi e teglienti, si passava l'uno accanto all'altro colvolto accigliato, oppure il malumore esplodeva in manifestazioni che, in tempo di pace, avrebbero offerto materia sufficiente a sedute di corte marziale di intere settimane.

Citazioni[modifica]

  • [Il potere esercitato sull'individuo dall'apparato tecnico-produttivo ed organizzativo dello Stato moderno.] Questa coercizione, che sottometteva la vita dell'individuo a una volontà irresistibile, si manifestava al fronte con una chiarezza spaventosa. La lotta raggiungeva dimensioni gigantesche, rispetto alle quali il destino del singolo scompariva. L'ampiezza e la mortale solitudine dei campi, l'effetto a distanza delle macchine di acciaio e il rinvio di qualsiasi movimento alle ore della notte calavano sugli eventi la rigida maschera dei titani. Ci si scagliava verso la morte senza vedere il nemico; si veniva colpiti senza sapere da che parte arrivava lo sparo. [...] La decisione risultava da un calcolo aritmetico: chi poteva ricoprire con la maggior quantità di colpi un determinato numero di metri quadrati, aveva la vittoria in pugno. La battaglia era un brutale scontro di masse, una lotta sanguinosa della produzione e dei materiali. (p. 12)
  • Quando Sturm, la notte, camminava accanto ai ceppi delle traverse e, dietro ciascuna di esse, vedeva una figura armata che faceva la guardia in solitudine, provava la stessa sensazione: di gigantesco e favoloso. Quella sensazione non era dovuta alle mitragliatrici, ai cannoni enormi e all'intreccio delle linee telefoniche. Era solo la forma, lo stile fugace in cui si compiva ciò che è possente. Ciò che era autentico non ne era affatto toccato, sembrava riposare nella terra come un animale e circolava nel sangue come un elemento misterioso. Era come un suono o un profumo carico di ricordi ineffabili. Doveva certamente aver stretto e pervaso gli uomini di tutti i paesi e di tutti i tempi nelle notti di battaglia. (p. 21-22)
  • Sturm esitò quando la testa si ritrovò al centro della croce di collimazione del cannocchiale di puntamento.
    La campagna si distendeva di nuovo tranquilla e morta, solo le bianche ombrelle della cicuta tremolavano di luce. Lo aveva colpito? Non lo sapeva. Ma la questione non era se adesso, dall'altra parte, quell'uomo tingesse di rosso il fango sul suolo della trincea oppure no. Ciò che pareva sorprendente era il fatto che lui, Sturm, freddo, lucido ed estremamente cosciente, aveva appena cercato di uccidere un altro. E continuava a chiedersi con insistenza: era ancora lo stesso di un anno fa? L'uomo che ancora di recente stava scrivendo una tesi di dottorato su «La riproduzione dell'ameba proteus per sezione artificiale?» Si poteva pensare un contrasto più grande di quello tra un uomo che si sprofonda amorosamente negli stati in cui la vita, ancora allo stato fluido, si raccoglie in minuscoli nuclei, e uno che a sangue freddo, spara sulla creatura più sviluppata? (p. 25-26)

Boschetto 125. Una cronaca delle battaglie in trincea nel 1918[modifica]

Incipit[modifica]

Ogni volta che incomincio a scrivere su uno di questi esili quaderni che si possono così facilmente infilare in un tascapane, mi viene da pensare che, forse, non farò scorrere la matita sull'ultima pagina. Ne ho già completata un'intera serie con rapporti giornalieri, brevi osservazioni, rapidi disegni. Li tengo a casa, e immagino che più avanti, in tempi di pace, sarà bello poterli sfogliare in tutta tranquillità e intanto ricordare: così hai trascorso i tuoi giorni in quegli anni formidabili.

Citazioni[modifica]

  • A casa credono spesso che siamo così coraggiosi da non tenere la vita in alcun conto; io però ho vissuto abbastanza a lungo tra i combattenti per sapere che non esiste un uomo senza paura. Senza la paura anche il coraggio sarebbe privo di senso; essa è l'ombra scura contro cui il rischio appare più vivace e puù attraente. (da Prima Linea, p. 10)
  • [...] c'è un elemento che non viene mai descritto abbastanza chiaramente: è il momento in cui l'uomo, appostato in agguato, ti compare davanti al volto a brevissima distanza. Un brivido, che non si può paragonare con nessun'altra sensazione, corre allora attraverso i sensi. Già i nostri lontani antenati, che lottarono contro bestie gigantesche devono aver avvertito che l'uomo è certamente un avversario d'altra natura e anche per noi che siamo abituati a restare intere settimane in mezzo agli orrori, questo incontro rappresenta sempre la prova di forza più dura. (da Linea principale di resistenza, p. 52)
  • Già ora, quando nei giorni di licenza sfoglio i miei diari, mi pare di leggere gli appunti di una mano sconosciuta.
    C'è tuttavia qualcosa di particolare di cui si conserva il ricordo: lo si avverte immediatamente quando si attraversa il campo aperto. La guerra ha il suo odore inconfondibile, un sentore del tutto singolare. Lo si riconosce come quando, sognando, ritornano in mente altri sogni completamente dimenticati. La guerra è una di quegli ambiti in cui si riscoprono i suoni originari, come quello del vento che spira e volteggia al di sopra dei campi a folate sempre più sottili, sempre più oscure. Non c'è melodia più profonda. (da Prima Linea, p. 101)

Il cuore avventuroso. Figurazioni e capricci[modifica]

  • Ogni tanto afferriamo con la mano un oggetto casualmente trovato, e lo rigiriamo dinanzi agli occhi – forse un cristallo di rocca, o un guscio rotto di chiocciola di cui ci sorprende la struttura interna a scala, o una punta di stalattite dal pallore lunare giunta qui dalle grotte sconosciute in cui il pipistrello traccia i suoi cerchi silenziosi. Questa è la terra d'origine dei musicali capricci, degli scherzi notturni che lo spirito senza alcuna commozione e non senza pericolo si gode come in una sua loggia solitaria. Ma ci sono anche pezzi rotondi di granito, molati e lavorati nelle marmitte glaciali, e si trovano nei punti in cui ci si affaccia su un ampio panorama, là dove il mondo appare un po' più piccolo ma anche più chiaro e regolare, come su nitide e precise carte geografiche, poiché l'ordine supremo si nasconde nel molteplice come in um rebus. Sono enigmi sorprendenti – quanto più cresce la distanza, tanto più ci avviciniamo alla soluzione. Nel punto estremo, all'infinito, la afferriamo. (da La cava di ghiaia, pp. 7-8)
  • La visione d'insieme non dimora nelle singole camere, ma nella compagine del mondo. Le corrisponde un pensiero che non procede mediante verità isolate, ma si sviluppa in significative connessioni; la forza ordinatrice di questo pensiero si fonda sulla facoltà combinatoria. [...] La facoltà combinatoria si distingue da quella logica in quanto si muove sempre a contatto con l'insieme e non si disperde mai negli eventi sporadici. Là dove essa tocca il particolare somiglia a un compasso di due diverse specie di metallo, con la punta d'oro infissa al centro di un cerchio. (da Il calcolo combinatorio, p. 22)
  • È la nascosta armonia delle cose che qui si fa suono, e della cui origine dice Angelus Silesius:Nello spirito, tutti i sensi sono un senso e un uso: | chi vede Dio, lo gusta, lo tocca e ascolta e annusa. Ogni percezione stereoscopica suscita in noi una sensazione di vertigine, e intanto assaporiamo in profondità un'impressione dei sensi che in principio si offriva in superficie. Tra lo stupore e il fascino si colloca, come dopo una deliziosa caduta, una scossa che cela in sé una conferma – noi sentiamo che il gioco dei sensi si muove leggero, quasi misterioso velo, quasi sipario del meraviglioso. Su questa tavola imbandita non esiste cibo che non contenga un granello d'aroma dell'eternità. (da Il piacere stereoscopico, pp. 27-28)
  • Dai grandi drammi della storia, quali la tradizione li affida alla nostra memoria, ci giunge l'eco di un linguaggio che si rivolge immediatamente anche a noi; e l'archivio dei nostri documenti contiene insuperabili risposte al problema di come ci si comporti nella posizione perduta. Ai grandi corsi d'insegnamento che la storia racchiude in sé come un'accademia segreta, appartiene anche quello in cui s'impara l'arte di morire. (da Historia in nuce: Le posizioni perdute, p. 105)
  • Puerto de Pollensa. Illa d'Or. Le case riposavano quiete nell'aria immobile, ciascuna avvolta in un delicato velo di fumo. Il viandante annega nella loro sfera come in anelli d'incenso, poiché il legno odoroso del pino montano alimenta la fiamma dei focolari. Il piacere che si prova in queste passeggiate solitarie è dovuto certamente anche al fatto che chi le compie omnia sua secum portat, come voleva il filosofo Biante. La nostra coscienza ci accompagna come uno specchio sferico, o meglio come un'aura il cui centro siamo noi. Le belle immagini penetrano in quest'aura e in essa subiscono un mutamento atmosferico. Così, noi passiamo oltre un cielo di segni come sotto aurore boreali e arcobaleni. Questo squisito sposalizio con il mondo, seguito da un nobile evento di riproduzione, fa parte dei supremi piaceri a noi destinati. La terra è la nostra eterna madre e donna, e come ogni donna fa, anch'essa dona qualcosa alla nostra ricchezza. (da Percorsi balearici, pp. 131-132)
  • Come l'occhio in un mare molto limpido vede riposare nel fondo l'anfora e la colonna, così il libero sguardo può inoltrarsi fino a quelle misure che sono nscoste nel fondo dei tempi, sommerse dal flusso e dal riflusso. Qui si decide la sorte di una domanda alla quale anche storiografi di rango diedero una risposta negativa: se cioè la storia rientri nel rango delle scienze esatte. Alla domanda si può rispondere di sì, purché si riconosca che sotto il fluttuante specchio della storia persistono i segni supremi, immutabili nei loro rapporti come gli assi e gli angoli del cristallo. (da Historia in nuce: La ruota della fortuna, p. 174)
  • Rio. Fin dall'alba avevo vagabondato in questa residenza del dio solare, il cui portale di roccia accoglie il forestiero apparendogli come le nuove colonne d'Ercole, varcate le quali egli dimentica il Vecchio Mondo. [...]Solo nel tardo pomeriggio mi destai come da un sogno nel quale avevo dimenticato di mangiare e di bere, e sentivo che lo spirito cominciava ad affaticarsi sotto la profusione delle immagini. Eppure non riuscivo a separarmene, e mi comportavo da spilorcio col mio tempo. Senza concedermi sosta svoltai in strade e piazze sempre nuove.
    Ma presto mi parve che i miei passi divenissero più leggeri e che la città mutasse aspetto, stranamente. Nello stesso tempo, mutò il mio modo di vedere: mentre fino a quel momento avevo dissipato gli sguardi nella visione del nuovo e dell'ignoto, ora le immagini penetrarono in me senza sforzo. Ora poi mi erano note; mi sembrarono ricordi, composizioni di me stesso. Strumentai il mio umore a piacere, come uno che vada a passeggio con la sua bacchetta direttoriale e, gesticolando con essa in questa o in quella direzione, faccia musica col mondo. [...] La sera, in un caffé presso Copacabana, meditavo su queste relazioni. Pensai che esiste un'eco non soltanto per l'orecchio, ma anche per l'occhio: anche le immagini che osserviamo richiamano una rima, e come per ogni eco esistono relazioni sonore particolarmente favorevoli, così qui è la bellezza che risuona con maggior forza.
    Ma in formula più semplice e precisa, le cose si presentano in questo modo: con lo sguardo profondo e gioioso che rivolgiamo alle immagini, noi offriamo un sacrificio, e ogni volta siamo esauditi secondo il valore della nostra offerta. (da L'eco delle immagini, pp. 174-175)

Scritti politici e di guerra 1919-1933[modifica]

  • Possiamo affermare di essere stati i primi a superare lo spirito della battaglia dei materiali e a porvi fine come a una misura soprattutto quantitativa della corrispettiva produzione. Seppure i nostri estremi e supremi sforzi non abbiano condotto al successo, comunque con essi allestimmo lo scenario del combattimento moderno, nel quale il materiale torna a essere uno strumento subordinato allo spirito e non l'elemento dominante del combattimento, cioè in cui anche colui che è materialmente svantaggiato può azzardare l'attacco. (da La battaglia di materiale, vol. I, 1919-1925, p. 115)
  • Anche il destino detiene le proprie onorevoli leggi, ma sono leggi di una superiore consequenzialità.
    Il destino non conosce alcuna responsabilità personale. Il suo corso accompagna invisibile i fenomeni di superficie, ma improvvisamente, quando d'un tratto tutto il mondo ci fa caso, scosso dalla propria apparente sicurezza, in un colpo solo tutti i conti tornano. [...] Da questo punto di vista deve essere interpretata anche l'esperienza spirituale della guerra: qui una stirpe paga una colpa accumulata da lungo tempo, qui essa vive nel proprio intimo il tracollo di un'intera epoca e delle sue visioni. Certo, i più vissero alla maniera delle bestie, che soffrono senza sapere il perché, questo però è irrilevante, il destino tiene infatti segrete le proprie ragioni, solo in ritardo l'uomo può presagirne l'incondizionata necessità.
    Già, un'epoca che aveva visto nel materiale l'altezza suprema, subisce qui il proprio tremendo castigo da parte del materiale stesso. (da La battaglia come esperienza interiore, vol. I, 1919-1925 , p. 121)
  • Il destino subordina il movimento delle forze a un senso superiore. Così due popoli in battaglia vengono stretti in una magica unità, in un corpo ardente che genera qualcosa di nuovo. I colpi non colgono solo i combattenti: colgono al tempo stesso la materia di una forma futura che vuole essere scolpita e plasmata. In quest'opera entrambi i partner hanno la stessa importanza. Anche con il totale annientamento il vinto ha assolto un compito grandioso. Come minimo continua a vivere nel vincitore, che, a sua volta, deve al vinto larga parte della sua nuova figura. La vita sale verso l'alto avvitandosi sugli ostacoli che le si oppongono. Come da qualsiasi teoria meccanicistica vogliamo qui guardarci da quella della «selezione dei migliori». Il tramonto è significativo e fecondo quanto la vittoria. (da Il diritto particolare del nazionalismo, in vol. II, 1926-28, pp. 152-153).
  • La lotta è legge per il vivente; una nuova visione del mondo trasforma anzitutto i fronti su cui combattere. (da La rivoluzione attorno a Karl Marx, in vol.III, 1929-33, p. 49)
  • Da una fotografia non ci si deve affatto aspettare più di quanto essa offra. Una fine riproduzione dell'accadere esteriore assomiglia alle impronte che ci hanno lasciato certe bestie rare nella pietra. Esse offrono certamente del materiale alla vista – il modo però in cui la vita dei grandi animali si svolse nei suoi movimenti segreti è tutto da presagire e richiede della fantasia. (da La guerra e la fotografia, in vol. III, 1929-33,p. 196).

L'operaio. Dominio e forma[modifica]

  • [...] a noi non deve assolutamente interessare quell'atteggiamento che tenta di opporre al progresso i mezzi, ad esso subordinati, dell'ironia romantica, e che è l'inconfondibile contrassegno di una vita spossata nel suo nerbo. Il nostro compito di giocatori non è quello di fare le puntate come avversari del tempo, bensì quello di puntare sul banco di cui il tempo è croupier [...]. (da La forma come un tutto che comprende più che la somma delle sue parti p. 43)
  • Una forma è, e nessuna evoluzione la accresce o la diminuisce. Perciò, la storia dell'evoluzione non è la storia della forma, ma tutt'al più il suo commento dinamico. L'evoluzione conosce principio e fine, nascita e morte, da cui la forma è immune. Come la forma dell'uomo era prima della nascita e sarà dopo la morte, così una forma storica è, nel suo nucleo profondo, indipendente dal tempo e dalle circostanze da cui sembra scaturire. I mezzi di cui si giova sono più nobili, la sua fecondità è immediata. La storia non produce forme, ma si modifica in virtù della forma. (da Il rapporto della forma con il molteplice, p. 75)
  • In particolare, dove le forme determinano il pensiero non si è obbligati a identificare l'infinito con l'illimitato. Si nota piuttosto lo sforzo di afferrare l'immagine del mondo come una totalità in sé conclusa e ben delimitata. Ma con ciò viene meno anche la maschera qualitativa che il progresso assegna al concetto di evoluzione. Nessuna evoluzione è in grado di trarre dall'essere più di quanto in esso sia contenuto. Semmai è l'essere che determina il tipo di evoluzione. Ciò vale anche per la tecnica vista a suo tempo dal progresso nella prospettiva di un'evoluzione illimitata. (da La tecnica come mobilitazione del mondo attuata dalla forma dell'operaio, p. 152-153)
  • La perfezione della tecnica non è altro se non uno dei segni destinati a connotare il momento conclusivo della Mobilitazione Totale in cui siamo coinvolti. Essa ha quindi la capacità di innalzare la vita a un gradino superiore di organizzazione, ma non a un gradino superiore nella scala dei valori, come credeva lo spirito del progresso. Con essa, a uno spazio dinamico e rivoluzionario subentra uno spazio statico e sommamente ordinato. Qui avviene dunque un passaggio dal mutamento all'invariabilità – un mutamento che certo farà maturare conseguenze molto importanti.
    Per comprendere ciò dovremmo renderci conto di come lo stato d'incessante cambiamento in cui siamo inseriti esiga per sé tutte le energie e le riserve di cui la vita dispone. (da La tecnica come mobilitazione del mondo attuata dalla forma dell'operaio, p. 158)
  • I sacrifici a noi richiesti sono grandi, che lo vogliamo o no; dobbiamo continuare ad accettarli. Fra noi ha preso corpo una tendenza a disprezzare «ragione e scienza»: è un falso ritorno alla natura. Ciò dipende non dal disprezzo, ma dalla soggezione dell'intelletto. Tecnica e natura non sono in contraddizione – se così le intendessimo, ciò sarebbe un sintomo di disordine presente nella vita. L'uomo che tenta di scusare la propria incapacità addebitandola ai propri mezzi senz'anima, somiglia al millepiedi della favola, condannato all'immobilità perché troppo occupato a contare i propri arti. (da La tecnica come mobilitazione del mondo attuata dalla forma dell'operaio, p. 179)
  • C'è un tempo astronomico, ma insieme esiste una molteplicità di tempi della vita, il cui ritmo scandisce contemporaneamente, come l'oscillare del pendolo, innumerevoli ore l'una parallela all'altra.
    Anzi, non esiste un tempo, il tempo, ma una pluralità di tempi che accampa diritti sull'uomo. [...]Siamo nel tempo come se fossimo in piedi su un tappeto: ci guardiamo intorno, e vediamo che fino ai margini esso è tutto intessuto di antichi motivi, oppure non vediamo quei motivi e ci pare che la trama si copra interamente di nuovissime e diverse figure. Entrambe le visioni sono vere, e può accadere che un unico e medesimo fenomeno appaia come come simbolo della fine o del principio. Nella sfera della morte, tutto diviene simbolo di morte, e d'altra parte la morte è il nutrimento di cui la vita si alimenta. (da L'arte come raffigurazione del mondo del lavoro, p. 181-182)
  • [...] uno dei connotati dell'energia formante è la capacità di pietrificare i simboli in una ripetizione infinita che ricorda il modo di procedere della natura, come nella foglia d'acanto, nel fallo, nel lingam, nello scarabeo, nel cobra, nel disco solare, nel Buddha in riposo. In mondi di questa fisionomia lo straniero non prova meraviglia, ma timore, e ancora non è possibile trovarsi faccia a faccia con la grande piramide in piena notte, o con il solitario tempio di Segesta immerso nello splendore solare, senza provare paura.
    A un simile mondo nitido e chiuso in sé come un anello magico si avvicina palesemente anche quel tipo umano che rappresenta la forma dell'operaio; tanto più gli si avvicina, quanto più chiaramente il singolo appare come tipo. (da L'arte come raffigurazione del mondo del lavoro, in p. 207-208)

Foglie e pietre[modifica]

  • Si è tentato più volte, e ancora si tenta, di esprimere attraverso metafore la differenza tra il nostro mondo nordico e quello mediterraneo, suggerendo via via contrapposizioni come forma e movimento, sole e nebbia, il cipresso e la quercia, il tetto piatto e il tetto a punta. Credo che la contrapposizione fra la cisterna e la sorgente non sia meno adeguata. [...] Lo stesso vale per la letteratura antica; la sua struttura complessiva non assomiglia a una rete fluviale ma a un sistema di locali chiusi collegati per mezzo di acquedotti. Di qui la straordinaria facilità di ricavarne citazioni, e di qui anche il fatto che i suoi «classici» sono tali in un senso del tutto diverso dal nostro. Questa possibilità di trovare ristoro nelle forme chiuse si riscontra anche nella grammatica; certe costruzioni participiali e soprattutto l'ablativo assoluto si incastonano nella prosa come piccole cisterne. Lo spirito della cisterna trova forse la sua rappresentazione più icatica nel racconto delle Mille e una notte sul facchino e le tre dame, mentre lo spirito della sorgente si esprime in modo insuperabile nella ballata goethiana del pescatore.
    Ritrovato lo slancio, e conversando di queste cose, muovemmo verso la cima. Friedrich Georg fece qui l'osservazione che il Don Chisciotte è una vera cisterna di buon umore. (da Soggiorno in Dalmazia, pp. 39-40)
  • Il meraviglioso non suscita in noi nessuna sorpresa, perché il meraviglioso è ciò con cui abbiamo la più profonda confidenza. La felicità che la sua vista ci procura sta propriamente nel fatto di veder confermata la verità dei nostri sogni. Come avrebbe potuto Hölderlin altrimenti, lontano dai luoghi dove giocano i delfini, riconoscere nel suo più intimo significato la bellezza imperitura degli arcipelaghi? Vivono tutte ancora le isole madri di Eroi, /ogni anno rifioriscono. [3] (da Soggiorno in Dalmazia, p. 42)
  • [Sull'opera grafica di Alfred Kubin] Ciò che vediamo qui riflessa è la fine della vecchia Austria, di cui si avverte la traccia dolorosa, ad esempio nella lirica di Trakl. Ma questa fine non è descritta là dove appare sullo scenario della storia universale, là dove è sancita sui campi di battaglia. [...] È molto più sconvolgente il fatto che la rovina, l'aggressione implacabile del tempo vengano colte in luoghi minimi e nascosti: là dove si ode il ticchettio dell'oriolo della morte, dove la muffa lentamente si allarga e le tarme rodono i tessuti. La morte penetra nelle stanze borghesi; saggia con le dita il ciarpame delle frange e delle stoffe, stacca dalla parete una fotografia ingiallita per osservarla, si diverte a girare la chiavetta di un carillon di epoca Biedermeier, getta lo sguardo nei salotti impolverati col fare di un cameriere che nel bel mezzo di un'orgia sfrenata prepari con indifferenza il conto. (da I demoni della polvere, pp. 97-98)
  • Per oltre cento anni la «destra» e la «sinistra» si sono palleggiate le masse accecate dall'illusione ottica del diritto di voto: e ogni volta l'avversario di turno sembrava offrire un rifugio dalle pretese della parte opposta. Oggi in tutti i paesi appare sempre più chiaro il dato di fatto della loro identità e anche il sogno della libertà svanisce come nella ferrea morsa di una tenaglia. (da La mobilitazione totale, pp. 134-135)
  • Il dolore è una di quelle chiavi che servono ad aprire non solo i segreti dell'animo ma il mondo stesso. Quando ci si avvicina a quei punti in cui l'uomo si mostra all'altezza del dolore, o superiore ad esso, si accede alle sorgenti della sua forza e al mistero che si nasconde dietro il suo potere.
    Dimmi il tuo rapporto con il dolore e ti dirò chi sei! (da Sul dolore,p. 139)
  • Gli altari in rovina sono abitati da demoni. (da Epigrammi, p. 187)
  • Nessuno muore prima di aver adempiuto il suo compito; molti però gli sopravvivono. (da Epigrammi, p. 188)

Sulle scogliere di marmo[modifica]

Incipit[modifica]

Voi tutti conoscete la selvaggia tristezza che suscita il rammemorare il tempo felice: esso è irrevocabilmente trascorso, e ne siamo divisi in modo spietato più che da quale si sia lontananza di luoghi. Le immagini risorgono, più ancora allettanti nell'alone del ricordo, e vi ripensiamo come al corpo di una donna amata, che morta riposa nella profonda terra e che simile a un miraggio riappare, circonfusa di spirituale splendore, suscitando in noi un brivido di sgomento. Sempre di nuovo ritroviamo negli affannosi sogni il passato, in ogni suo aspetto, e come ciechi brancoliamo verso di esso. La coppa della vita e dell'amore ci sembra non essere stata colma fino all'orlo, per noi, e nessun rimpianto vale a ridonarci tutto ciò che non abbiamo avuto. Oh, fosse questa tristezza d'insegnamento per ogni nuovo attimo di felicità.

Citazioni[modifica]

  • La parola è regina e maga ad un tempo. Noi seguivamo l'alto esempio di Linneo, che nel caos degli animali e delle piante era entrato con il bastone di maresciallo, che per lui era la parola. E più mirabile di tutti i regni, contendibili sempre dalla spada, il suo dominio persiste sopra i prati in fiore e sulle legioni innumerabili degli insetti e dei vermi (p. 20)
  • La magistrale arte del Forestaro si dimostrava appunto nel somministrare il terrore a piccole dosi, accresciute a poco a poco, allo scopo di produrre una paralisi delle forze che gli si opponevano. Egli assumeva la parte della forza ordinatrice, in questi torbidi, che assai finemente tramava nei suoi boschi, e mentre i suoi agenti minori, entrati a far parte delle leghe della campagna, aiutavano il diffondersi dell'anarchia, gl'iniziati s'introducevano negli impieghi, nella magistratura e perfino nel clero, e vi erano stimati spiriti forti, capaci di dominare la plebaglia. Così il Forestaro agiva al modo di un cattivo medico, che aggrava il male per trarre dal malato gli sperati guadagni (p. 38)
  • Profondo è l'odio che l'animo volgare nutre contro la bellezza. (p. 39)
  • L'ordine umano è simile in ciò al cosmo, che di evo in evo deve rituffarsi nell'ardente caos, onde risorgerne rinnovellato.
    Perciò noi agimmo bene, distogliendoci da contrasti, ove non si poteva ottener gloria alcuna, e ritornando invece in pace alla marina, per rivolgerci allo studio dei fiori su quelle luminose rive. Nei variopinti disegni dei fiori, come in segrete scritte a geroglifico, l'immutabile vive, e i fiori sono simili a orioli, ove sia sempre da leggersi l'ora giusta. (p. 45)

Irradiazioni. Diario 1941-1945[modifica]

  • Per chi non si ferma alla prima risposta. Un giovane andò una volta da un vecchio eremita e gli chiese una norma per vivere. L'eremita rispose: «Tendi verso il raggiungibile». L'adolescente ringraziò e disse che, se non era indiscreto, avrebbe voluto da lui un'altra parola ancora che gli servisse di viatico per la sua strada. Allora l'eremita aggiunse al primo consiglio il secondo:«Tendi verso l'irraggiungibile». (p. 37)
  • Le poste che giochiamo con i nostri centesimi sono incalcolabili, sono spaventosamente alte. Siamo come bambini che giocano con fagioli e non sanno che in ognuno di questi fagioli è chiusa la possibilità di maggi miracolosi e di fiori prodigiosi. (p. 85)
  • Ora vedo spesso l'uomo come «uomo dei dolori» trascinato dall'ingranaggio di una macchina, che gli rompe costola per costola, arto per arto, mentre egli non può morire come uomo. (p. 87)
  • Il mondo e il terreno dei miti sono sempre presenti; simili a quella sovrabbondanza che gli dèi ci nascondono: noi camminiamo come mendicanti in mezzo a una ricchezza inesauribile. Ma i poeti ne coniano l'immagine per noi. (p. 112)
  • [Lo sguardo di Jünger è attirato da una coppia di galline di Sumatra esposta nella fagianeria del Jardin d'Acclimatation di Parigi] Perché questo senso di gioioso stupore è così particolarmente vivo quando una forma nota e familiare, come può essere quella del gallo nostrano, si presenta sotto aspetti inattesi, in fogge che fanno pensare a quelle di isole al di là dei mari navigati sin dai tempi più antichi? È così forte per me questa impressione da muovermi talvolta al pianto. Allora comprendiamo quanto sia densa la sostanza di cui sono fatte le immagini familiari. Una sostanza pregna fino all'ultima cellula, e la sua superba fioritura produce l'abbondanza dal suo seno. È l'uno, l'immagine primordiale che ci diventa visibile in questo gioco magico. L'aspetto provoca pure un senso di vertigine, noi cadiamo sulla sostanza dell'aura iridata degli accidenti, come lo zampillo di una fontana. La gerarchia degli arcobaleni: pensare che anche il mondo è stato formato come un tutto, secondo un'immagine primordiale che varia in miriadi di sistemi solari. (p. 129)
  • In Kniébolo [4] vedo l'incarnazione delle teorie scientifiche del diciannovesimo secolo in tutta la loro bruttura. (p. 214)
  • La vera forza dell'uomo produttivo consiste soprattutto nella sua vita vegetativa, mentre quella dell'uomo attivo si nutre di volontà animale. L'albero può così divenire anche vecchissimo, è giovane a ogni fioritura. (p. 275)
  • [Il ghetto di Lodz-Litzmanstadt] Questo è il paesaggio dove la natura di Kniébolo si palesa nel modo più chiaro e che lo stesso Dostoevskij non ha previsto.
    Coloro che vengono destinati ai forni crematori bisogna che li scelga il capo del ghetto. Dopo una lunga consultazione con i rabbini, vengono scelti i vecchi e i bambini ammalati. Si dice che molti vecchi e infermi si presentino volontariamente; così tali spaventose azioni tornano sempre più in onore ai perseguitati. [...]
    Pronunciando Litzmanstadt, si capisce quali onorificenze Kniébolo è capace di elargire. Così egli ha onorato il nome di questo generale, vincitore di battaglie, legandolo per sempre a uno scannatoio. Fin dal principio mi è stato chiaro che le sue dimostrazioni di rispetto erano da temersi al massimo, e ho ripetuto con Friedrich Georg: [5] Non porta gloria| combattere al tuo fianco;| vale una disfatta| la tua vittoria (pp. 351-352)
  • Il cinema, la radio, il mondo della macchina nel suo complesso, deve forse servire a una migliore conoscenza di noi stessi, alla consapevolezza di quello che «non» siamo. (p. 335)
  • Nel grande studio, davanti al ciclo di ninfee bianche al quale Monet cominciò a lavorare, giunto ormai al suo settantacinquesimo anno. Qui si può mirabilmente osservare il ritmo creatore di cristallizzazione e soluzione, con potenti avvicinamenti al nulla azzurro, alla azzurra viscosità di Rimbaud. Su una delle grandi tavole è realizzato, al margine del puro tessuto della luce, come un nodo di raggi materiali, un fascio di ninfee azzurre. Un altro quadro rappresenta soltanto un cielo con nubi: queste si rispecchiano nell'acqua in una maniera che dà le vertigini. L'occhio intuisce la temerarietà, e anche la grandiosa conquista ottica della sublime soluzione, e i suoi affanni ta correnti di luce fluente. L'ultimo quadro è stato lacerato a colpi di coltello. (p. 438)
  • La varietà e i suoi sistemi: come, per esempio, quella degli insetti, di cui ho acquistato esperienza. Il fascino sta nell'ottica che si sprofonda attraverso le infinite sfaccettature della natura naturata nell'abisso della natura naturans. I raggi sono quelli del prisma rovesciato: rilucono dapprima nello splendore dell'iride, ritornando poi a un colore solo. Nell'ambito variopinto predomina la sorpresa; nel bianco, invece, una gioiosa e presaga inquietudine. Lo spirito si sprofonda nella volta del tesoro, dove si trova il grande sigillum, il prototipo di ogni conio. (p. 450)
  • «La terra sarà maledetta per colpa tua; tu ne mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita» Genesi, 3-1
    Questo passo corrisponde a quello di Esiodo, nel quale si afferma che gli dèi hanno reso affannoso agli uomini procurarsi il cibo, mentre prima bastava il lavoro di una sola giornata per un anno intero.
    La vera abbondanza, la copiosità paradisiaca, sta al di fuori del tempo. Là si trova anche la terra delle grandi, immediate creazioni, come le descrive il mito e le illustra la Genesi. E là non esiste la morte. Nell'amplesso d'amore è rimasta in noi una scintilla della grande luce di tale mondo creativo: voliamo, come scagliati da una balestra, al di là del tempo. (p. 483)

Heliopolis[modifica]

  • Lucius era attaccato alla sua piccola collezione di manoscritti così come un tempo ci si affezionava alle reliquie. Nel libro stampato egli vedeva la conversazione dell'autore con il lettore e con la società del suo tempo; nel manoscritto invece, egli vedeva il dialogo con se stesso, anzi ancora di più: il suo dialogo con Dio. In ogni autore viveva, infatti, una volontà che mirava al Tutto, una scintilla di forza creatrice. Nel suo slancio verso il Tutto, egli compariva completamente libero dinanzi al suo terribile giudice, prima di essere giudicato. Il manoscritto era la scoria deliziosa lasciata da quegli incendi, da quelle devastazioni, da quelle depurazioni dello spirito. (da Nel Palazzo, p. 89-90)
  • Esiste una sola specie di amore, al di là dello spazio e del tempo; tutti gli incontri sulla terra sono immagini, sono colori dell'unica e indivisibile luce. L'amore inteso in senso generale, l'amore nel turbine della temporalità è terreno, è nettunico; l'oceano è la culla dalla quale si erge Afrodite. Dai suoi abissi sgorga ciò che nell'amore è onda e ritmo, tensione e mescolanza, ciò che è meraviglioso e temibile. Sulla riva del mare e sugli scogli noi percepiamo la sua anonima canzone fatale, le profonde voci delle sirene che, emergendo e tuffandosi, ci attirano per perderci nel loro mare. L'attrazione è irresistibile. (da Nel Palazzo, p. 93)
  • La caccia alla felicità conduce nel folto della boscaglia. La felicità vi deve entrare. Essa non si trova a suo agio fra gli impazienti; dovrebbe assomigliare alla preparazione che diviene sempre più bella. La vita non può avere fretta; deve rallentare, come avviene per i grandi fiumi che scorrono verso il mare. A misura che, con l'età, essa acquista profondità e potenza interiore, porta con sé oro, navi ed esseri strani e prodigiosi. (da Il simposio,p. 110)
  • Ogni Stato è obbligato all'utopia non appena ha perduto il collegamento col mito. Nell'utopia esso giunge alla coscienza del proprio compito. L'utopia è l'abbozzo del progetto ideale, attraverso il quale si stabilisce la realtà. Le utopie sono la legge della nuova arca dell'alleanza; gli eserciti le portano segretamente con sé. (da Sul pagos, p. 175)
  • Quando lo spirito si avvicina ai gradini superiori delle sue facoltà, giunge necessariamente alla verità. Ciò avviene proprio nel campo delle scienze. Le vie conducono tutte a un unico punto. Qui finisce la conoscenza e subentra la venerazione. Le ultime chiavi non sono né pensate né immaginate. (da L'apiario,p. 203)
  • Nel dolore esiste una speranza più grande che in una felicità regalata. (da Il pilota azzurro,p. 316)
  • Due qualità formano il romanzo: l'una è insita nell'autore e nella sua libertà, l'altra nel mondo e nella sua necessità. Chiamo la prima «autarchia», mentre il nome per la seconda sarebbe «universalità». In questo senso il cosmo di Dio è romanzo.
    Da questa interpretazione consegue che il romanzo può divenire, nel migliore dei casi, analogia, poiché all'autore non è concessa né autarchia, cioè completa libertà, né visione universale. Ma tutti i grandi romanzi sono pervasi da un soffio di ambedue, e in questo consiste la gioia della lettura. Il lettore si trova dentro il mondo e fuori di esso. (da Il parere di Ortner sul romanzo, p. 361)
  • Dimenticare il meglio, ritenere se stessi troppo equi è il pericolo dell'uomo privo di immaginazione. Se non ci fossero i sogni, egli morirebbe a se stesso senza lasciare traccia; ma così la notte gli restituisce il tratto delle grandi figure. Allora sotto la membrana giornaliera incomincia a scorrere il flusso primigenio, dall'involucro del mendicante esce il re. (da Sulle proprie tracce, p. 368)

Oltre la linea[modifica]

  • L'ottimismo può raggiungere strati in cui il futuro, ancora assopito, viene fecondato. In tal caso lo si incontra come un sapere che raggiunge profondità maggiori che non la forza dei fatti – che addirittura può suscitarli. Il suo fulcro è più nel carattere che nel mondo. Un ottimismo fondato su queste basi va apprezzato in se stesso, dal momento che proprio la volontà, la speranza e la stessa prospettiva futura devono dare a chi lo professa la forza di resistere nel mutevole corso della storia e dei suoi pericoli. Molte cose dipendono da questo. (da Oltre la linea, p. 53)
  • La difficoltà di definire il nichilismo sta nel fatto che è impossibile per la mente giungere a una rappresentazione del niente. La mente si avvicina alla zona in cui dileguano sia l'intuizione sia la conoscenza, le due grandi risorse di cui essa dispone. Del niente non ci si può formare né un'immagine né un concetto.
    Perciò il nichilismo, per quanto possa inoltrarsi nelle zone circostanti, antistanti il niente, non entrerà mai in contatto con la potenza fondamentale stessa. (da Oltre la linea, p. 59)
  • Anche nei nostri deserti ci sono infatti oasi nelle quali fiorisce la terra selvaggia. Isaia lo capì in analoghi tempi cruciali. Sono i giardini ai quali il Leviatano non ha accesso, intorno ai quali egli si aggira con rabbia. È innanzitutto la morte. Mai come oggi gli uomini che non temono la morte sono infinitamente superiori al più forte potere temporale. Per questo la paura deve esere propagata ininterrottamente. I tiranni vivono costantemente nella tremenda convinzione che a poter uscire dallo stato di paura siano in molti, non solo alcuni singoli individui; il che significherebbe con certezza la loro caduta. Questo è anche il vero motivo del rancore contro ogni dottrina del trascendente. Lì infatti si cela il massimo pericolo che l'uomo non abbia più paura. (da Oltre la linea, p. 96-97)
  • La seconda potenza fondamentale è l'eros; quando due persone si amano, sottraggono terreno al Leviatano, creano spazi che egli non controlla. L'eros trionferà sempre, come vero messaggero degli dèi, su tutte le costruzioni titaniche. (da Oltre la linea, p. 97)

Trattato del ribelle[modifica]

  • L'essere umano è ridotto al punto che da lui si pretendono le pezze d'appoggio destinate a mandarlo in rovina. E oggi bastano delle inezie a decidere la sua rovina. (p. 11)
  • Nel clima della tirannide, l'umorismo, come tutte le altre manifestazioni che accompagnano la libertà, viene meno. Tanto più sarà caustica la battuta di colui che per essa è disposto a rischiare la pelle. (p. 22)
  • Se le grandi masse fossero così trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono ad un pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poiché tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos'è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in sé stessi, c'è anche il rischio che, un brutto giorno, essi tramettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in un branco. È questo l'incubo dei potenti. (p. 33)
  • L'inevitabile assedio dell'essere umano è pronto da tempo, e a disporlo sono teorie che tendono a una spiegazione logica e completa del mondo, e avanzano di pari passo con il progredire della tecnica. L'accerchiamento del nemico è prima razionale, poi anche sociale, e infine, al momento opportuno, lui, il nemico, viene sterminato. Non vi è destino più disperato che essere catturati in questa spirale, dove il diritto viene usato come arma. (pp. 36-37)
  • In fondo tirannide e libertà non possono essere considerate separatamente, anche se dal punto di vista temporale l'una succede all'altra. È giusto dire che la tirannide rimuove e annienta la libertà – anche se non si deve dimenticare che la tirannide è possibile soltanto se la libertà è stata addomesticata e ormai ridotta a vuoto concetto. (p. 40)
  • Chiamiamo invece Ribelle chi nel corso degli eventi si è ritrovato isolato, senza patria, per vedersi infine consegnato all'annientamento. Ma questo potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso ad opporre resistenza, il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell'intenzione di contrapporsi all'automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo. (pp. 41-42)
  • Di volta in volta possono cambiare gli argomenti, ma la stupidità terrà il suo tribunale in eterno. Veniamo condannati, prima per aver oltraggiato gli dèi, poi per non esserci piegati a un dogma, e poi ancora per aver rinnegato una teoria. Non esistono parola o pensiero, nel cui nome non sia già stato versato del sanue. Socratica è la consapevolezza della nullità di ogni giudizio in un senso più elevato di quanto possano stabilirlo il pro e il contro degli uomini. Il vero giudizio è pronunciato sin dall'inizio: esso mira a esaltare la vittima. (p. 78)
  • L'umana grandezza va conquistata lottando. Essa trionfa quando respinge nel cuore dell'uomo l'assalto dell'abiezione. Qui è racchiusa la sostanza della storia. Nell'incontro dell'uomo con se stesso, o meglio con la propria divina potenza. Chi vuole insegnare la storia deve saperlo. Socrate chiamava il suo demone questo luogo segreto da dove una voce, che era già al di là delle parole, lo consigliava e lo guidava. Potremmo chiamarlo anche il bosco. (p. 79)
  • Il motto del Ribelle è: "Hic et nunc " – essendo il Ribelle uomo d'azione, azione libera ed indipendente. Abbiamo constatato che questa tipologia può comprendere solo una frazione delle masse, e tuttavia è qui che si forma la piccola èlite capace di resistere all'automatismo e di far fallire l'esercizio della forza bruta. È l'antica libertà in veste moderna: la libertà sostanziale, elementare, che si ridesta nei popoli sani ogniqualvolta la tirannide dei partiti o dei conquistatori stranieri opprime il paese. Non è una libertà che si limita a protestare o emigrare: è una libertà decisa alla lotta. (pp. 93-94)
  • Quando tutte le istituzioni divengono equivoche o addirittura sospette, e persino nelle chiese si sente pregare ad alta voce non per i perseguitati bensì per i persecutori, la responsabilità morale passa nelle mani del singolo, o meglio del singolo che ancora non si è piegato. (p. 114)
  • Il Ribelle è il singolo, l'uomo concreto che agisce nel caso concreto. Per sapere che cosa sia giusto, non gli servono teorie, né leggi escogitate da qualche giurista di partito. Il Ribelle attinge alle fonti della moralità ancora non disperse nei canali delle istituzioni. Qui, purché in lui sopravviva qualche purezza, tutto diventa più semplice. (p. 114)

Il nodo di Gordio[modifica]

  • Il nodo racchiude la costrizione del destino, l'oscuro intreccio di segreti, l'impotenza dell'uomo di fronte all'oracolo. Se lo osserviamo con un po' di attenzione vediamo luccicare gli anelli del serpente. Ancora una volta il serpente, immagine del potere ctonio di Gea, viene vinto. Lo possiamo scorgere nel python dei Greci, nei draghi e nei dragoni, nel serpente di Midggard del mondo germanico. Anche nel labirinto in cui penetra Teseo è sempre operante lo stesso potere. Lo ritroviamo nella testa di Medusa, che Perseo, principe solare, tronca. Ciò che per Alessandro è la spada per lui è lo scudo forbito in cui si riflette la terrificante immagine. Entrambe sono le armi della coscienza che infrange la costrizione ctonia. (da Il nodo di Gordio, p. 36-37)
  • Una nuova coscienza del tempo e dello spazio risplende in quel colpo di spada: getta una chiara luce sull'evento su cui imprime il suo conio e lo trasforma in storia. Porta con sé anche la scienza, anzi un inizio di Aufklärung, l'acutezza del dubbio che disarma il mondo antico e lo riduce in pezzi. Lo spirito libero penetra nell'immobilità, spalanca il tempo antico e venerando come un cofano dal quale estrae tesori. (da Il nodo di Gordio, p. 37)
  • L'Asia è la culla dei popoli, è la madre dell'umanità, sia di quella precedente il diluvio sia di quella successiva. Su ciò concordano i documenti primitivi. È anche il luogo della rinascita nel senso più profondo: è da questo continente che provengonio gli Dei. L'Occidente cercherà di continuo di includere l'Asia nel cerchio di luce della propria storia. Ma ogni volta si troverà di fronte ad un'altra luce che, risplendendo in avanti e al di là della storia, sola consente l'esistenza di un tempo misurabile. (da Il nodo di Gordio, p 39)
  • L'insegnante può tramettere la conoscenza dei fenomeni, non già la realtà che sta dietro di essi. Tale realtà è incomunicabile, a meno che l'allievo non vi partecipi direttamente. In caso diverso, egli sarà bensì capace di apprendere e riprodurre la tecnica, ma non la sua libera creatività, il suo ethos. Per questo, quando vuol raggiungere o superare il maestro, su di lui incombe minacciosa la sorte di Icaro che si impadronì delle ali di Dedalo. La luce mortale lo brucerà.
    Anche quando le creazioni appaiono rigorosamente razionali, sono cristallizzazioni di uno stato creativo nel senso più profondo. Dedalo inventò le ali non perché fosse pensatore ma perché era un artista. La tecnica fa parte di quei grandi sogni che come sorgenti sgorgano dalle profondità e poi vi si immergono. (da Il nodo di Gordio, p. 112-113)
  • I modelli fondati sullo zero si riconoscono in quanto il senso si trasferisce nelle funzioni. Ne è un esempio il darvinismo, che impone al mondo animale un'unità funzionale. Allo stesso tempo l'animale, a differenza di quanto avviene nel mito o anche nel sistema linneiano, perde la sua realtà. La creazione viene trasferita dall'eterno all'infinito, vale a dire dall'Uno alla statistica dei grandi numeri. Ciò che in essa è prodigio diviene zero.
    L'ipotesi che il nichilismo oltrepassi la linea non implica il ritorno a sistemi prenichilisti. Il capovolgimento è pensabile anche nei nostri modelli, in quanto si è consapevoli dell'ambivalenza dello zero che rappresenta tanto il Nulla quanto anche il totalmente Altro. Ciò può provocare grandi sorprese: ad esempio che il materialismo si capovolga e riveli un aspetto sconosciuto. Qui potrebbe celarsi una delle risposte che l'Oriente ci riserva. (da Il nodo di Gordio, p. 126-127)

Il libro dell'orologio a polvere[modifica]

  • Tutti gli altri esseri viventi, e perfino la materia inanimata, si orientano in base all'orologio cosmico. Non dobbiamo però dimenticare che esso indica il tempo in virtù della rotazione del quadrante. La terra trasforma in misura del tempo ciò che, se noi ce ne staccassimo altro non sarebbe che spazio e rifrazione inalterabile, luce mortale. Come un grande mulino cosmico essa macina per noi la ricchezza dell'universo. (p. 57)
  • Il tempo ciclico e il tempo progressivo sollecitano due stati d'animo fondamentali dell'uomo, il ricordo e la speranza. Sono i due edificatori della sua dimora. In loro s'incontrano padre e figlio, spirito conservatore e spirito riformatore. (p. 65)
  • L'orologio meccanico non è né un orologio tellurico, né un orologio cosmico. È una terza cosa, una creazione dell'inteletto che non indica né il tempo astronomico né il tempo terreno. Quello che ci viene dispensato è tempo astratto, tempo intellettuale. Non è un tempo che ci venga offerto in dono, come la luce del sole o gli elementi naturali, ma un tempo che l'uomo elargisce a sé stesso e di cui dispone. Ciò comporta una perdita ma anche un guadagno. E, insieme, suscita nell'uomo il suo dubbio puù radicale, se cioè egli dimori in una prigione o in un palazzo. (p. 74)
  • Se l'uomo in quanto Io pratico, per usare le parole di Kant, concepisce un nuovo tempo del mondo, in quanto Io teoretico riceve di ritorno questo suo tempo sotto forma di spiccioli. Il luogo ove egli può udire questa eco è l'orologio, e precisamente l'orologio nel suo senso più alto.
    Così, non solo intorno a noi, ma anche attraverso di noi, è sempre tesa una sottile griglia di tempo trasformato. Ma in noi vive anche la dimensione dell'eterno, un potere che si alimenta alla fonte dell'eterno e che, come il braccio di Gulliver, lacera la ragnatela del tempo dell'orologio. Lì è la nostra forza. (p. 130-131)
  • Sull'ineluttabilità dello sviluppo non si possono nutrire dubbi. Ci allontaniamo a grande velocità su un saldo binario. Chi scende è destinato a rovina più certa dei suoi compagni di viaggio. Ben più importante è che egli, nel suo intimo, nel suo essere e e nel suo apprezzamento, non consenta il completo trionfo del cliché, ma si mantenga aperto al simbolo, disponibile al grande incontro. Così egli resta nella selva. Qui un attimo può compensare una vita intera trascorsa nel tempo meccanico. Qui può rifiorire l'arida vecchiaia, alla fine del viaggio, nel deserto, il bastone del pellegrino può rinverdire o far zanpillare le fonti (p. 206)

Rivarol. Massime di un conservatore[modifica]

  • Certo è che la conversazione ha anche un compito che spetta a lei sola e che non può essere sostituito da alcun altro mezzo. In essa si deposita proprio quel che di fugace, quel chiaroscuro dei tempi che nessuno storico rievocherà. Esso tracolora con il giorno come la brina, il velluto dei frutti.
    È questo il senso in cui la conversazione basta a se stessa: un evento si fa compiuto, da accadimento si fa storia solo quando l'uomo che lo vive, che lo patisce ne ha parlato con un suo simile. È questo un atto magico. (da La vita e l'opera di Rivarol, p. 15-16)
  • [...] la trasformazione e la conservazione del mondo ad opera della poesia sono infinitamente superiori a quelle operate dalle scienze, le quali seguono la poesia da lontano. La poesia sta nel mutamento e non pertiene al progresso, che come Saturno divora teorie e invenzioni. (da La vita e l'opera di Rivarol, p. 30)
  • «Un'idea appartiene al mondo intero, un'immagine a te solo». questo motto, indirizzato da Jules Renard contro Barrès, si può leggere nei due sensi. Si considerino invece le immagini di Rivarol e il fatto che la loro fonte è sgorgata dfalla luce. Esse non sono immerse nel mondo sotterraneo. Sono precise, univoche, colgono nel segno. Non sorgono, come in Eraclito, da oscure fontane. Per quanto attiene alla vena profonda del linguaggio, Rivarol non può essere perciò evocato accanto ai suoi contemporanei tedeschi come Herder e Hamann. Non di rado, sono i medesimi gli oggetti cui Hamann e Rivarol dedicano un aforisma. Ma «le verità sono metalli che crescono sottoterra» – questo Rivarol non avrebbe potuto dirlo. Gli manca la forza cieca, spermatica. Tutto ciò è eracliteo, e corrisponde al detto: «vale l'armonia invisibile». Qui si arriva ai profeti. (La vita e l'opera di Rivarol,p. 32-33)
  • [Su Rivarol] Un'esistenza simile viene nobilitata dall'opera, che, come la perla alla conchiglia, le conferisce senso e rango. Tra i vecchi e i nuovi autori egli resterà esemplare per l'intrepido e tuttavia ponderato atteggiamento con cui il singolo si contrappone alla corrente del tempo, che minaccia di divorare tutto e di cui solo pochi cuori e poche menti sono all'altezza. «Egli ha adornato e attrezzato la ragione con le armi dello spirito», dice uno dei suoi biografi, e questa potrebbe figurare come una massima sulla sua opera. (da La vita e l'opera di Rivarol, p. 51)
  • Quando il grande storico dà vita alla storia, egli ricava dal passato un'immagine significativa. Ma laddove il poeta rinnova la lingua, egli fornisce un'immagine significativa e allo stesso tempo originaria, percuote la roccia con il bastone, dallo spirito produce la vita. Dove la lingua irrigidita nel corso dei secoli diventa chiara e fluida come lava, sgorga anche la fonte in cui passato e presente sono trasparenti e indivisi. (da La vita e l'opera di Rivarol, p. 58)

Le api di vetro[modifica]

  • Un'opera d'arte si spegne, impallidisce nelle stanze dove ha un prezzo, ma non un valore. (p. 61)
  • [...] un solo essere umano, capito fin nel profondo della sua ricchezza, può darci di più e meglio di quanto un Cesare o un Alessandro potrebbe mai conquistare. Lì è il nostro regno, la migliore delle monarchie, la migliore repubblica. Lì è il nostro giardino, la nostra fortuna. (p. 93)
  • La perfezione umana e il perfezionamento tecnico non sono conciliabili. Se vogliamo l'una, bisogna sacrificare l'altra; a questo punto le strade si separano. Chi di questo è convinto sa quel che fa in un senso o nell'altro. (p. 169)
  • Ogni grande quadro, ogni buon poema ha più equilibrio, è più vicino alla perfezione della confusa tappezzeria tessuta dagli avvenimenti di un secolo. (p. 230)
  • L'arte politica non produce opere d'arte. Lavora su una materia ingrata. Creazioni imperfette di esseri imperfetti, ecco il sentimento che lascia questo gioco di nascite e di tramonti. (p. 231)
  • Noi non sappiamo, né abbiamo il diritto di sapere, che cosa sia la storia nella sostanza, nell'assoluto, al di là del tempo. Indoviniamo, ma non conosciamo, il giudizio del Tribunale dei morti. Forse un'insperata gloria esploderà, atterrando le muraglie. (p. 231)

Tipo Nome Forma[modifica]

  • La potenza di creare tipi dell'universo emerge imponendosi dall'indistinto, la parola dal senza nome. L'indistinto e il senza nome sono uno e lo stesso; il fondo del mondo e il fondo dell'uomo sono uno. Della stessa materia sono anche il fondo dell'occhio e delle immagini: l'occhio è terreno e solare.
    Dove parola e immagine si incontrano danno un annuncio fugace del paese natio da cui provengono e a cui anelano. È un saluto, da una riva all'altra, oltre il fiume dei fenomeni. (da Del Tipo, p. 19-20)
  • Quando nel bosco confondiamo il bruco con il ramo secco e la farfalla con la foglia secca e poi ci accorgiamo dell'inganno, ci assale uno stupore cui segue il rasserenamento. Ed è giusto così, perché nella metamorfosi ci ha sorpresi qualcosa di più che una delle astuzie del microcosmo. Abbiamo riconosciuto l'unità dell'universo in una delle sue equazioni. Essa sta profondamente al di sotto delle parentele. Così tra il nostro occhio e quello che orna l'ala di una farfalla non vi è alcun rapporto anatomico, ve n'è però uno più profondo. (da Del Tipo, p. 30-31)
  • Nell'occhio i corpuscoli della luce si sposano con i recettori più sottili – qui svanisce la differenza tra mondo animato e inanimato, come tra perla e madreperla. L'opera d'arte attesta la trasformazione; diviene un testo runico, l'arabesco che orna il muro del tempo. (da Del Tipo, p. 64)
  • Il potere reale, quello spirituale e quello metafisico scaturiscono dalla medesima sorgente atemporale, restano tuttavia separati nel tempo. E nemmeno agiscono l'uno sull'altro come la moltiplicazione di un ingranaggio. La separazione delle forze è assoluta. La loro comune origine si manifesta nell'analogia, non nell'omologia. Ciò è evidente già nella diversità delle forme: la prima si esercita con l'azione, la seconda con la conoscenza, l'ultima con l'astinenza dall'azione. Per il fatto di aver accettato il calice, Socrate agisce attraverso i millenni. È un gesto più forte di quello che avrebbe compiuto infrangendo le mura del carcere – più forte però anche di tutto ciò che ha insegnato come maestro. (da Del Tipo, p. 82-83)
  • «Può essermi assai gradito avere delle idee senza saperlo e vederle addirittura con gli occhi»
    Se Goethe sostiene di non aver colto la pianta originaria solo con il pensiero, ma anche con la «visione», ciò può significare soltanto con l'intuizione o con la «rivelazione» come aveva detto Hamann. Goethe vede la potenza di configurare nell'indistinto e nella sua pienezza o, come dice egli stesso, nella «natura». Schiller, al contrario, la vede nello spirito. Costui è dunque l'interlocutore più libero, Goethe il più potente, perché è della libera volontà e dei suoi limiti che si tratta in questo confronto, certo, il più significativo che si sia affrontato dai tempi di quello tra Lutero ed Erasmo sullo stesso tema. (da Del Tipo, p. 88-89)
  • Se chiediamo a uno scolaro: «Che cos'è un giglio?» egli risponderà «è un fiore» oppure «è una pianta». Se, ancora, gli chiedessimo che cosa sia una pianta, egli risponderà, «un essere», «un essere vivente» o anche «una creatura». Se volessimo sapere da lui il significato di questo, il bambino ammutolirebbe, o si metterebbe a ridere.
    In questo gioco di domanda e risposta si rispecchia assolutamente la metodica del nostro penetrare nella natura. Muove dall'oggetto (il giglio indicato), attraverso il tipo (il giglio nominato), alla forma e infine all'indistinto. (da Della Forma, p. 92-93)
  • Ogni parola costituisce una specificazione, una ramificazione, – che anzitutto si distacca dal tronco del linguaggio, poi però anche dalle sue radici, dove abita il silenzio. Il silenzio è più potente di qualsiasi linguaggio, di qualsiasi nome, di qualsiasi parola. Lo stesso vale per ogni immagine che, nel suo linguaggio figurativo e simbolico, rappresenta un'apparenza, una specificazione, una delimitazione dell'indistinto.
    Nell'immagine e nella parola, nelle forme e nei loro nomi si incontrano dunque degli avamposti. Dietro l'immagine vi è l'indistinto nella sua pienezza, dietro la parola l'uomo nella sua silenziosa potenza. (da Della Forma, p. 119-120)

L'Albero[modifica]

  • L'albero della vita è, come la clessidra, un simbolo dei tempi che si intersecano nell'eterno – è qui la sezione, nel colletto della radice. Qui è il punto che chiamiamo attimo, al di sotto di esso vediamo estendersi il passato, al di sopra il futuro.
    Nell'albero ammiriamo la potenza dell'archetipo. (da L'Albero, in L'Albero, p. 13)
  • Il mito però non riconosce nell'albero solo un simbolo della vita ma anche del cosmo. Con le radici affondate nel terreno promordiale, dischiudendo la sua fioritura nell'universo, genera stelle e soli. Qui il padre e la madre sono uniti in eterno splendore. È il legno della vita al centro della città eterna in cui ancora non vi sono divisioni né luoghi sacri. Anche il frassino Yggrasil, all'ombra del quale ogni giorno si riuniscono gli dèi per tenere consiglio, non deve morire con loro: sopravvive oltre il tramonto. (da L'Albero in L'Albero, p. 29)

Al muro del tempo[modifica]

  • La mente può sviluppare i nessi logici solo fino a un determinato punto, raggiunto il quale la prova deve cedere il passo all'evidenza. Lì occorre compiere il salto oppure ritirarsi.
    Il punto di rottura in questione indica un mistero del tempo. I punti di rottura sono luoghi di ritrovamenti. Anche la morte è un punto di rottura, non una fine; ed è questo l'orizzonte della parola «origine» (da Uccelli d'altri cieli, p. 14)
  • Anche la partita a scacchi non finisce con una vincita o con una perdita. finisce quando i pezzi bianchi e quelli neri vengono tolti dalla scacchiera e rimessi nella scatola. Rimane allora qualcosa di diverso dalla vittoria o dalla sconfitta – rimane il ricordo di una trama che è stata tessuta, di una melodia che è stata suonata. Non rimane Scipione, rimangono Scipione e Annibale. Il primo non può e non potrà mai esistere senza il secondo. La vincita non sta nell'ultima mossa, sta nella somma finale. (da Tempo misurabile e tempo del destino. Riflessioni di un non astrologo sull'astrologia, p. 26)
  • Gli errori fanno parte della vita, così come le ombre fanno parte della luce. (da Tempo misurabile e tempo del destino. Riflessioni di un non astrologo sull'astrologia, p. 27)
  • Il singolo individuo, e precisamente ogni singolo individuo, crede di avere un destino particolare e quindi anche una particolare posizione nell'universo. Tale credenza è perfettamente legittima, con ogni nuova nascita, il mondo viene concepito un'altra volta. L'uomo ha la propria vita, il proprio destino, la propria missione; i suoi organi circondano un loro peculiare centro. Qualsiasi dottrina affermi che l'uomo «a priori» nasce per lo Stato e la società è una falsa dottrina. L'uomo nasce per vivere il proprio destino. E procede su questa via. (da Tempo misurabile e tempo del destino. Riflessioni di un non astrologo sull'astrologia, p. 61)
  • Il mondo delle immagini mitiche è presente: per questo motivo misconoscerlo, bandirlo, conduce solo a un accumulo crescente e alla rottura, infine, degli argini. Questo mondo va quindi custodito all'interno della civiltà, anzi, la civiltà stessa è possibile solo là dove vi è posto per tale forma di custodia. Il mitico deve possedere il suo luogo peculiare nello spazio storico, la sua peculiare rotazione nel tempo storico. Nello Stato ateo, che non detronizza solo gli dèi, entrambi vengono a mancare. Hölderlin ha colto questo vuoto con assoluta chiarezza, e nella poesia Il Reno ci ha messo in guardia dal ritorno del «Caos originario». (da Al muro del tempo. Divisioni umane, p. 89)
  • Chi soffre è più prossimo alla nascita. Paga il tributo maggiore, e paga anche per gli altri. A Stalingrado cambiano più cose che non a Sedan. (da Al muro del tempo. Divisioni umane, p. 95)
  • Abbiamo attinto, nell'attrezzarci, un livello tale che è sufficiente ormai pensare a una minima modifica dell'apparato strumentale perché emerga che la nostra tecnica non è soltanto un mondo di astrazioni, ma anche immediata realtà dello spirito della terra. Eccoci al cordone ombelicale. La tecnica è proiezione dello spirito, come l'ascia di pietra fu proiezione del pugno. (da Al muro del tempo. Divisioni umane, pp. 123-124)
  • Il mondo è nell'uomo insieme alla sua storia e alla sua preistoria; in lui è il labirinto, in lui è la sfinge che lo interroga. (da Al muro del tempo. Divisioni sideree, p. 179)
  • Il piano dell'uomo viene delimitato, circoscritto, da uno più ampio: il piano della creazione. L'originalità, l'autorità e la durata del piano dell'uomo dipendono dalla misura in cui sa corrispondere al piano della creazione. Qui ci imbattiamo nei limiti di «ragione e scienza».
    Il piano dell'uomo agisce all'interno del piano della creazione. Così facendo raggiunge al tempo stesso il limite e il vertice della coscienza, là dove il sapere cede il passo al culto. Così risplende la trama delle civiltà, le città rilucono: imitando l'arazzo degli universi.
    L'agire all'interno da parte del piano dell'uomo, è propriamente un agire oltre. Si tratta di un gioco di collaborazione e di antagonismo, in cui trova espressione anche il grandioso spettacolo della libertà, che Hegel ha penetrato in modo tanto geniale. Tale libertà si fonda sul vantaggio offerto da un potente giocatore di scacchi: questi rinuncia al pezzo più forte. (da Al muro del tempo. Divisioni sideree., p. 180)
  • Dal punto di vista biologico fra uno strato che si è formato attraverso il depositarsi di diatomee o l'accumulo di coralli e una di quelle grandi colline erette dall'insediamento dell'uomo nel corso di molte generazioni non esiste differenza. In un caso come nell'altro troviamo resti di habitat mescolati alla polvere dei loro abitatori. Una metropoli sotto il cui asfalto si accumulano catacombe, sepolcri, rovine, macerie e calcinacci di cinquanta generazioni richiama alla mente una barriera corallina. La vita abita l'epidermide più superficiale e caduca, su cui muove i suoi tentacoli, si nutre e inscena i suoi giochi di guerra e d'amore. (da Al muro del tempo. Divisioni sideree, p. 186)
  • Quando il treno si rimette in movimento è possibile che con sé porti soltanto pochi viaggiatori: solo coloro i quali non si sono lasciati sfuggire l'ora. Potrebbe anche accadere che i più vogliano lasciarselo sfuggire, giacché la stazione sembra più gradevole, accogliente e familiare del viaggio.
    Fu schema analogo quello che dovette avere dinanzi agli occhi Nietzsche, allorché delineò l'immagine del «superuomo» e dell'«ultimo uomo». Che egli abbia introdotto la compassione come segno per distinguerli, è tratto geniale, largamente incompreso.
    Dal punto di vista terninologico è più felice la scelta dell'espressione «ultimo uomo» rispetto a quella di «superuomo» per indicare il tipo che è riuscito a congedarsi dalla storia. Ecco il compito, il perno intorno al quale gira il movimento al muro del tempo. (da Al muro del tempo. Divisioni sideree, p. 250)
  • Che nell'ora fatale per la Germania egli sia stato compromesso, falsificato in ogni senso, reso sospetto, non inficia la sua opera; nella svolta epocale essa rimane una prova per valutare l'intellignenza, e anche qualcosa di più. Di Nietzsche la critica non stabilisce le coordinate, si calibra su di lui.
    Il Tipo nuovo non è il «signor grande» a venire, ma colui che restituirà alla «massa dei troppi» la loro dignità, il loro significato. Un solo giusto avrebbe salvato Sodoma – e se sul nostro treno si trovasse un solo uomo in grado di raggiungere una nuova mèta, verrebbe con ciò reso un servizio anche alla miriade di uomini rimasta nella stazione. (da Al muro del tempo. Divisioni sideree, pp. 251-252)

Lo Stato mondiale. Organismo e organizzazione[modifica]

Incipit[modifica]

La domanda: «Dove stiamo oggi?» fa innanzitutto sorgere la controdomanda: «Ma stiamo poi da qualche parte?». È evidente che ci troviamo in movimento e, precisamente, in una forma di movimento che non possiamo chiamare propriamente «andare», né «procedere» e nemmeno «camminare». Da tempo invece tale movimento si compie accelerando.
È un presupposto da cui non si può prescindere se si vuole parlare dello stato delle cose.

Citazioni[modifica]

  • Come la luce si rende visibile solo nel buio, allo stesso modo la libertà del volere risalta rispetto a un altro elemento che le si oppone e la delimita. Senza questo Altro che le impone di forza un limite, la padronanza di sé diverrebbe addirittura grottesca, assurda, infame. (p. 19)
  • Vi sono tempi in cui nessuno si sente tranquillo; tempi che ricordano i movimenti inquieti del bruco che cerca un luogo dove incrisalidarsi. Ciò che esso cercava in realtà, ciò che lo trascinava nel suo moto inquieto non era precisamente un luogo: era la farfalla. Ogni involuzione è contemporaneamente un'evoluzione. Il filo in cui il bruco si avvolge è lo stesso che libererà la farfalla.
    In modo simile lo Stato mondiale non è semplicemente un imperativo della ragione, da realizzare attraverso l'azione conseguente di un volere. Se fosse così, se non si trattasse che di un postulato logico o etico, le cose in futuro andrebbero male per noi. esso è anche un qualcosa che sopraggiunge. (p. 37)
  • Per i viaggi spaziali non sono sufficienti le esperienze giuridiche, e nemmeno le esperienze di tipo fisico, su cui si fonda il diritto. Qui l'uomo, quale che sia la sua provenienza, entra in gioco in quanto figlio della terra e in quanto suo messaggero. Egli segue gli animali che manda avanti in perlustrazione perché gli indichino le tracce. Il cane lo precedeva già al tempo delle sue prime cacce.
    Solo nell'allontanamento apparirà chiara al figlio l'unità della madre, e l'amore di lei, che egli condivide con le creature animate e con quelle inanimate. Nessuna nostalgia può essere più forte. Questa strada conduce non solo a una grande distanza, ma anche a nuovi, centrali luoghi sacri. (p. 38-39)
  • Quando il terreno originario si solleva, la produzione viene coinvolta in una relazione che sta al di fuori e al di sopra della storia, quella appunto dell'origine che non è una creazione, ma una nascita. In questo senso la figura del padre deve trarsi da parte.
    Il nostro tempo si accinge a concepire una grande immagine materna che non solo comprende l'immagine del mondo in cui da sempre sono venerate le madri degli dèi e degli uomini, ma che traccia anche i confini dei misteri ultimi della materia, eterno segreto per i mortali. Il fatto che a tutto questo contribuisca, senza che lo sappiano e tuttavia con la certezza delle mete perseguite, lo spirito logico e la forma maschile della conoscenza, fa parte del paesaggio di officina e del suo stile. Anche le vittime rientrano in questo insieme. La colpa dell'uomo può essere contemporaneamente una purificazione della terra. (p. 58-59)
  • Lo specifico dell'uomo sta nella libertà del volere, il che vuol dire nell'imperfezione. Sta nella possibilità di rendersi colpevole, di commettere un errore. La perfezione, al contrario, rende superflua la libertà; l'ordine razionale acquista la nettezza dell'istinto. Una delle grandi tendenze della pianificazione mira evidentemente a una tale semplificazione. Possiamo leggerlo nella natura come in un libro illustato. (p. 63-64)
  • L'anarchico nella sua forma pura è colui che riesce a risalire con la memoria a estreme lontananze: a tempi preistorici, anteriori anche al mito. Egli crede che in quel tempo l'uomo abbia realizzato la sua determinazione autentica. Egli vede questa possibilità anche per l'esistenza attuale dell'uomo, e ne trae le sue conseguenze.
    In tal senso l'anarchico è il conservatore originario, il radicale, colui che ricerca alle radici la salvezza e i mali della società. (p. 73-74)
  • La figura dell'anarchico ha giocato un ruolo decisivo nella fase precedente i grandi rivolgimenti: senza di lui essi sarebbero impensabili. La sua protesta contro lo Stato e contro le istituzioni viene dal cuore, viene dalle radici, egli esibisce un modello migliore, più giusto, più naturale. Si combatte qui la battaglia preliminare nel corso della quale compaiono poeti di forza più grande, spiriti che si ritirano delusi quando entrano in campo gli esecutori politici.
    La grandezza di questa aspirazione non sta nella ricchezza delle forme che si intendono imprimere: sta nel modello, che è irraggiungibile. Dall'alba dell'umanità esso viene proiettato nel suo futuro più lontano e assomiglia a uno specchio puro, in cui essa può riconoscere le sue macchie, le sue insufficienze. Finché si è capaci di questo, la caratteristica specifica dell'umanità continua a essere la libertà del volere. (p. 76-77)

Explicit[modifica]

La forma dello stato umano è determinata dal fatto che accanto a esso vi sono altri stati. Non è così da sempre, né, si spera, lo sarà sempre in futuro. Quando lo Stato sulla terra era un'eccezione, quando era insulare, o unico nel senso dell'origine, gli eserciti combattenti erano superflui, stavano al di fuori dell'immaginazione. La stessa situazione deve presentarsi dove lo Stato diventa unico in senso finale. Allora l'organismo dell'uomo, nel senso di ciò che è autenticamente umano, potrà manifestarsi nella sua purezza, libero dalla costrizione dell'organizzazione. (p. 79-80)

Avvicinamenti[modifica]

  • Il mito e la leggenda non cessano mai nella varietà delle loro immagini di indicare il prezzo che si esige in cambio del sapere. Il potere ottenuto è immenso, ma ciclopico, con un occhio solo. Non prendiamo nulla alla natura senza perdere qualcosa di nostro. (da Birra e vino II,p. 135)
  • Le farfalle volteggiano nel fitto dei fenomeni, nella cui ombra la pantera sogna. (da Sulle tracce di Maupassnt, p. 162)
  • A Eleusi esiste oggi una fabbrica di cemento – circostanza che avrebbe potuto disturbare la celebrazione dei piccoli misteri, in primavera, ma non quella dei grandi misteri, in autunno. Cemento e marmo diventano pura superficie, quando di conosce il «grembo materno di Persefone». Lì non ci sono più differenze. (da Oppio, p. 220)
  • Solo l'artista ormai è tanto affidabile da fornire o meglio creare sin nel fondamento, modelli validi. Nel poeta la natura scorre ancora dall'indifferenziato alla pienezza, mentre la scienza aderisce alla pienezza per consumarla. Sono grandi distanze. (da L'iniziativa surrealista, p. 302)
  • Se a un pittore come De Chirico riuscisse di svuotare completamente una qualunque casa sulla costa mediterranea, a spogliarla del suo significato attraverso un imbiancamento, non solo a demitizzarla, ma anche a disumanizzarla, a scomporla fino agli atomi di cui è fatta e poi a ricostruirla, allora gli riuscirebbe nel contempo di gettare una rete magica sullo skyline di New York. Sarebbe allora ritornato alla griglia originaria e avrebbe dato un intero treno merci pieno di calce e mattoni in cambio di un atomo di colore. (da L'iniziativa surrealista, p. 305-306)
  • L'innamorato chiede in modo diverso dal curioso. Lo toccano ancora la luce e le ombre della caccia cosmica. E ancora gli si avvicina la grande cacciatrice, la dea Luna, mentre Atteone, per la sua febbrile curiosità, viene sbranato dai suoi propri cani. [...] Meraviglioso in questo grande mito è il modo in cui Chirone, precettore di Atteone, calma i cani. Crea un'immagine del loro padrone, e i cani le si riuniscono attorno, rappacificati.
    Faceva parte dei compiti dell'artista, dell'uomo di cultura, dell'iniziato, in tempi in cui i cani hanno perduto il loro padrone. L'opera d'arte non agisce solo come indicazione del destino in direzione del futuro – essa interpreta, risarcisce e rappacifica anche il passato. (da Psiconauti, p. 333)
  • Lo scetticismo, dagli enciclopedisti alla critica testuale e ai nichilisti dichiarati, ha introdotto un'erosione del mondo delle immagini che è finita con la rivoluzione culturale. L'imbiancamento può tuttavia coprire solo superfici. Quando il bianco è diventato assoluto, il processo comincia a mutare; la monotonia diventa eloquente. (da Scetticismo a volontà, p. 377)
  • Una parziale cecità associata all'acutezza dell'intelligenza caratterizza l'homo faber, non importa se fissa lo sguardo sugli astri, sull'uomo o sull'atomo. Qui risiede il fondamento della sua potenza – anche però della sua sofferenza, forse del suo tramonto. (da Cane e gatto, p. 390)
  • Tra i monumenti della città ideale non dovrebbe mancare quello che il lettore ignoto ha dedicato all'autore senza nome come segno di gratitudine per il genio che gli venne in aiuto nella sua ricerca di una seconda e più leggera esistenza. (da Libri e lettori, p. 401)

Ad hoc[modifica]

  • [Jünger sfoglia le lettere dell'amico Henri Furst, scomparso nel 1967, annotandone alcuni fra i più significativi passi] Li ho scelti a caso, dal fascio delle lettere, come da un gioco di carte. Un mazzo di fiori, raccolti dall'erbario, senza farne una scelta precisa. Sembrano tuttavia schiudersi nel ricordo, come i fiori del tè, nell'Estremo Oriente. Il meglio si trova in un altro foglio, quello che non porta traccia di penna, sull'altra facciata che non può essere descritta: Henry era un genio dell'amicizia. Da lì sorgeva quella ricchezza che dispensava. Come un navigante, che si apparecchia al grande viaggio, lasciò tre o quattro fogli in inglese: A vele spegate verso la morte. E questa aggiunta: «Il cuore parla al cuore, ma quel che dice si sottrae alla parola». (p. 22 della trad. it. parziale)

Filemone e Bauci. La morte nel mondo mitologico e in quello tecnico[modifica]

  • Il presentimento più forte di ogni sapere trascina verso il molto lontano, verso il segreto là nascosto. Esso vuole confermarsi nel ritrovamento, nella scoperta, nella rivelazione. In sostanza, il contatto con l'inesplorato attira più del profitto e porta passo per passo, come al centro di città tante volte distrutte e ricostruite, alla placenta dei cambiamenti. Se l'opera della Metamorfosi stupisce e rende felici non è a causa della trasformazione bensì grazie a ciò che muta dentro e dietro di sé.
    L'abbondanza è troppo impressionante per i sensi, essa deve dividersi nel susseguirsi del tempo. Così deve essere inteso anche il giudizio di Bachofen sulla leggenda degli Argonauti:«Racconti come questo assomigliano a geroglifici nei quali il tempo più remoto ha depositato la memoria delle grandi trasformazioni dell'esistenza umana».
    Cosa mai sono i geroglifici?- Essi sono segni più forti del testo raffigurato. Scalfiscono in profondità, e non solo in superficie, non solo le epoche e le costellazioni. Descrivono non solo le vesti ma ciò che muta contemporaneamente dentro le vesti.
    In questo senso la nave Argo prosegue oltre Colchide; il viaggio conduce, con equipaggi differenti, attraverso il tempo come tale – si riferisce all'immenso rischio inteso solo come avventura senza fine, salvo che con il tempo. (p. 100-101)
  • Mentre da Esiodo ad Omero, poesia e fede sono ancora strettamente concatenate, nell'era tarda il modo del poeta di vedere gli Dei ed i loro miracoli si discosta dal modo di vedere dei fedeli. Tuttavia il poeta non sarà mai completamente vittima della scepsi come il pensatore, perché egli è l'erede di un mondo animato, di un Eros cosmogonico che con il suo raffreddamento fece irrigidire anche la poesia.
    Quindi il poeta è dalla parte dei fedeli – ma non dei sacerdoti con le loro esigenze. [...]
    Lo sguardo del poeta vuole pervadere la cosa trasformata: fino alla sorgente delle trasformazioni.
    Ovidio aggiunge la seduzione del veggente davanti al passaggio di scene colorate, di volta in volta solenni, spaventose oppure idilliache – davanti alla sfilata di un corteo che esce dalla porta dell'essere di fronte alla quale devono cadere le maschere, fino alla stessa porta dove esse si fondono. (p. 107)
  • Noi conosciamo non solo la caduta degli Dei, ma anche lo smascheramento di tutti i miracoli attribuiti loro. Ogni Baal trova il suo Daniele. Incominciamo a dubitare quando il nesso, oppure 'quell'uno accanto all'altro' attraverso il quale il miracolo appare evidente, si è allentato.
    Allora il miracolo materialmente si svela come impossibile, come assurdo. Però ci si crede sempre.
    Cambia solo ciò che è degno di fede, il cenno convincente sul fatto. Tuttavia questo cenno attraversava sempre il fatto. Se Filemone e Bauci si spaventano – non è perché la brocca si riempie 'da sé'. Non si spaventano per il riempimento ma per il luogo del 'sé'. Quando Cristo dice: 'Tuo figlio è vivo', non intende che il cadavere adesso si riempia di vita come la brocca del vino, egli intende il figlio e la vita stessa – aldilà delle trasformazioni. Ciò suscita paura e speranze: i miracoli cambiano, il tremendum rimane. Non si riferisce al gioco delle onde, ora quieto ora infuriato, ma alla silenziosa profondità dell'oceano (p. 109)
  • Ai Prometidi è data la forza trasformativa dell'occhio – a cui segue il progetto. Nietzsche si rivela come uno di loro, non solo perché 'filosofa con il martello' ma anche attraverso il momento.
    Prometeo, in comune con il Plutone sotterraneo, ha il martello che alza perfino contro il padre. Dove si presenta, la terra incomincia a fumare e diventa incandescente, la sua produzione è accoppiata al lavoro e quindi è di minor fascino e di maggior astuzia. Chi come lui si è reso autonomo, riesce meno 'da solo', non c'è più niente 'gratuitamente' come ricevuto dagli Dei, dalle Muse o dalla natura. A nascondere il rapimento della fortuna – ciò diventa scienza. Innanzitutto viene nascosta la vittima. (p. 113)
  • La poesia, laddove diventa forte, ristabilisce l'unità. L'albero non simboleggia la vita singola bensì la stirpe. Esso raffigura il genere: i fiori e i frutti che compaiono anno per anno sono gli individui.
    Così lo intendono le tavole o alberi genealogici.
    I due vecchi, con la trasformazione in alberi, sono allontanati in un altro ordine di tempo. Ciò è più di un guadagno di tempo: essi possono essere venerati. Al tempo stesso si attenuano i caratteri individuali, le foglie ombreggiano il contorno. Il profilo si spiritualizza. Dal punto di vista botanico: in natura il genere non esiste. (p. 119)
  • Un fatto, un'immagine, un'opera d'arte viene modificata già dall'evidenza della percezione come se fossero toccati con la bacchetta magica. Qualcosa viene tolto, semplificato, tralasciato, e precisamente in quanto diminuisce la parte invisibile dell'oggetto a favore del visibile, e in quanto nel film domina lo svolgimento meccanico nei confronti dell'emozione interiore.
    Qui l'uomo in azione è sempre rappresentato meglio, è sempre al posto giusto invece di colui che medita, ed i cui pensieri -come dice Vauvenargues- 'avvengono nel cuore'
    Una volta fotografare era definito abnehmen (togliere o rimuovere)
    Come una maschera, così si toglie un aspetto esteriore, cioè l'apparenza dell'uomo. (pagg. 120-121)

Eumeswil[modifica]

Incipit[modifica]

Il mio nome è Manuel Venator; sono steward notturno nella casbah di Eumeswill. Non ho un aspetto appariscente; nelle gare posso contare su un terzo premio e quanto a donne non ho problemi. Ho quasi trent'anni; il mio carattere sembra faccia un'impressione gradevole – premessa indispensabile per la mia professione. Per quanto riguarda la politica, vengo giudicato persona fidata, sebbene non particolarmente impegnata.
Tanto, in breve, circa la mia persona. I dati forniti sono sinceri, quantunque ancora vaghi. Li preciserò a poco a poco: a tal riguardo contengono lo spunto di una predisposizione.

Citazioni[modifica]

  • Se volgiamo indietro lo sguardo, esso cade su sepolcri e ruderi, sopra un campo di rovine. Noi stessi intanto siamo succubi di un'immagine temporale riflessa: mentre crediamo di avanzare e progredire, ci dirigiamo invece alla volta di questo passato. Presto gli apparterremo: il tempo ci oltrepassa. (da I maestri, p. 18)
  • Il parallelo positivo dell'anarchista è l'anarca. Costui non è l'antagonista del monarca, bensì la persona più remotamente lontana da lui, non sfiorata neppure da lui, sebbene anch'essa pericolosa. Non è l'avversario del monarca, ma il suo pendant.
    Il monarca vuole dominare su molti, anzi tutti, l'anarca soltanto sé stesso. (da I maestri, p. 39)
  • Sebbene anarca, non sono antiautoritario. Al contrario, ho bisogno di autorità, anche se non credo in essa. (da I maestri, p. 61)
  • La terra, di quando in quando, mostra il proprio totem, quello dell'antico Serpente, liberandosi delle sue membra, o ritraendole. Ciò spiega lo Stato universale, la sparizione di civiltà, l'estinguersi di animali, le monocolture, i deserti, l'aumento di terremoti e di esplosioni plutoniche, il ritorno dei Titani – così di Atlante, che personificava l'unità, di Anteo che personificava la forza, e di Prometeo, che personificava l'astuzia della madre.
    A tutto ciò si ricollegò, un tempo, la caduta degli dèi. Essi tornarono poi, coloro che avevano scacciato dal trono il Padre – ciò che allora era la falce di diamante, che lo aveva fiaccato, erano adesso ragione e scienza. (da I maestri, p. 81)
  • Qualcosa di divino vi è indubbiamente in noi e deve, come tale, essere riconosciuto, altrimenti non potremmo avere alcuna nozione degli dèi.
    «Giacché un Dio opera in noi» (Hoelderlin). «UNO è il principio di tutto» (Filolao). «Un dio è tra gli dèi e tra gli uomini il maggiore, non comparabile ai mortali né per forma né per idee» (Senofonte). «Un turbine di forme multiple si distacca dal Tutto» (Democrito).
    E sempre si torna ad Eraclito. Sul numinoso non vi è da far scalpore: ciascuno lo incontra – ciascuno ha il suo Sinai, e anche il suo Golgota. (da Una giornata nella casbah, p. 204)
  • Il contrassegno dei grandi santi, e ve ne sono ben pochi, sta nel cogliere il centro dei problemi. Le cose più semplici sono invisibili, perché celate dentro l'uomo; nulla di più arduo che far comprendere ciò ch'è ovvio. Se viene scoperto o ritrovato, scatena energie esplosive. Antonio ha ravvisato la potenza del solitario. Francesco quella del povero, Stirner quella dell'Unico. «In fondo», ognuno è solitario, povero e unico, nel mondo. (da Una giornata nella casbah, p. 310)

Il problema di Aladino[modifica]

  • [...] le statistiche sono destinate a quelli di mente ristretta. Che cosa significa per esempio la domanda: «Quale colore preferite?» per uno che si sente bene nella nebbia o che si estasia della tavolozza, dell'opale, dell'arcobaleno, di un tramonto a Manila? Eppoi sotto ogni strato normale ne troviamo uno più profondo e generale, lo strato umano. L'uomo resta l'enigma per eccellenza. (p. 68)
  • Il desiderio di una nuova vita può diventare molto forte. Penso all'influenza del fin amor provenzale sul Rinascimento. Vita nova – un Dante di nove anni viene trasformato da Beatrice come Petrarca da Laura – ciò che sul piano cosmico è la marea, per l'uomo è la poesia: una risposta a grandi lontananze. (p. 69)
  • Dove Zeus non troneggia più, corona, scettro e confini perdono ogni senso; gli eroi si congedano con Ares, col grande Pan muore la natura. Dove la stessa Afrodite impallidisce, si giunge a promiscuità indiscriminate.
    Il potere di Dioniso è comprovato dal fatto che lui solo resiste. È il signore della festa nei palazzi e tra le masse, è di casa trai i principi e tra i mendicanti. La sua luce incanta l'effimera che ne è incenerita. (p. 70)
  • Le inclinazioni storiche e specialmente quelle archeologiche sono strettamente intrecciate con le tombe; dopotutto il mondo è una tomba nella quale i tempi sprofondano e dalla quale asfodelicamente risorgono. È seme e raccolto in uno, e in ogni storico vive un Orfeo. (p. 98, 99)

Cacce sottili[modifica]

  • Il gioco lascia presagire ciò che può accadere in un altrove remoto, tra spiriti divini, in mondi sconosciuti. (da Ricordi di Rehburg, p. 16)
  • La caccia, in quanto forma archetipica del grande gioco del «catturare e nascondere», è una faccenda seria; non tollera nient'altro. Argo ha cento occhi ed una sola meta. (da Antaeus, p. 25)
  • La forza di una terra agisce da grandi profondità e determina non solo l'armonia reciproca tra gli esseri viventi, ma anche quella della natura inanimata. Le cose più lontane si accordano tra loro nello stesso modo in cui le parole dal significato più diverso si accordano attraverso la rima. Il mondo si compone, si fa poesia. (da Antaeus, p. 27)
  • Ricordo che in un angolo del bosco nei pressi di Santos rimasi in questo modo affascinato da una morphos regale. Quando le ali si richiudevano avevano riflessi d'oro come di broccato, dispiegate, sembravano uno specchio argentato dal fondo azzurro. Il suo nome viene dal colore del cielo coelestes. L'aria era serena, ed il sole ardeva splendente; l'incantesimo diventava sempre più forte, come lo sguardo di un occhio che, ad ogni batter di ciglio, ipnotizza sempre più intensamente. Con il piacere cresce anche un senso di paura, il presagio di un pericolo che incombe. La bellezza vuole rapirci ciò che ci appartiene; se diventa troppo forte, finirà col sottrarci anche il tempo, come al monaco di Heisterbach. (da Antaeus, p. 29)
  • Dietro alla molteplicità, di qualunque specie essa sia, si nasconde un mistero. Allo stesso modo, il testo di un grande autore è costituito di lettere, segni, frasi, paragrafi, e qualcuno lo legge senza coglierne la composizione. Ma la stessa composizione fa segno verso qualcosa di completamente diverso. Quando il lettore lo ha compreso, interrompe la lettura per abbandonarsi alla gioia di un'intesa muta. (da Ancora cicindela, p. 80)
  • Un'immagine vuole spezzare i confini che il concetto aveva tracciato per restringerla e definirla. Lo spirito, che lo voglia o meno, deve prenderne atto, se non vuole capitolare di fronte ai fenomeni. Estendendo i confini può di nuovo comprendervi quell'immagine. L'errore non stava nel mondo, ma nel nostro occhio, nel suo intimo. È un salto che ci riporta indietro, verso l'origine. (da Collyris, p. 142)
  • La vista di una pietra preziosa può rendere accessibile una montagna. (da Il verdemuschio, p. 173)
  • [A Sérignan, nel giardino della casa museo di Jean Henri Casimir Fabre, entomologo e poeta.] Nei giardini come questo si dimenticano tutti i nomi, anche il proprio. Le cose parlano con la loro forza senza nome. Ci invade un senso di gioia, sorge il presagio dell'ora in cui ci lasceremo alle spalle non solo il nome, ma anche le cose.
    Il sole splende, tutto è tranquillo qui fuori; ora il padrone esce dalla casa dove gli avevamo reso omaggio. Si nutre ancora ed è vivo: in casa lo abbiamo venerato, qui, ora lo amiamo. (da Polvere colorata, p. 272)

Due volte la cometa[modifica]

  • Tre punti, anche lontani, ai confini del mondo visibile, suscitano il desiderio di unirli con una linea, così si formano le costellazioni. Questa linea è inestesa e inconcepibile; noi possiamo dunque immaginarci l'inesistente – tuttavia, per poterlo fare abbiamo bisogno di punti d'appoggio. Rivestiamo le figure con immagini, cercando di ricavare modelli dal repertorio della nostra esperienza: È un campo in cui potremmo fare esercizi. (p. 12)
  • Ognuno è immortale, ma certo non come individuo. Egli non tramonta, ma viene innalzato.
    Mi appassiona piuttosto, da tempo, il problema del trapasso: un calice di terracotta è trasformato in oro, e poi in luce. Solo una domanda, in tale questione, mi preoccupa: se questo innalzamento sia ancora percepito dalla conoscenza, se penetri ancora nella coscienza. Ciò dovrebbe avvenire per metà nel tempo, per metà fuori dal tempo. Il sole è tramontato, ma i suoi riflessi splendono ancora. Meditazioni che s'impongono in un'epoca in cui la morte può giungere a volo radente, più veloce di quanto mai sia stato in alti tempi. (p. 37)
  • I colori hanno una loro vita propria, si trovano anche nella parte interna delle conchiglie assopite nelle profondità marine – è un indizio di feste segrete; grazie a una scoperta fortunata potremmo parteciparvi anche noi. (p. 72)
  • L'atteggiamento di preghiera è originario e naturale, non soltanto negli uomini, ma anche in animali e piante; potremmo cercarlo anche nella materia – nei suoi tessuti, nelle sue vibrazioni. Perché il cerchio si chiude ritornando al suo inizio, perché una superficie irradiata tende a dilatarsi? Forse vuole godere del sole più intensamente, come la lucertola che si appiattisce. Esistono piante che celebrano culti solari, altre culti lunari. (p. 92

I prossimi titani[modifica]

  • La tecnica è la magica danza che il mondo contemporaneo balla. Possiamo partecipare alle vibrazioni e alle oscillazioni di quest'ultimo soltanto se capiamo la tecnica. Altrimenti restiamo esclusi dal gioco. (p. 22)
  • La tecnica, in quanto fenomeno universale, cosmopolitico, che spinge inesorabilmente alla globalizzazione, prepara lo Stato mondiale e, anzi, in una certa misura lo ha già realizzato. Lo Stato mondiale ne è il corrispettivo politico. (p. 67)
  • Quanto alla lettura e alla scrittura in genere, credo che stiamo vivendo una rivoluzione simile a quella vissuta da Platone, ma in direzione opposta. Platone esperì la transizione da una cultura orale, quella della Grecia arcaica, a una cultura che fissa invece le sue espressioni mediante la scrittura, come la cultura greca classica, da cui discende la nostra civiltà. Oggi, con le nuove tecnologie di comunicazione, con la diffusione della videoscrittura, della multimedialità e della possibilità di creare «ipertesti», la scrittura tradizionale, fissa, sta diventando nuovamente fluida, mobile, trasformabile, come nell'oralità. (p. 117)
  • Anche se non si volesse credere alla verità che nascondono, è impossibile non credere alla loro incomparabile potenza simbolica. Nonostante la loro consunzione moderna, i miti restano, al pari della metafisica, un ponte gettato verso la trascendenza. (p. 96)
  • Penso invece che i teologi e gli intellettuali che praticano oggi con tanto zelo la demitologizzazione assomiglino a un esercito di formiche entrate in una pingue cucina: divorano e distruggono tutte le leccornie che vi trovano, ma non smettono di raccontarsi quanto sono squisite. (p. 97)
  • ...il sogno trascende la realtà. Forse il sogno supera anche il mito: nel sogno tutto è possibile, nel sogno ciascuno di noi è geniale. Il sogno è dunque una dimensione essenziale della vita. Sottoscriverei interamente la celebre affermazione di Calderòn secondo cui l'intera vita è un sogno. Anzi, la vita, questa sublime decomposizione della materia è forse di più: è un'ebbrezza. (p. 100)

Il Sogno dell'anarca. Incontri con Ernst Jünger[modifica]

  • La cecità aumenta con l'illuminazione; l'uomo si muove in un giardino labirintico di luce.
    Egli non sa più che cosa siano le leggi delle tenebre. (p. 129)
  • Piante, paesaggi ed animali – cito dal diario di viaggio Atlantische Fahrt – sono «a noi intimi nella parte più profonda di noi come porzioni del Sé che si realizza sotto forma di immagini». «Talora», prosegue Jünger «generalmente in alcuni sogni e con tutta probabilità nell'ora della morte, questa immaginazione è presente in noi con una forza inaudita». (p. 120)
  • In una situazione di malvagie apparizioni e di inganno il pensiero diviene pericoloso solo per il fatto di essere corretto, e spiriti che posseggono la giusta misura, fanno da specchi in cui si manifesta la nullità del mondo delle ombre. Un pensiero logico, una giusta misura, un'azione nobile, lo stesso astenersi da ciò che è vile, sono tutte queste armi che divengono tanto più afflilate quanto meno ci si lascia condizionare dal tempo. (p. 136)
  • Dovevo a Hitler la consapevolezza che nulla avevo a che fare con la politica, questi era il mio mentore ex-negativo... in mezzo alla tempesta d'entusiasmo da lui scatenata, in maniera del tutto indipendente da ragioni, direzione e contenuto di tanto entusiasmo avvertii di essere estraneo a tutto ciò. (p. 169)
  • Fondamentalmente niente s'appaia tanto bene con un vecchio prete quanto un vecchio soldato. Il primo si è sacrificato per la parte della patria che sta in alto, il secondo per quella che sta in basso; nessun'altra differenza (p. 199)

Il contemplatore solitario[modifica]

  • Se l'istante è armonioso e dorato, il tempo lo penetra. Ma noi usciamo dal tempo, ed esso diviene lo sfondo, il motivo intonato da una realtà lontana, come qui il battito delle onde sul litorale. (da Presso la torre saracena, p. 190)
  • Terra sarda, rossa, amara, virile, intessuta in un tappeto di stelle, da tempi immemorabili fiorita d'intatta fioritura ogni primavera, culla primordiale – sentii la sua dolce altalena nel mare. Le isole sono patria nel senso più profondo, ultime sedi terrestri prima che abbia inizio il volo nel cosmo. A esse si addice non il linguaggio, ma piuttosto un canto del destino echeggiante sul mare. Allora il navigante lascia cadere la mano dal timone; si approda volentieri a caso su queste spiagge: che cosa pensare di simili fiori di loto nel mare azzurro? (da Presso la torre saracena, pp. 183-184)
  • Ogni forma foggiata è soltanto una testimonianza dell'energia formatrice e soltanto un simbolo di ciò cui essa allude. L'opera d'arte è transeunte, ma attesta qualcosa di immortale. Tutte le immagini visibili sono olocausti, sono servizio liturgico nell'ambulacro che conduce a un'immagine invisibile. (da Lo scarabeo spagnolo, p. 230)
  • Le voci degli uccelli appartengono alla patria che da sempre ha avvolto gli esseri umani, guardandoli negli occhi come una madre. La terra natia è fiorita prima che l'uomo abbia fabbricato casa e focolare, prima che abbia creato e suddiviso le distese dei campi. Perciò il linguaggio degli uccelli lo commuove più profondamente che ogni altro suono a lui familiare, sia esso confortante o perturbante. (da Terra sarda. Un itinerario attraverso il museo di Cagliari, p. 245)
  • Afferra l'animo di noi uomini d'oggi, in queste rozze statuine, l'estrema semplicità, segno di una vita i cui significati, come quelle torri in mezzo alla minaccia, erano al sicuro da cima a fondo. Ciò che è diritto e torto, dovere e servizio, quegli uomini devono averlo saputo meglio di noi, e forse ancor meglio devono aver conosciuto i confini tra guerra e pace, tra uomo e donna. (da Terra sarda. Un itinerario attraverso il museo di Cagliari, p. 246)
  • Perfetta è un'opera cui nulla vorremmo aggiungere, ma anche quella cui nulla vorremmo togliere. Se tale è la sua natura, essa si sottrae all'avvicendarsi dei tempi e ai loro criteri di valutazione; è bella per sempre. (da Terra sarda. Un itinerario attraverso il museo di Cagliari, p. 258)
  • Ecco perché i tiranni hanno paura. Possono ridurre all'ubbidienza milioni di uomini, ma non quell'uno che in sé ha ridotto in schiavitù la morte. Egli ristabilisce la dignità dell'uomo. Così muta il significato degli altari sacrificali lordi di sangue: l'onta e la profonazione sono servite soltanto ad accrescere lo splendore della verità.
    Ecco l'incubo dei tiranni: che la loro vittima s'innalzi a una libertà ad essi inaccessibile, e che si dilegui, mentre essi delirando sognano di annientarla, in spazi nei quali tortura e supplizio non hanno più alcun potere . E l'incubo dei carnefici è questo: che la loro vittima riviva. Che ciò non sia mai: a questo mirano gli sforzi della scienza. (da Tre Ciottoli,p. 271)

La forbice[modifica]

  • Nell'opera d'arte il tempo acquista spessore a un livello più alto nonostante le appartenga una perfezione che avvertiamo al di fuori del tempo e che rimane irraggiungibile. È questa la ragione per cui la moda si consuma nel quotidiano, lo stile nei secoli. (p. 9)
  • La meta è possibile sempre e ovunque; il viandante la porta con sé, come il suo orologio. E, se il cammino è pensato come una passione, egli porta con sé la sua croce fin dal principio.
    Nessuno muore prima di aver realizzato il suo compito. (p. 20)
  • La poesia russa, all'inizio del secolo, ricevette dai chiostri ortodossi un ultimo regalo d'addio per la posterità. Viatico per i tratti più ardui del cammino. (p. 35)
  • Martin Lutero disse che, anche se avesse saputo che il mattino successivo il mondo sarebbe finito, avrebbe ancora piantato un albero nel suo giardino. È evidente che anch'egli riteneva il cammino più importante della meta. Anche il profeta gli darebbe la sua approvazione. L'albero sta nel libro. (80)
  • Sullo schermo l'arena rimane certamente pulita, e tuttavia la violenza è presente. (p. 117)
  • La flora delle giungle si decompone, nei deserti si dissecca e si trasforma in polvere. Sul muro del tempo crescono sempre muschi e licheni, come già li vide Leonardo. Le loro figure danno da pensare, da sperare anche: l'acqua della vita deve esservi filtrata. Il compito che ci resta è quello di separarla dal mare, dalle nuvole, dalla rugiada. (p. 80)
  • La cinematografia procura un foro e una tribuna allo stato mondiale: ne rende possibile l'esistenza. (p. 118)
  • Che i Titani non sono alla fine sufficienti, fu dimostrato in forma augurale dal naufragio sull'iceberg della nave battezzata con il loro nome. È ben raro che Cassandra scenda, come allora, nei dettagli. (p 124)
  • Quando si manifesta qualcosa di inaspettato che, a seconda dei casi, sbalordisce, irrita, stimola, lo si saluta come una «novità». Il che non costituisce un segno della sua bontà, ma, quanto meno, un'etichetta. Le espressioni cui si ricorre sono molteplici, il senso rimane lo stesso, da quando si parla del tempo e del suo corso. Attualmente è in corso il «post-moderno»; la parola allude ad una condizione che si è data da sempre. La si è raggiunta anche solo quando una donna indossa un cappellino nuovo. (p. 128)
  • Ulisse vuole ascoltare il canto delle sirene, a costo di mettere in pericolo la propria vita. Egli percorre l'occidente fino ai suoi confini; senza di lui, esso non potrebbe nemmeno sussistere. Non ci sarebbe stato nessuno sbarco sulla luna. (p. 133)

Prognosi[modifica]

  • In una città che si approssima a quella eterna, l'opera d'arte dovrebbe diventare sacra e il sacro mutarsi in arte. Ciò non è però conseguibile nel tempo; si può giungere solo a una conciliazione, mai a un risultato durante lo scontro delle immagini. Nella città eterna non esistono templi, poiché l'arte è giunta alla bellezza non soggetta al tempo, scopo a cui, peraltro, mira tanto instancabilmente quanto invano. Dobbiamo appagarci di quello che ci viene offerto, al pari della vecchietta che venera un osso come una reliquia.
    Perlomeno l'atemporalità non ci è estranea. Procediamo da essa e verso di essa andiamo. L'atemporalità ci accompagna durante il viaggio come l'unico bagaglio che non può essere smarrito. Essa getta le sue ombre su di noi quando soffriamo e ci dona la vita quando la sua luce ci sfiora. (da Gestaltwandel, p. XLIV della trad. it. parziale.)
  • L'arte e i culti circondano e ornano il muro del tempo; ognuno celebra da solo il sacramento della morte. Nella morte di Ivan Ilijc, Tolstoj descrive il passaggio durante il quale l'esistenza non viene tolta, ma l'individuo rinuncia ad essa.
    A questo proposito Heidegger scrive: «La rinuncia non toglie. La rinuncia dona. Dona la forza inesauribile dell'infinito». (da Esposizione, pp. XLV -XLVI della trad. it. parziale.)

Viaggi in Sicilia[modifica]

  • Segesta. Il tempio si incastra nel paesaggio in una compatta unità di forza selvaggia e di armonia. Era una giornata nuvolosa e tirava vento; il moto delle nubi e l'equilibrio dei monti sembravano subire il dominio del santuario. Se non ci fosse il tempio a concedere una dilazione, le forze della natura si scaglierebbero titanicamente l'una sull'altra. Il rapporto ideale tra potenza e ordine è raggiunto nella distribuzione in linea orizzontale e verticale: con la contemplazione lo spirito acquista sicurezza e quietudine.
    Simili edifici sono installazioni di ordine superiore, nella cui sfera d'influenza la vita artistica ed eroica si nutre per secoli. Vi si esterna in una volta sola l'intera forza terrestre; in questo senso è il suolo a sospingerli, come per effetto di un processo di cristallizzazione. Si sente che tra questi edifici e il suolo c'è un'affinità; eppure sono composizioni dello spirito – perciò si tratta al tempo stesso di formazioni della potenza incosciente e di quella cosciente.
    Durante la salita verso il teatro mi voltavo spesso verso il santuario, constatando che il prodigio cresce con la distanza. Torna a onore dei greci la cognizione del rango della riduzione e del suo rapporto con la grandezza; similmente, anche il cristallo appare come il modello ridotto ma insieme intellegibile della terra. (da La Conca d'oro, pp. 31-32)
  • Al ritorno ci siamo fermati ad Alcamo. È singolare la maniera in cui il sole disfa la pietra avvolgendola fino al nucleo nella vampa aurata. I contorni si sbriciolano e questo agglomerato solare si fonde nella lontananza con lo scenario di monti e di rocce su cui si è innalzato. Dapprincipio la patina del tempo fa invecchiare le cose, ma poi sopprime le tracce della storia e restituisce le opere alla natura. Queste diventano allora «edifici», nel senso in cui con questa parola alludiamo anche alle tane e ai nidi, come nel caso delle api, delle formiche e delle lucertole. Nel vederli siamo colti da una specie di torpore; presagiamo che qui anche la vita ha smarrito la sua dimensione storica e pulsa in guisa più istintiva ed elementare. Questa sensazione si avverte in Sicilia in modo speciale; […] (da La Conca d'oro, p. 32)

Incipit di alcune opere[modifica]

Visita a Godenholm[modifica]

Il mare era così liscio e immobile che, ai piedi della scogliera, i suoi contorni si increspavano appena. Gruppi di uccelli marini riposavano sull'acqua. Pareva che, alla vista di quegli stormi sognanti, la desolazione, la solitudine della spiaggia si facessero ancora più profonde – che vi si intrecciasse il vuoto. Quel vuoto che, di quando in quando, trovava voce nel grido di un gabbiano.
A ciascuno di quei richiami striduli, lamentosi, un fremito correva a Moltner.

Un incontro pericoloso[modifica]

Era la prima domenica di settembre, una giornata azzurra. Spesso in quest'epoca lo splendore dell'estate concentra le sue ultime forze in un'ultima festa prima che avvampino i colori autunnali. Le notti sono più fresche; così l'alba si bagna di rugiada e la mattina è tiepida e gradevole. Il fogliame degli alberi si è scurito; si staglia contro il cielo come metallo a sbalzo. Anche nelle città si attenua la calura e vi penetra un'aura di lusso e di gaiezza.

Citazioni su Ernst Jünger[modifica]

  • Jünger ritiene scontato che sia più degno partecipare con ebbrezza alla guerra che lasciarsi passivamente inghiottire da essa. (Roger Caillois)
  • Contrariamente a Quinton, Jünger non trascura, piuttosto esagera il lato tecnico della guerra, che sembra annientare il guerriero ancor meglio del proiettile che lo uccide. (Roger Caillois)

Note[modifica]

  1. citato in Andrea Benedetti, Rivoluzione conservatrice e fascino ambiguo della tecnica, Edizioni Pendagron, Bologna 2008
  2. a b c citato in Roger Caillois, La vertigine della guerra, traduzione di Mauro Pennasilico, Edizioni Lavoro, Roma 1990
  3. La citazione di Hölderlin è tratta dalla lirica Der Archipelagus (L'arcipelago), in Friedrich Hölderlin, Le liriche, a cura di E. Mandruzzato, Adelphi.
  4. Kniébolo è lo pseudonimo attribuito da Jünger ad Adolf Hitler.
  5. Friedrich Georg Jünger. Scrittore, filosofo e poeta, fratello di Ernst Jünger.

Bibliografia[modifica]

  • Julien Hervier, Conversazioni con Ernst Jünger, traduzione dal francese di Armando Marchi, 1987, Guanda. ISBN 8877462612
  • Ernst Jünger, Al muro del tempo, traduzione di La Rocca A.; Grieco A., Adelphi, 2000.
  • Ernst Jünger, Cacce sottili, traduzione di A. Iadicicco, Guanda.
  • Ernst Jünger, Due volte la cometa, traduzione di Quirino Principe, Guanda, 1989.
  • Ernst Jünger, Foglie e pietre, traduzione di Flavio Cuniberto, Adelphi, 1997. ISBN 9788845913211
  • Ernst Jünger, Il Contemplatore solitario, traduzione e postfazione di Quirino Principe, Guanda, 2000.
  • Ernst Jünger, Il Cuore Avventuroso. Figurazioni e capricci, traduzione di Quirino Principe, Guanda 2001.
  • Ernst Jünger, Irradiazioni. Diario (1941-1945), traduzione di H. Furst, Guanda, 1993. ISBN 9788877468246
  • Ernst Jünger, Trattato del ribelle, traduzione di F. Bovoli, Adelphi, Milano, 1990.
  • Ernst Jünger, Viaggi in Sicilia, traduzione di Giuseppe Raciti, Sellerio editore, Palermo, 1993.
  • Antonio Gnoli, Franco Volpi, I prossimi Titani. Conversazioni con Ernst Jünger, Adelphi, 1997. ISBN 9788845913259
  • Ernst Jünger, Giardini e Strade. Diario 1939-1940. In marcia verso Parigi, traduzione di Alessandra Iadicicco, Guanda, 2008.
  • Ernst Jünger, Nelle tempeste d'acciaio, traduzione di G. Zampaglione, Guanda, 1998.
  • Ernst Jünger, Il tenente Sturm, traduzione di Alessandra Iadicicco, Guanda 2000, ISBN 8877469684
  • Ernst Jünger, Boschetto 125. Una cronaca delle battaglie in trincea nel 1918, curatore Quirino Principe, traduzione Alessandra Iadicicco, Guanda, 1999.
  • Ernst Jünger, Scritti politici e di guerra 1919-33, vol. I, 1919-1925, raccolti e commentati da Sven Olaf Berggötz, traduzione di Alessandra Jadicicco, prefazione di Quirino Principe, Libreria Editrice Goriziana. ISBN 88-86928-69-6
  • Ernst Jünger, Scritti politici e di guerra 1919-33, vol. II, 1926-1928, raccolti e commentati da Sven Olaf Berggötz, traduzione di Alessandra Iadicicco, prefazione di Quirino Principe, 2004, Libreria Editrice Goriziana. ISBN 88-86928-77-7
  • Ernst Jünger, Scritti politici e di guerra 1919-33, vol. III, 1929-1933, raccolti e commentati da Sven Olaf Berggötz, traduzione di Alessandra Iadicicco, prefazione di Quirino Principe, Libreria Editrice Goriziana, 2005. ISBN 88-86928-84-X
  • Ernst Jünger, Edmund Schultz. Il mondo mutato. Un sillabario per immagini del nostro tempo, traduzione di Maurizio Guerri, 2 voll., 2007, Mimesis Edizioni/Métis Presses. ISBN 978-88-8483-531-4
  • Ernst Jünger, La capanna nella vigna. Gli anni dell'occupazione 1945-1948, traduzione di Alessandra Iadicicco, Guanda, 2009
  • Ernst Jünger, Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza, traduzione di Sandrin C.; Igazio U., Guanda 2006
  • Ernst Jünger, Ad hoc, Klett Verlag, Stuttgart 1970. Traduzione italiana parziale (Ricordo di Henry Furst, nel volume Il meglio di Henry Furst, a cura di Orsola Nemi, pp. 11-22, Longanesi, Milano 1970.
  • Ernst Junger, Filemone e Bauci. La morte nel mondo mitologico e in quello tecnico, traduzione di Angelica Mezzolla, in I Quaderni di Avallon, 1991, n. 25, pp. 99-121. Il Cerchio-Iniziative Editoriali, Rimini.
  • Ernst Jünger, La forbice, traduzione di A. Jadicicco, Guanda 1996.
  • Ernst Jünger, Prognosen, Bernd Klüser, München 1993. Traduzione italiana parziale: Prognosi, Esposizione, La rivoluzione del mondo e della terra, in La Biennale di Venezia. XLV Esposizione Internazionale d'Arte; Punti cardinali dell'arte (14 giugno – 10 ottobre 1993), vol I, traduttori: Anna Bagnari, Barbara Bertin, Marco Bettini, Nicola Curcio, Angela Fazzini, Ada Ferianis, Alberto Folin, Anthony Marasco, Susanne Müller, Elisabetta Pastorella, Paolo Vettore, Marsilio, Venezia 1993.
  • Ernst Jünger. L'operaio. Dominio e Forma, curatore e traduttore Quirino Principe, Guanda 2004.
  • Ernst Jünger, Carl Schmitt, Il nodo di Gordio, curatore Galli C., traduttore Panzieri G, Il Mulino, 2004
  • Ernst Jünger, Il libro dell'orologio a polvere , traduzione di La Rocca A.; Russo G., Adelphi, 1994
  • Ernst Jünger, Martin Heidegger Oltre la linea, traduzioni di Alvise la Rocca e Franco Volpi, Adelphi, 1998
  • Ernst Jünger, Rivarol. Massime di un conservatore, traduzioni di Brunello Lotti e Marcello Monaldi, Guanda, 2004
  • Ernst Jünger, Lo Stato mondiale. Organismo e organizzazione, traduzione di Alessandra Iadicicco, Guanda, 1998, ISBN 88-7746-944-7
  • Ernst Jünger, Le api di vetro, traduzione di Henry Furst, Guanda, 1993
  • Ernst Jünger, Tipo Nome Forma, traduzione di Alessandra Iadicicco, Herrenhaus, 2002
  • Ernst Junger, L'Albero. Quattro prose, traduzione di Alessandra Iadicicco, Herrenhaus, 2003, ISBN 88-87761-11-6
  • Ernst Jünger, Sulle scogliere di marmo, introduzione di Quirino Principe, traduzione di Alessandro Pellegrini, Guanda, 1988
  • Ernst Jünger, Eumeswil, traduzione di Maria Teresa Mandalari, Guanda, 2001, ISBN 8877463643
  • Heimo Schwilk, Il sogno dell'anarca. Incontri con Ernst Jünger, traduttore Sandri A.; Beretta C., Herrenhaus, 1999
  • Ernst Jünger, Il problema di Aladino, traduzione di Bianchi B.R., Adelphi, 1998
  • Ernst Jünger, Maxima-Minima. Annotazioni su L'operaio . Traduzione e postfazione di Alessandra Iadicicco, 2012, Guanda, ISBN9788860887573
  • Ernst Jünger, Ludi africani, traduzione di Ingrid Harbeck, Guanda 1995, ISBN 8877468378
  • Ernst Jünger, Visita a Godenholm, traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, 2008, ISBN 9788845922558
  • Ernst Jünger, Heliopolis, a cura di Quirino Principe, traduzione di Marola Guarducci, Guanda, 2006, ISBN 8882463621
  • Ernst Jünger, Un incontro pericoloso, traduzione di Anna Bianco, Adelphi, 1997, ISBN 88-459-1338-4

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