Il Mereghetti

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Il Mereghetti, dizionario enciclopedico dei film.

Citazioni[modifica]

  • Al suo primo film parlato, Lang continua a impiegare con maestria le metafore visive e le immagini evocative che avevano fatto grande il muto, e insieme si vale in modo assai moderno delle risorse del sonoro. (M - Il mostro di Düsseldorf, 2010, p. 2089)
  • Uno dei film hollywoodiani che ha saputo esprimere con maggior forza ed efficacia un messaggio pacifista e antimilitarista: gli anni non hanno tolto forza all'opera e anche i tagli imposti dalla produzione [...] non fanno che accrescere l'impatto visivo delle violentissime e molto realistiche scene di battaglia – riprese con bellissime carrellate laterali – tanto da dar l'impressione che Milestone metta «più energia a far morire i suoi personaggi che a farli vivere» [Lourcelles]. (All'ovest niente di nuovo; 2010, p. 112)
  • Vent'anni dopo I vitelloni, Fellini [...] ripensa alle proprie origini, mescolando come sempre amore e odio, distacco e nostalgia, giudizio e complicità. E come sempre, facendo tutto a Cinecittà, passaggio notturno del transatlantico Rex compreso. Film apparentemente in tono minore, ma in realtà tra i più coesi e riusciti. (Amarcord; 2010, p. 138)
  • Il regista, già sceneggiatore del Fuggitivo, guarda a X-Files e all'Invasione degli ultracorpi, con prevedibile corredo di effetti speciali. Buono per una domenica pomeriggio di pioggia. (The Arrival; 2003, p. 187)
  • Da Agatha Christie, con un cast prestigioso, un'elegante ricostruzione d'epoca e qualche lungaggine di troppo. Il doppiaggio elimina il meglio, cioè il bizzarro inglese parlato dagli stranieri, che porta indirettamente alla soluzione del mistero. Un irriconoscibile Finney è Hercule Poirot. (Assassinio sull'Orient Express; 2010, p. 285)
  • Un salutare inno alla rivolta e al carpe diem, significante collocato un anno prima dei fatidici anni Sessanta. Un gran successo, nonostante l'eccessiva enfasi melodrammatica di Robin Williams. O forse proprio in virtù di questa. Oscar alla sceneggiatura di Tom Schulman. Al di là delle qualità artistiche il film ha comunque un grande merito: aver scatenato l'immaginario pedagogico di tutta una generazione costretta a subire una pedagogia che di immaginario non ha più niente. (L'attimo fuggente; 2010, p. 305)
  • Allevato da una coppia di cani da pastore [...] il maialino Babe impara ad accudire le pecore (da cui riesce a farsi obbedire perché invece di abbaiare gli ordini, li chiede con dolcezza) e, ribaltando il suo destino «naturale» – che è quello di finire in padella – convince il padrone (Cromwell) di essere così bravo da farsi iscrivere a una gara per cani da pastore. Una favola moderna (con tanto di morale: anche le regole più secolari si possono infrangere), dove gli animali – veri – conquistano il primo piano lasciando gli umani sullo sfondo. [...] questo «film per bambini» racconta con una naturalezza accattivante e coinvolgente il potere infinito delle buone maniere e l'entusiasmo della sovversione (l'oca che vuole sostituirsi al gallo per annunciare il sole). (Babe - Maialino coraggioso; 2003, p. 233)
  • L'umorismo di Brooks a volte è greve, a volte molto cerebrale: i protagonisti vedono la cassetta di Balle spaziali per conoscere in anticipo il seguito della storia; il mostriciattolo di Alien esce dallo stomaco di John Hurt che si lamenta: «No, ancora!». (Balle spaziali; 2003, p. 248)
  • La pellicola che ha segnato una svolta nella carriera di Woo (fino ad allora autore di wuxiapian e film comici) e nel cinema di Hong Kong, inaugurando il genere del mélo-noir metropolitano in cui le sparatorie iperrealiste sostituiscono i duelli tradizionali. I temi sono quelli classici di Woo: l'elogio dell'amicizia, la difesa anacronistica di un mondo votato all'autodistruzione, la violenza stilizzata dove si mescolano lacrime e sangue. L'impianto da film popolare e certe ingenuità dispiacciono agli occidentali abituati ai successivi lavori del regista, ma il respiro è epico e travolgente. Un trampolino di lancio anche per Chow, che ruba la scena nella parte dell'ex killer umiliato, con impermeabile e occhiali scuri. Woo è il poliziotto occhialuto, il produttore Tsui Hark è il capo della giuria. Sceneggiatura di John Woo, Chan Hing-ka e Leung Suk-wah. Dal film Yinxiong bense (in inglese The story of Discharged Prisoner) di Lung Kong (1967). Il titolo originale significa «l'eroe mostra il suo valore». Da noi inedito in sala: diffidare dalla versione italiana con musiche spurie. Con due seguiti. (A Better Tomorrow; 2016, p. 552)
  • Una commedia gialla raffinata e piena di ironia, [...] fondata – secondo un meccanismo di «spostamento» narrativo tipicamente hitchcockiano – non tanto sulla scoperta del ladro vero quanto sul tema dell'identità del ladro presunto. (Caccia al ladro; 2003, p. 363)
  • Tra comicità e patetismo, un mondo di risorse e umanità che Loy aveva già esplorato nelle sue indagini televisive, affidato all'estro agrodolce di Manfredi. (Café Express; 2010, p. 537)
  • Come Robinson Crusoe (senza cannibali e con un pò di zen in più), una parabola sulla necessità di perdere tutto per ritrovare se stessi attraverso il confronto con una natura insondabile e indifferente dalle vicende umane. Ma se Defoe teorizzava la fuga dalla società neoindustriale del capitalismo selvaggio, Zemeckis-con le armi della civiltà digitale che finge di ripudiare- non vede l'ora di riportare indietro il suo eroe, anche se (quasi) rinuncia al lieto fine hollywoodiano. Scritto da William Broyles jr. Girato con tempi di lavorazione molto lunghi (sedici mesi: nella pausa tra le riprese, durata un anno, il regista ha diretto Le verità nascoste) per consentire a Tom Hanks (meritata la nomination all'Oscar) di dimagrire 22 chili. (Cast Away; 2014, p. 690)
  • L'ottavo lungometraggio di Miyazaki (unico sceneggiatore) è il suo risultato finora più alto, anche se i temi che lo percorrono (l'infanzia come sogno di cui ritardare la fine, l'armonia animista delle cose, il pittoricismo delle immagini) sono già tutti nei suoi lavori precedenti. Le invenzioni visionarie e poetiche sono incessanti e sempre felici, tra memorie di Alice nel paese delle meraviglie, iconografia shintoista, teatro kabuki e surrealismo. E si fondono per creare un universo sorprendente e a tratti cupissimo, che disattende le leggi della logica e della fisica, e dove non è possibile discernere tra buoni e cattivi. I personaggi si stagliano nella memoria in sequenze di grande durezza (l'iniziale mutazione dei genitori), di delicata poesia (il memorabile viaggio in treno sulla ferrovia sommersa), di indefinibile suspense (l'arrivo notturno del traghetto da cui fuoriescono silenti gli ospiti della «colonia»). Ottima colonna sonora di Joe Hisaishi. (La città incantata; 2003, p. 495)
  • La sceneggiatura di Bill Marsili e Terry Rossio gioca con i soliti paradossi temporali, sorvolando sulla plausibilità dell'elemento fantascientifico e tentando fin che può di arginare facilonerie e incongruenze. Il gioco regge mezz'ora, poi svacca inesorabile nell'action movie bombarolo con storia d'amore e happy ending di rito. In realtà, Scott vorrebbe rappresentare paure contemporanee: e se avalla ambiguamente (come già nel suo precedente Nemico pubblico) una tecnologia che viola la privacy a fin di bene, azzecca però un paio di sequenze tecnicamente complesse (come l'inseguimento in auto tra passato e presente) e l'ambientazione nella Louisiana in ricostruzione dopo l'uragano Katrina. (Déjà vu - Corsa contro il tempo; 2010, p. 905)
  • Un affresco composito di un mondo senza più nessun punto di riferimento [...]. Ben presto divenne un cult movie anche all'estero, diffondendo l'uso di neologismi come «paparazzo». (La dolce vita; 2010, p. 990)
  • Esordio nella regia del premio Oscar per gli effetti speciali di 2001, che risponde al pessimismo di Kubrick con una dichiarazione di ottimismo ecologico. Uno dei pochi film (con il molto posteriore Alien) dove il peso degli effetti speciali non soffoca la dimensione umana del racconto. Anzi, Trumbull arriva a «umanizzare» i simpatici robot che aiutano Dern (bravissimo) nella sua opera. Poetico e affascinante. (2002, la seconda odissea; 2003, p. 749)
  • Piccolo gioiello della fantascienza inglese, ispirato al romanzo La morte dell'erba di John Christopher, che teorizza «da destra» la supremazia dell'istinto animale nell'uomo: tesi che il film esemplifica con una chiarezza quasi imbarazzante, soprattutto durante il lungo viaggio. Filmato con bel piglio documentario. (2000: la fine dell'uomo; 2003, p. 749)
  • Un film superficiale ma ben confezionato: l'intrigo funziona, il ritratto della città [Torino] e della società incuriosisce, gli attori sono bravi. (La donna della domenica; 2010, p. 1006)
  • Bellissime le scenografie di Ken Adam, come la sala da guerra del Pentagono. (Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba; 2010, p. 1040)
  • È un agente delle assicurazioni o una perfetta ladra high-tech la giovane Virginia Baker (Zeta-Jones), che si associa col vecchio marpione scozzese Robert MacDougal (Connery: dichiara dieci anni in meno) per il furto di fine millennio a Kuala Lampur? E soprattutto, vuole fregarlo o cascherà tra le sue braccia? Quasi tutto come in un giallo-rosa di una volta (niente sesso e violenza), se non che i ladri alla fine scappano col malloppo: ma perché si dovrebbe fare il tifo per loro? Solo perché grondano fascino (almeno nelle intenzioni dei produttori)? Sceneggiatura più arrabbiata di quello che sembra, a firma di Ron Bass e William Broyles. Cinema commerciale di vacuità insostenibile, anche se eseguito professionalmente. (Entrapment; 2010, p. 1131)
  • Di fronte a questo adattamento (di Jim Uhls) del romanzo di Chuck Palahniuk, la critica si è divisa: grido di rivolta contro una società post-consumista o pericolosa apologia di un neotribalismo fascista? Smisuratamente ambizioso ma anche autoparodico, il film appare alla fine confuso e impari al compito che si prefigge: sagace nell'individuare certi sintomi (crisi maschile, fuga dalla realtà, scissione della personalità), abile a stordire – soprattutto all'inizio – con una messa in scena visionaria (notevole la fotografia di Jeff Cronenweth), capace di colpire a fondo con il cinismo (memorabile il culturista cui sono spuntate le tette, interpretato dal cantante Meat Loaf), ma senza saper riflettere in modo articolato sui problemi evocati. In definitiva americano quanto un talk show un po' esagitato. (Fight Club; 2010, p. 1252)
  • Girato con uno stile spoglio e fluido (cosi da lasciare molto spazio alla scenografìa e conseguentemente all'atmosfera opprimente), il film evita gli effetti troppo facili o le scene troppo cruente (anche per non urtare la sensibilità del pubblico di allora), ma riesce a descrivere i pericoli e le tentazioni della scienza e contemporaneamente a fare della creatura una «rappresentazione simbolica e metafisica dell'uomo, tormentato e diviso tra la riconoscenza e l'odio per un creatore che l'ha fatto così imperfetto» [Lourcelles]. (Frankenstein; 2010, p. 1318)
  • Il film che ha lanciato Bruce Lee sulla ribalta internazionale imponendo la magistrale padronanza dell'attore nell'eseguire la tecnica del kung-fu. (Il furore della Cina colpisce ancora; 2003, p. 958)
  • Scritto dal regista con Bernd Lichtenberg (debitrice del racconto Rip van Winkle di Washington Irving!), una commedia fondata su un paradosso esile ma accattivante: che il socialismo reale sia stato vissuto dai suoi militanti come una specie di «grande madre», con i difetti e i pregi di un'ingombrante genitrice. Non mancano idee irresistibili, come i falsi telegiornali che millantano una riunificazione alla rovescia, coi berlinesi dell'Ovest in fuga dalle «false certezze» del liberismo; ma le metafore sono eccessive, certe citazioni sono fuori luogo (la testa di Lenin che vola sulla città come il Cristo della Dolce vita di Fellini) e il trono troppo brioso della prima parte – molto ben recitata – stride con la svolta mélo finale. Straordinario successo in patria. (Good Bye, Lenin!; 2016, p. 1913)
  • Le complicatissime premesse dell'ottima sceneggiatura (scritta dal regista) sono mirate a costruire un concitato e appassionante action movie fantascientifico che vuole riflettere sul nostro presente: un mondo in cui il capitalismo ha ridotto l'uomo a merce e in cui, letteralmente, il tempo è diventato denaro. L'impresa del reietto che si ribella al destino sfidando l'estabilishment rielabora in modo originale sia il mito di Robin Hood sia quello di Bonnie e Clyde, rivendicando una resistenza neo-umanista alle logiche di un Potere che ha amplificato la disuguaglianza sociale. Un film-scommessa molto personale (e coerente con le opere migliori di Niccol), a cui si perdonano volentieri qualche inverosimiglianza e un paio di scivoloni mélo, ma che non ha purtroppo goduto né del favore della critica né di quello del pubblico. (In Time; 2014 manca l'edizione in bibliografia manca l'edizione in bibliografia)
  • Tentativo di horror metafisico padano (ma Pupi Avati aveva fatto di meglio) accolto nella più assoluta indifferenza, dimostrazione di com'è difficile girare in Italia storie fuori dai soliti schemi. (Luci lontane; 2003, pp. 1320-1321)
  • Sottilmente morboso (Hitch voleva mostrare una passione feticista) e generalmente sottovalutato (specie dal pubblico), un thriller psicologico [...] dove la suspense – meglio ancora che in Io ti salverò – si concentra su un segreto che la protagonista si porta dentro dall'infanzia. Uno dei più riusciti giochi hitchcockiani sull'ambiguità, la reticenza e l'allusione. (Marnie; 2003, p. 1396)
  • I fratelli Wachowski, anche sceneggiatori, attingono alle filosofie orientali e alla fantascienza di Philip K. Dick (e mettono in mano a Neo Simulacri e simulazione di Baudrillard) per asserire che il mondo è illusione e la realtà virtuale è un incubo. I Wachowski riescono a tenere sotto controllo un intreccio complesso, ma forse non sono all'altezza per costruire una saga che ha l'ambizione di coronare quasi mezzo secolo di fantascienza letteraria e cinematografica; e sono troppi i debiti non dichiarati, da Zardoz a Terminator. Non mancano, però, la suggestione e il divertimento. (Matrix; 2003, p. 1411)
  • Prodotto con ampi mezzi da Sergio Leone, che inizialmente voleva realizzare una versione western dell'Odissea (il soggetto originale era di Fulvio Morsella, a cui lavorò Sergio Donati), ma dopo innumerevoli cambiamenti il copione di Ernesto Gastaldi ne conserva solo il titolo. È tutta leoniana l'idea di riflettere sul crepuscolo dei miti e insieme sulla loro necessità, omaggiando il western americano (da Ford a Peckinpah, il cui nome viene letto su una lapide) e il proprio stesso cinema, mentre gli ammiccamenti comici vengono dal successo di Lo chiamavano Trinità... Il risultato è ibrido: i toni elegiaci stridono con gli sganassoni e le facezie di Hill, e certe divagazioni volgarotte (la sequenza dell'orinatoio, aggiunta in corso di riprese) sono discutibili. La confezione è professionale, e lo stile si distacca da quello del maestro (vedi i ralenti alla Peckinpah), anche se Valerii si limita a fare da esecutore. Leone girò alcune sequenze in Spagna con la seconda unità (la festa in paese, la sfida coi bicchieri, l'orinatoio) per problemi di tempo, ma nel corso degli anni gonfiò a dismisura l'entità del proprio contributo. Grande successo all'epoca. Fotografia di Giuseppe Ruzzolini e Armando Nannuzzi, musiche di Ennio Morricone (con citazione ironica della Cavalcata delle Valkirie). John Landis fece da comparsa nelle scene del «mucchio selvaggio». (Il mio nome è Nessuno; 2016, p. 2753)
  • Ormai un piccolo classico del cinema dell'orrore, grazie soprattutto alla mano di Franju, che mescola con maestria fantasia e realismo, morbosità e lirismo, in un crescendo che culmina nella straordinaria sequenza finale. (Occhi senza volto; 2003, p. 1625)
  • Connubio di satira sociale e fantascienza [...], è uno dei film chiave degli anni Sessanta per la sua capacità di rompere con i generi tradizionali hollywoodiani e aprire il cinema a nuove forme espressive [...]. (Operazione diabolica; 2003, p. 1650)
  • Pieraccioni (sceneggiatore con Giovanni Veronesi) ritorna senza simpatia e senza humour alla formula stantia di Fuochi d'artificio, tra sentimentalismo annacquato e pretese di sociologia spicciola. Le immagini da cartolina vorrebbero solleticare ancora una volta i sogni dell'italiano medio, ma i tentativi di involgarimento segnalano che si è giunti al fondo del barile. La Barbera ripropone il personaggio televisivo della siciliana Sconsolata, in una serie di pietose scenette che nulla c'entrano con la storia principale: eppure si deve anche a lei il successo del film, vincitore a sorpresa della sfida del Natale 2003. (Il paradiso all'improvviso; 2016, p. 3200)
  • Il film più noto di Wood ha la fama (immeritata: altri hanno fatto ben di peggio) di essere il più brutto della storia del cinema; negli Usa è stato oggetto di culto molto prima che Tim Burton dedicasse un biopic al suo autore, dove racconta tutti gli aneddoti sulla lavorazione (Lugosi, morto anzitempo, venne sostituito da un improbabile «sosia» che si tiene il volto coperto). Del film in sé restano memorabili le interpretazioni dilettantistiche di un gruppo di freaks scelti accuratamente (il lottatore Johnson, la presentatrice televisiva Vampira, il futurologo Criswell che recita prologo ed epilogo), le incredibili scenografie (un'astronave con tendine al posto delle porte), le incongruenze del racconto. Il pasticcio sarebbe quasi divertente (a cominciare dall'originale commistione di fantascienza e horror), se non andasse per le lunghe e non tentasse di elevarsi con un risibile messaggio pacifista. (Plan 9 from Outer Space; 2016)
  • Voluto da Will Smith per dirigere la storia vera di Gardner (sceneggiata da Steven Conrad), l'esordio statunitense di Muccino avviene nel migliore dei modi possibili: una nomination per Smith, buoni incassi sia in America che in Italia e una consacrazione professionale nella mecca del cinema. Quella che poteva essere la più scontata e zuccherosa delle storie (un uomo precipita ai gradini più bassi della povertà prima di risalire verso il successo) diventa il ritratto coinvolgente e credibile di un americano alle prese con le tante contraddizioni della vita e della società, che Muccino sceglie di raccontare utilizzando il più possibile ambientazioni dal vero -ricoveri per senzatetto compresi- per imprimere al film un'atmosfera credibilmente realistica (aiutato anche dalla fotografia di Phedon Papamichael). Frenando ogni facile concessione emotiva (le tante umiliazioni che Chris deve sopportare, la notte trascorsa nella metropolitana, l'egoismo degli amici) e controllando la recitazione di Will Smith, il mito dell'«edonismo reaganiano» finisce per essere letto da un'angolazione meno scontata e superficiale e l'eterna favola del successo a portata di mano diventa qualche cosa di più complesso e credibile. (La ricerca della felicità; 2016, p. 3700)
  • Remake di Profumo di donna: tutte le gag possibili sui ciechi (compreso Slade al volante di una Ferrari) e uno spirito dolciastro che vorrebbe ispirarsi all'Attimo fuggente ma sa soprattutto di conformismo. La gigioneria di Pacino – doppiato in italiano da Giancarlo Giannini – si è meritata l'Oscar e comunque sa reggere le quasi tre ore del film. (Scent of a Woman - Profumo di donna; 2010, p. 2956)
  • Dopo il fallimento di Psycho, Van Sant accetta la regia di un film su misura per Connery (anche produttore, lo si vede dall'abbondanza di primissimi piani). La sceneggiatura di Mike Rich non eccelle per originalità (lo scontro interclassista rimanda a Will Hunting - Genio ribelle, il rapporto allievo-maestro a L'attimo fuggente, il climax finale a Scent of a Woman), la tensione omoerotica tra i due protagonisti cade nel vuoto: ma la confezione non fa una grinza, e la simpatia di Connery fa digerire un prodotto troppo pensato a tavolino. (Scoprendo Forrester; 2010, p. 2971)
  • Simpatico thriller urbano, realizzato con solido professionismo in tempo quasi reale con ritmi intelligentemente spezzati tra violenta concitazione ed efficaci sospensioni. Il lieto fine è assicurato, ma arriva dopo molti colpi di scena e con quel tanto di ironia che smussa il buonismo del copione di Richard Wenk. (Solo due ore; 2010, p. 3141)
  • Nel romanzo Before the Fact di A.B. Cox, Lina si lasciava uccidere per amore, ma Hitchcock, in parte condizionato dalla produzione, ha scelto un'ambiguità ben più sottile, che lascia salva la sessuofobia di fondo (l'equazione tra matrimonio e pericolo, che fu di Rebecca e sarà di Marnie). (Il sospetto; 2003, p. 2199)
  • [...] Lang riprende il cast e il triangolo ambiguo di La donna del ritratto, raccontando senza battere ciglio una storia beffarda di colpa e degradazione. Nessun personaggio si salva, ma il tono non è quello enfatico del melodramma. Libero da condizionamenti produttivi, Lang girò una delle sue migliori opere del periodo americano. [...] Robinson grandeggia e non fa rimpiangere Michel Simon, interprete dell'originale di Renoir. (La strada scarlatta; 2003, p. 2258)
  • [...] un thriller della brughiera con poca suspense e molto melodramma d'atmosfera. È l'ultimo film britannico di Hitchcock (che non appare nel film), evidentemente a disagio nel trattare una storia piuttosto lontana dalle sue corde. Charles Laughton, la cui esuberanza sfugge al controllo del regista, è anche coproduttore. (La taverna della Giamaica; 2003, p. 2308)
  • La struttura è quella classica (e un po' scontata) dell'avventura spaziale, il messaggio quello della lotta dell'individuo contro il potere dispotico, ma la novità è che si tratta del primo film che sposta l'azione nel mondo virtuale dell'elettronica, con alcune sequenze rivoluzionarie realizzate completamente in computer graphic. (Tron; 2003, p. 2417)
  • Una commedia che combina satira di costume e humor («basso») con una leggerezza al vetriolo e una spudoratezza calcolata, ritrovando il ritmo delle commedie screwball (anche se la protagonista femminile, a differenza di quanto accadeva negli anni Quaranta, è oggetto passivo delle iniziative maschili, inconsapevole di ciò che scatena attorno a sé). Tra un ammiccamento all'anticonformismo dei fratelli Marx e un altro al «cattivo gusto» di John Waters, molte le gag diventate popolari: da quelle politically incorrect (i dispetti al fratello handicappato di Mary, il cagnolino fulminato e ricucito come Frankenstein) a quelle esplicitamente sessuali (il membro di Ted impigliato nella lampo dei pantaloni, la retata tra gli omosessuali, lo sperma che l'ignara Mary usa come gel per i capelli). Autore della colonna sonora, Jonathan Richman appare come menestrello in alcuni siparietti musicali. (Tutti pazzi per Mary; 2010, p. 3494)
  • Ambizioni e durata sono da affresco epico, ma l'impostazione spettacolare – per quanto a tratti efficace – è risaputa. Tra echi di Balla coi lupi, coreografie guerresche stile Braveheart e più di un riferimento a Duello nel Pacifico, la sceneggiatura di John Logan e Marshall Herskovitz sembra abbracciare posizioni antiamericaniste e addirittura no global: ma poi affonda nella retorica più inerte (la guerra ha senso solo se a sostenerla ci sono gli ideali e il senso dell'onore; ogni uomo è padrone del suo destino). Cruise mostra i suoi limiti di attore drammatico, sempre oscurato dal carisma di Watanabe. Grande successo di pubblico, anche in Giappone. (L'ultimo samurai; 2016, p. 4632)
  • Questo film dimostra immediatamente la genialità del suo autore, capace di sfruttare (e inventare) tutte le possibilità tecniche della nascente cinematografia per mescolare precisione meccanica e affabulazione, destrezza tecnica e funambolismo. (Viaggio nella Luna; 2010, p. 3679)
  • Autentici deus ex machina dell'operazione (alla regia c'è l'esordiente che diresse la seconda unità dell'intera trilogia di Matrix), Andy e Larry Wachowsky producono e adattano liberamente per lo schermo l'omonima graphic novel di Alan Moore (testi) e David Lloyd (disegni), apparsa – incompiuta – sulla rivista «Warrior» nel 1981 e poi completata nel 1989 per la DC Comics: e fanno convivere l'estetica spettacolare e gli effetti digitali collaudati nei loro action movie con riferimenti letterali e cinefili (1984 di Orwell, La maschera di Zorro, Il fantasma dell'Opera, Batman, Il Conte di Montecristo), riflessioni note (i limiti della libertà individuale, i pericoli del totalitarismo), provocazioni meno ovvie (soprattutto dopo l'11/9: il terrorismo è giustificabile?) e uno struggente lato romantico. Notevole la performance di Weaving (doppiato da Gabriele Lavia), che la maschera fissa e priva di sguardi di Fawkes costringe a recitare solo con la voce e con il corpo. Moore ha inspiegabilmente disconosciuto il film, e il suo nome non compare nei titoli di testa. (V per Vendetta; 2010, p. 3744)

Bibliografia[modifica]

  • Paolo Mereghetti, Il Mereghetti: dizionario dei film 2004, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2003. ISBN 88-8490-419-6
  • Paolo Mereghetti, Il Mereghetti: dizionario dei film 2011, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2010. ISBN 978-88-6073-626-0
  • Paolo Mereghetti, Il Mereghetti: dizionario dei film 2017, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2016. ISBN 978-88-6852-947-5

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